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venerdì 17 giugno 2022

Vandana Shiva: «Viviamo in un’economia genocida, dobbiamo salvare noi e la Terra»

(di Guido Sannino)

 

 “È la seconda volta che vengo a Napoli, però è la prima volta che visito per bene la città: ieri sono stata alla Reggia di Caserta e stamattina agli scavi di Ercolano. Poi va be’, il centro storico… È incredibile pensare al fatto che cammini su strade che hanno quasi tremila anni di storia”. Incontriamo Vandana Shiva nella hall dell’albergo in cui alloggia per questa sua prima tappa del mini tour italiano organizzato per presentare il suo ultimo libro edito qui da noi, Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile (EMI, 2022). Dopo Napoli – dove ha partecipato a Berlingueriana, la tre giorni organizzata da InfinitiMondi per celebrare il centenario della nascita del segretario del Pci –  sarà anche a Roma e poi a Firenze e Torino.  “Non l’ho potuto conoscere – ci dice di Berlinguer –, ma sono stata molto impressionata dalla sua figura“.

Partiamo dal suo recente lavoro, Dall’avidità alla cura. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Ho scritto questo libro perché è diventato molto chiaro che quella che chiamiamo “economia” non è una vera e propria economia. Essa dovrebbe riguardare la cura della nostra casa comune, come suggerisce l’etimologia della parola, e invece ormai è qualcosa che ha solo a che fare con un numero ristrettissimo di uomini che si mettono insieme per estrarre fino all’ultima goccia di vita dalla natura. E questo è diventato ancora più chiaro con il Covid e con il lockdown, a causa dei quali molte persone hanno perso il proprio lavoro e sono diventate più povere, mentre i miliardari sono diventati ancora più ricchi. Quando dieci miliardari hanno la stessa ricchezza del 40% delle persone sulla Terra, allora questa non può essere definita economia: si tratta di un furto in piena regola. Allo stesso tempo, però, con il Covid abbiamo visto quanto le persone avvertano la necessità di prendersi cura le une delle altre ed è questa la vera economia, l’economia della cura. Ricordo che all’inizio del lockdown in Italia giornali come il New York Times titolavano “Ora dobbiamo decidere chi deve vivere e chi deve morire”. Questo, insomma, è un sistema genocida: anziani e poveri non avevano diritto di vivere perché lo avevano deciso pochi ricchi. È una cosa veramente terribile.

Lei fa una critica radicale della concezione di diritti umani che abbiamo noi occidentali. Afferma, infatti,  che “i diritti umani definiti sulla base della separazione e della superiorità [dell’uomo rispetto alla Terra e alle altre specie viventi] fanno apparire come connaturali all’essenza umana il dominio e lo sfruttamento”. È da questo punto di vista che si spiega il concetto di eco-apartheid e il suo nesso con l’apartheid intesa nel senso tradizionale del termine?

La parola apartheid in afrikaans vuol dire “separazione” e “superiorità”: se sei donna o nero vivi una condizione di inferiorità rispetto a chi è maschio e bianco. Uso l’espressione eco-apartheid per indicare la similitudine che c’è rispetto al regime brutale di separazione in Sudafrica: una separazione tra uomo e natura che si è costruita soprattutto nel mondo anglosassone a partire dal diciassettesimo e dal diciottesimo secolo per affermare la presunta superiorità nostra sulle altre specie e la nostra separatezza rispetto alla natura. Ma questo è un modo di vedere la realtà totalmente sbagliato, artificiale: noi non siamo separati dalla natura, ma siamo parte di essa. E non siamo nemmeno superiori alle altre specie viventi, ma siamo profondamente connessi con esse.

Proprio per questo lei contrappone alla concezione tradizionale di diritti umani una concezione basata su quella che nel libro chiama “Democrazia della Terra”.

Abbiamo detto che l’eco-apartheid è basata sull’idea che ci sia una separazione e una superiorità dell’uomo sulla natura, che a sua volta viene sfruttata e utilizzata esclusivamente per estrarre materie prime. La Democrazia della Terra, invece, è basata sull’interconnessione tra uomo e natura: i diritti della natura sono diritti di tutti gli uomini. Purtroppo, però, nella storia dell’uomo di solito accade che quanto più una civiltà vive in sintonia con la natura, tanto più si trova in questa connessione la ragione del dominio coloniale da parte di altre civiltà (è accaduto e accade ancora oggi con le popolazioni indigene). Proprio per questo, invece, io sostengo che la Democrazia della Terra è il fondamento di tutti gli uomini perché ognuno di noi ha lo stesso diritto di mangiare, bere, lavorare e così via. Insomma, essa è il fondamento di una nuova civiltà basata su giustizia e sostenibilità.

Cosa sta succedendo in India con le esportazioni di grano? Perché il governo ha deciso di bloccarle?

Prima della guerra in Ucraina, l’India aveva stipulato tutta una serie di accordi e contratti per l’esportazione del grano. Purtroppo, però, a causa delle speculazioni intervenute in queste settimane, i prezzi del cibo sono aumentati e dunque esportare grano con tutta questa speculazione e con l’inflazione – causate, chiaramente, dalla scarsità di risorse – ha creato molti problemi all’India. È questo il motivo per cui il governo ha deciso di bloccare l’export. È una questione di “sovranità alimentare”: creammo quest’espressione mentre veniva stipulato l’Accordo Generale sul Commercio di Servizi nel 1995. La WTO, infatti, ha un programma sul commercio dell’alimentazione e dell’agricoltura in virtù del quale i grandi player mondiali si sono arrogati il diritto di poter prendere e commerciare qualsiasi cosa essi vogliano, di venderla e di sprecarla a prescindere da quale sia la volontà delle popolazioni. Noi abbiamo detto, contrapponendoci a tutto questo, che invece abbiamo il diritto alla sovranità alimentare e a coltivare il nostro cibo, che i Paesi hanno il dovere di nutrire ed essere al servizio dei propri cittadini. Dunque, quello che sta facendo il nostro governo è semplicemente obbedire alla Costituzione perché sta garantendo che il diritto al cibo della gente non sia minato dai profitti delle multinazionali. Purtroppo, invece, questo non sta accadendo in Ucraina, dove le quattro grandi corporation del cibo (Monsanto, Cargill, BlackRock e Vanguard) stanno comprando in questo periodo enormi quantità di terreni. Quello che sta accadendo in Ucraina, quindi, rende evidente il fatto che la creazione dei monopoli si fonda sulla paura. C’è però un altro aspetto, anch’esso importante: quando stamattina ho visitato Ercolano, ho scoperto che i Romani importavano il grano dall’Africa, mentre oggi l’Africa dipende dalle importazioni di grano altrui. Il modello, quindi, è quello per cui i Paesi autosufficienti vengono resi dipendenti. Insomma, questa crisi alimentare deve diventare l’occasione per reclamare sovranità alimentare e costruire sistemi alimentari basati sullo sviluppo di economie locali e nazionali, sistemi sani e sostenibili in cui si sceglie cosa importare e cosa esportare e non si è costretti, invece, solo ad esportare.

Già il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19 hanno aumentato considerevolmente il rischio fame. A tutto questo si aggiungono le ulteriori 13 milioni di persone di cui parla la FAO che rischiano di trovarsi senza cibo a causa del conflitto in Ucraina. Come crede che bisogna intervenire per risolvere le storture nel commercio globale del cibo venute fuori con questa guerra?

La guerra si è sommata a un sistema mondiale assai instabile di approvvigionamento del cibo, sistema che ha radici coloniali, ma che si è rafforzato durante il trentennio della globalizzazione neoliberale: un trentennio che ha consentito massicce deregolamentazioni sia per le grandi corporation che per il settore finanziario. E così, quando nel 2008 si è arrivati al collasso dell’intero sistema, la speculazione è stata la causa non solo di una crisi del mercato immobiliare, ma anche di una crisi alimentare. Chi investiva nel settore finanziario aveva cominciato a occuparsi del settore dell’alimentazione perché è l’ambito più sicuro per capitalizzare: tutti, d’altra parte, abbiamo bisogno di mangiare. Chi ha “scommesso” sul cibo, chi ha giocato col cibo a livello mondiale come a un casinò, ha guadagnato milioni.

Quindi, a proposito della crisi alimentare, secondo me bisogna mettere in evidenza tre elementi. Innanzitutto, bisogna considerare l’interdipendenza economica dei mercati a livello globale, che non permette che qualcuno produca cibo in proprio, punisce danneggiando i piccoli contadini e i loro guadagni e sovvenziona le grandi multinazionali. Basti vedere, ad esempio cosa è successo con l’olio di palma, che ha distrutto parecchie colture indigene, o cosa è accaduto in India con la proibizione dell’olio di senape, misura presa col pretesto di assicurare maggior sicurezza alimentare alla popolazione e che in realtà ha avuto l’effetto di danneggiare la biodiversità e le produzioni locali, mentre ha incentivato l’importazione dell’olio di soia. In secondo luogo, bisogna dire che la produzione è di fatto controllata da Monsanto, Cargill, BlackRock e Vanguard, con tutto ciò che questo comporta in termini di uso di sostanze chimiche e dannose, di controllo dei semi, di produzione di OGM e della proprietà intellettuale. Il terzo elemento, infine, riguarda il fatto che la finanza sta sostituendo il cibo reale con asset fittizi, per cui si può vendere e rivendere lo stesso grano cinquecento volte, finendo per aumentarne il prezzo ad ogni passaggio e affamare le popolazioni.

 

Quello che penso, dunque, è che se non si risolvono queste tre grandi questioni e non ricostruiamo un sistema del cibo basato su produzioni ed economie locali, non potremo mai avere sovranità alimentare. L’industria globale del cibo, infatti, è responsabile del 50% delle emissioni di gas serra che stanno provocando il cambiamento climatico, del 75% delle malattie croniche, del 75% del consumo di acqua e suolo e dell’80% della distruzione della biodiversità. Quando ci si libererà di questi tre elementi e si riuscirà finalmente a costruire una sovranità alimentare, si potrà pensare di risolvere la crisi ambientale anche grazie alla tutela della biodiversità e al sequestro di carbonio da parte dei terreni organici. Si stima infatti che le soluzioni basate sulla natura possono rimuovere numerose giga-tonnellate di emissioni all’anno. Da questo punto di vista, il potenziale dei suoli è molto elevato. C’è poi un altro problema, che magari per voi in Italia può sembrare non così grave perché, a differenza di altri paesi, avete un buon sistema sanitario nazionale, e cioè che il cibo industriale è all’origine di un gran numero di problemi di salute, e spesso, quindi, il consumo di cibo di produzione locale è una soluzione più che necessaria. Purtroppo per noi, però, miliardari come Bill Gates vogliono spingerci a mangiare cibo sintetico: vogliono venderci pesce che non proviene dal mare, formaggi non derivati dal latte e così via… Arriveremo al paradosso per cui ci saranno pescatori che non pescano e contadini che non coltivano. Insomma, vogliono venderci cibo che causa enormi problemi di salute (allergie, intolleranze, disturbi di vario tipo), ma a loro va bene così perché controllano l’industria farmaceutica. Quindi più aumentano le persone malate, più fanno profitti. È questo il motivo per cui penso che il problema del cibo sia centrale al giorno d’oggi e la guerra in Ucraina deve spingerci a trovare soluzioni che, basate sulla sovranità alimentare, possano aiutarci a minimizzare i rischi della crisi alimentare.

Lei ha partecipato alle celebrazioni del centenario della nascita di Enrico Berlinguer. Ha trovato punti di contatto con le sue lotte e la sua riflessione? Ci sono aspetti della sua ricerca ancora attuali?

Ho letto diversi discorsi suoi. Mi ha impressionato molto la preoccupazione che aveva Berlinguer sul futuro dell’umanità, il fatto che si interrogasse su di esso a partire dalla questione ambientale. Poi ci sono le scelte contro l’ingiustizia e le disuguaglianze, la riflessione sulla questione femminile volta a ridefinire il rapporto tra uomo e donna… Lui parlava di tutte queste cose quarant’anni fa, ma questi temi oggi sono ancora importantissimi. Infine, c’è un suo pensiero che ho apprezzato moltissimo, ed è molto semplice: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”. Non c’è alternativa: i giovani possono decidere di essere vittime della politica altrui o, piuttosto, di diventare parte attiva per cambiare il nostro sistema.

da qui

 

 

 

PRINCIPI COSTITUTIVI DI UNA DEMOCRAZIA DELLA COMUNITA' TERRENA

[Riproponiamo ancora una volta il seguente testo estratto dall'introduzione del libro di Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006, alle pp. 16-19]

 

1. Tutte le specie, tutti gli esseri umani e tutte le culture possiedono un valore intrinseco.

Tutti gli esseri viventi sono soggetti dotati di intelligenza, integrita' e di un'identita' individuale. Non possono essere ridotti al ruolo di proprieta' privata, di oggetti manipolabili, di materie prime da sfruttare o di rifiuti eliminabili. Nessun essere umano ha il diritto di possedere altre specie, altri individui, o di impadronirsi dei saperi di altre culture attraverso brevetti o altri diritti sulla proprieta' intellettuale.

2. La comunita' terrena promuove la convivenza democratica di tutte le forme di vita.

Siamo membri di un'unica famiglia terrena, uniti gli uni agli altri dalla fragile ragnatela della vita del pianeta. Pertanto e' nostro dovere assumere dei comportamenti che non compromettano l'equilibrio ecologico della Terra, nonche' i diritti fondamentali e la sopravvivenza delle altre specie e di tutta l'umanita'. Nessun essere umano ha il diritto di invadere lo spazio ecologico di altre specie o di altri individui, ne' di trattarli con crudelta' e violenza.

3. Le diversita' biologiche e culturali devono essere difese.

Le diversita' biologiche e culturali hanno un valore intrinseco che deve essere riconosciuto. Le diversita' biologiche sono fonti di ricchezza materiale e culturale che pongono le basi per la sostenibilita'. Le differenze culturali sono portatrici di pace. Tutti gli esseri umani hanno il dovere di difendere tali diversita'.

4. Tutti gli esseri viventi hanno il diritto naturale di provvedere al loro sostentamento.

Tutti i membri della comunita' terrena, inclusi gli esseri umani, hanno il diritto di provvedere al loro sostentamento: hanno diritto al cibo e all'acqua, a un ambiente sicuro e pulito, alla conservazione del loro spazio ecologico. Le risorse vitali necessarie per il sostentamento non possono essere privatizzate. Il diritto al sostentamento e' un diritto naturale perche' equivale al diritto alla vita. E' un diritto che non puo' essere accordato o negato da una nazione o da una multinazionale. Nessun paese e nessuna multinazionale ha il diritto di vanificare o compromettere questo genere di diritto, o di privatizzare le risorse comuni necessarie alla vita.

5. La democrazia della comunita' terrena si fonda su economie che apportano la vita e su modelli di sviluppo democratici.

La realizzazione di una democrazia della comunita' terrena presuppone una gestione democratica dell'economia, dei piani di sviluppo che proteggano gli ecosistemi e la loro integrita', provvedano alle esigenze di base di tutti gli esseri umani e assicurino loro un ambiente di vita sostenibile. Una concezione democratica dell'economia non prevede l'esistenza di individui, specie o culture eliminabili. L'economia della comunita' terrena e' un'economia che apporta nutrimento alla vita. I suoi modelli sono sempre sostenibili, differenziati, pluralistici, elaborati dai membri della comunita' stessa al fine di proteggere la natura e gli esseri umani e operare per il bene comune.

6. Le economie che apportano la vita si fondano sulle economie locali.

Il miglior modo di provvedere con efficienza, attenzione e creativita' alla conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita soddisfacenti e sostenibili e' quello di operare all'interno delle realta' locali. Localizzare l'economia deve diventare un imperativo ecologico e sociale. Si dovrebbero importare ed esportare soltanto i beni e i servizi che non possono essere prodotti localmente, adoperando le risorse e le conoscenze del luogo. Una democrazia della comunita' terrena si fonda su delle economie locali estremamente vitali, che sostengono le economie nazionali e globali. Un'economia globale democratica non distrugge e non danneggia le economie locali, non trasforma le persone in rifiuti eliminabili. Le economie che sostengono la vita rispettano la creativita' di tutti gli esseri umani e producono contesti in grado di valorizzare al massimo le diverse competenze e capacita'. Le economie che apportano la vita sono differenziate e decentralizzate.

7. La democrazia della comunita' terrena e' una democrazia che tutela la vita.

Una democrazia che tutela la vita si fonda sul rispetto democratico di ogni forma vivente e su un comportamento democratico da adottare gia' a partire dalla quotidianita'. Ogni soggetto coinvolto ha il diritto di partecipare alle decisioni da prendere in merito al cibo, all'acqua, alla sanita' e all'istruzione. Una democrazia che tutela la vita cresce dal basso verso l'alto, al pari di un albero. La democrazia della comunita' terrena si fonda sulle democrazie locali, lasciando che le singole comunita' costituite nel rispetto delle differenze e delle responsabilita' ecologiche e sociali abbiano pieni poteri decisionali riguardo all'ambiente, alle risorse naturali, al sostentamento e al benessere dei loro membri. Il potere viene delegato ai livelli esecutivi piu' alti applicando il principio della sussidiarieta'. La democrazia della comunita' terrena si fonda sull'autoregolamentazione e sull'autogoverno.

8. La democrazia della comunita' terrena si fonda su culture che valorizzano la vita.

Le culture che valorizzano la vita promuovono la pace e creano degli spazi di liberta' per consentire il culto di religioni diverse e l'espressione di diverse fedi e identita'. Tali culture lasciano che le differenze culturali si sviluppino proprio a partire dalla nostra umanita' e dai nostri comuni diritti in quanto membri della comunita' terrena.

9. Le culture che valorizzano la vita promuovono lo sviluppo della vita stessa.

Le culture che valorizzano la vita si fondano sul riconoscimento della dignita' e sul rispetto di ogni forma di vita, degli uomini e delle donne di ogni provenienza e cultura, delle generazioni presenti e di quelle future.

Sono culture ecologiche che non producono stili di vita distruttivi o improntati al consumismo, basati sulla sovrapproduzione, sullo spreco o sullo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Le culture che valorizzano la vita sono molteplici, ma ispirate da un comune rispetto per il vivente. Riconoscono la compresenza di identita' diverse che condividono lo spazio comune della comunita' locale e danno voce a un sentimento di appartenenza che correla i singoli individui alla terra e a tutte le forme di vita.

10. La democrazia della comunita' terrena promuove un sentimento di pace e solidarieta' universale.

La democrazia della comunita' terrena unisce tutti i popoli e i singoli individui sostenendo valori quali la cooperazione e l'impegno disinteressato, anziche' separarli attraverso la competizione, il conflitto, l'odio e il terrore. In alternativa a un mondo fondato sull'avidita', sulla diseguaglianza e sul consumismo sfrenato, questa democrazia si propone di globalizzare la solidarieta', la giustizia e la sostenibilita'.


giovedì 31 marzo 2022

Economia non è avidità e affarismo - Vandana Shiva


Aristotele usava il termine oikonomia, economia, per intendere l’arte di vivere. La parola economia deriva infatti da due parole greche: òikos, che significa casa, e nómos, che significa ordine, sistema, legge, schema, gestione, contabilità.

IN QUANTO ARTE di vivere, l’economia è continuità con i processi e i flussi vitali della natura e della società. L’economia si fonda sul riconoscimento e il rispetto dei limiti ecologici della natura e dei diritti di tutti gli esseri umani. Le economie vive supportano l’infrastruttura della vita a favore della natura e della società. Aristotele distingueva oikonomia da crematistica, l’arte di far soldi e accumulare denaro basata sull’estrazione illimitata di risorse dalla natura e sulla sottrazione della ricchezza creata da contadini, lavoratori e donne.

PER ARISTOTELE, DUNQUE, l’accumulazione del denaro è in sé un’attività innaturale che disumanizza coloro che la praticano. Le economie reali, che supportano i mezzi di sussistenza delle persone, implicano lo scambio diretto tra produttori e utenti a condizioni eque all’interno di una comunità. Ma quando il commercio diventa fine a sé stesso e motore dei sistemi produttivi, porta all’estrazione di valore e allo sfruttamento e della Terra e della società.

QUANDO LA CREMATISTICA sostituisce l’oikonomia, l’avidità sostituisce la cura, l’abilità di sottrarre e persino di rubare sostituisce l’arte del dare. La natura si impoverisce. Le persone si impoveriscono. La crematistica guidata dall’avidità ha reso l’umanità cieca alle economie della vita e alle economie che creano, sostengono e rigenerano l’infrastruttura della vita stessa. La natura possiede una propria economia di crescita e rinnovamento della vita. Nel corso dei millenni le persone si sono mantenute attraverso diverse economie di sostentamento a favore del bene comune. Tuttavia, negli ultimi secoli, il colonialismo ha ridotto l’economia all’avidità e al guadagno. L’economia della natura e delle persone è diventata invisibile ed è stata distrutta.

RIVENDICARE L’ECONOMIA COME ARTE di vivere è un imperativo non solo per il futuro dell’umanità ma per tutta la vita sulla Terra. L’economia dominante gestita da e per l’1% è stata ridotta a crematistica, al guadagno per mezzo di una macchina per far soldi. Peggio ancora, questa costruzione ristretta di economia intesa come estrattivismo, commercio, mercificazione, che ignora l’economia della natura e le economie di sostentamento delle persone, e distrugge la vera ricchezza della natura e della società, è stata elevata al rango di nuova religione.

IL MONDO CHE L’1% STA CREANDO è un mondo senza vita, basato sull’estinzione e lo sterminio dell’oikonomia, l’arte di vivere. Al tempo stesso dissipa il significato autentico di ricchezza, che è benessere e felicità, non denaro. E anche il denaro sta perdendo la propria matrice di scambio: esso, infatti, non è finanza, sicuramente non è finanza digitale che consente ai miliardari di fare soldi con i soldi, colonizzando le economie locali auto-organizzate.

IL COVID-19 STA FACENDO CRESCERE la sete di denaro tra i seguaci della crematistica. Tra gli esseri umani comuni si avverte invece sempre più urgente il bisogno di riscoprire l’oikonomia come arte perduta del vivere. Un’economia che sia arte dell’accudimento, della condivisione e del creare abbondanza per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti proteggendo la nostra casa comune. Non a caso tanto ecologia, quanto economia derivano da òikos.

… L’ECONOMIA, CHE E’ SEMPRE PARTE della società, è stata posta al di fuori e al di sopra di essa. I valori etici, culturali, spirituali di cura e cooperazione sono stati soppiantati dalla logica estrattiva del mercato globale che ricerca il solo profitto. Tutti i valori che nascono dal nostro essere interdipendenti, diversi e complessi – a partire dalla cooperazione – sono stati scalzati o distrutti.

QUANDO LA REALTA’ E’ SOSTITUITA da costruzioni astratte create dai poteri dominanti, la manipolazione della natura e della società a fine del profitto e del potere ha vita facile. Il benessere delle persone reali e delle società reali è sostituito dal benessere delle multinazionali. La produzione reale delle economie della natura e della società è sostituita dalla costruzione astratta del capitale. Il reale, il concreto, il vivificante lascia il posto alle valute costruite a tavolino, ai fertilizzanti artificiali, al cibo artificiale, all’intelligenza artificiale… La macchina per far soldi a cui è stata ridotta la nostra economia è indifferente al valore vitale della natura e della società, perché si basa su una visione meccanica del mondo, cieca alla creatività della natura e delle persone. È una macchina lineare e violenta: estrae risorse, minerali, fertilità dal suolo, dall’acqua, dalla terra. Ruba i geni dalle sementi e dalle forme di vita.

OGGI SI PARLA DI «ESTRARRE DATI» dalle nostre fattorie, dalle nostre relazioni, dai nostri cervelli, dai nostri corpi, dalle nostre vite. Trasforma ogni bene comune in merce, da vendere a scopo di lucro. Ed è attraverso la continua recinzione dei beni comuni che si dà vita a una «crescita» misurata sul guadagno, non sul benessere e sulla felicità.

LA MACCHINA PER FAR SOLDI DIVORA risorse reali e le trasforma in merci per il commercio o in rifiuti da buttare: natura immondizia, persone immondizia. La macchina per far soldi si sostiene sulla recinzione delle terre comuni e sulla loro conversione in proprietà privata a fini commerciali. Per questa macchina da soldi il commercio e il profitto vengono prima di ogni altra cosa: la natura e le persone sono un ostacolo che deve essere rimosso. La macchina soppianta e distrugge la creatività, la produzione e le economie locali, sottomettendo tutte le economie al commercio globale controllato dall’1%. La macchina per far soldi ha bisogno della globalizzazione sotto forma di regole commerciali da imporre al mondo…

PER QUANTO DATATI, I MODELLI di colonizzazione ci aiutano a vedere come i multimiliardari di oggi usino nuovi strumenti per colonizzare la natura e la società, estrarre e appropriarsi della ricchezza di entrambe e rivendicarla come una loro creazione e innovazione.

L’ECONOMIA LINEARE SI BASA sull’estrazione illimitata, sulla mercificazione, sui profitti e sulla creazione di rifiuti e inquinamento tramite la rottura dei cicli naturali di rinnovamento. Non c’è spazio per prendersi cura della natura e della comunità. Non esiste l’etica del dare. La natura e la società si impoveriscono per l’estrazione di minerali, o l’estrazione di sapere tramite la biopirateria, o l’estrazione di geni con il genetic mining, o l’estrazione di dati personali con il data mining, o l’estrazione di rendite e royalties sulle sementi, l’acqua, la comunicazione, l’istruzione e la sanità privata. Si creano povertà, debito e sradicamento. Si creano rifiuti – rifiuti come inquinamento, risorse buttate, persone scartate, vite eliminate. Si crea un mondo senza lavoro, ma si immagina che le persone senza lavoro saranno tutte «consumatrici» di cibo spazzatura, vestiti spazzatura e comunicazione spazzatura. È questa la macchina dei soldi estrattiva che ha portato all’avvento dell’1% e all’usa e getta del 99%.

 

(Brano estratto dal libro di Vandana Shiva «Dall’avidità alla cura. La rivoluzione)

 

da qui


lunedì 11 gennaio 2021

L’Africa ha bisogno di aiuto? - Bernardo Severgnini

 

 Timeo danaos et dona ferentes

(Temo i greci anche quando portano doni)

Virgilio, Eneide II, 49 


Nel mondo occidentale si sente parlare molto spesso dell’Africa come di un continente “da aiutare”; lo si sente dire da chiunque, alla tv come dal panettiere sotto casa, sui social come al cinema, e sempre con le migliori intenzioni. Lo stereotipo di una popolazione sfortunata e cronicamente bisognosa di aiuto è scolpito nel marmo del nostro immaginario collettivo e accompagna le più diffuse narrazioni sul continente nero. “Aiutiamo l’Africa”, come se l’Africa fosse un territorio dimenticato da Dio, o peggio un territorio contro cui Dio si accanisce con disastri naturali, siccità e carestie, per darci la possibilità di esibire la nostra carità. “Aiutiamo l’Africa”, come se gli africani fossero dei cugini retrogradi che non ce la fanno da soli, perché sono troppo arretrati, troppo ignoranti, troppo incivili per stare al passo con i tempi. Come se fossero una specie inferiore e sfortunata, che dobbiamo accudire, prendere sotto braccio e a cui dobbiamo insegnare come si sta al mondo.

Questa concezione dell’Africa e degli africani diffusa in occidente è un retaggio coloniale dal quale fatichiamo a divincolarci, anche perché raffigura un quadro mentale molto funzionale agli sporchi giochi del neo-colonialismo. Entrambi gli argomenti che “giustificarono” moralmente, nell’Ottocento, la penetrazione europea in Africa, sono tuttora immutati. Da una parte il concetto di inferiorità dell’uomo nero, diffusa all’epoca, si esprime oggi con il concetto di “sottosviluppo”, grazie al quale si rendono possibili e persino eticamente virtuosi i più brutali saccheggi delle risorse africane spacciati per “investimenti per lo sviluppo”. Dall’altra, la “missione civilizzatrice” di cui gli europei si sentivano cristianamente investiti nell’Ottocento, quella di educare i selvaggi e battezzare gli infedeli per aiutarli ad uscire dalla loro condizione di inferiorità antropologica, si traduce oggi nel concetto di “beneficenza” e di “aiuti umanitari”, ma anche in slogan molto mediatici come “black lives matter” o “porti aperti”, utili ad appagare il nostro senso di pietas verso una popolazione che si presume la necessiti.

Tutta questa retorica serviva allora ed è utilizzata oggi per coprire il massacro sistematico del continente africano, ottenuto nell’Ottocento attraverso le armi e mantenuto fino ad oggi attraverso sistemi sempre più sofisticati, subdoli e distruttivi.  La de-colonizzazione (anni ’50 – ’60 del Novecento) ha portato i paesi africani a un’indipendenza che è soltanto sulla carta, mentre un neo-colonialismo sempre più ingombrante permette di fatto alle grandi potenze mondiali di controllare la politica, l’economia e la società africana come e meglio di prima. L’indipendenza della maggior parte di questi paesi non è stata conquistata, ma è stata “gentilmente” concessa dai colonizzatori, i quali hanno fatto in modo che fosse comunque possibile preservare il proprio controllo senza nemmeno l’assillo di dover mantenere tutto un apparato burocratico in loco.

L’Africa oggi rimane un continente diviso (da quei confini che gli stessi colonizzatori avevano disegnato) e senza prospettive. Viene mantenuta in uno stato di “sottosviluppo” in modo da impedire che emerga come possibile competitor per il mercato globale e che resti terra di conquista per i più svariati interessi dell’economia occidentale (e cinese, saudita, turca, ecc…). Il controllo avviene in vari modi, che passano tutti attraverso la corruzione della classe politica.

Tra le pratiche più diffuse vi è il land grabbing, cioè l’accaparramento della terra e delle risorse attraverso la corruzione dei governi africani. L’esempio più eclatante, forse, è quello che vide coinvolte nel 2011 Eni e Shell nel più enorme scandalo di corruzione della storia: oltre un miliardo di Euro di tangenti furono versate, secondo l’accusa (il processo, naturalmente, è ancora in corso) nelle casse di una società controllata da esponenti del governo nigeriano, mentre allo Stato restarono solo le briciole. Questa operazione servì per ottenere la licenza per lo sfruttamento di un vastissimo bacino petrolifero nigeriano.

Ma questo è solo un esempio che rimanda a una prassi ben consolidata, che colloca le classi dirigenti africane ai primi posti mondiali per livello di corruzione. Inutile aggiungere che per ogni soggetto che viene corrotto, c’è qualcuno che corrompe. Ma quando la corruzione non funziona, perché magari ci si imbatte in un governo fatto da persone oneste e meno compiacenti, si passa a maniere più forti. Ne sa qualcosa il presidente Thomas Sankara, che fu ucciso nel 1987 dopo aver annunciato all’Onu che la sua Burkina Faso non sarebbe stata svenduta alle multinazionali. O si passa a maniere ancora più forti, come il finanziamento di guerre civili allo scopo di destituire un governo e insediarne un altro con il quale sia più facile fare affari. Oppure mantenendo di fatto una situazione di instabilità cronica (Congo, Libia, Somalia, ecc…) che consenta l’accaparramento di materie prime a prezzi stracciati acquistandole sottobanco da mafiosi locali, miliziani, bande armate (armate dall’occidente) e quant’altro. Le maniere forti, come farebbe un qualsiasi stupratore. L’Africa è una donna di cui tutti abusano senza pietà.

Anche il commercio è un formidabile fattore di neo-colonialismo. Conquistare i mercati africani non è mai stato così facile, perché la globalizzazione ha travolto l’Africa mostrando i suoi effetti più iniqui. Il commercio internazionale, (s)regolato dai principi di quel bellissimo eufemismo chiamato “mercato libero”, non è improntato al rispetto reciproco e alla cooperazione, ma è determinato da puri e semplici rapporti di forza, secondo le leggi della jungla. Grazie al mercato libero, e grazie alle sovvenzioni dell’UE, le grandi multinazionali occidentali possono operare il dumping commerciale e conquistare i mercati africani applicando prezzi bassi alle proprie merci per battere la concorrenza dei prodotti locali. Questo provoca maggiori profitti per le multinazionali, e il fallimento dei produttori africani. Applicare dei dazi sulle merci straniere potrebbe consentire ai paesi africani di proteggersi da questi assalti commerciali, ma si tratta di paesi che appartengono alla Wto e i loro capi di Stato hanno sottoscritto trattati, come i vergognosi accordi di Cotonou del 2000, con i quali si impegnano a rispettare le leggi del libero mercato e quindi a non alzare i dazi sulle merci in entrata. Quei governi che hanno decretato, in questo modo, il sacrificio dei propri paesi sull’altare delle multinazionali, sono gli stessi che garantiscono il rispetto dei vincoli derivanti dal debito pubblico che i loro paesi hanno contratto con la Banca Mondiale, l’Fmi e altre banche internazionali, cosa che, oltre a far confluire sempre più risorse nelle mani dei creditori, mantiene questi Stati nell’impossibilità di garantire anche solo un minimo di welfare ai propri cittadini. E così l’Africa arranca, aggrappata alle rimesse dei suoi emigrati o chiedendo l’elemosina internazionale, che proviene dagli aiuti umanitari, cioè dall’iniziativa di fondazioni i cui benefattori sono spesso gli stessi che hanno costruito i propri imperi sfruttando l’Africa. Il famoso filantro-capitalismo sapientemente descritto da Vandana Shiva. La beneficenza come cavallo di Troia.

Nonostante questi “aiuti” internazionali, e nonostante i generosi quanto velleitari propositi dell’Agenda 2030, la fame è tornata ad aumentare nel continente. In questo momento una persona su cinque in Africa sta soffrendo la fame. 257 milioni di persone nel 2019 secondo l’ONU, 34 milioni in più dell’anno precedente. Il land grabbing sottrae ogni giorno risorse e terra ai contadini africani. Chi viene risparmiato dall’esproprio della terra, rischia comunque di perdere i propri raccolti per mancanza di acqua, che serve per irrigare le adiacenti piantagioni di caffè, cacao, biocarburanti ecc… destinate all’esportazione. O perché le stesse piantagioni, alimentate a fertilizzanti chimici e protette da glifosato, hanno contaminato i terreni della regione sui quali i contadini praticavano la loro agricoltura di sussistenza. O perché le operazioni di estrazione di petrolio, coltan, diamanti ecc… hanno inondato le falde di agenti tossici. O perché il governo ha accettato di “smaltire” nel proprio territorio i rifiuti in eccesso di qualche paese “civile”. Eccetera eccetera…

Tutto questo serve a sostenere lo stile di vita del “Nord del mondo”. Uno stile di vita finalizzato all’appagamento di una serie sempre più vasta di bisogni materiali artificiali, che richiedono insostenibili sacrifici al pianeta al solo scopo di estendere il business di poche grandi aziende. Uno stile di vita che si basa su una rapina globale organizzata.  Se davvero dovessimo pagare la benzina per il suo reale valore, oggi probabilmente costerebbe più di 10€ al litro, cosa che bloccherebbe completamente la nostra economia, molto più che il più restrittivo lockdown. Se dovessimo pagare una tazzina di caffè per il suo giusto valore, i bar sarebbero già stati chiusi perché senza clienti molto prima di finire in zona rossa. Se dovessimo pagare pc, tablet e smartphone per il loro reale valore, potremmo dire addio allo smart working. Non potremmo nemmeno comprare mascherine, fare tamponi e vaccini, perché il loro costo sarebbe insostenibile per il nostro sistema sanitario.

È importante ricordare che il consumismo, così tenacemente promosso dai media e dai politici, si poggia sullo sfruttamento di sempre più ampie aree del pianeta, e che per sostenere questo stile di vita stiamo sottraendo risorse non solo a chi verrà qui dopo di noi, ma anche a chi è già fra noi oggi in altre parti del mondo. Non potremmo mantenere il nostro attuale sistema economico altrimenti. Questo sistema per sopravvivere ha bisogno di utilizzare risorse che appartengono ad altri.

I problemi dell’Africa, che sono i principali problemi dell’umanità, sono fame, miseria, migrazioni internazionali, sfruttamento del lavoro, corruzione, guerra, dittatura, catastrofi ambientali. E sono tutti collegati da un unico filo conduttore, il consumismo, in nome del quale avviene il saccheggio delle risorse. Il consumismo come effetto necessario del sistema capitalista e come ragione del libero mercato. La narrazione secondo cui questo sistema avrebbe portato nel mondo democrazia, libertà, pace e ricchezza è falsa: ha solo esternalizzato dittatura, schiavitù, guerra e povertà. Per appagare i bisogni indotti di una minoranza di persone, massacra le restanti e l’ambiente. Porta la catastrofe al di fuori del nostro campo visivo, in modo che possiamo credere di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il mondo sarebbe molto migliore, invece, se l’iniziativa economica fosse sottratta alle grinfie delle multinazionali. Nelle società “opulente” si rende sempre più necessaria una diversa organizzazione economica e produttiva, che renda possibile il benessere senza dover per forza rapinare le risorse di altri. E per realizzare un obiettivo del genere, il sistema economico non potrà più essere basato sull’accumulazione, ma sulla condivisione. Non più sul consumo sfrenato, ma sulla gestione razionale. La crescita dei consumi non può più rappresentare il pilastro su cui si mantiene il sistema, ma occorre sganciare l’economia dalle logiche del profitto, che hanno generato il consumismo e di esso si alimentano. Spezzando questo circolo vizioso si renderà possibile non solo una maggiore equità sociale, ma anche un ridimensionamento del fabbisogno di materie prime, rendendo possibile anche sostenere il loro costo reale, pagarle il giusto prezzo, senza dover distruggere mezzo mondo per recuperarle gratis.

Ecco perché una decrescita economica controllata a livello globale non può che portare giovamento all’Africa: diminuire il consumo di merci ridurrebbe la necessità di sfruttare il continente e lascerebbe le migliori risorse a disposizione delle popolazioni locali; inoltre, l’allentamento della presa da parte delle multinazionali favorirebbe lo sviluppo di processi democratici al posto di corruzione, guerre e dittature, e questo porterebbe al miglioramento delle condizioni di vita a tutti gli effetti. Ma questo sarà possibile solo se l’iniziativa economica passerà dalle mani dei grandi gruppi industriali e finanziari, che agiscono per il proprio profitto, a quelle della concertazione democratica, che agisce nell’interesse collettivo. E solo se la popolazione si renderà conto che la strada per curare questo pianeta malato passa attraverso il ridimensionamento dei consumi e degli sprechi.

Una parte del mondo sta consumando al di sopra delle proprie necessità e al di sopra di ogni logica di civiltà, e questo trionfo dell’ingordigia è possibile solo attraverso il furto di risorse altrui. Nella nostra società, a partire dal carrello della spesa di ognuno di noi fino alle scelte macro-economiche dei nostri governi, devono tornare di moda i valori della sobrietà, della condivisione e del consumo razionale. La mentalità consumista ha già svelato i suoi tragici effetti sul pianeta e sulle persone, e non sarà certo con la beneficenza che si riuscirà a rimediare. La macchina della cooperazione internazionale è infatti una soluzione di facciata che non risolve i problemi e offende la dignità dei popoli africani. L’Africa non ha bisogno di nessun aiuto, ha solo bisogno di essere lasciata in pace.

da qui

mercoledì 2 dicembre 2020

TESTIMONI DELLA PACE

 


di Dario Cambiano e Stefano Grossi, realizzato con le ragazze e i ragazzi del Liceo Coreutico Germana Erba di Torino, per la mostra "100 anni di pace. La costruzione della pace dal Novecento a oggi": Vittoria Bonioli interpreta Rosa Parks Francesco Bottin interpreta Andrej Sacharov Alberto Caresana interpreta Patrice Lumumba Alice Chiorino interpreta Rachel Carson Alberto De Luca interpreta André Trocmé Stefano Etzi interpreta Muhammad Yunus Michele Fazzani interpreta Olof Palme Vittoria Fusi interpreta Vandana Shiva Giovanni Gibbin interpreta Arne Naess Roberto Marra interpreta Danilo Dolci Micaela Piredda interpreta Jane Addams Arianna Pozzi interpreta Hebe De Bonafini Lorenzo Rho interpreta Abdul Ghaffar Khan Alessandra Vinciguerra interpreta Jane Goodall Testi di Dario Cambiano Riprese e suono di Angelo Santovito Montaggio di Luca Mandrile Musiche di Stefano Giaccone e Lalli Prodotto dal Centro Studi Sereno Regis Durata 38.50 2018

mercoledì 28 ottobre 2020

il filantrocapitalismo è un imbroglio e fa schifo

Se il capitale si veste da buono - Nicoletta Dentico

Questo libro (Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo) trae ispirazione da sentimenti di dolore e di rabbia, inutile andarci intorno. 

Affossa le sue radici in due decenni di impegno internazionale nel campo della salute. Ancora di più, deriva da una antica e potente esperienza, quella di mescolarsi, entrare in ascolto e apprendere dalle etiche di vita delle varie moltitudini di poveri che le società di mercato hanno sospinto verso le forme più diverse della miseria moderna. E di aver fatto mio il loro punto di vista.  

 

Ho imparato a diffidare della narrazione legnosa e riduzionista sulla “lotta alla povertà”. La povertà ha dimensioni terribili ed effetti tragici, non si discute, ma occorre sapere che non è una banale questione di soldi ma di politiche strutturalmente violente e che comunque, da un punto di vista finanziario, è molto più espugnabile di quanto pensiamo.

Basterebbe una frazione di quanto si spende in armi, poco più dell’1% del prodotto interno lordo mondiale, per invertire la rotta.

Basterebbe intercettare e fermare subito i meccanismi di esuberante accumulazione plutocratica da parte di una minuscola élite della globalizzazione artefice di un sistema che produce disuguaglianze, quell’1% della popolazione mondiale che possiede ormai la metà della ricchezza del pianeta. 

E’ su quell’1% che vince sempre, che occorre volgere lo sguardo. Avrebbe molto da perdere se ci fosse un autentico cambiamento sociale e una virata verso la redistribuzione delle risorse, e proprio per questo si è messo a condurlo a modo suo questo cambiamento, spesso con il consenso di quanti ne hanno più bisogno, invocando il mantra della lotta alla povertà per  “cambiare il mondo” in modo che nulla cambi, per “restituire” un po’ della ricchezza accumulata in modo che non venga messa in discussione l’indifendibile asimmetrica distribuzione di risorse, potere, conoscenze e strumenti. 

Da qualche tempo questa élite ha deciso di impadronirsi insomma anche dell’ultimo fortino non ancora lambito dalla logica super-competitiva ed estrattiva del capitalismo finanziario: il mondo della solidarietà, del dono.

I plutocrati, sotto le avvenenti fattezze delle loro donazioni, sono diventati i sacerdoti della lotta alla disuguaglianza. Hanno compreso le prospettive sconfinate di questa battaglia: “a land of opportunities”, una prateria di opportunità per il loro business e la loro reputazione.

Hanno vinto la partita della globalizzazione economica, cimentandosi con poche mosse su un campo di gioco privo di regole e di arbitri, dove ogni fallo è possibile.

Siccome personificano storie di successo, dichiarano di “voler rendere questo mondo un luogo migliore”.  Sono sensibili alle sfide del pianeta, dicono, ne conoscono i problemi, intendono far parte delle soluzioni.

Anzi, puntano a colonizzare la ricerca delle soluzioni, convinti che le loro idee, i loro rimedi siano la migliore promessa di futuro cui la massa dei diseredati possa aspirare.  Ma siamo sicuri che non ci sia una strategia migliore?

E’ l’élite più socialmente impegnata ma anche la più predatoria della storia quella che ha sapientemente concettualizzato e architettato il filantrocapitalismo. 

Monopolisti nel settore economico di riferimento, hanno congegnato con le loro fondazioni la grande trasformazione della governance mondiale per arrivare a monopolizzare le leve della politica internazionale in nome dello sviluppo, e ora della sostenibilità.

Con la suadente moltiplicazione di “iniziative concrete e misurabili” ispirate alla logica aziendale e al diritto privato, in due decenni questi plutocrati hanno disseminato qua e là soluzioni che nella maggior parte dei casi non intaccano, talvolta anzi persino rafforzano, le dinamiche di ingiustizia all’origine delle situazioni di cui pure i loro rimedi alleviano qualche sintomo. 

Una iniziativa dopo l’altra, hanno definitivamente scompaginato la filiera della responsabilità pubblica nel governo del mondo.

Ho assistito in presa diretta ai passaggi che hanno spianato la strada all’affermazione della nuova classe di paperoni sulla scena della diplomazia globale.  Tutto è accaduto con una regia molto precipitosa, sotto i miei occhi.

A Seattle, nel novembre 1999, la società civile di tutto il mondo si imponeva con forza al cospetto della comunità internazionale, riunita per la prima conferenza tra gli stati membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con l’insopprimibile domanda di globalizzare finalmente i diritti e la giustizia.

A New York,  sempre alla fine del 1999, l’organizzazione che dovrebbe rappresentare il governo del mondo capitolava nel giro di pochi mesi, messa alle strette dalla pressione di pochi stati del nord, per inaugurare l’integrazione dei vincitori del libero mercato nei consessi negoziali della politica internazionale. 

L’arrivo dirompente e distruttivo di COVID19, esattamente a 75 anni dalla nascita delle Nazioni Unite e a 25 dalla entrata in vigore della Organizzazione Mondiale del Commercio, sollecita molteplici spunti di riflessione sul governo del mondo. 

 

Una pista di osservazione poco battuta, ma a mio avviso determinante, riguarda oggi più che mai la riflessione sulla egemonia culturale, finanziaria e politica del filantrocapitalismo. 

La ricerca di soluzioni veloci che interrompano la diffusione del contagio conferisce una spinta inesorabile al colonialismo filantropico, oggi praticamente senza argini, nemmeno all’interno delle confessioni religiose.

I filantropi che salvano il mondo la fanno da padroni nella gestione della pandemia grazie all’impenetrabile complesso industriale vincolato alle loro donazioni e al potere di seduzione che esercitano, mentre la comunità internazionale si dimena nel caos di micidiali pulsioni nazionaliste e buona parte della società civile, ormai assoggettata, dipende dai filantroprofitti per continuare a vivere.

La pandemia ci impone un ragionamento di senso sul filantrocapitalismo, perché questo ristretto entourage è connesso a doppio filo con il mondo della tecnologia digitale, della biotecnologia, della finanza, i tre ambiti che definiranno il futuro del pianeta.

Nel ribaltamento del rapporto di potere tra i pochi titani della ricchezza globale e i molti esponenti della funzione pubblica, non è uno scenario promettente. 

 

L’assenza di un dibattito serio sul filantrocapitalismo nel nostro Paese, al contrario di quanto avviene nel mondo anglosassone, è imbarazzante. 

Abbiamo bisogno per esempio di prendere le distanze dalle braccia ingenuamente spalancate dei nostri leader – come di tutti i leader  mondiali – nei confronti di Bill Gates, alle cui gesta filantropiche nessuno si sogna di porre domande, prima ancora che condizioni.

Abbiamo bisogno di marcare le distanze anche dalle teorie complottiste su Bill Gates e compagni, dietrologie che “la buttano in caciara” e appannano le ragioni di una riflessione basata sui fatti.

Il fenomeno scoppiato con la pandemia è spia di una generale assenza di riferimenti conoscitivi per leggere la complessità, e della montante insofferenza verso la biforcazione di destini che non ha ragione di esistere.  Questo stato di cose non è una fatalità della storia.

da qui

 

Le colonie del nostro tempo e il filantrocapitalismo - Vandana Shiva

 

Il Mondo Nuovo dell’1%, il mondo dei miliardari e dei filantrocapitalisti che formano l’élite più esclusiva sul pianeta, è in realtà il vecchio mondo, brutale e violento, della colonizzazione. La colonizzazione crea colonie dichiarando ciò che appartiene agli altri come vuoto – Nullius – così da poterselo accaparrare. Quei beni comuni che appartengono alle comunità, e a cui le comunità appartengono, vengono trasformati in proprietà private dei colonizzatori.

Questo fa la colonizzazione. Espropria le comunità dei loro diritti di accesso, le sfratta dai loro territori, salvo poi raccogliere le rendite di ciò che è stato sottratto e chiuso, grazie al processo di colonizzazione. L’economia globale contemporanea poggia sulla reinvenzione del progetto di colonizzazione.  Proprio così. Sono i colonizzatori a definire la narrazione storica, scrivendo le leggi e le regole che servono per legittimare i saccheggi delle terre, delle risorse, delle ricchezze, perpetrati contro i colonizzati.

Ciò che poté la Bolla Papale a favore della colonizzazione nel XV secolo,  possono oggi, nel XXI secolo, gli accordi di libero scambio, la deregolamentazione dell’economia, i nuovi strumenti di ingegneria genetica e la digitalizzazione, le nuove narrazioni sulla tecnologia. La prima colonizzazione costruì la nozione della Terra Nullius – la terra vuota – per appropriarsi dei territori delle popolazioni colonizzate e farle diventare le proprietà dei colonizzatori. 

Nel mondo contemporaneo la biotecnologia e l’industria chimica hanno costruito la nozione di Bio Nullius – or vita vuota –  per sottrarre i semi e cimentarsi nella biopirateria, con l’uso dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale. I giganti  digitali e i capitalisti della sorveglianza come Google, Facebook e Microsoft hanno costruito la nozione della Mens Nullius – o mente vuota – per prendere possesso e controllare le nostre menti e le nostre vite. 

Bill Gates ha privatizzato il bene comune del software facendosi ricco grazie ai monopoli brevettuali nel campo dell’informatica, e alla rendita finanziaria raccolta da ciò che avrebbe dovuto essere open source. E’ riuscito anche a evitare il pagamento delle tasse in virtù di regole ed escamotage del “libero commercio” che gli hanno permesso di depositare il denaro accumulato nei paradisi fiscali. 

I nuovi miliardari come Mark Zuckerberg  usano Facebook per intercettare le nostre menti, estrarre  dati dai nostri comportamenti e manipolarli, indirizzare le nostre scelte e guidare le nostre relazioni, salvo poi venderle alla macchina dei soldi o a quella elettorale. 

Con il crescente dominio del digitale nella nostra democrazia elettorale, l’intelligenza artificiale si è messa a eleggere leader da intelligenza artificiale, perché dominino la scena politica contemporanea.  

I diritti di proprietà intellettuale su ogni idea, su ogni essere vivente, su ogni aspetto dei processi naturali e delle funzioni della comunicazione sociale, agiscono come elementi di una industria estrattiva di rapina delle risorse e dei beni comuni delle persone , ivi inclusi la nostra conoscenza e la nostra democrazia. 

Filantrocapitalisti come Bill Gates sottraggono il potere alla governance e alla politica. Sostituiscono le decisioni democratiche di governi eletti e riescono a imporre politiche e leggi che lubrificano la loro macchina dei soldi.

 

E così la democrazia cambia i connotati. Da democrazia “del popolo, dal popolo, e per il popolo”  diventa  democrazia “delle imprese, dalle imprese e per le imprese”. La filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone, al fine di estrarne soldi. Non è “dare”. È sofisticata appropriazione (grabbing). 

Il filantrocapitalismo è ricolonizzazione in una versione moderna.  Se i beni comuni di un tempo erano la terra e i territori, i beni comuni di oggi, sottratti all’accesso dai plutocrati,  sono la vita stessa. I nostri semi e la biodiversità, i nostri corpi e la nostra mente, queste sono oggi le colonie e i filantropi come Bill Gates sono i Nuovi Colombo. 

La novità dei nostri tempi è la tipologia delle nuove colonie che sono state create: le forme della vita, gli organismi viventi, la nostra biodiversità, il cibo, la salute, i nostri corpi e le nostre menti, la nostra conoscenza e le nostre storie, le nostre relazioni e amicizie, le nostre comunicazioni e le nostre scelte.

Tutto questo è assoggettato ai nuovi strumenti che sono i nuovi diritti di proprietà, le nuove dipendenze, le nuove aporie, le nuove schiavitù, i nuovi imperi e dittature. Come scrive Shoshana Zuboff in “Il Capitalismo della Sorveglianza”, siamo noi la nuova materia prima. La novità è anche la creazione di una nuova religione fondata sull’innalzamento di alcuni strumenti, la tecnologia e il denaro.

Questi dovrebbero servire in teoria come mezzi per conseguire obiettivi al servizio dell’umanità e della terra. Vengono invece elevati a  fini in sé stessi, a fondamenti di questa nuova religione fatta ad arte per legittimare la ricolonizzazione che minaccia il pianeta e il nostro futuro. 

500 anni fa,  la religione della chiesa cattolica era utilizzata per giustificare la violenza della colonizzazione. La nuova chiesa è plasmata dall’1%. E’ la religione dei soldi: fare soldi sempre e comunque. Le tecnologie e la macchina del denaro sono state elevate fino a farne un credo assoluto, nel campo del cibo e dell’agricoltura come in quello della salute, dell’informazione e della finanza. I filantrocapitalisti sono allo stesso tempo i nuovi papi e i nuovi sacerdoti.  In quanto 1% sono anche i nuovi Re e Regine, i nuovi sovrani.

Sono i nuovi Cristoforo Colombo, avventurieri e mercanti. E provano anche a essere Dio quando reclamano di “inventare” la vita e di “geo-ingegnerizzare” il pianeta. La ricolonizzazione in veste moderna ha bisogno di nuove “missioni civilizzatrici” per presentare il furto e le appropriazioni che promuove  come “liberazione” di quanti sono considerati in genere “selvaggi” e “barbari”. 

Alla fine del 2016 in India abbiamo assistito al modo in cui l’economia digitale è stata imposta con la forza nel paese, attraverso una “eliminazione del contante” e le demonetizzazione dell’economia. Coloro che erano privi di smartphone e di carte di credito sono diventati, nel giro di poche ore, barbari e selvaggi da addomesticare e civilizzare con programmi di “educazione digitale” e “dittatura digitale”. 

C’è adesso una nuova iniziativa annunciata dalla Fondazione Bill & Melinda Gates che si chiama  “Bill & Melinda Gates Agricultural Innovations LLC” o “Gates Ag One”, nella versione abbreviata. Gates Ag One sarà presto una sussidiaria della Fondazione Gates con a capo Joe Cornelius, l’uomo che guida attualmente la Divisione della fondazione denominata Crescita e Opportunità Globali.

Ag One lavorerà con il team della fondazione che si occupa di Sviluppo Agricolo e con altri partner multidisciplinari per “accelerare lo sviluppo di innovazioni” che sono “necessarie a migliorare la produttività dei raccolti e aiutare i piccoli agricoltori, la gran parte donne, ad adattarsi ai cambiamenti climatici”.

Ciò che non viene detto nelle fanfare dell’annuncio dei Gates è che i piccoli agricoltori, voglio dire soprattutto le donne che hanno selezionato varietà di semi resistenti al clima – varietà che Navdanya conserva, moltiplica e condivide – che la conoscenza di queste donne insomma e la qualità dei semi che si è evoluta per millenni, sono resi completamente invisibili in questa ultima fase della colonizzazione da parte del patriarcato capitalista.

Non esistono culture diverse o biodiversità, non esiste democrazia o sovranità, nel mondo di Bill Gates. Ci viene detto adesso che esiste una sola agricoltura, Ag One, quella somministrata da lui e dalla sua fondazione. Esiste una sola scienza, una agricoltura, un uomo che decide se e come milioni di persone dovranno vivere o morire. Questo altro non è se non imperialismo nella sua fase più avanzata. 

La “tecnologia” è stata mistificata e fatta assurgere a nuova religione per sottomettere e controllare. La “tecnologia” e l’”innovazione” sono diventate le nuove parole d’ordine, per la missione civilizzatrice che distorce completamente il significato originario di “innovare”.

Innovare significa “rendere nuovo”, mutare le cose “introducendo norme metodi o sistemi nuovi”.  Tutto questo è stato ridotto a invenzione meccanica, e usato per definire le piraterie e le appropriazioni esclusive come “invenzioni” di cui si diventa proprietari tramite brevetti.

Bill Gates è sempre in agitazione alla ricerca di nuove opportunità per utilizzare i suoi miliardi  tramite la filantropia e creare nuove colonie di cui impossessarsi con le sequenze digitali dei sistemi viventi.  

Minaccia convenzioni internazionali delle Nazioni Unite come la Convenzione sulla Diversità Biologica e il Trattato sulle Risorse Genetiche delle Piante per il Cibo e l’Agricoltura.

E’ il nuovo Colombo che rivendica di inventare ciò che in realtà già esisteva, e ha rubato. Cancella la varietà del mondo vivente e della vita sociale,  costruisce “il vuoto” come licenza di conquista, e poi costruisce il suo Impero sulla vita. 

Ma oggi come allora l’obiettivo è sterminare la diversità della vita, delle culture, delle conoscenze, delle economie, delle sovranità, delle democrazie, delle libertà. La pirateria e le appropriazioni dei beni comuni sono, senza soluzione di continuità, il vecchio metodo. Nulla di nuovo sotto il sole. 

Il Dharma, la giusta azione e il giusto stile di vita è rimpiazzato dall’Adharma della macchina del denaro e dello sviluppo delle tecnologie,  per i profitti e il controllo come finalità umane.

Senza tener in minimo conto le conseguenze che tutto questo produce sulla natura e la società. Così,  riducendo al profitto il significato e il valore dell’umano, l’accumulazione del denaro da parte dell’1%, pur non etica e di fatto ingiusta in molti casi, viene definita la misura della superiorità umana. Una superiorità che non richiede valutazioni di sorta. 

Mai prima nella sua storia l’umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto sproporzionata, assiepata in così poche mani. Mai prima è accaduto che così poche persone avessero il controllo sulla vita dell’intera umanità. Mai come oggi i nostri corpi e le nostre menti sono state trasformate in colonie da cui estrarre rendita, e accumulare ricchezza.

Mai, mai prima la sopravvivenza della nostre specie è stata così in bilico. Mai prima le minacce alle nostre libertà e al nostro futuro si sono manifestate a noi su scala planetaria. Mai abbiamo avuto bisogno come oggi di resistere insieme, su scala globale, in solidarietà. 

Il libro di Nicoletta Dentico (Ricchi e buoni?) arriva al momento giusto, ed è necessario. Sarà una bussola importante per guidare l’evoluzione delle nostre strategie collettive, e per difendere le nostre esistenze e libertà dalle forme della ricolonizzazione variamente avallate attraverso il filantrocapitalismo.

E ci servirà, questo libro, per identificare le traiettorie democratiche di resistenza all’affermazione dell’Impero che si espande per controllare la nostra agricoltura, il nostro cibo, la nostra salute, i nostri corpi e le nostre menti, i nostri modelli di vita e le nostre democrazie.

da qui

venerdì 16 ottobre 2020

VANDANA SHIVA: PRINCIPI COSTITUTIVI DI UNA DEMOCRAZIA DELLA COMUNITA' TERRENA

[estratto dall'introduzione del libro di Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006, alle pp. 16-19]

1. Tutte le specie, tutti gli esseri umani e tutte le culture possiedono un valore intrinseco.
Tutti gli esseri viventi sono soggetti dotati di intelligenza, integrita' e di un'identita' individuale. Non possono essere ridotti al ruolo di proprieta' privata, di oggetti manipolabili, di materie prime da sfruttare o di rifiuti eliminabili. Nessun essere umano ha il diritto di possedere altre specie, altri individui, o di impadronirsi dei saperi di altre culture attraverso brevetti o altri diritti sulla proprieta' intellettuale.
*
2. La comunita' terrena promuove la convivenza democratica di tutte le forme di vita.
Siamo membri di un'unica famiglia terrena, uniti gli uni agli altri dalla fragile ragnatela della vita del pianeta. Pertanto e' nostro dovere assumere dei comportamenti che non compromettano l'equilibrio ecologico della Terra, nonche' i diritti fondamentali e la sopravvivenza delle altre specie e di tutta l'umanita'. Nessun essere umano ha il diritto di invadere lo spazio ecologico di altre specie o di altri individui, ne' di trattarli con crudelta' e violenza.
*
3. Le diversita' biologiche e culturali devono essere difese.
Le diversita' biologiche e culturali hanno un valore intrinseco che deve essere riconosciuto. Le diversita' biologiche sono fonti di ricchezza materiale e culturale che pongono le basi per la sostenibilita'. Le differenze culturali sono portatrici di pace. Tutti gli esseri umani hanno il dovere di difendere tali diversita'.
*
4. Tutti gli esseri viventi hanno il diritto naturale di provvedere al loro sostentamento.
Tutti i membri della comunita' terrena, inclusi gli esseri umani, hanno il diritto di provvedere al loro sostentamento: hanno diritto al cibo e all'acqua, a un ambiente sicuro e pulito, alla conservazione del loro spazio ecologico. Le risorse vitali necessarie per il sostentamento non possono essere privatizzate. Il diritto al sostentamento e' un diritto naturale perche' equivale al diritto alla vita. E' un diritto che non puo' essere accordato o negato da una nazione o da una multinazionale. Nessun paese e nessuna multinazionale ha il diritto di vanificare o compromettere questo genere di diritto, o di privatizzare le risorse comuni necessarie alla vita.
*
5. La democrazia della comunita' terrena si fonda su economie che apportano la vita e su modelli di sviluppo democratici.

La realizzazione di una democrazia della comunita' terrena presuppone una gestione democratica dell'economia, dei piani di sviluppo che proteggano gli ecosistemi e la loro integrita', provvedano alle esigenze di base di tutti gli esseri umani e assicurino loro un ambiente di vita sostenibile. Una concezione democratica dell'economia non prevede l'esistenza di individui, specie o culture eliminabili. L'economia della comunita' terrena e' un'economia che apporta nutrimento alla vita. I suoi modelli sono sempre sostenibili, differenziati, pluralistici, elaborati dai membri della comunita' stessa al fine di proteggere la natura e gli esseri umani e operare per il bene comune.
*
6. Le economie che apportano la vita si fondano sulle economie locali.
Il miglior modo di provvedere con efficienza, attenzione e creativita' alla conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita soddisfacenti e sostenibili e' quello di operare all'interno delle realta' locali. Localizzare l'economia deve diventare un imperativo ecologico e sociale. Si dovrebbero importare ed esportare soltanto i beni e i servizi che non possono essere prodotti localmente, adoperando le risorse e le conoscenze del luogo. Una democrazia della comunita' terrena si fonda su delle economie locali estremamente vitali, che sostengono le economie nazionali e globali. Un'economia globale democratica non distrugge e non danneggia le economie locali, non trasforma le persone in rifiuti eliminabili. Le economie che sostengono la vita rispettano la creativita' di tutti gli esseri umani e producono contesti in grado di valorizzare al massimo le diverse competenze e capacita'. Le economie che apportano la vita sono differenziate e decentralizzate.
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7. La democrazia della comunita' terrena e' una democrazia che tutela la vita.
Una democrazia che tutela la vita si fonda sul rispetto democratico di ogni forma vivente e su un comportamento democratico da adottare gia' a partire dalla quotidianita'. Ogni soggetto coinvolto ha il diritto di partecipare alle decisioni da prendere in merito al cibo, all'acqua, alla sanita' e all'istruzione. Una democrazia che tutela la vita cresce dal basso verso l'alto, al pari di un albero. La democrazia della comunita' terrena si fonda sulle democrazie locali, lasciando che le singole comunita' costituite nel rispetto delle differenze e delle responsabilita' ecologiche e sociali abbiano pieni poteri decisionali riguardo all'ambiente, alle risorse naturali, al sostentamento e al benessere dei loro membri. Il potere viene delegato ai livelli esecutivi piu' alti applicando il principio della sussidiarieta'. La democrazia della comunita' terrena si fonda sull'autoregolamentazione e sull'autogoverno.
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8. La democrazia della comunita' terrena si fonda su culture che valorizzano la vita.

Le culture che valorizzano la vita promuovono la pace e creano degli spazi di liberta' per consentire il culto di religioni diverse e l'espressione di diverse fedi e identita'. Tali culture lasciano che le differenze culturali si sviluppino proprio a partire dalla nostra umanita' e dai nostri comuni diritti in quanto membri della comunita' terrena.
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9. Le culture che valorizzano la vita promuovono lo sviluppo della vita stessa.
Le culture che valorizzano la vita si fondano sul riconoscimento della dignita' e sul rispetto di ogni forma di vita, degli uomini e delle donne di ogni provenienza e cultura, delle generazioni presenti e di quelle future.
Sono culture ecologiche che non producono stili di vita distruttivi o improntati al consumismo, basati sulla sovrapproduzione, sullo spreco o sullo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Le culture che valorizzano la vita sono molteplici, ma ispirate da un comune rispetto per il vivente. Riconoscono la compresenza di identita' diverse che condividono lo spazio comune della comunita' locale e danno voce a un sentimento di appartenenza che correla i singoli individui alla terra e a tutte le forme di vita.
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10. La democrazia della comunita' terrena promuove un sentimento di pace e solidarieta' universale.

La democrazia della comunita' terrena unisce tutti i popoli e i singoli individui sostenendo valori quali la cooperazione e l'impegno disinteressato, anziche' separarli attraverso la competizione, il conflitto, l'odio e il terrore. In alternativa a un mondo fondato sull'avidita', sulla diseguaglianza e sul consumismo sfrenato, questa democrazia si propone di globalizzare la solidarieta', la giustizia e la sostenibilita'.

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