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sabato 11 ottobre 2025

Il taser e il soffocamento: “Mio figlio morto dopo l’intervento della polizia” - Luigi Mastrodonato*

 

La procura ha chiesto una seconda archiviazione per la morte di Igor Squeo. I consulenti della famiglia: “Schiacciato a terra, scomparsa la pistola elettrica”

Igor Squeo non è morto per overdose da cocaina. Ne sono convinti i familiari e ne sono convinti i medici che hanno redatto l’ultima relazione tecnica sulle cause del suo decesso. La storia risale al 12 giugno 2022 e riguarda un 33enne che morì per arresto cardiocircolatorio nel corso di un intervento di polizia nel suo appartamento di Milano. Sin dall’inizio il pm ha sposato la tesi dell’intossicazione da sostanza stupefacente e per questo ha chiesto l’archiviazione, a cui la legale della famiglia, Ilaria Urzini, ha fatto opposizione. Ora è arrivata una nuova richiesta di archiviazione, nonostante i molti punti che non tornano in questa storia.

Dalle testimonianze dei sanitari che differiscono da quelle degli agenti di polizia agli errori temporali contenuti nella ricostruzione dei consulenti del pm, fino all’uso del taser e alle numerose lesioni e fratture rinvenute sul corpo del ragazzo. “Igor Squeo è morto per insufficienza respiratoria causata dalla contenzione messa in atto dagli agenti di polizia”, denunciano i medici nella relazione.

Squeo aveva 33 anni e un trascorso tra l’Australia e Londra. Era tornato a Milano da poco tempo, faceva il fattorino e di sera dava una mano in pizzeria. Il 12 giugno 2022 è morto nel corso di un intervento di polizia nel suo appartamento. Squeo era rincasato in tarda serata insieme a un ragazzo conosciuto per strada. Secondo la testimonianza di quest’ultimo, avevano iniziato a consumare cocaina. Dopo la mezzanotte tra i due è scoppiata una lite che ha indotto il coinquilino di Squeo, in un’altra stanza con un’amica, a chiamare la polizia. Alle 2.45 la volante del commissariato di via Mecenate è intervenuta.

Gli agenti hanno detto di aver trovato Squeo in stato di agitazione mentre l’altro ragazzo presentava una piccola ferita in volto. Hanno chiamato i rinforzi e il personale sanitario. Sono così arrivate diverse volanti, per un totale di almeno una dozzina di agenti di polizia. Questi dicono che Squeo brandiva un coltello e perseverava in uno stato di alterazione psicofisica. È stato estratto un taser per avvertimento, poi il ragazzo è stato bloccato e ammanettato in posizione laterale di sicurezza, le caviglie legate dai laccetti in velcro. I sanitari gli hanno somministrato un calmante, il Propofol. Pochi minuti dopo, alle 4.15, è arrivato il primo arresto cardiaco, poi un secondo e un terzo tra il trasporto e il ricovero all’ospedale Policlinico, con il decesso constatato alle 6.45.

Secondo il referto del personale ospedaliero del Policlinico, Squeo è morto per “arresto cardiaco in sospetto abuso di sostanze”. Anche i consulenti nominati dal pm, che hanno eseguito l’autopsia giudiziaria sulla salma, hanno ricondotto il decesso a un’assunzione letale della sostanza stupefacente. Da qui è arrivata la doppia richiesta di archiviazione, che però poggia su basi molto fragili.

Intanto non tornano i tempi. I consulenti del pm dicono che Squeo ha assunto la dose letale di cocaina in un periodo non superiore a 60-90 minuti dal decesso, dunque tra le 5.15 e le 5.45. Un’ipotesi irreale: in quel lasso di tempo era già al secondo arresto cardiaco, e la polizia era arrivata in casa da diverse ore. Poi ci sono incongruenze tra le testimonianze della polizia e quelle dei soccorritori.

Questi smentiscono che il ragazzo fosse tenuto in posizione laterale di sicurezza e parlano invece di posizione prona. “I poliziotti erano in tanti, quindi alcuni lo bloccavano a terra, alcuni con le mani, alcuni con il corpo e altri con il ginocchio”, dice una soccorritrice, che parla di una scena andata avanti per “10-15 minuti”. Un altro punto oscuro riguarda la somministrazione del Propofol, che da linee guida deve essere preceduta dal monitoraggio dei parametri vitali e che può causare depressione cardiorespiratoria. Il monitor in dotazione ai sanitari risulta attivato successivamente alla somministrazione e non prima.

“Quando ho visto il corpo di mio figlio in ospedale era conciato da buttar via, naso rotto, testa rotta, mani rotte, buchi strani, lividi ovunque”, denuncia Franca Pisano, madre di Igor Squeo. Gli agenti nel loro verbale, e in seconda battuta i consulenti del pm, parlano di atti di autolesionismo, con il ragazzo che si lanciava contro i muri e le finestre in uno stato di alterazione che avrebbe poi condotto al decesso. Il cosiddetto “excited delirium”, una condizione medica non riconosciuta e molto criticata secondo cui da agitazione, delirio e aggressività può derivare il decesso. E che puntualmente viene tirata fuori quando si verifica una morte durante un intervento di polizia.

È stato così anche per Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e numerose altre vittime di abusi delle forze dell’ordine. La relazione tecnica dei medici nominati dalla famiglia di Squeo smentisce la versione delle lesioni autoindotte. Le ferite sul capo, così come la frattura del naso, sono riconducibili alla faccia compressa a lungo sul pavimento. Altre lesioni sul corpo rimandano alla pressione effettuata con avambracci e ginocchia per tenere l’uomo schiacciato per terra. Il corpo in generale è viola, ricoperto di lividi e lesioni diffuse impossibili da procurarsi da solo.

A questo si somma la presenza di strani buchi, che, secondo la famiglia, sono riconducibili all’uso del taser. Gli agenti dicono che è stato puntato due volte contro Squeo con i led rossi di avvertimento, l’avvocata Urzini ha chiesto di visionare la scheda di memoria per capire se è stato usato, la relazione della questura di parecchi mesi dopo dice che non è stato possibile verificare perché quel taser era ormai rotto. La conclusione dei medici, nella loro relazione tecnica, è chiara: “Squeo fu mantenuto con forza in posizione prona, con la faccia schiacciata contro il pavimento; detta condizione di immobilizzazione ha interferito con la normale dinamica ventilatoria per impossibilità della gabbia toracica di espandersi adeguatamente; ha creato uno stato di ulteriore stress e paura del soggetto; ha aggravato un disagio respiratorio laddove presente anche la frattura delle ossa nasali”.

Il rinvenimento delle cosiddette petecchie nel sacco pericardico è un’ulteriore prova di uno stato di ipossia, lo stesso che portò alla morte di Aldrovandi. La somministrazione finale del Propofol potrebbe aver dato il colpo di grazia in una situazione già compromessa. Per i medici, insomma, il decesso di Squeo deve essere ascritto a un arresto cardiocircolatorio per insufficienza respiratoria causata dalla contenzione degli agenti di polizia e dalla successiva somministrazione del Propofol. Per il magistrato, Squeo, schiacciato sul pavimento da numerosi agenti per lungo tempo e ricoperto di lesioni e fratture, è invece morto per overdose di cocaina. La famiglia ora farà opposizione alla seconda richiesta di archiviazione. Anche l’associazione A buon diritto presieduta da Luigi Manconi sta seguendo la questione.

Manconi: “I corpi martoriati? Servono a scoprire le verità nascoste”

“Il caso di Igor Squeo ne richiama altri del passato, casi che sembravano chiusi e che invece hanno portato alla luce violenze delle forze dell’ordine”, dice il sociologo di A buon diritto. Al fianco della famiglia Squeo, a sostenere la battaglia per la verità, c’è l’associazione A buon diritto. Il presidente è Luigi Manconi, che a Domani spiega le anomalie della morte di Squeo, che sono sovrapponibili a quelle emerse in tanti altri casi simili.

Le lesioni sul corpo di Igor Squeo aprono diversi interrogativi sul suo decesso. Lei che idea si è fatto al riguardo?

Questa storia richiama vicende del passato, casi che inizialmente sembravano oscuri e suscitavano giusto qualche perplessità fino a che sono venute allo scoperto violenze da parte delle forze dell’ordine. Non ho certezze, ma ritengo che come accadde in casi come quelli di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi le pieghe non visibili di questa vicenda, le contraddizioni, le circostanze non approfondite sono tali da richiedere un ulteriore e più profondo accertamento dei fatti. Sembra invece che si stia andando nella direzione opposta, quella dell’archiviazione. Mi auguro che questo non accada e credo che si possa ancora lavorare per evitarlo.

La famiglia ha deciso di pubblicare le foto del corpo di Igor dopo che per oltre tre anni si è sentita abbandonata dalle istituzioni. Perché è così difficile portare avanti queste battaglie?

La pubblicazione dei volti sfigurati e dei corpi martoriati – nonostante tutto il dolore che provoca nei famigliari e negli amici – è stato un passaggio determinante in passato per far sì che le indagini andassero nella giusta direzione. Ricordo bene quanta fatica e sofferenza costò ai familiari di Cucchi e a quanti li sostenevano la decisione di pubblicare le foto del giovane nell’obitorio. Tutto questo dimostra come sia vischiosa la situazione ambientale, quanto siano diffusi la diffidenza e il sospetto, quanto sia forte la reticenza ogni volta che si è davanti a vittime costituite da persone comuni e a possibili carnefici appartenenti alle forze dell’ordine. Domina tuttora un equivoco letale, ovvero che raggiungere la verità su vicende che vedono coinvolti apparati dello Stato non sia un contributo fondamentale alla trasparenza di questi stessi apparati e alla loro democratizzazione, ma un attentato alla loro compattezza e alla loro reputazione. Accertare la verità sui presunti responsabili di crimini all’interno delle forze dell’ordine è fondamentale per salvare l’onore dei tanti che i crimini non li commettono.

In Italia le morti durante un intervento delle forze dell’ordine sono frequenti. Com’è possibile?

Nel marzo 2014 a Firenze, durante un’operazione dei carabinieri in strada, morì Riccardo Magherini. Questo avvenne a seguito di un fermo effettuato secondo quella modalità che io di recente ho chiamato la “tecnica Floyd”, quella che portò alla morte di George Floyd a Minnesota e di cui oggi stiamo parlando per il caso di Igor Squeo. Due mesi prima della morte di Magherini il comando generale dei Carabinieri aveva inviato una circolare da pubblicare in tutte le caserme italiane dove si sosteneva la necessità di rinunciare a quel tipo di tecnica di fermo perché ritenuta potenzialmente mortale. Il comando generale dei Carabinieri era insomma consapevole di quanto la “tecnica Floyd” fosse pericolosa, anche perché ai tempi erano già morte altre persone in questo modo.

Penso a Riccardo Rasman nel 2006, durante un intervento di polizia in casa sua a Trieste. Una volta che avvenne la morte di Magherini, proprio con la medesima modalità che quella circolare dei Carabinieri chiedeva di evitare, la circolare venne cancellata. Questo segnala bene a quale tipo di contraddizione siano sottoposti gli appartenenti delle forze dell’ordine, scarsamente e malamente preparati anche sotto il profilo tecnico e con una conoscenza parziale degli effetti della loro attività durante le operazioni di fermo.

*da il Domani

da qui

domenica 16 marzo 2025

L’illusione di una polizia democratica in Italia - Luigi Mastrodonato

 

Quando nel 2015 Orlando Botti si è messo in viaggio per Ferrara erano passati dieci anni esatti dalla morte di Federico Aldrovandi. Botti, che vive a Imperia e oggi ha 77 anni, voleva essere presente nella città emiliana per il decimo anniversario di quel 17 settembre 2005, giorno in cui Aldrovandi, che aveva 18 anni, era stato brutalmente ucciso da alcuni agenti di polizia durante un controllo in strada. Botti aveva preso a cuore la storia fin da subito, instaurando un rapporto di amicizia con i genitori di Aldrovandi.

Botti ha lavorato nella polizia dal 1966 al 1996, arrivando a ricoprire la posizione di ispettore capo. Negli anni settanta aveva cominciato a incontrarsi di nascosto con alcuni colleghi, tra cui degli ex partigiani, per immaginare una polizia diversa: sindacalizzata, smilitarizzata e democratica, in cui non ci fosse spazio per i metodi brutali e violenti. Le loro battaglie nel corso degli anni sono andate perse, ma Botti e pochi altri hanno continuato a denunciare i malfunzionamenti del sistema. Prima da poliziotti, poi da pensionati.

“Quando è stato ucciso Aldrovandi molti agenti e funzionari di polizia hanno sostenuto i colleghi indagati e poi condannati. Ci sono stati anche presidi in loro solidarietà”, racconta al telefono Botti. “Lo stesso succede ogni volta che emergono nuove storie di abusi compiuti da chi indossa la divisa, è una difesa di tipo corporativo. È la dimostrazione che le battaglie del nostro movimento sono andate perse”.

Il movimento dei carbonari

All’inizio degli anni settanta la fiducia degli italiani nelle forze di polizia era ai minimi storici. Dopo la caduta del fascismo c’era stata una parziale epurazione dei vertici dell’istituzione, ma quasi subito le persone rimosse erano tornate al loro posto. La polizia era caratterizzata da autoritarismo e violenza. Nel 1950 alcuni agenti avevano sparato contro un gruppo di operai in sciopero alle Fonderie riunite di Modena, uccidendone sei. Dieci anni dopo, nel luglio 1960, era successo di nuovo a Reggio Emilia, con cinque morti. Con le proteste studentesche e operaie della fine degli anni sessanta la repressione della polizia si fece ancora più pesante. L’Italia, tra l’altro, era l’unica democrazia occidentale ad avere forze di sicurezza – cioè polizia, carabinieri e guardia di finanza – interamente militari.

Negli anni settanta però cambiò qualcosa. Alcuni agenti, che si autodefinivano “carbonari”, cominciarono a riunirsi clandestinamente per discutere del futuro della polizia. Volevano cambiare la loro condizione precaria fatta, tra le altre cose, di stipendi bassi, straordinari non pagati e obbligo di celibato fino a una certa età. Chiedevano la smilitarizzazione della polizia, in modo che la gestione della pubblica sicurezza passasse sotto l’ordinamento civile. E chiedevano un processo di democratizzazione per superare la violenza e l’autoritarismo che caratterizzavano la polizia.

 “Eravamo illegali, ci incontravamo in fondo al molo di Imperia per controllare se arrivava qualcuno”, ricorda Botti. “Quando abbiamo cominciato avevamo ben impressi nella mente gli operai uccisi a Reggio Emilia e le altre vicende simili. Osservavamo questi fatti e volevamo fare in modo che non succedessero più. Volevamo democratizzare la polizia per evitare violenze sugli arrestati e mettere la parola fine alla forza bruta con cui si garantiva l’ordine pubblico”. Inizialmente questi agenti carbonari formavano gruppi piccoli. Poi si trasformarono in un movimento vero e proprio, che venne allo scoperto. Decisivo fu il giornale Ordine pubblico, diretto dal fotografo, giornalista ed ex partigiano Franco Fedeli. “La rivista cominciò a parlare dei problemi della polizia in modo radicale e fortemente critico, al di fuori dei canoni istituzionali”, spiega Michele Di Giorgio, ricercatore all’università di Bari e autore del saggio Il braccio armato del potere (Nottetempo 2024). “Ordine pubblico diventò un centro di coordinamento per l’attività dei poliziotti carbonari, aiutandoli a organizzare le riunioni, favorendo la mobilità delle persone e delle idee, e facilitando il dialogo con la politica”.

Furono soprattutto il Partito comunista italiano (Pci) e quello socialista ad ascoltare i poliziotti carbonari. Nelle elezioni regionali del giugno 1975 il Pci fu il partito più votato in una caserma del reparto celere di Milano, e lo stesso successe in altri seggi in cui votavano solo agenti di polizia.

Repressione e riforma

I carbonari sognavano una rivoluzione democratica della polizia. Ma la loro battaglia fu piena di ostacoli. Se da una parte ottennero il sostegno pubblico di persone come il giurista Stefano Rodotà, dall’altra dovettero far fronte all’ostracismo di altri, tra cui il giornalista Indro Montanelli. Furono ostacolati anche dal governo e dai vertici della polizia stessa. “Una serie di provvedimenti punitivi colpirono i poliziotti democratici, sia nella fase clandestina sia in quella pubblica. All’interno della polizia si scatenò la caccia a chi sosteneva la causa riformista”, ricorda Di Giorgio.

Mario Bruno Piras ha 75 anni e ha lavorato nella polizia fino al 2002. Negli anni settanta fu un carbonaro a Nuoro, in Sardegna, e per questo rischiò più volte di perdere il lavoro. Fu denunciato al tribunale militare, fu trasferito due volte e sottoposto a una perizia psichiatrica, da cui ne uscì senza conseguenze solo perché anche il medico militare che lo visitò era un carbonaro. “Eravamo convinti di poter avere una polizia democratica al servizio dei cittadini ed eravamo disposti a tutto per raggiungere questo obiettivo”, ricorda oggi Piras. “Rischiavamo perizie psichiatriche, trasferimenti e altre misure punitive, ma ogni manifestazione, ogni incontro, ci incoraggiava a non fermarci”.

Anche Franco Fedeli subì questi attacchi e anche lui non si fece intimidire. Nel 1976 su pressione del governo fu licenziato dall’editore di Ordine pubblico. Questo rischiò di segnare la fine del movimento, ma nel giro di qualche settimana Fedeli fondò un’altra rivista, Nuova polizia e riforma dello stato, attraverso cui continuò la battaglia riformista.

Nell’aprile 1981, dopo più di dieci anni di lotte, con cortei, scioperi e occupazioni, fu approvata la legge di riforma. La polizia passò sotto l’ordinamento civile, e sulla carta doveva essere più vicina ai cittadini.

La nuova legge insisteva sul rispetto della costituzione e dei princìpi democratici. Fu infine consentita la creazione di sindacati di polizia – così nacque il Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp) – e furono ammesse le donne. Doveva essere la vittoria dei carbonari, ma ci volle poco tempo per capire che non era così. Alla guida del Siulp cominciarono ad alternarsi dirigenti che non avevano avuto un ruolo nel movimento dei carbonari e nacquero altri sindacati dichiaratamente ostili al movimento, come il Sap.

Nel 1982 furono rivelate le torture subite dagli indagati per il sequestro Dozier, il generale statunitense rapito dalle Brigate rosse, e commesse da agenti di polizia. Nonostante la riforma, i problemi della polizia erano ancora lì, uguali a prima. Anche le intimidazioni, le punizioni e l’emarginazione subite dai poliziotti che denunciarono le torture, cioè Riccardo Ambrosini, Gianni Trifirò e Augusto Fabbri, apparvero come un tradimento degli ideali della riforma.

“Dopo l’approvazione della riforma della polizia c’è stato un disinteresse totale sulla sua applicazione”, sottolinea Di Giorgio. “Quella legge doveva essere l’inizio di un percorso di riforma generale, ma di fatto resta una riforma disattesa. Il grosso dei problemi è rimasto e in assenza di una spinta sindacale e dell’apporto del movimento dei carbonari è venuta meno tutta la parte ideale”.

C’è una data che secondo gli ex carbonari segna la morte definitiva della riforma della polizia, o quanto meno dei suoi ideali. Il G8 di Genova del 2001 e quello che il vicequestore Michelangelo Fournier definì una “macelleria messicana”: la scuola Diaz, le torture alla caserma di Bolzaneto, l’omicidio di Carlo Giuliani, i depistaggi e le assoluzioni di vertici e sindacati che ne seguirono.

Quando nella notte del 21 luglio 2001 dalla scuola Diaz di Genova partirono le ambulanze con decine di manifestanti e giornalisti feriti, Roberto Sgalla, il portavoce della polizia che poi ha fatto carriera fino a dirigere la scuola superiore di polizia, si presentò davanti all’edificio e disse che le ferite dei ragazzi e delle ragazze risalivano agli scontri dei giorni precedenti, e che nella scuola c’erano i black bloc. Una versione poi smentita dalle testimonianze e dalle prove. “Che a dire questo fosse il portavoce della polizia non c’era forse da stupirsi, peccato che quelle parole furono pronunciate da quello che fino a poco tempo prima era stato il segretario generale del Siulp, il sindacato nato dal nostro movimento”, sottolinea Botti. “Il G8 ha limitato e offeso tutti i nostri sforzi di fare pulizia”.

Negli anni successivi alla riforma qualcuno cercò di tenere vivi gli ideali riformatori degli anni settanta. Sicuramente Franco Fedeli, che continuò la sua attività giornalistica. Ma anche alcuni ex poliziotti. Tra loro Mario Bruno Piras, che continuò a subire ripercussioni per posizioni ritenute scomode. Nel 2000 fu fermato per traffico di droga, ma poi è stato rilasciato. “Per il mio tentativo di cambiare le forze dell’ordine, per le mie lotte sempre più solitarie condotte anche dopo la riforma del 1981, ho vissuto sulla mia pelle il modus operandi che ho sempre denunciato”, ricorda. “Io ho creduto in una polizia democratica, ma durante il fermo che ho subìto, e ancor di più dopo il G8, ho capito che la battaglia era persa”.

Dopo il G8 di Genova nuove storie di violenze hanno coinvolto la polizia e le altre forze dell’ordine. Dall’uccisione di Federico Aldrovandi a Ferrara, nel 2005, a quella di Stefano Cucchi a Roma, nel 2009; passando per vicende più recenti come le violenze nella caserma Levante di Piacenza e nella questura di Verona, o le morti di Ramy Elgaml a Milano e di Moussa Diarra a Verona.

Di abusi e violenze si è parlato in modo sempre più frequente anche per le carceri, come nel caso di Santa Maria Capua Vetere nel 2020. Vicende che ogni volta hanno messo in moto una serie di depistaggi e assoluzioni da parte dei sindacati e dei vertici istituzionali. Mentre le persone condannate o indagate hanno poi fatto carriera o sono rimaste ai propri posti, come è successo per Genova.

La riforma del 1981 e le idee alla sua base non sono state tradite solo in questo modo. A partire dagli anni duemila il reclutamento degli agenti di polizia è stato fatto sempre meno attraverso i concorsi e sempre più con l’assunzione di ex militari. Con la cosiddetta riforma Madia del 2015 è stato poi rimilitarizzato il corpo forestale, che fino a quel momento era civile. “Il primo pilastro della riforma era la smilitarizzazione, così da toglierci dal giogo del codice penale militare. Eppure negli ultimi anni c’è stato un processo di rimilitarizzazione strisciante”, denuncia Botti. “Oggi per un controllo in strada ci si imbatte in agenti che fino a qualche anno prima erano in missione in Afghanistan. Persone che hanno una mentalità militare, addestrati per affrontare nemici, non cittadini”.

Cosa rimane della lotta

Nel 1995 Franco Fedeli aveva deciso di lasciare il giornale Nuova polizia a causa di dissidi con l’editore. In un momento in cui gli ideali degli anni settanta erano già quasi del tutto svaniti, la scelta di Fedeli suonava come un’ulteriore rottura. Nonostante l’età e due anni prima della sua morte, Fedeli decise però di fondare un’altra rivista, Polizia e democrazia. Oggi questa rivista esiste ancora, esce ogni due mesi e cerca di tenere vivo il dibattito su temi come la smilitarizzazione e la democratizzazione delle forze di polizia.

“Siamo rimasti gli ultimi a cercare di portare avanti quella memoria, grazie anche ad articoli sull’epoca dei carbonari e le istanze riformiste in polizia”, racconta Michele Turazza, coordinatore della redazione. “Cerchiamo di parlare dei temi relativi alla sicurezza con un occhio critico, coinvolgendo nella scrittura anche docenti universitari e ricercatori, com’era nello spirito di Fedeli”. L’ultima grande battaglia portata avanti dalla rivista è stata contro la rimilitarizzazione del corpo forestale. “Invece di vedere smilitarizzata anche la guardia di finanza, che era una delle battaglie degli anni settanta, abbiamo assistito alla rimilitarizzazione del corpo forestale, voluta dal governo di Matteo Renzi”, dice Turazza.

Negli ultimi anni su Polizia e democrazia hanno trovato spazio questioni come i rischi dell’uso del taser (arma in grado di paralizzare una persona con forti scariche elettriche) l’importanza dei codici identificativi per gli agenti, il problema degli abusi di potere in carcere e i vari decreti sicurezza. La diffusione di Polizia e democrazia oggi però è molto più limitata di un tempo. E anche il pubblico è cambiato. Gli abbonati sono soprattutto avvocati, accademici, semplici cittadini, mentre la circolazione negli ambienti di polizia si è ridotta drasticamente. Un segno di come queste battaglie non facciano più presa tra gli agenti.

Tra chi cerca di tenere vivi gli ideali del movimento dei carbonari c’è anche la sezione Maurizio Giglio dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), nata nel 2023 e composta solo da agenti di polizia.

“Il termine poliziotto antifascista per noi non è un ossimoro ed è importante rivendicarlo”, spiega il presidente, Vittorio Berti. “L’eredità antifascista la ritroviamo nella costituzione e dal nostro punto di vista concetti come democrazia, asilo, accoglienza e libertà di dissenso devono mantenere un ruolo centrale nel paese”. Oggi la sezione, che ha preso posizione a favore dei codici identificativi per gli agenti, conta una settantina di iscritti, molti provenienti da esperienze nel sindacato di sinistra Silp-Cgil. Negli ultimi anni sono nate altre esperienze democratiche. Dal 2005 l’associazione Polis aperta, animata da un gruppo di persone lgbt+ che lavorano nelle forze di polizia e in quelle armate, organizza corsi di formazione, incontri e convegni per promuovere una cultura inclusiva all’interno di queste istituzioni. Nel 2010 il dipartimento della pubblica sicurezza ha istituito l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), un gruppo interforze per prevenire, contrastare e offrire supporto alle persone vittime di crimini d’odio. Oggi questa realtà esiste ancora, ma è sempre meno attiva.

“Non esiste più niente di portata paragonabile alle istanze e agli ideali degli anni settanta. È rimasta solo qualche iniziativa isolata intorno ai sindacati più progressisti”, sottolinea lo studioso Di Giorgio. “C’è una certa paura a esporsi e anche per chi fa ricerca è difficile riuscire ad aprire un dialogo con le forze di polizia perché i protocolli e i meccanismi di controllo sul personale sono molto rigidi. Manca soprattutto il clima sociale e politico che c’era all’epoca. Se oggi il centrosinistra ragiona sulle politiche di sicurezza come le destre o in modo poco diverso, su quale partito, sindacato o associazione potrebbero contare le persone appartenenti alle forze dell’ordine nel momento in cui dovessero decidere di esporsi?”.

Il 26 febbraio 2025 il Siulp, il sindacato nato nel 1981 dalle lotte dei poliziotti democratici carbonari, ha organizzato un convegno a Torino. Sul volantino dell’evento si attaccavano il politicamente corretto, gli immigrati e l’Europa che ha accusato le forze dell’ordine italiane di profilazione razziale.

Tra i relatori c’erano l’eurodeputato della Lega Roberto Vannacci e Marco Rizzo, coordinatore nazionale di Democrazia sovrana popolare. “Ecco che fine hanno fatto le nostre lotte”, dice l’ex carbonaro Orlando Botti. “Il nostro tentativo di fare una rivoluzione culturale è stato sconfitto. E se questo è il presente, il futuro della polizia non potrà che essere peggiore”.

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sabato 21 dicembre 2024

Che significa essere discriminati dalle forze dell’ordine in Italia - Luigi Mastrodonato


C’è una domanda che una persona bianca dovrebbe porsi, in Italia, quando ascolta una persona non bianca che denuncia le modalità con cui è stata sottoposta a un controllo della polizia. A me è mai successo qualcosa di simile, in questi termini? La risposta, tendenzialmente, sarà no.

La profilazione razziale è un problema di lunga data per l’Italia. Un fenomeno sommerso, poco o mal indagato, ma su cui negli ultimi anni ha cominciato ad aprirsi un dibattito. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza definisce la profilazione razziale come “l’uso da parte delle forze dell’ordine, quando procedono a operazioni di controllo, sorveglianza o indagine, di motivi quali la razza, il colore della pelle, la lingua, la religione, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica, senza alcuna giustificazione oggettiva e ragionevole”.

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Le accuse di razzismo alla polizia

In paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito o la Francia le persone non bianche sono fermate molto più di quelle bianche. Questi fermi possono essere brutali e in certi casi hanno fatto delle vittime, come nel caso di George Floyd a Minneapolis e Nahel Merzouk a Nanterre. Le istituzioni stanno provando a fare qualcosa per affrontare il problema. Nel Regno Unito, per esempio, è attiva una banca dati governativa in cui sono riportati i dati dei fermi di polizia delle persone non bianche. In California è stata creata una commissione indipendente. In Francia il consiglio di stato ha riconosciuto almeno a parole l’esistenza di un problema di profilazione razziale nelle forze dell’ordine.

In Italia manca una qualunque forma di riconoscimento istituzionale del fenomeno. Negli ultimi anni hanno avuto una certa eco storie di cronaca: il fermo di polizia piuttosto brutale subìto dall’ex calciatore del Milan Tiémoué Bakayoko, poi giustificato con il fatto che assomigliava a un ladro: il controllo violento di un gruppo di ragazzi e ragazze afrodiscendenti fuori a un McDonald’s a Milano, fatto senza alcun motivo preciso; il sequestro della caserma levante di Piacenza; e l’inchiesta sulla questura di Verona, in cui si verificavano violenze e abusi che colpivano quasi esclusivamente persone straniere. La profilazione razziale ha riguardato anche i negozi etnici o gestiti da stranieri. In questo caso si parla di “vigilanza etnica”.

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La morte di Ramy Elgaml, le periferie e la cittadinanza

Nel 2023 l’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali ha pubblicato il rapporto Essere neri nell’UE. Nel capitolo dedicato ai fermi di polizia in Italia il 40 per cento degli intervistati ritiene che il suo ultimo fermo sia stato dettato da un pregiudizio razziale. Nel settembre 2024 il gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite ha lanciato un monito sul tema della profilazione razziale nel paese, sottolineando che le politiche repressive contro le droghe colpiscono in modo sproporzionato minoranze e altri gruppi vulnerabili. Sempre l’Onu qualche mese prima aveva denunciato il numero sproporzionato di africani e di persone di discendenza africana incarcerati in Italia.

Infine, lo scorso ottobre la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha pubblicato un rapporto sull’Italia in cui è usata 17 volte l’espressione “profilazione razziale” e si sottolinea che le autorità ignorano il problema. La reazione politica contro il rapporto è stata molto dura e dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, agli esponenti del governo Meloni, fino ai sindacati di polizia, si è alzato un coro unanime di solidarietà alle forze dell’ordine. Una mobilitazione collettiva che nel negare l’esistenza del problema lo ha confermato, dando ragione alle conclusioni della Commissione.

In assenza di commissioni, raccolte dati e studi nazionali sul tema della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine, non restano che le storie.

Julia, 29 anni

Ho origini tanzaniane e già quand’ero più piccola le forze dell’ordine mi fermavano in strada mentre camminavo e mi chiedevano il permesso di soggiorno, nonostante io abbia la cittadinanza italiana. Nell’ultimo anno questa cosa è aumentata, sono stata fermata sei-sette volte in Emilia-Romagna, dove vivo.

Una sera ero in auto e una volante mi ha raggiunto e fatto accostare. La macchina era in leasing e hanno cominciato a chiedermi una valanga di documenti che io non ero nemmeno tenuta ad avere e mostrare, come ho scoperto dopo. Comunque, in quel momento non avevo tutto quello che chiedevano e così si sono rifiutati di ridarmi indietro i miei documenti d’identità, dicendo cose come “adesso diventi clandestina”, il tutto con un atteggiamento estremamente aggressivo. Siamo stati lì circa due ore, fino a quando i miei familiari sono arrivati con tutti i documenti dell’auto e mi hanno lasciato andare. È stata un’esperienza molto traumatica. Io ho la cittadinanza italiana ma questo mi ha fatto pensare a cosa può succedere a una persona che non ha i miei stessi privilegi.

Sono stata fermata altre volte in auto, da sola o con amici di origine straniera. Le persone bianche che mi circondano dicono che a loro non succedono queste cose, mi hanno fatto capire che tutto ciò non è normale. Il risultato è che io oggi cerco di guidare il meno possibile per non avere problemi.

Samuel, 31 anni

Ero in un supermercato in provincia di Modena quando io e il mio compagno siamo stati accusati di furto, un’accusa poi archiviata. Gli agenti ci hanno fermato e a me, tamil-srilankese con cittadinanza tedesca, hanno chiesto il permesso di soggiorno. Al mio compagno, italiano, la carta d’identità.

Mentre ci scortavano nel magazzino del supermercato, le differenze nel modo in cui eravamo trattati erano evidenti. Mentre lui camminava accanto a uno degli ufficiali senza essere toccato, io ero tenuto per un braccio con una forza non necessaria. Il mio fidanzato è stato trattato con dignità, mentre io come un sospettato solo per il mio aspetto.

Una volta arrivati alla stazione di polizia, uno degli agenti ha continuato a parlarmi in modo autorevole e irrispettoso, nonostante sapesse che non parlavo italiano. Poi siamo stati messi in celle di detenzione separate per qualche ora e lì sono stato sottoposto a ulteriori umiliazioni. Sono stato malmenato, trascinato per un braccio, spogliato con la forza e umiliato con una perquisizione rettale. Il mio compagno non ha ricevuto lo stesso trattamento degradante.

L’impatto psicologico di questa esperienza è stato profondo e duraturo. L’aggressione fisica e il peso emotivo di essere stato trattato come un criminale solo a causa della mia etnia mi hanno lasciato delle cicatrici profonde. Il disprezzo nei miei confronti mentre ero in custodia ha rafforzato l’idea che la mia umanità fosse secondaria rispetto ai pregiudizi degli agenti.

Shahzeb, 27 anni

Ero sceso sotto casa per buttare la spazzatura quando è arrivata una volante dei carabinieri. Uno mi ha intimato di fermarmi e di dargli un documento, un altro invece ha detto qualcosa tipo: “È solo un pakistano”, come se stessero cercando qualcun altro. Il primo carabiniere ha insistito, voleva i miei documenti altrimenti mi avrebbe portato in caserma. Gli ho spiegato che abitavo lì e che stavo solo buttando la spazzatura, non mi ero portato il portafoglio. La cosa è andata avanti per una decina di minuti, poi si è risolta. Da quella volta mi porto dietro il portafoglio qualunque cosa faccia.

Non è stata l’unica volta in cui mi sono sentito trattato in modo diverso per via delle mie origini. Un giorno, all’alba, sono stato fermato a Padova mentre andavo al lavoro in monopattino. Non hanno creduto che andassi al lavoro, contestando tra le altre cose che non avevo con me uno zaino o una borsa. Mi hanno ordinato di mettere le mani sulla volante dando loro le spalle e hanno cominciato una lunga perquisizione. È stata un’esperienza che mi ha disturbato, la sensazione di avere delle mani addosso, anche nelle parti intime. Un’altra volta mi ricordo che ero alla stazione di Padova, sulla banchina c’erano decine di persone e due agenti che facevano avanti e indietro. Poi sono venuti a chiedere i documenti a me, l’unica persona non bianca del gruppo.

Dopo queste e altre esperienze ora sto molto attento. Quando vado in monopattino o in bici, vedendo le forze dell’ordine in lontananza cambio strada per non avere problemi. I miei amici mi prendono in giro, di recente ero con loro quando la polizia mi ha fermato e sono andato nel panico. Non so mai cosa aspettarmi, potrebbe succedere qualsiasi cosa e soprattutto ora che ho fatto la domanda di cittadinanza italiana vorrei poter stare tranquillo.

Karima, 32 anni

Io ho la cittadinanza italiana, la carnagione chiara e non porto il velo, quindi sono meno presa di mira rispetto ad altre persone di origine tunisina. Nonostante questo a Milano, dove vivo, mi sono sentita più volte discriminata dalle forze dell’ordine, che forse hanno un occhio allenato per queste cose.

Mi capita soprattutto d’estate, quando sono più visibili i tatuaggi con le scritte in arabo, la collana al collo con il mio nome scritto in arabo o la carnagione è più scura per l’abbronzatura. La profilazione razziale però la percepisco soprattutto in aeroporto. Nel 90 per cento dei casi, dopo aver presentato passaporto e carta d’imbarco, sono selezionata per i classici controlli random e quindi a un certo punto ho cominciato a farmi delle domande.

Quando devo viaggiare vado in stazione o in aeroporto sempre parecchio in anticipo perché so che inevitabilmente qualche controllo in più me lo faranno e si andrà per le lunghe.

In generale evito di uscire di casa senza documenti, così da prevenire ogni problema. La profilazione razziale ha avuto un’influenza anche sul mio lavoro di giornalista. A volte ho paura a partecipare a certe manifestazioni o situazioni simili perché già i giornalisti sono presi di mira, i giornalisti razzializzati lo sono ancora di più. È una questione sicuramente psicologica, che nasce però da un vissuto che crea disagio.

Anna Brambilla, avvocata dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi)

Ho lavorato a Ventimiglia con alcuni colleghi e in stazione abbiamo potuto osservare in modo sistematico i controlli mirati da parte della polizia italiana nei confronti di persone con tratti tali da farli individuare come stranieri. La linea del colore si mischia a quella del genere: a essere fermati erano e sono quasi esclusivamente uomini neri, percepiti come migranti irregolari da sottoporre a controlli, che pur essendo di polizia si traducono di fatto in controlli di frontiera.

In altri contesti le cose cambiano. Nelle stazioni del foggiano e del barese per esempio gli uomini neri non sono fermati: è noto che lavorano nella zona. A essere fermati sono piuttosto chi si pensa che provenga da Pakistan, Afghanistan, Turchia o Iraq, presupponendo che possa essere arrivato irregolarmente via mare, attraverso la rotta adriatica.

Nelle aree vicine alle stazioni o nei quartieri in cui c’è un’alta percentuale di abitanti con background migratorio, spesso alla linea del colore e del genere si associa anche la linea dell’età. Il fermo riguarda soprattutto i ragazzi non bianchi. Anche le attività commerciali sono spesso sottoposte a maggiori controlli da parte della polizia municipale o finiscono nel mirino di ordinanze sindacali che impongono orari di chiusura diversi da quelli previsti in altre zone, per ragioni pretestuose e discriminatorie.

Il senso di mortificazione e la violenza percepiti da coloro che subiscono questi controlli emerge solo in occasione di eventi specifici: fermi particolarmente violenti, contestazioni di resistenza a pubblico


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