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lunedì 27 luglio 2026

Io sto con Margherita

 

Sindacato Intercategoriale Cobas

I boss del San Raffaele si sentono offesi.

Commentando il  provvedimento disciplinare del 24 giugno a carico della compagna Margherita, portavoce della RSA del San Raffaele ci eravamo dichiarati “tutti diffidati” perché si intestava proprio nei termini di diffida l'avvio della procedura disciplinare.

Per i boss del  San Raffaele la denuncia dei fatti e dei misfatti nella gestione dell'ospedale e un'onda che ha lasciato il segno.

La linea aziendale criticata  come lontana  anni luce dalla sua missione assistenziali, propria di una istituzione che rimanda a santità, (povero San Raffaele, anche lui diffidato?)   palesa  solo criteri affaristici e una disinvolta corsa a mettere le mani su quote di potere e di denaro.

Con la lesa maestà,  al buon nome e al prestigio violato non certamente dai compagni,  viene addebitata alla compagna e a tutta  la RSU la colpa gravissima di aver detto cose che sono poi state ampiamente ribadite da tutti i media. Fatti  eclatanti ed evidenti a tutti.

 

Nella favola danese “il re è nudo” il bambino non malato di ipocrita piaggeria dice quello che vede. Come nella favola tutti sanno e vedono ma pochi hanno il coraggio di dire e raccontare, non episodicamente come fa certa stampa che si avventa sullo scandalismo, ma lo scempio quotidiano della sanità una volta pubblica e universale.

Margherita, come il bambino di Andersen  ha semplicemente  raccontato una pura verità che tanta paura incute a chi puro non è.


La portata del licenziamento sorprende ed è un vero e proprio salto nel processo di disciplinamento che avviene non a caso proprio a partire dai luoghi di lavoro perché qui si gioca il mantenimento della disciplina che si vuole da caserma.

Quando il non allineamento, la disubbidienza  è espressa direttamente dai lavoratori la repressione è rigorosa ed inevitabile. I novelli Torquemada, però, devono pagare un costo  salatissimo perché con questo fare da inquisitori gettano via l'ultimo orpello che riveste il vero volta di questa democrazia ad uso e abuso del capitale.

Aumenta la repressione ma aumenta anche la sfiducia nelle istituzioni. Si cantano inni al Diritto e alla Costituzione “più bella del mondo” e alle tante forme di libertà formali.

Solo formali, nient'altro che formali e viene svelato il vero ruolo delle forme e delle istituzioni che sono solo travestimenti di una medesima dittatura quella del capitale che opera a livello economico, politico, organizzativo, ideologico e militare.

Se l'obbiettivo da conseguire è il profitto questi non risparmiano  nessuna sacca di socialità e umanità.

Questo  incredibile licenziamento al pari degli interventi delle forze dell'ordine che invadono il ruolo del personale sanitario e determinano  la  tragica fine di Abderrahim Fakir  a Bologna, i delitti le ingiustizie e i morti anonimi sul lavoro  segnano con cadenza quotidiana il  mosaico della democrazia che altri non è se non una “trappola e un inganno per i poveri e gli sfruttati”.

Cara margherita hanno colpito te e si preparano a colpire tutti noi. Siamo con te e ti vogliamo bene. Ma nulla è vano e questa tua vicenda ci aiuta a combattere il pregiudizio democratico e rafforza in noi  la convinzione che l'unica democrazie possibile e quella di classe.

Lunedì 27 luglio ore 11.00 conferenza pubblica in Spianata San Raffaele Via Olgettina MI



Licenziata per aver denunciato la malasanità: sindacalista si incatena davanti all’ospedale San Raffaele

 

Al presidio erano presenti oltre 100 persone e rappresentanti politici. La richiesta della manifestazione è il reintegro di Margherita Napolitano, coordinatrice della Rsu, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e storica delegata Cub

“Giù le mani da Margherita”. È lo slogan del presidio che si è svolto questa mattina all’ospedale San Raffaele di Milano. La richiesta della manifestazione è il reintegro di Margherita Napolitano, coordinatrice della Rsu, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e storica delegata Cub, licenziata con effetto immediato dalla direzione del personale dell’ospedale.

Napoletano sarebbe stata congedata dopo aver organizzato scioperi e proteste e per aver denunciato pubblicamente le carenze di personale, i turni insostenibili oltre che il ricorso a cooperative per la somministrazione di infermieri. La sindacalista aveva anche portato la trasmissione Report nell’ospedale milanese per denunciare l’utilizzo di infermieri di scarsa qualità professionale. Oggi Napoletano ha organizzato l’avvio di uno sciopero della fame e di un presidio permanente con incatenamento. “La vera motivazione è che diamo fastidio come sindacato” ha dichiarato. “Abbiamo denunciato la malasanità nella gestione degli ultimi mesi e speravamo che si risolvesse con il cambio dell’amministratore unico, invece non vediamo una vera discontinuità”. Al presidio, organizzato da Usi Sanità, Cub Sanità Provinciale Milano e Cub Sanità San Raffaele, hanno partecipato oltre 100 persone. Tra questi anche i rappresentanti di Rifondazione Comunista, Sardine, Movimento 5 Stelle, Cgil e Cobas. Inoltre è stata avviata una raccolta firme per il reintegro della sindacalista e in Parlamento è stata depositata un’interrogazione del M5s sulla vicenda da parte della deputata Stefania Ascari.

La sindacalistica reputa assurde le contestazioni disciplinari alla base del suo licenziamento: “Dall’azienda ho ricevuto solo la lettera di congedo e poi mi hanno immediatamente disattivato il badge, non potevo neanche uscire dal parcheggio“. Per questo: “Ci incateniamo e facciamo uno sciopero della fame. Sarà a oltranza, anche di notte staremo qui, fino al reintegro immediato”. Il San Raffaele aveva motivato così il licenziamento: “Le sue condotte integrano un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali e una violazione dei suoi doveri di diligenza e fedeltà, di gravità tale da ledere in modo irreparabile il vincolo fiduciario che costituisce il presupposto essenziale del rapporto di lavoro”.

da qui






LICENZIAMENTO DI MARGHERITA NAPOLETANO dall’ospedale san Raffaele di Milano : PIENA SOLIDARIETA’ - Vito Totire

Non si tratta solo di un – comunque iniquo – atto padronale che colpisce una singola persona ma di una strategia che nega il diritto alla salute pubblica

Intanto è congruo parlare di “tentativo di licenziamento”; infatti il datore di lavoro con questo grave atto di ostilità apre una questione che non si potrà certo chiudere in maniera sommaria. Il fatto è grave in quanto tale (per quel che riguarda la singola

lavoratrice) ma apre una voragine su una piaga cronica che è all’origine delle condizioni di rischio e di costrittività lavorative che pregiudicano da un lato la speranza di salute e di vita dei lavoratori e, nel caso della sanità, anche la speranza di salute e di vita di tutte le persone assistite.

In questo momento stiamo assistendo ad una incredibile PROPAGANDA di datori di lavoro e di istituzioni sul tema della segnalazione e registrazione dei cosiddetti near miss; si usa la lingua inglese come una volta si usava il “latinorum” per cercare di

confondere le idee alla plebe. Una certa retorica sui «near miss» (i quasi incidenti) garantisce che la procedura deve essere no blame; di nuovo niente spazio alla logica del “parla come ti ha fatto mammeta” … ma andiamo avanti. Il concetto «no blame» sarebbe che il lavoratore è incoraggiato a segnalare i “quasi incidenti” e che non deve avere timore di ritorsioni per averlo fatto: alla faccia…

Pochi mesi prima (rispetto all’estensione della pratica relativa alla segnalazione dei «quasi incidenti») era stata recepita la procedura wrist bowling (arridaie con l’inglese!) che significa nei fatti: i lavoratori vivono nel terrore delle ritorsioni e allora occorre consentire che possano fare segnalazioni anonime per varie questioni o episodi riguardanti anche questioni di salute e sicurezza;

LA STORIA E’ BEN NOTA: NEGLI ULTIMI DECENNI OGNI PERSONA (Rls cioè Responsabile della Sicurezza, o no) CHE ABBIA MESSO IN LUCE LA PRESENZA DI RISCHI EVITABILI NEGLI AMBIENTI DI LAVORO E’ STATA QUASI SISTEMATICAMENTE OGGETTO DI REPRESSIONE E AZIONI AVVERSATIVE DA PARTE DEL PADRONE.

NOI COME «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO» ABBIAMO DETTO FIN DAL GIORNO DELLA NASCITA DELLA RETE (26.5.2022 a Modena) che occorre arrivare il giorno prima e non il giorno dopo!

La vera prevenzione consiste nell’individuare e bonificare i fattori di rischio per la salute e la vita dei lavoratori e delle lavoratrici PRIMA che se ne manifestino gli effetti.

Ed è quello che ha fatto Margherita Napolitano. Per cui oggi si tenta di licenziarla con un messaggio molto chiaro: il padrone non riconosce nessun ruolo ai lavoratori e alle lavoratrici, dichiara una sorta si principio di “autodichia” e considera atto di lesa maestà ogni iniziativa che si propone di essere parte attiva nel percorso che tende a garantire salute e sicurezza.

Per questi motivi – premesso che ovviamente Margherita Napolitano è a pieno titolo “una dei nostri” – il tentativo in atto è un attacco a tutte/i lavoratori/lavoratrici e alla loro volontà di fermare omicidi sul lavoro e malattie professionali grazie ad una forte pratica di «non delega».

QUANDO CHI LAVORA (PER VULNERABILITA’, DISORGANIZZAZIONE, PRECARIETA’, CONDIZIONI DI ISOLAMENTO) HA DELEGATO AL PADRONE O A RAPPRESENTANTI PRESUNTI ED AUTODICHIARATI DEI

LAVORATORI, LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO … CIO’ E’ SEMPRE STATO FORIERO DI STRAGI OPERAIE E DI LUTTI.

Dunque chi cerca di licenziare Margherita Napoletano attacca in maniera iniqua una lavoratrice che ha esercitato i suoi diritti/doveri ma attacca anche tutto il movimento dei lavoratori che rivendica e pratica un nuovo protagonismo sul terreno della salute e della sicurezza.

Il comparto della sanità sta andando a rotoli per quello che riguarda la sabità pubblica e ormai è sempre più terra di conquista per il profitto privato con il corollario di gravi rischi, distress, burn out… (**) fino all’esodo di massa di lavoratori e lavoratrici che non sopportano più condizioni di lavoro simil-schiavistiche.

Chi tenta di licenziare Margherita Napoletano vuole fare della sanità pubblica un deserto senza nessun futuro per il diritto alla salute collettiva .

La circostanza necessita la costituzione di un COMITATO NAZIONALE A SOSTEGNO DI MARGHERITA.

(*) Vito Totire è il portavoce della Rete nazionale Lavoro Sicuro

(**) anche distress e burn out sono termini inglesi ma il loro uso è dovuto alla preminenza dell’inglese nel linguaggio medico-scientifico. [NDR]

da qui

giovedì 2 maggio 2024

Un nuovo teorema repressivo si abbatte sul SI Cobas!

𝗜𝗟 𝗧𝗥𝗜𝗕𝗨𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗜 𝗕𝗥𝗘𝗦𝗖𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗗𝗔𝗡𝗡𝗔 𝟮 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗘𝗦𝗧𝗢𝗥𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝟳 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗩𝗘𝗥 𝗦𝗖𝗜𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗜𝗦𝗖𝗥𝗜𝗠𝗜𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗔𝗟𝗜 𝗘 𝗟𝗜𝗖𝗘𝗡𝗭𝗜𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜 𝗜𝗡 𝗣𝗘𝗡𝗡𝗬 𝗠𝗔𝗥𝗞𝗘𝗧

Ci giunge questa mattina la notizia che il Tribunale di Brescia, su richiesta dei PM Silvio Bonfigli e Ambrogio Cassiani, ha condannato in primo grado la Coordinatrice di Brescia Laura Raffelli, il Coordinatore di Milano Alessandro Zadra ed altri sette lavoratori del S. I. Cobas, per gli scioperi in Penny Market di Desenzano del Garda (BS) del 2018-2019. Il capo di imputazione è quello di estorsione da parte dei due coordinatori, con una pena di 2 anni e 6 mesi, che mosso in assenza di reali presupposti ci lascia basiti e amareggiati per la gravità con cui vengono messe sotto la lente d’ingrandimento della repressione le lotte sul lavoro. 7 operai vengono invece condannati per boicottaggio ai danni dell’azienda con pene dai 4 ai 6 mesi. Condanne che di certo non ci lasciano stupiti considerando che il S.I. Cobas si muove in direzione ostinata e contraria alla strada della giustizia borghese, ma che rappresentano un attacco generale alla classe operaia in Italia su larga scala. Ancora una volta le procure attaccano il diritto di sciopero, e ancora una volta viene usata l’estorsione per definire le più banali prassi di trattativa e dialettica sindacale!

Le maglie della repressione si erano già allargate nel 2020 quando 8 tra i lavoratori, e 2 di questi ancora assunti nell’impianto, avevano ricevuto un divieto di dimora dal Comune di Desenzano proprio per aver partecipato alla lotta che metteva in luce il sistema di iper-sfruttamento nei magazzini del supermercato.

Nel 2018 furono proclamati lo stato di agitazione e gli scioperi a seguito dei licenziamenti che investirono 11 operai su 20 assunti dalla “Servizi Associati soc. coop.”. La cooperativa da un giorno all’altro mise in piedi una condotta anti-sindacale licenziando in tronco i nostri iscritti, per un non meglio precisato calo della produttività prodotto dagli operai nel magazzino. All’epoca dei fatti, senza ricevere alcuna comunicazione ufficiale né una lettera di contestazione o un richiamo, gli operai furono cacciati dal posto di lavoro direttamente dal guardiano dei cancelli, che consegnò loro la lettera di “estromissione dalla cooperativa” in qualità di soci-lavoratori impedendogli di svolgere il proprio turno.

 

Una condotta anti-sindacale che non ha fatto esitare il nostro sindacato a scioperare per ottenere il reintegro immediato di tutti i licenziati, a fronte di un procedimento aziendale che da un lato voleva eliminare gli elementi sindacalizzati nel magazzino e dall’altro assumere operai vergini, meglio se costretti subito a piegarsi ai tempi della produttività di Penny Market.

Ma ancora una volta i PM ci accusano di estorsione e tentano di delegittimare il diritto di sciopero. Ancora una volta si ripete la stessa scena di un copione che abbiamo già denunciato essere un teorema giudiziario infondato, e com’era stato per le vicende di Alcar Uno e Levoni, viene usato per ledere la nostra immagine a colpi di accuse sensazionalistiche da prime pagine e di carattere intimidatorio verso i lavoratori che nonostante tutto continuano in massa ad unirsi alla nostra sigla e alla lotta operaia a distanza di anni. L’estorsione stavolta verrebbe denunciata nel contesto di un paventato cambio appalto che a detta dei PM avremmo favorito a tutti costi, usando la lotta sindacale per fare fuori la “Servizi Associati Coop.” in favore di un’altra azienda. Si nota come le accuse fossero partite dai dirigenti aziendali, padroni evidentemente fin troppo infastiditi dalla determinazione con cui avevamo ottenuto condizioni di lavoro dignitose, e preoccupati che il loro margine di mega-profitto dovesse giustamente entrare nelle buste paga a migliorare i salari dei lavoratori. Da ciò possiamo solo evidenziare (se ce ne fosse ancora il bisogno) come lo Stato e i suoi apparati repressivi, traducano le leggi in una giustizia borghese scritta su misura dei padroni, e che nulla ha a che fare con i diritti sociali e con i diritti dei lavoratori. Di fatto tutte le comunicazioni riguardanti la vertenza in Penny Market avevano avuto come oggetto il reintegro dei nostri iscritti.

Chi orchestra questi teoremi dovrebbe perlomeno ricostruire la vicenda e ricordarsi delle 11 famiglie prima lasciate per strada senza più un salario, poi caricate e sgomberate con la forza quando hanno chiesto a gran voce di riavere il proprio posto di lavoro! Le vicende che solo successivamente hanno interessato un cambio-appalto in Penny Market furono invece un affare che non ci riguarda, usato dalla procura come motivo pretestuoso per imputarci di qualcosa e attaccare ancora e ancora il diritto di sciopero dentro e fuori dai luoghi di lavoro.

L’estorsione sembra ormai un articolo del codice penale utile a contrastare con un colpo di martello in tribunale le rivendicazioni sindacali, gli aumenti salariali, la sicurezza sul lavoro e il sacrosanto diritto di sciopero, quando la sola trattativa non serve a far rispettare i diritti sul lavoro. Non vengono mosse le stesse accuse contro le aziende e i dirigenti quando gli operai si infortunano sui luoghi di lavoro, quando perdono la vita e quando non riescono ad arrivare a fine mese per far fronte al caro vita e all’inflazione, e si vedono dimezzati il potere d’acquisto in favore degli affari del Governo nel settore delle armi e dell’economia di guerra.

𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶ò 𝗮𝗱 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿à 𝗺𝗮𝗶 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝗶𝗮: 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗮𝘁𝗼, 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝗹𝗲 𝗮𝘂𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗻𝗮𝗹𝗶, 𝗰𝗶 𝗵𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗲, 𝘀𝗽𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗲 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝗲𝗱𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶! 𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿à 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶. 𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗴𝗶à 𝗽𝗿𝗼𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝘀𝗰𝗶𝗼𝗽𝗲𝗿𝗼 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝟯𝟬 𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝟭 𝗠𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼.

Nel frattempo esprimiamo la massima solidarietà alla compagna e ai compagni e lavoratori colpiti dalle condanne: se toccano uno, toccano tutti! ✊🏻✊🏾✊🏿

Avanti S.I. Cobas! 🚩

Uniti si vince! 🚩

da qui

sabato 6 agosto 2022

sindacalisti in prigione, a Piacenza

Fronte dell’Interporto - Giovanni Iozzoli

Sarà curioso leggere un po’ più approfonditamente le carte della Procura piacentina e del Gip Caravelli, relative all’inchiesta che ha portato all’arresto di sei sindacalisti, oltre che ad allungare a dismisura il già ricco carnet di perquisizioni, provvedimenti amministrativi e denunce che la magistratura di quel territorio ha collezionato negli anni, ai danni del movimento operaio della logistica. Perché se è vero che di solito durante le conferenze stampa si danno in pasto al pubblico le anticipazioni più succose, quello che è venuto fuori dalle dichiarazioni dei magistrati è davvero disarmante. Viene da chiedersi se certe figure siano davvero consapevoli della gravità del loro agire – una retata di sindacalisti nel 2022! -, se siano in grado di valutare la sproporzione tra i loro provvedimenti e gli “episodi contestati”; se si rendano conto che una iniziativa come quella del 19 luglio va ad interferire pesantemente con l’interpretazione e l’applicazione di alcuni fondamentali diritti costituzionali.

La lettura politica di queste inchiesta, apre il giudizio a diverse opzioni: la piccola Procura di Piacenza si è ritrovata dentro una specie di delirio di onnipotenza, convincendosi di essere un organo di garanzia del buon ordine sociale; e quindi, come candidamente ammesso in alcuni stralci dell’ordinanza, ritiene suo preciso dovere “tutelare aziende e multinazionali (sic) che sono una ricchezza del territorio”? In questo caso la Procura, nel vuoto della politica, assumerebbe un ruolo di riequilibrio del rapporto di forze, in un comparto che nell’ultimo decennio ha visto l’insediamento di un sindacalismo, forse a volte caotico e litigioso, ma comunque conflittuale e classista. Oppure stanno arrivando ai magistrati input e segnali dall’alto, circa la necessità di irrigidire le maglie del controllo e della sanzione, in vista di un autunno che si presenta come uno dei più drammatici della storia italiana?

Difficile sbrigliare il nodo dei moventi che possono reggere un’inchiesta così strampalata, indubitabilmente destinata a morire prematura. Come si fa a contestare un’associazione a delinquere sulla base di episodi come la tinteggiatura dell’appartamento di un dirigente del Si Cobas da parte di un iscritto (traffico di influenze)? O il “differenziale” di buonuscita per un delegato licenziato (sì, lo confermiamo ai magistrati: liberarsi di un delegato rompicoglioni costa di più alle aziende, per una elementare legge di mercato). Oppure l’uso dei soldi delle tessere e delle percentuali sulle conciliazioni per gestire i quadri e le strutture sindacali (i Pm di cosa pensano campino gli altri sindacati? Magari hanno i bilanci certificati, ma la sostanza è quella).

La Gip nella sua ordinanza pare ossessionata dall’idea della lobby tentacolare costituita da questi sindacalisti rampanti ai danni delle aziende; ed è surreale pensare che nel paese delle lobbies – spesso occulte e criminali –, i magistrati vadano a caccia di “lobby operaie” dentro i magazzini della logistica. Del resto, la vittimizzazione dell’impresa è uno degli elementi che ricorre più spesso nell’impianto accusatorio: nel mondo alla rovescia dei magistrati, non è il sistema dei sub appalti ad avvelenare le relazioni industriali e la concorrenza; sono piuttosto i lavoratori a vessare i grandi gruppi della logistica con richieste incongrue. Ed è anche comprensibile, tale visione, perché i magistrati sono sottoposti come tutti noi alle medesime narrazioni tossiche: l’imprenditore “chiagn’ e fotte” è ormai una figura onnipervadente del nostro immaginario.

Pm e Gip hanno più volte negato, con scrupolo peloso, che la loro possa essere interpretata come un’inchiesta contro il sindacalismo di base (no: e quando mai?). Si tratterebbe piuttosto di un’azione contro “due specifiche associazioni a delinquere costituitesi all’interno delle sigle sindacali in questione”. Tra l’altro il Gip si occupa, incredibilmente, anche di valutare e censurare le politiche sindacali delle due organizzazioni – Si Cobas e USB – che competerebbero sfacciatamente tra loro per mere ragioni di potere, invece di pensare all’interesse generale dei lavoratori. Magistrati decisamente a tutto campo.

Insomma, se quello che si è letto in questi giorni, è il “meglio” che il menu della casa può servire, l’inchiesta è destinata agli archivi meno nobili della triste storia giudiziaria italiana. Per quanto giuridicamente effimera, l’azione della magistratura piacentina produce però altra repressione, altra sofferenza, mandando segnali intimidatori a tutto un mondo conflittuale e ribadendo esplicitamente che le eccessive richieste economiche contro “le multinazionali” sono un’estorsione e che la contrattazione può diventare un reato.

Bisogna schierarsi esplicitamente dalla parte del sindacalismo di base (come correttamente hanno fatto anche le minoranze in CGIL e tutta la sinistra di classe) e alzare la soglia della mobilitazione tutte le volte che la violenza di Stato si scaglia sulle organizzazioni popolari. Inutili i distinguo e gli attendismi: queste iniziative repressive meritano una lettura e una risposta politica complessiva. E la società e l’opinione pubblica, vanno assolutamente coinvolte: non si può assistere all’indignazione a reti unificate dei nostri TG mentre arrestano gli oppositori a Mosca, e permettere loro di girare la testa dall’altra parte a Piacenza.

Quanto alle Procure, anche senza grandi dibattiti sulla divisione delle carriere, se si stabilisse una norma per cui i Pm sono economicamente responsabili delle spese di certe inchieste farlocche – ingentissime, immaginiamo: 5 anni di indagini, centinaia di ore di intercettazioni, schedature di massa, forze di polizia, interpreti e consulenti all’opera – , certi magistrati, dicevo, smetterebbero di occuparsi della tinteggiatura di interni e comincerebbero a pensare di più alle infiltrazioni mafiose – quelle reali – dentro al “tessuto economico” che vorrebbero preservare dalle orde sindacalizzate.

Il vecchio vizio di certi segmenti di magistratura è sempre lo stesso: pesca a strascico dentro un ambiente o un contesto, protratta per anni, con ogni mezzo di indagine possibile; e poi, su questa mole caotica di carte, l’edificazione di un teorema, solitamente debole o fantasioso. Perché il paradosso italiano, negli inferni della logistica, è sempre lo stesso: sono i rivoluzionari “associati a delinquere”, quelli che, in ultima analisi, difendono la legalità e aiutano lo Stato a recuperare enormi introiti facendo emergere il nero e il grigio delle elusioni fiscali e contributive; mentre la buona borghesia della provincia padana ha assistito in compiaciuto silenzio per un quarto di secolo al proliferare di ogni abuso, truffa e illegalità.

L’inchiesta indugia morbosamente sulle faccende di soldi e contabilità, insinuando il sospetto che tutte le lotte non siano altro che il paravento dei modestissimi introiti di cui vivono i sindacalisti (attività defatigante, in certi ambienti anche pericolosa). Nell’ottica del perbenismo piccolo borghese parlare di soldi è peccaminoso o improprio e suscita immediata diffidenza. In tal modo i magistrati, lisciano il pelo al comune sentire “anti-politico”, al qualunquismo passivizzante: sembrano dire all’opinione pubblica: non vi fidate, sono tutti ladri, non seguite certe bandiere, state a casa che è meglio. Quello che vi serve vi arriverà dall’alto, senza bisogno di agitarvi troppo. I lavoratori – quelli che in questi giorni stanno scioperando e manifestando contro gli arresti – sono raffigurati come bambini ingenui, raggirati da dirigenti marpioni che hanno usurpato la loro fiducia.

Ovviamente non è la vil moneta, al centro dell’attenzione dei magistrati: lo scandalo vero sono i picchetti, le agitazioni senza preavviso, il blocco delle merci, le vertenze aziendali per rinforzare una contrattazione nazionale esangue. La Procura ventila il reato di “sabotaggio” (tipico di un contesto di guerra), e in effetti queste migliaia di lavoratrici e lavoratori hanno rappresentato in questi anni un’efficace avanguardia di sabotatori: hanno sabotato il modello emiliano fondato sulle finte cooperative e il semischiavismo, hanno sabotato le complicità sindacali e il comparaggio politico, hanno sabotato il conformismo omertoso che aveva regnato in certi territori della ricca Padania peggio che in Aspromonte. Altro che i quattro soldi delle conciliazioni: al centro dell’azione della Procura c’è lo scandalo di proletari che si organizzano, che rovesciano le filiere etniche dello sfruttamento in forza operaia, che mettono i piedi nel piatto dell’organizzazione del lavoro, della prestazione, degli orari, della dignità. I “delinquenti associati” di Piacenza sono quelli che in questi anni, dentro ai cancelli degli stabilimenti, hanno paradossalmente soltanto difeso la Costituzione repubblicana – uno dei lavori che gli italiani non vogliono fare più.

Aldo Milani e Arafat sono già al secondo arresto. Abdel Salam Al Nanf, ammazzato a Piacenza nel 2016 nel corso di un picchetto “criminale”, aspetta ancora giustizia. La modifica dell’art. 1677 del codice civile per eliminare la responsabilità in solido del committente negli appalti, è l’ultimo regalo di Draghi ad Assologistica e Confindustria, un attimo prima di cadere. Il Pm Pradella ha subito dichiarato che le manifestazioni non autorizzate di questi giorni saranno oggetto di provvedimenti specifici. Cartoline italiane da Piacenza.

da qui

 

 

 

I molti problemi dell’inchiesta contro i sindacati di base a Piacenza - Isaia Invernizzi

 

C’entrano un’interpretazione controversa del diritto di svolgere attività sindacali e le pessime condizioni di lavoro nella logistica

 

Sabato scorso a Piacenza oltre duemila persone hanno manifestato per chiedere la libertà di sei sindacalisti di SI Cobas e Usb, i principali sindacati di base attivi nei magazzini della logistica, arrestati il 19 luglio su richiesta della procura con accuse gravi: associazione a delinquere, violenza privata, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Alla manifestazione hanno partecipato operai e operaie, studenti, attivisti arrivati da altre regioni italiane e dall’estero. «Le lotte operaie non si processano», diceva lo striscione che apriva il corteo, una sintesi efficace delle contestazioni rivolte alla procura.

Secondo i sindacati di base e i loro avvocati, infatti, l’obiettivo dell’inchiesta sarebbe di reprimere la legittima attività sindacale.

Sono stati arrestati il coordinatore nazionale del SI Cobas, Aldo Milani, e tre dirigenti piacentini, Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli, oltre a due dirigenti dell’Usb, Abed Issa Mohamed e Roberto Montanari. Sono tutti agli arresti domiciliari. Altri due sindacalisti hanno ricevuto l’obbligo di firma e il divieto di dimora a Piacenza, revocato martedì dal giudice per le indagini preliminari in seguito ai primi interrogatori. In totale le persone indagate sono circa un centinaio.

 

Gli arresti si basano sui risultati di una lunga inchiesta iniziata nel 2016. La polizia giudiziaria ha acquisito migliaia di documenti: relazioni della Digos, video delle manifestazioni e delle assemblee trasmesse sulle pagine social dei sindacati, fotografie, approfondimenti sui conti correnti e sulle proprietà immobiliari, comunicati e volantini. La parte più consistente delle accuse si basa su moltissime ore di intercettazioni telefoniche, un’operazione iniziata il 3 dicembre 2018.

Tutto questo materiale è stato riportato in 22mila pagine che presentano la maggior parte delle proteste sindacali avvenute in provincia di Piacenza tra il 2014 e il 2021. I risultati sono stati riassunti nelle 347 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Sonia Caravelli.

La tesi principale della procura è che la lotta sindacale portata avanti da SI Cobas e Usb sarebbe stata organizzata non per rivendicare e ottenere più diritti per i lavoratori, ma per garantire vantaggi economici personali agli arrestati e ai sindacati attraverso una doppia associazione a delinquere, una per ogni sindacato di base.

Le manifestazioni non autorizzate, secondo la procura, sarebbero servite non per conquistare diritti e accordi, ma per inasprire il conflitto con le aziende e la competizione tra le due sigle sindacali, SI Cobas e Usb, entrambe impegnate a imporsi come organizzazione più rappresentativa e ottenere vantaggi come l’aumento delle iscrizioni, dei proventi delle conciliazioni e anche arricchimento personale.

In molti passaggi dell’ordinanza si parla dei proventi delle conciliazioni, cioè delle trattative svolte dai sindacati per ottenere le buonuscite da dare a ciascun lavoratore che viene licenziato: una percentuale di queste buonuscite viene poi riconosciuta ai sindacati per il lavoro svolto.

È questo però un modo legale per finanziarsi, comune a tutti i sindacati. Per la procura, «tali flussi di denaro vanno ad alimentare l’organizzazione di tali sigle sindacali che vivono appunto del conflitto, che rilanciano continuamente e sistematicamente proprio perché da lì ricavano il loro sostentamento derivante dalle nuove affiliazioni (ottenute a fronte dello strappare migliori condizioni per i propri iscritti) e soprattutto dalle conciliazioni».

Ci sono poi riferimenti a rimborsi per biglietti aerei e spese dei sindacati. Una delle contestazioni riguarda le spese per il trasporto degli iscritti del SI Cobas a tutte le manifestazioni, circa 300mila euro in diversi bonifici fatti in un anno da conti correnti del sindacato a due diverse compagnie di trasporti. Secondo la procura, 300mila euro sarebbero moltissimi soldi che suggeriscono la gestione di attività illegali e il reato di associazione a delinquere. Secondo i sindacati mostrerebbero solo come negli ultimi anni la mobilitazione dei lavoratori in provincia di Piacenza sia stata notevole.

Una delle accuse più puntuali riguarda l’accordo ottenuto dal SI Cobas con il consorzio Ucsa: la procura sostiene che siano stati concessi tra 25 e 30mila euro di buonuscita a testa a una cinquantina di lavoratori, mentre a Mohamed Arafat, uno degli arrestati, tra le figure principali dei SI Cobas a Piacenza, l’azienda avrebbe dato 100mila euro (quindi l’accusa è che Arafat avrebbe ricevuto dall’azienda più soldi degli altri lavoratori e si sarebbe arricchito personalmente, non è chiaro in cambio di cosa).

Ad Arafat sono stati contestati anche bonifici del sindacato accreditati sui conti personali per l’acquisto di case in Italia e in Egitto.

Molte delle accuse contro Arafat si basano su una denuncia presentata dall’ex cognato. «Si ha motivo di ritenere che Arafat in effetti abbia utilizzato il sindacato per arricchirsi, con la seria possibilità che abbia addirittura drenato risorse illegali dai conti dell’organizzazione di lavoratori», spiega la procura. «Il tutto strumentalizzando il suo ruolo centrale nella creazione del conflitto e nella successiva gestione delle vertenze conciliative attraverso un sistema consolidato di fittizi rimborsi spesa».

Secondo gli avvocati dei sindacalisti, i singoli episodi non bastano a giustificare l’accusa di associazione a delinquere, e più in generale l’osservazione dei fatti e dell’insieme delle contestazioni si basa su presupposti controversi: l’ampia rappresentatività sindacale è considerata dalla procura un elemento “ricattatorio”, gli scioperi e le proteste una forma di richiesta “estorsiva”. Di fatto, nell’ordinanza molti dei metodi e degli obiettivi dei sindacati di base sono considerati illegali, al punto che alcuni mezzi di informazione hanno ribattezzato le accuse come “reato di sindacato”.

Prevenendo questa critica, i magistrati hanno detto fin da subito di essersi concentrati esclusivamente sulle responsabilità personali degli arrestati.

Sia nell’ordinanza di custodia cautelare, sia durante la conferenza stampa di martedì scorso, i magistrati hanno sostenuto di non aver seguito un intento repressivo nei confronti dell’attività sindacale. «Questa ordinanza non contiene nulla che possa essere definito limitativo o solo offensivo della attività sindacale lecitamente svolta, in relazione alla quale questo procuratore e il questore, e le forze dell’ordine, hanno il massimo rispetto», ha detto la procuratrice capo, Grazia Pradella.

Nonostante le rassicurazioni della procura, come si può notare dalle accuse e dal contenuto dell’ordinanza, l’inchiesta coinvolge inevitabilmente i sindacati di base e i loro metodi in un territorio in cui il settore della logistica è cresciuto in maniera incontrollata, spesso a scapito dei diritti dei lavoratori.

Uno dei limiti più significativi delle indagini, secondo i sindacati e gli avvocati della difesa, è proprio la mancanza del contesto e dei problemi segnalati in anni di lotte e denunce. L’evoluzione del settore della logistica in provincia di Piacenza è importante per capire come e perché si siano sviluppate le proteste al centro dell’inchiesta. In sintesi, il fatto che la logistica fosse un settore completamento non regolato e dove erano poco presenti i sindacati confederali ha reso particolarmente difficile per i sindacati di base ottenere diritti anche minimi per i lavoratori. Questo ha fatto sì che i sindacati di base abbiano fatto ricorso a metodi più radicali di lotta politica, a volte controversi e illegali, ma anche ad alcuni sistemi legali di autofinanziamento che la procura sostiene siano una prova del reato di associazione a delinquere.

Piacenza è uno dei territori con la più alta concentrazione di magazzini della logistica, dove oggi lavorano circa 10mila persone. È in una posizione strategica, al centro della pianura padana: da qui si può spostare in breve tempo una grande quantità di merce in molte regioni italiane. Grazie a persone, mezzi, infrastrutture, magazzini e software, centinaia di migliaia di pacchi ordinati online arrivano quotidianamente nelle case, nel giro di pochi giorni e in alcuni casi in poche ore dall’ordine. I servizi sono costruiti a misura di consumatore, con alle spalle una rete di magazzini sempre più estesa e un sistema di consegne efficiente e veloce. Ogni passaggio è controllato per rispettare i tempi stabiliti e garantire la soddisfazione del cliente.

Dalla metà degli anni Novanta a Piacenza, come nel resto dell’Emilia-Romagna, in Lombardia e in Veneto, la logistica è cresciuta in modo notevole e senza controlli, le condizioni ideali per favorire lo sfruttamento dei lavoratori, prevalentemente stranieri.

L’organizzazione imprenditoriale è basata quasi esclusivamente sul ricorso a cooperative, un sistema poco trasparente di appalti e subappalti in cui la precarietà è strutturale: lo scioglimento dei contratti e gli improvvisi cambi di appalto, resi noti con pochissimo preavviso, ancora oggi sono modi per ricattare i lavoratori ed evadere le tasse.

Spesso gli stipendi vengono pagati in parte con indennità di trasferta, esente da tasse, senza che il lavoratore si sia mai spostato dal magazzino. Oppure si ricorre al metodo del falso part time: su dieci o dodici ore al giorno lavorate, in busta paga ne compaiono quattro o cinque e il resto viene pagato in nero.

Nella catena degli appalti le responsabilità sociali sono diluite e i lavoratori sono più deboli, con poche possibilità di rivendicare i propri diritti. Tutto questo, però, nelle carte della procura non c’è, come non c’è alcun riferimento all’Ispettorato Nazionale del Lavoro nelle indagini.

«Le cooperative hanno avuto almeno 15 anni per fare quello che volevano, fino a quando non sono arrivati i sindacati di base», dice Gianni Boetto, segretario dell’ADL Cobas, sindacato di base tra i primi a entrare nei magazzini della logistica insieme al SI Cobas. «Ogni due anni le cooperative sparivano, cancellavano tutto e mandavano a casa i lavoratori senza che lo stato potesse fare nulla. Le condizioni di lavoro erano assurde: mandavano messaggi per convocare i lavoratori giorno per giorno, c’erano telecamere per controllare ogni movimento, i bagni non esistevano. Era un mondo marcio e siamo orgogliosi di averlo trasformato con le nostre lotte, anche se c’è ancora molto da fare».

– Leggi anche: La logistica in Emilia-Romagna si regge sullo sfruttamento dei lavoratori

Dal 2012, a Piacenza, è iniziata una serie di proteste e rivendicazioni che hanno interessato quasi tutti i magazzini. I sindacati di base hanno raccolto e diffuso l’urgenza di dignità e diritti manifestata da migliaia di lavoratori stanchi di caporalato, salari bassi e pessime condizioni di lavoro. Gli sforzi per cambiare le cose sono stati condotti con azioni molto dure e in alcuni casi considerate illegali. Oltre a scioperi e picchetti, ci sono stati blocchi delle merci, proteste sui tetti, occupazioni, chiusure degli stabilimenti e “scioperi bianchi”, cioè il rallentamento del lavoro pur senza dichiarazione di sciopero.

La tensione è cresciuta con la morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, sindacalista egiziano dell’Usb, ucciso nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 2016, investito da un camion. Eldanf si trovava con altri colleghi all’esterno dei cancelli della GLS, in attesa di avere notizie su una riunione tra i sindacati e l’azienda per discutere della mancata assunzione di 13 operai della Seam srl, un’azienda dell’indotto per il carico e scarico merci del corriere, dopo che era stata promessa da tempo la loro stabilizzazione.

Le azioni dei sindacati di base sono state dure, spesso con modalità più radicali di quelle normalmente impiegate dagli altri sindacati, ma che si sono dimostrate in diversi casi efficaci. Negli ultimi anni in provincia di Piacenza sono stati firmati centinaia di accordi tra aziende e sindacati di base: gli stipendi sono aumentati, c’è una percentuale più alta di contratti a tempo indeterminato e sono stati introdotti nuovi benefit come i ticket mensa o i premi di risultato.

Allo stesso tempo, i sindacati confederali, cioè Cgil, Cisl e Uil, hanno continuato a mantenere un ruolo assai marginale nel settore della logistica, di fatto lasciando tutto lo spazio ai sindacati di base.

Molti di questi risultati non sono previsti dal contratto nazionale, ma dalla cosiddetta contrattazione di secondo livello che consente di trovare accordi singoli tra le aziende e i sindacati. «A Piacenza siamo presenti in 53 magazzini, abbiamo 3.500 iscritti e in ogni azienda abbiamo solo cercato di fare accordi per migliorare le condizioni di lavoro», dice Ruben Mongiovì, esponente del SI Cobas di Piacenza. «Il nostro sindacato di base è cresciuto molto negli ultimi anni, non solo a Piacenza: è per questo che stiamo subendo attacchi repressivi».

Una delle conquiste più significative è stata raggiunta nel 2015 e consiste nella firma dell’accordo tra i sindacati di base SI Cobas, ADL Cobas e alcune delle più grandi aziende della logistica per migliorare il vecchio accordo dei sindacati confederali: il punto più importante prevede, in caso di un cambio di appalto, l’obbligo di assumere lavoratori già occupati a parità di condizioni e il passaggio automatico di livello in base all’anzianità.

In questo modo è stata limitata la precarietà e il potere discrezionale dei responsabili delle cooperative.

Molte delle azioni di protesta avvenute a Piacenza negli ultimi anni sono state descritte nel dettaglio in decine di pagine dell’ordinanza con cui la procura ha chiesto l’arresto dei sindacalisti. In particolare, vengono citate le proteste organizzate in aziende come GLS, Traconf, Nippon Express, Leroy Merlin, Xpo Logistics e Amazon. Tuttavia, non vengono mai citati i motivi delle proteste, spesso definiti «inesistenti», e in generale le condizioni pessime in cui erano costretti a lavorare facchini e operatori delle cooperative a cui venivano affidati gli appalti.

La maggior parte delle vertenze aperte negli ultimi anni a Piacenza, infatti, si è chiusa a favore dei sindacati di base.

Uno dei casi che trovano più spazio nell’ordinanza è la protesta organizzata alla GLS nel 2019, quando per 15 giorni alcuni sindacalisti dell’Usb occuparono il tetto del magazzino per protestare contro il licenziamento di 33 lavoratori deciso come ritorsione nei confronti degli scioperi organizzati per chiedere migliori condizioni di sicurezza. Nelle carte della procura vengono citati molti dialoghi tra i sindacalisti che avevano organizzato la protesta per dimostrare la presunta inconsistenza delle rivendicazioni. Tuttavia, nell’ordinanza non compare la sentenza della Corte di Appello di Bologna che tra il 2020 e il 2021 ha reintegrato tutti i lavori licenziati, esattamente come richiesto dall’Usb con l’occupazione del tetto.

Una parte significativa delle premesse dell’indagine è dedicata inoltre alle denunce presentate da aziende e cooperative attraverso i loro amministratori o direttori del personale.

In una denuncia, il direttore generale di un’azienda afferma che Scagnelli, uno degli arrestati, e altri rappresentanti di SI Cobas e Usb «hanno estorto con la pressione e la minaccia di blocchi, agitazioni e rivendicazioni, il più delle volte inesistenti, l’accoglimento delle vertenze che riguardavano il nostro fornitore Seam, inducendo la parte datoriale a doversi sedere a tavoli di confronto». In questo caso, come in molte altre denunce contenute nell’ordinanza, le aziende accusano il sindacato di minacciare scioperi per avviare delle trattative, che è esattamente uno dei metodi di qualsiasi sindacato per ottenere migliori condizioni di lavoro.

Tra le dichiarazioni ci sono anche le parole di Giancarlo Bolondi, presidente del consiglio di amministrazione della società Premium Net. La procura riporta la sua testimonianza senza però specificare che Bolondi è stato arrestato nel luglio del 2018 dalla Guardia di Finanza di Pavia nell’ambito dell’operazione chiamata “Negotium” con l’accusa di caporalato, dalla quale è stato assolto in primo grado (assoluzione contro cui la procura ha presentato ricorso), e di frode fiscale per 15 milioni di euro, per cui è stato condannato in primo grado.

Secondo l’accusa, Bolondi è stato a capo, tra il 2012 e il 2018, di una rete di consorzi e cooperative attraverso la quale avrebbe reclutato manodopera in condizioni di sfruttamento, lavoratori tenuti costantemente sotto la minaccia di perdere il lavoro per costringerli ad accettare condizioni diverse rispetto ai contratti nazionali su turni, ferie e riposi.

L’ordinanza non tiene conto nemmeno delle tante inchieste che hanno rivelato infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore della logistica. Anche qui, come in altre regioni, mafia, camorra e ’ndrangheta sfruttano i sistemi poco trasparenti delle cooperative per riciclare i proventi delle loro attività illegali. Negli ultimi anni ci sono state alcune aggressioni ai sindacalisti da parte di picchiatori assoldati dai clan per impedire gli scioperi e sono state emanate molte interdittive antimafia a diverse aziende per «rischi di condizionamento da parte della camorra».

«È importante che ci sia un controllo capillare su questi datori di lavoro, perché qui stanno arrivando la mafia e la camorra attraverso le cooperative che prendono gli appalti», ha detto a Micromega Paolo Campioni, delegato provinciale dell’Usb di Piacenza. «Sembra assurdo: la procura attaccando noi sta facilitando il lavoro all’illegalità».

In una delle intercettazioni citate nell’ordinanza si parla di un contributo di solidarietà di 150 euro, la “cassa di resistenza”, chiesto ai lavoratori per sostenere le spese per la difesa di Aldo Milani, il coordinatore del SI Cobas, tra gli arrestati, in un procedimento giudiziario per estorsione in cui era stato coinvolto a Modena.

In questo caso la procura spiega che «la vicenda a cui si fa riferimento è quella che ha visto Aldo Milani a processo per estorsione ai danni di un’impresa alla quale costui aveva chiesto l’erogazione di decine di migliaia di euro per alimentare una “imprecisata cassa di resistenza” dietro la minaccia di alimentare il conflitto sindacale». La “cassa di resistenza”, un modello di autosostentamento molto diffuso tra i sindacati di base, viene citata più volte nell’ordinanza come prova di un vantaggio economico personale per Milani.

Nei documenti si cita l’inchiesta per estorsione in cui Milani è stato coinvolto, senza però rendere conto dell’esito. Milani fu arrestato nel 2017 dalla procura di Modena, accusato di aver ricevuto soldi per sospendere le proteste dei lavoratori nella fabbrica Alcar Uno di proprietà della famiglia Levoni.

Durante il processo emerse che in realtà Milani non aveva ricevuto nessuna mazzetta: nel maggio del 2019 era stato assolto per non aver commesso il fatto. La procura aveva presentato ricorso. Nel 2020 la Guardia di Finanza aveva poi sequestrato 90 milioni di euro all’azienda Alcar Uno per evasione fiscale e mancato pagamento dei contributi. «Grazie alle lotte e alle denunce dei sindacati di base, lo stato ha recuperato milioni di euro di tasse e contributi che non venivano pagati», dice Boetto, segretario dell’ADL. «Ci accusano di essere delinquenti e considerano l’attività sindacale come qualcosa di illegale, ma grazie al nostro lavoro abbiamo consentito di scoprire illegalità e soprattutto conquistare condizioni di lavoro dignitose».

Secondo Alessandro Delfanti, sociologo, piacentino, professore all’università di Toronto e autore del libro The Warehouse: Workers and Robots at Amazon (Il Magazzino. Lavoro e robot ad Amazon), in Italia e in particolare in Emilia-Romagna c’è molta più attenzione delle procure e delle forze dell’ordine sull’attività dei sindacati di base rispetto ad altri paesi, nonostante le azioni e le proteste siano molto simili.

Come rilevato dal giornalista Lorenzo D’Agostino, nella sola provincia di Modena tra il 2018 e il 2020 sono stati avviati 480 procedimenti penali contro lavoratori di SI Cobas e Usb che hanno partecipato a proteste davanti alle aziende. Moltissime sono anche le denunce e i procedimenti penali avviati dalla procura di Piacenza, come dimostra l’inchiesta.

«Il caso Piacenza è peculiare perché ha un’anomalia all’interno di un ciclo globale della logistica», ha detto Delfanti in un’intervista alla Libertà. «Gli scioperi, i blocchi, i picchetti sono diventati pane quotidiano nei porti di Rotterdam, Los Angeles, Hong Kong. Insomma, questi metodi di lotta sono diffusi. La caratteristica piacentina sembra essere invece il carico anomalo di denunce, arresti, repressioni che tali lotte si portano poi dietro. Fare pressioni sul datore di lavoro per ottenere condizioni migliori sul contratto di lavoro o “gareggiare” con altri sindacati per avere più tessere è né più né meno il mestiere del sindacato».

All’inizio di agosto, probabilmente il 3, il tribunale del riesame di Bologna sarà chiamato a discutere il ricorso contro le misure cautelari presentato dagli avvocati dei sindacalisti accusati. Negli interrogatori di garanzia i sindacalisti hanno rilasciato spontanee dichiarazioni ricostruendo tutte le principali vertenze e il contesto di sfruttamento e precarietà da cui sono nate.

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