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mercoledì 16 settembre 2026

I fascisti della fine dei tempi stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara - Naomi Klein e Astra Taylor

 

Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli.

(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)

Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva, persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.

Marta Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia venissero «colonizzati».

Colonizzare lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

Com’era prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.

Finora, la precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e consapevolmente antifascista.

La vivace e dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.

Poco prima del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?

Come l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile creatività dal basso.

Le proteste di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra, indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più cosmologiche.

Da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.

Un’assenza di meraviglia

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Lo si vide in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera», diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del nostro pianeta.

«Ogni giorno ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che, improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità», scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti noi».

Forse l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.

«È così curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita; riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»

L’osservazione evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure, nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore di quanto meritino.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene.

Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

L’antitesi del fascismo

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center, ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono, stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Mamdani spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa, sporca e disfunzionale.

Era l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian. «Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale, multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».

Dentro questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Le reti umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto ciò che possiedono.

Alcuni mondi devono finire

Quelle storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati. I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Per fortuna non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie, internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale, fieramente legato alla Terra.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

Non abbiamo scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di questo luogo.

Questo saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living World, in uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice dell’Università della British Columbia.

Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt Collective.

da qui

giovedì 27 agosto 2026

Giorgia Meloni, il fascismo e la miseria umana - Lavinia Marchetti

Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.

Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.

Ma andiamo all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:

«Credo che ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di andare controcorrente».

La «parte scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.

Nel 1996, a diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre 1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.

Però ha dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari». Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.

Arriva poi la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:

«Chiaramente, se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio, finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie, trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere criminale del regime era già visibile ai contemporanei.

La domanda finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la coglie

Cohen ricorda che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta dai suoi scritti:

«Conosco il nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Ecco che l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare» di Meloni ha una memoria molto selettiva.

Poi compare Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica «con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:

«Ci ha insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale».

Quei meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel 1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei». Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.

Quale parte di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la «dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.

Il fascismo fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna complessità. Solo infamia e disonore…

Gaia Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.

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martedì 25 agosto 2026

Chiude Rai scuola e nasce ITALIANA! - Matteo Saudino

 


Chiude Rai Scuola: da ottobre verrà sostituito da “Italiana”. La protesta: “Parlare di identità territoriale nel 2026 sembra una barzelletta” - Alex Corlazzoli

Dopo 27 anni di trasmissioni, Rai Scuola, il canale educational della TV di Stato chiude tra le polemiche delle opposizioni, del mondo dell’istruzione e di molti autori che hanno lavorato al progetto. Dal primo ottobre al suo posto, sul Canale 57, andrà in onda “Italiana”, un format “interamente dedicato al racconto dell’identità del Paese sui territori“. I contenuti dedicati agli studenti finiranno solo su Rai Play e su una piattaforma digitale.

La decisione – presa dal Consiglio d’amministrazione sulla base degli ascolti – ha stupito soprattutto gli insegnanti che hanno promosso una petizione online che in poche ore ha raccolto oltre 36mila firme. Tra i più sorpresi c’è il professore Enrico Galiano che durante la pandemia, su Rai Scuola, aveva partecipato alla trasmissione la “Banda dei fuori classe”, una sorta di grande aula virtuale: “Sembra una barzelletta parlare di identità territoriale nel 2026 sacrificando una risorsa come Rai Scuola che con i suoi contenuti, documentari, interviste ha contribuito ad accrescere la cultura degli italiani”, spiega il noto scrittore a IlFattoQuotidiano.it.

A scendere in campo contro la Rai è anche la senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle che sul suo profilo Facebook ha scritto: “Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni ci ha abituato al revisionismo storico. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare: dettare l’agenda anziché inseguirla, aprire spazi, educare, formare, elevare”. L’ex presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (dal 2 luglio l’opposizione in blocco ha rassegnato le dimissioni ndr) aggiunge: “Assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate”.

Dura anche la responsabile Scuola del Partito Democratico, Irene Manzi che al nostro giornale spiega: “Rai Scuola è stata uno strumento di arricchimento non limitato alla comunità scolastica. Ora andrà in onda la TV del Made in Italy. La dirigenza Rai con questo modello sta impoverendo il servizio pubblico. Lo share non può essere l’unico strumento di giudizio”.
Sul caso il Pd ha presentato anche un’interrogazione ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito senza avere per ora risposte. Anzi. Giuseppe Valditara, sentito da IlFattoQuotidiano.it, ha preferito non commentare.

Intanto, il Cda della Rai è intervenuto per dare la sua versione: “Non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola. La sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay. La scelta, che s’inserisce nel più complesso progetto di rivisitazione dei canali specializzati atteso da anni e finalmente in via di attuazione, nasce dalla necessità di adeguare il servizio pubblico alla fruizione delle nuove generazioni“.

A viale Mazzini si fanno forti dello share: “I dati di ascolto confermano che il canale lineare di Rai Scuola raccoglie un ascolto molto contenuto: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Si tratta di dati che evidenziano i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico”. Una lettura contestata da Silvia Bencivelli, una delle autrici che ha collaborato con la TV di Stato. La giornalista che per prima ha sollevato il caso attraverso i social spiega su Facebook: “Rai scuola negli ultimi due anni è vissuta quasi solo di repliche. Ed è così che muore un canale tv, anche prima che il suo posto venga preso da altre programmazioni”.

Addio, quindi, a una parte della storia della televisione italiana: nata nel 1999 con il nome di Rai Educational Sat, dal 2002, dopo lo sdoppiamento del canale, aveva cambiato nome in Rai Edu 1 e nel 2009 in Rai Scuola. Da ottobre anziché parlare di scienza, storia, libri e innovazione i telespettatori vedranno “un racconto emotivo dell’Italia. Il concept – spiega il comunicato ufficiale della Rai – valorizza un “mosaico” di persone, paesaggi, tradizioni e trasformazioni, con focus su luoghi/borghi, artigianato e impresa, made in Italy, natura/ambiente, enogastronomia, turismo del patrimonio, eventi/folklore, innovazione e sostenibilità, musica/cultura popolare”.

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venerdì 14 agosto 2026

Continuiamo a dire che il fascismo è passato: in questo disinteresse rinasce il pericolo - Marco Aime

Continuiamo pure a dire che non è vero che ci sono fascisti, che il fascismo è una cosa del passato, che figuriamoci se oggi… La sostituzione etnica? Ma sono modi di dire, non pensava davvero a quello; la limitazione alla libertà di stampa? In fondo a chi interessa, i giornalisti poi si sa, sono antipatici ai più; bocciare gli studenti che protestano? Censurare ogni voce che non corrisponda al dettato del governo? Infischiarsene delle regole (me ne frego!); ostentare frasi razziste (“È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti” recitava il punto 7 del Manifesto della razza).

No, si fa finta di niente, si sminuisce, si ha quasi paura di dire che il dettato democratico si sta incrinando e dalla crepa che si apre inizia fuoriuscire un alito pericoloso, infetto. Non solo in Italia, in tutta Europa. In una bellissima lezione sugli ultimi mesi prima della Seconda Guerra Mondiale, Alessandro Barbero metteva in rilievo come i primi atti di Hitler fossero stati sottovalutati, sminuiti, fino a trovarsi poi travolti da un conflitto planetario. Anche in Italia si sottovalutò l’ascesa di Mussolini o peggio la si agevolò, purché non vincesse la sinistra, per poi trovarsi per vent’anni sotto una dittatura. Oggi purtroppo non è certamente la paura della sinistra a favorire l’ascesa delle destre, è la perdita della memoria, la stanchezza del pensiero, l’ignavia collettiva, la privatizzazione delle nostre vite. “C’è solo la strada…” cantava il compianto Giorgio Gaber, ma le strade sono percorse da auto frettolose di tornare nelle case. Gli sguardi sono fissi sullo smartphone, non sulle piazze.

È in questo disinteresse, in questa tendenza a non dare importanza, che rinasce il pericolo di un tempo. Quello che Umberto Eco ha chiamato l’UR-Fascismo, quello per cui il disaccordo è tradimento, che guarda con sospetto la cultura (abbiamo un ministro delle Infrastrutture che si vanta di non avere letto libri), che privilegia il binomio “terra e sangue”, che parla una lingua povera o peggio la neolingua di orwelliana memoria: dire una cosa pensandone un’altra, camuffare la realtà con parole false. “L’UR-Fascismo può ancora ritornare sotto le spoglie più innocenti” scrive Umberto Eco, parafrasando Primo Levi (“È accaduto, può accadere ancora”), ma conclude: “Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

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sabato 8 agosto 2026

I miliardari all’attacco dei diritti umani - George Monbiot


Niente più resistenza negli Stati Uniti. Fine dell’era dei diritti umani e dissenso vietato. Questo è ciò che vogliono alcuni miliardari e i loro tirapiedi, e questo è ciò che stanno cercando di ottenere in tutto il mondo. Se non resisteremo, se il nuovo primo ministro britannico sarà debole e manipolabile come il precedente, è ciò che avremo. Siamo sulla buona strada.

I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni nel Regno Unito hanno ceduto a una campagna globale per sopprimere le nostre libertà fondamentali, condotta da oligarchi e multinazionali con l’aiuto dei mezzi d’informazione che controllano e dei centri studi spazzatura che finanziano. Questa campagna globale è diventata il marchio di fabbrica del secondo mandato di Donald Trump.

Nel corso di un vertice internazionale organizzato dal governo degli Stati Uniti all’inizio di luglio, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump – Marco Rubio, Stephen Miller e Scott Bessent – hanno spiegato di aver reindirizzato il lavoro dell’antiterrorismo dal jihadismo alla “sinistra radicale”. La maggior parte degli esempi che hanno citato per giustificare la svolta risalivano a più di trent’anni fa. Sono dovuti tornare agli anni settanta del novecento per trovare esempi sufficientemente minacciosi. Quando si dice raschiare il fondo del barile.

Analogie inquietanti

Senza produrre uno straccio di prova, Rubio, il segretario di stato, ha affermato che il governo cubano è “indissolubilmente legato a gruppi e movimenti di estrema sinistra in tutto l’occidente e anche oltre”. La settimana successiva il dipartimento di stato ha cercato di giustificare questa dichiarazione pubblicando un rapporto in cui, con stratagemmi tra l’inconsistente e il ridicolo, tentava di collegare al governo cubano parlamentari, giornalisti e attivisti di sinistra.

Si tratta di una strategia consolidata, usata abbondantemente dai nazisti, tra gli altri: secondo questi ultimi tutti i dissidenti facevano parte, per definizione, di un complotto comunista internazionale. Anche la Germania nazista, come Rubio, sosteneva inoltre che “è arrivato il momento di distruggere per sempre le forze del male”.

Ma le analogie con il nazismo non finiscono qui. Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha fatto la seguente affermazione: “Nessuno di quelli che manifestano sembra una persona normale. Nessuno. Sono tutti in qualche modo deformi, nell’aspetto, nel vestiario o nel comportamento. Le loro caratteristiche esteriori riflettono il rancore che covano dentro”. Sono sorpreso che non abbia usato la parola tedesca “untermenschen” (esseri inferiori, ndr). Il governo statunitense, secondo Miller, promuove invece “una vita normale, sana e ordinata”.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’attacco di Miller al principio della jury nullification (assoluzione per volontà della giuria, ndr), in base al quale, secondo lui, le giurie popolari assolvono persone “chiaramente colpevoli”. Da anni governi illiberali e giudici conservatori di tutto il mondo si battono per cancellare questa prerogativa delle giurie popolari (che possono assolvere imputati ritenuti colpevoli quando considerano una determinata legge ingiusta o troppo severa, ndr). L’abbiamo visto nel Regno Unito con il processo a Trudi Warner e altri, accusati di aver esposto cartelli che enunciavano un antico principio del diritto inglese: “I giurati hanno il diritto assoluto di assolvere un imputato secondo coscienza”.

Lo stiamo vedendo ancora con l’incredibile incriminazione dell’avvocato Rajiv Menon KC, che aveva ricordato questo diritto ai giurati durante il processo agli attivisti di Palestine action. Menon è diventato il primo avvocato nella storia inglese a essere incriminato per oltraggio alla corte per i contenuti della sua arringa finale. In caso di condanna rischia fino a due anni di prigione e la radiazione dall’ordine. Penso sia ragionevole dire che incriminare un avvocato per aver difeso i suoi clienti corrisponda alla definizione di stato autoritario.

L’abbiamo visto anche nell’attacco di Keir Starmer (ex primo ministro laburista, ndr) ai processi con giuria popolare, che ha avuto come risultato la limitazione, senza alcuna giustificazione, della nostra più solida garanzia contro le ingiustizie.

Starmer è stato un capo di governo debole, senza una chiara visione, facilmente condizionabile da qualsiasi lobby statale o aziendale. Non ha saputo opporre alcuna resistenza a una campagna internazionale ben finanziata e molto efficace. Una rete finanziata da multinazionali e miliardari, che comprende tra gli altri l’American legislative exchange council, sta mettendo a punto “modelli normativi” da testare in paesi amici. Se funzionano, la rete si attiva affinché siano adottati altrove. Il risultato è un attacco costante al nostro diritto di manifestare, all’uguaglianza politica e a un pianeta abitabile.

Una lunga serie di leggi anti-protesta

L’offensiva globale contro i nostri diritti fondamentali è un obiettivo centrale delle destre. Il principio base è che il capitale, essendo transnazionale, deve poter stroncare le nostre obiezioni ovunque. La lunga serie di orribili leggi anti-protesta adottate nel Regno Unito è il risultato di una campagna coordinata portata avanti da centri studi spazzatura, mezzi d’informazione e altri governi. Oggi nel Regno Unito ci sono centinaia di prigionieri politici ed è possibile essere condannati a sei mesi di prigione per aver marciato con passo lento per strada.

Queste leggi repressive hanno raggiunto il culmine, almeno finora, con una normativa approvata dal parlamento ad aprile che permette alla polizia d’interrompere qualsiasi protesta che a suo parere abbia un “impatto cumulativo” sulla comunità. Nel corso della storia le uniche proteste che hanno raggiunto i loro obiettivi sono quelle che hanno avuto un “impatto cumulativo”. In sostanza, le proteste sono considerate accettabili solo quando sono inutili. I cittadini sono liberi di dire quello che vogliono, purché la loro voce non arrivi alle nostre orecchie.

Le nuove leggi sono state accompagnate dalla vecchia strategia, tradizionalmente associata ai regimi fascisti, che consiste nel calunniare i dissidenti etichettandoli come terroristi. Come ha sottolineato l’ong per i diritti umani Liberty, la definizione di terrorismo è stata ampliata fino a includere forme di protesta in precedenza pienamente accettate. È questo che ha permesso al governo Starmer di mettere al bando Palestine action.

Il giudice Jeremy Johnson, che ha incriminato Menon per oltraggio alla corte, è stato anche il primo a fare ricorso, nello stesso processo, ai poteri straordinari inseriti senza clamore dai conservatori nel testo del Sentencing act del 2020. Questi poteri permettono a un giudice di condannare un imputato per reati diversi rispetto a quelli per cui è stato incriminato. I quattro attivisti di Palestine action erano accusati di reati comuni. Tuttavia, senza informare la giuria, Johnson ha evocato una “connotazione terroristica” e li ha condannati per reati di terrorismo, che ovviamente comportano pene molto più severe.

Il suo esempio è stato subito seguito da un collega: altri manifestanti per la Palestina che avevano spruzzato vernice rossa e rotto i vetri di una filiale della Barclays Bank rischiano di essere condannati per terrorismo, anche se né loro né i giurati erano stati informati di questa possibilità durante il processo. Questo implica, naturalmente, che non hanno avuto la possibilità di difendersi da quest’accusa più pesante.

Niente è più al sicuro di fronte a quest’offensiva coordinata contro l’umanità. Nessuno dei nostri diritti, per quanto antico e consolidato, è inespugnabile. Dobbiamo opporci adesso o rischiamo di perderli, forse per sempre.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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venerdì 24 luglio 2026

L'Ombra del Nuovo Maccartismo: Il rapporto sul "complotto cubano" e la svolta autoritaria negli USA - Chris Hedges

Il rapporto di 100 pagine del Dipartimento di Stato sulla "campagna di sovversione di Cuba contro gli Stati Uniti", insieme all'affermazione di Donald Trump secondo cui "agli americani è stato palesemente mentito sulla sicurezza delle nostre infrastrutture elettorali", getta le basi per una dittatura.

Le elezioni saranno sabotate in nome della "sicurezza nazionale". Il dissenso di sinistra sarà criminalizzato in nome della "lotta al terrorismo". La democrazia sarà soffocata in nome della protezione della "libertà".

Trump, che ultimamente ha preso l'abitudine di lanciare avvertimenti su un complotto comunista per impadronirsi dell'America, sostiene che un'isola di 9,6 milioni di persone – quasi il 90% delle quali vive in condizioni di estrema povertà a causa di prolungati blackout dovuti a decenni di guerra economica statunitense – rappresenti una minaccia esistenziale.

Queste accuse non sono razionali. Come le accuse di manipolazione elettorale, sono pretesti trasparenti per attaccare istituzioni e individui percepiti come una minaccia al potere assoluto di Trump e del Partito Repubblicano. Mentre Cuba avrebbe "portato a termine una delle infiltrazioni di intelligence straniera più durature e dannose della storia americana", Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, così come gruppi non statali, "hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi".

Sotto la voce "Gruppi di facciata e simpatizzanti", il rapporto raccoglie un insieme eterogeneo di organizzazioni appartenenti alla "rete ideologica" cubana.

Ad esempio, la Interreligious Foundation for Community Organization (IFCO), fondata come organizzazione ecumenica per la giustizia sociale dalla Chiesa presbiteriana, viene descritta come parte di una "rete di solidarietà" cubana che "facilita l'agitazione radicale all'interno degli Stati Uniti".

Sono un ministro presbiteriano ordinato. Posso assicurarvi che la Chiesa presbiteriana non sta favorendo "l'agitazione radicale".

Il rapporto elenca una vasta gamma di organizzazioni per conto delle quali l'IFCO ha agito da intermediaria – in modo perfettamente legale – facilitando donazioni esenti da tasse e gestendo le sovvenzioni, la conformità e la rendicontazione. Tra queste figurano The Jericho Movement, Equality for Flatbush, Claudia Jones School, Haitian Women for Haitian Refugees, changingFrequencies, Viva Palestina US e The People's Forum, che il rapporto descrive come "un importante gruppo attivista nella rete ideologica cubana negli Stati Uniti".

La National Lawyers Guild (NLG) e i Democratic Socialists of America (DSA) vengono aspramente criticati nello stesso capitolo. La NLG "è una delle organizzazioni più persistentemente rilevanti e insidiose nella rete cubana negli Stati Uniti".

Il rapporto prosegue:

L'associazione di avvocati di estrema sinistra e attivisti radicali di strada ha svolto un ruolo chiave in una quota sproporzionata del terrorismo e della violenza di estrema sinistra che hanno afflitto gli Stati Uniti dagli anni '60 ad oggi. Nel corso della sua storia, ha mantenuto stretti legami con Cuba e altri regimi comunisti e ha cercato esplicitamente di promuovere le cause dell'estrema sinistra internazionale, anche lavorando per difendere e agevolare il terrorismo e la violenza estremista, dal Weather Underground degli anni '70 ai violenti militanti di BLM e alle cellule terroristiche di Antifa di oggi.

L'NLG è considerata un'operazione di influenza straniera perché fornisce assistenza ad attivisti il cui diritto alla rappresentanza legale è sancito dalla Costituzione.

Nel 2025, l'amministrazione Trump ha subordinato i finanziamenti federali all'Università di Harvard al taglio dei fondi e allo scioglimento della sezione della facoltà di giurisprudenza della National Lawyers Guild (HLS NLG), che forniva assistenza legale a individui e gruppi studenteschi opposti al genocidio.

Una sezione del rapporto è dedicata alle attiviste contro la guerra di CODEPINK e alle loro co-fondatrici Medea Benjamin e Jodie Evans. Viene evidenziato come al matrimonio di Evans con il ricco imprenditore del settore informatico Neville Roy Singham abbiano partecipato personalità di spicco del progressismo, tra cui la co-conduttrice di Democracy Now! Amy Goodman, il co-fondatore di Ben & Jerry's Ben Cohen e la drammaturga V (precedentemente nota come Eve Ensler), autrice de I monologhi della vagina.

L'elenco degli invitati a un matrimonio è uno dei passaggi più bizzarri.

Il rapporto esagera grossolanamente l'influenza del sostegno di Singham alle organizzazioni di sinistra — descritte come "di estrema sinistra" — ignorando al contempo le ingenti somme fornite da aziende statunitensi, milionari e miliardari, nonché dalla lobby israeliana, ai due principali partiti politici, ai super PAC, ai think tank e alle reti di pressione.

Israele esercita un'influenza ben più insidiosa sulla politica estera e sulla politica interna degli Stati Uniti rispetto a Cuba, Russia e Cina messe insieme.

Il Dipartimento di Stato attacca i cofondatori del Forum Popolare, Manolo De Los Santos e Claudia De la Cruz.

Si basa su documenti spesso risalenti a decenni fa e intrisi della paranoia della Guerra Fredda. Tra questi, un rapporto del Senato del 1966 che afferma l'esistenza di "prove schiaccianti del fatto che l'apparato governativo cubano si sia progressivamente organizzato nel corso degli anni per svolgere il suo compito principale: l'esportazione della sovversione comunista".

Ignora valutazioni più ponderate, tra cui una stima della CIA del 1981 che riconosceva come "gran parte dei disordini nel mondo siano radicati in dispute regionali e locali di natura politica, sociale o religiosa e non abbiano nulla a che fare con il comunismo".

In un capitolo intitolato "Turismo rivoluzionario", la Brigata Venceremos ("Vinceremo") viene descritta come una delle "operazioni di infiltrazione più estese e pericolose mai intraprese da una potenza straniera contro gli Stati Uniti". Questa affermazione diffama migliaia di individui e organizzazioni, presentandoli come agenti cubani, e non offre altro che insinuazioni.

Nell'elenco figurano "il fondatore di Mother Jones" (sebbene i fondatori fossero quattro), insieme a "diversi altri [non nominati] noti direttori di riviste, leader di potenti sindacati e gruppi di pressione, dirigenti di think tank e una serie di professori delle migliori università statunitensi" come "ex allievi" della Brigata.

Trasportare beni umanitari a Cuba non è un reato. Tuttavia, la richiesta di estradizione da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense nei confronti della filantropa Fergie Chambers, che ha fornito fondi a organizzazioni umanitarie a Gaza, potrebbe portare alla criminalizzazione di qualsiasi persona o gruppo che presti assistenza a coloro che soffrono a causa delle sanzioni e del blocco.

Il rapporto attacca i membri del "Convoglio Nuestra América" del marzo 2026, che ha trasportato merci a Cuba "sfidando le sanzioni statunitensi". Sottolinea che 120 organizzazioni "provenienti da 33 paesi diversi si sono unite alla carovana", insieme a "una serie di influenti progressisti, tra cui Isra Hirsi, figlia della deputata statunitense Ilhan Omar, lo streamer e commentatore di videogiochi Hasan Piker — con cui ho discusso del mio libro A Genocide Foretold l'anno scorso —, l'ex leader del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn e diversi altri membri, attuali ed ex, del Parlamento europeo". Viene menzionato persino Thiago Avila, attivista della flottiglia di Gaza che ho intervistato il mese scorso dopo che era stato torturato dai soldati israeliani.

Le persone elencate nel rapporto non sono diventate "radicali" a causa dell'indottrinamento cubano. La loro politica è autoctona, formatasi in opposizione al razzismo, al genocidio, alla violenza della polizia, al terrorismo e all'uccisione di immigrati e cittadini statunitensi da parte dei criminali dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e al neoliberismo, nonché ai crimini dell'imperialismo e del militarismo statunitensi.

Il rapporto fa fugace riferimento a una vasta gamma di persone basandosi su presupposti talmente deboli che bisogna leggerlo per crederci.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, viene citato per essersi rifiutato di "condannare" un "omaggio ad Assata Shakur", quasi certamente incastrata per omicidio e fuggita a Cuba dopo essere evasa da una prigione statunitense nel 1979.

Il documento dedica due paragrafi alla sindaca di Los Angeles, Karen Bass, per la sua "cordialità nei confronti del regime comunista". La prova addotta è la sua partecipazione a una delegazione del Congresso che accompagnò l'allora presidente Barack Obama in visita sull'isola.

Secondo l'accusa, gli agenti cubani "mantengono una presenza capillare in centinaia di gruppi di facciata, organizzazioni di attivisti, centri di solidarietà e reti ideologiche di ONG e organizzazioni non profit. Questi gruppi rappresentano collettivamente uno dei vettori di influenza straniera ostile più grandi, sofisticati e pericolosi nella storia moderna americana". Cuba avrebbe "infiltrato i più alti livelli del governo statunitense, reclutato e formato generazioni di attivisti americani [e] sostenuto un'ondata senza unprecedented di terrorismo di sinistra sul suolo americano".

Notate la parola terrorismo. Notate che essa rende questi individui e queste organizzazioni terroristi. Notate che li rende soggetti a leggi antiterrorismo draconiane. E notate che l'amministrazione Trump si è impegnata a dare la caccia e a sradicare la "sinistra radicale".

Il rapporto accusa Cuba e i suoi alleati di star conducendo "una rivoluzione contro la civiltà occidentale stessa, perpetrata, in parte, attraverso il metodo inedito e insidioso di persuadere i figli dell'Occidente a rivoltarsi contro la propria eredità". Accusa L'Avana di "sostegno entusiasta alle rivolte per George Floyd". Afferma inoltre che "l'ascesa di Antifa" e "l'esplosione dell'attivismo pro-terrorista nei campus universitari americani" possono essere "collegati, in qualche modo, all'influenza cubana".

Il documento descrive i DSA come "un esempio particolarmente significativo della vittoria ideologica dello sforzo di Cuba di porsi come capitale spirituale del radicalismo terzomondista". Afferma che l'organizzazione mantiene un "impegno feroce, quasi religioso, nei confronti della causa del regime cubano". Sostiene inoltre che Cuba abbia costruito una "vasta rete rivoluzionaria" che ha "plasmato i movimenti estremisti più famosi e influenti d'America", tra cui le Pantere Nere, il Weather Underground e Antifa. Queste reti includono "potenti organizzazioni non profit di sinistra, collettivi anti-ICE, gruppi socialisti e organizzazioni militanti marxiste" negli Stati Uniti.

Cuba, conclude il rapporto, "ha cercato di minare, degradare e destabilizzare l'America con spie e soldati, ma anche con studenti e intellettuali; con cellule terroristiche, ma anche con comitati di solidarietà e reti non profit con agenti dei servizi segreti operanti sotto copertura diplomatica...".

Questa offensiva è agghiacciante. È peggio del maccartismo. Preannuncia una brutale epurazione della società americana.

Coloro che sono citati nel rapporto vengono condannati senza prove. Viene loro negato il giusto processo. Che le affermazioni contenute nel rapporto siano, nella migliore delle ipotesi, distorte e spesso fittizie, è irrilevante. La propaganda fascista non si fonda sulla verità. Si fonda sull'odio per i valori liberali, la democrazia e la sinistra. Si fonda sulla convinzione che, una volta eliminati coloro che sono stati condannati come contaminanti umani, ci sarà una rinascita morale, spirituale ed economica.

Abbiamo già visto questa danza fascista. Sappiamo cosa succederà dopo. Non sarà niente di buono.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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mercoledì 22 luglio 2026

Come il nuovo fascismo ci costringe a essere stranieri - Chris Hedges

 

Stiamo diventando degli stranieri. Stranieri nei nostri stessi Paesi, stranieri nel mondo. I valori che ci stanno a cuore, le libertà che un tempo davamo per scontate e la possibilità di un futuro democratico stanno lentamente svanendo. Le comunità in cui trovavamo significato e scopo vengono smantellate, mentre la morsa del fascismo si consolida. L'assalto decennale alle istituzioni democratiche in nome del neoliberismo — o meglio, del capitalismo spietato — sta raccogliendo il suo triste raccolto.

In “Nation of Strangers: Rebuilding Home in the 21st Century”, Ece Temelkuran attinge alla sua esperienza di esilio dalla Turchia — come già fatto nel precedente “Come far cadere un paese. Dalla democrazia alla dittatura” — per prepararci a un futuro che non desideriamo, ma che saremo costretti a sopportare.

Nation of Strangers è una raccolta di quaranta lettere scritte tra giugno 2022 e aprile 2025. Ogni lettera si apre con l'incipit «Caro straniero», sottolineando gradualmente come presto anche noi, proprio come l'autrice, diventeremo stranieri: prima nella nostra terra e poi, per alcuni, in esilio.

Temelkuran si fa beffe della nostra mania di speranza, della convinzione ingenua che le nostre istituzioni, ormai svuotate e corrotte, possano respingere l'ondata fascista.

«Non credo nella speranza», scrive, «ma nella determinazione, nell'avere fede e nel fare tutto il possibile per sopravvivere quando non c'è speranza».

Temelkuran è stata una celebre scrittrice, saggista e giornalista turca: firmava una rubrica molto letta e conduceva un programma sulla televisione nazionale. Era anche la spina nel fianco del governo di Recep Tayyip Erdo?an, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 2016, del volume "Turchia: la follia e la malinconia".

Ha lasciato la Turchia dopo essere stata incessantemente diffamata dai media di regime, dopo che i suoi colleghi hanno iniziato a finire in carcere, dopo che le minacce di morte sono diventate troppo frequenti per essere ignorate e dopo aver perso il lavoro.

Il 6 novembre 2016, Temelkuran ha telefonato a sua madre da Zagabria, in Croazia: «Mamma, non tornerò a casa».

«È stata una telefonata di un minuto», spiega. «Metà del tempo è trascorsa in silenzio. Ma è bastato questo perché, nell'autunno del 2016, mi ritrovassi senza una casa». Aveva 43 anni.

Il fallimento del liberalismo e la perdita della casa politica

«La realtà del sistema neoliberista — l'estrema disuguaglianza — annulla la promessa fondamentale della democrazia, ovvero l'uguaglianza. È per questo che l'idea di proteggere la democrazia significa sempre meno per le persone», scrive.

Siamo diventati "senza casa" non solo a causa di chi detiene il potere — che si tratti di Vladimir Putin, Narendra Modi, Benjamin Netanyahu, Donald Trump o Erdo?an — ma a causa di un liberalismo fallito, di una falsa opposizione asservita agli stessi padroni corporativi e oligarchici.

«Dato che la nostra indignazione politica è considerata irrilevante dai circoli della realpolitik e dai vecchi partiti, ci ritroviamo politicamente senza casa», osserva Temelkuran. «Non sappiamo più attraverso quale mezzo politico unire le nostre voci per farci ascoltare dai governanti. Come rifugiati, alloggiamo in luoghi temporanei: tende di protesta, accampamenti improvvisati o tendoni di sciopero. Al freddo o sotto il sole, immaginiamo e reimmaginiamo una nuova casa politica, come un esule che sa che non potrà mai tornare alla sua vecchia casa, ma ne sente comunque la mancanza».

La linfa vitale del fascismo è la demonizzazione dell'altro, dello straniero. Entro il 2050, oltre un miliardo di persone si troverà a rischio sfollamento a causa di cambiamenti climatici, conflitti e disordini civili. Entro il 2070, tra 1 e 3 miliardi di persone potrebbero trovarsi al di fuori delle condizioni climatiche che hanno favorito l'umanità negli ultimi 6.000 anni.

Gaza e la manipolazione del linguaggio

Temelkuran avverte che il genocidio di Gaza è un modello per ciò che accadrà in futuro: un test da parte della classe dominante globale per vedere quanta carneficina può infliggere impunemente.

Descrive Gaza come «una lunga e sanguinante cicatrice sulla mappa del mondo» che «si sta allargando fino a diventare una cancrena fatale, inghiottendo l'intera umanità». Avverte che verranno stabiliti nuovi standard di brutalità e che troppi diventeranno senzatetto alla fine di questa storia — e non solo coloro le cui case verranno bombardate. Tutto inizierà con la perdita di una parola.

«Non sarà necessario alcun accordo esplicito», prosegue, «ma gradualmente le persone eviteranno la parola considerata "problematica". Oggi in Germania è la parola genocidio; in altri Paesi saranno altre parole».

Il vuoto lasciato dalla parola perduta verrà presto riempito da termini innocui, suggeriti con garbo dal potere, come "guerra", anche se l'altra parte è composta principalmente da civili. «Non chiamiamolo genocidio, ma "atrocità"». Alla fine, diventerà impossibile partecipare al dibattito pubblico senza pronunciare esclusivamente le parole approvate. Funzioneranno come segnali luminosi per indicare che non si sta usando il termine criminalizzato. È così che funziona il fascismo: non si limita a mettere a tacere le persone, le costringe a parlare in un determinato modo.

Le illusioni dell'Occidente e il trauma dell'esilio

Temelkuran racconta le umiliazioni affrontate per superare gli ostacoli burocratici necessari a ottenere permessi di soggiorno e visti, in sale d'attesa che prosciugano l'anima. Si chiede, come gli altri stranieri, se alla scadenza del permesso questo verrà rinnovato o se sarà costretta a cercare un altro rifugio. L'esilio l'ha temprata e il suo umorismo è diventato nero. Osservando i profughi della guerra in Ucraina arrivare in Germania, nota come siano ignari di ciò che li attende:

«Gli ucraini ancora non lo sanno», sostiene. «Non dubitano che la promessa fatta loro dal mondo occidentale verrà mantenuta. Credono ancora che saranno accolti con dignità e senso civile. Una parte molto oscura e ferita dentro di me vorrebbe ridere con una risata ripugnante. Magari! Non ti accolgono mai senza prima averti schiacciato. Ti disprezzerai, odierai tutto, ti arrenderai, diventerai insensibile, e solo allora tutto inizierà ad accadere. Sarai accolto solo quando ti sarai arreso».

La sua esperienza di esule mette in discussione la concezione stessa che l'Occidente ha di sé:

«Gli occidentali continuano a pensare all'Europa come al rifugio sicuro per gli intellettuali oppressi del Sud del mondo, ma questo significa dare troppo credito all'Europa mentre migliaia di persone vengono respinte in mare a morire», insiste. «Puntare i riflettori sull'«esilio» per distogliere l'attenzione dal «rifugiato» funziona come strumento di gestione delle crisi, oltre che come strategia di branding per l'immagine che l'Europa ha di se stessa».

La persecuzione da parte del regime non è, paradossalmente, la cosa più difficile da digerire per chi è costretto all'esilio.

«Ciò che gli occidentali non hanno ancora capito è che molti di noi non scappano di casa per paura di un dittatore», scrive. «Continuano a fare una distinzione mentale tra "buoni" e "cattivi". Ma ciò che recide davvero i legami con un Paese è vedere così tante persone comuni sostenere il regime anche dopo aver assistito alla sua malvagità; vedere così tante persone scegliere deliberatamente di essere malvagie. È allora che la fede nell'umanità vacilla. È questo che ci emargina e ci rende senza casa anche quando siamo ancora a casa nostra: la sensazione di essere sotto assedio da parte dell'inumanità, della follia e della brutalità».

Il colpo finale, dice Temelkuran — quello che ti spezza davvero — non arriva dall'altra parte, ma da coloro che consideri la tua gente:

«Quando il senso di sconfitta prende il sopravvento sulla fazione a cui appartieni, la rabbia o il disgusto per essere dalla parte dei perdenti si trasformano in odio verso se stessi. Quest'odio mette le persone l'una contro l'altra e poi — come è successo a me prima di lasciare definitivamente il Paese — ti ritrovi sotto attacco, con una ferocia che la parte avversa non potrebbe mai eguagliare. Ti dicono che non sei abbastanza. Non c'è ferita più profonda di questa. Quello è il momento preciso in cui diventi un perfetto estraneo a casa tua: quando non è il dittatore, ma sono i tuoi stessi concittadini a recidere i tuoi legami con il Paese».

La casa, per l'abisso di un sé senza dimora, non è più un luogo fisico. Non è una cosa del passato né una meta futura. Si trova in «questi momenti di piena presenza in me stessa, un senso intermittente di completezza, una rara ma preziosa sensazione di normalità: solo qui e ora».

Anche se la casa che ci lasciamo alle spalle non esiste più, ci sono «nuove case in costruzione che regalano momenti di pace quando meno ce lo aspettiamo».

Questa, forse, è una forma di speranza. Ma è una speranza accompagnata da un lutto e da un'alienazione eterni.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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