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martedì 15 settembre 2026

Trauma e vergogna - Lorena Fornasir


Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni.

Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana.

Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”.

È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma.

“La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti.

La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna.

È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”.

Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza.

È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva.

Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano.

Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità.

Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna.

Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile.

Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4.

Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”.

È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare.

I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità.

Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità.

Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità.

Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza.

da qui

martedì 1 settembre 2026

Tirannia o rivoluzione - Chris Hedges

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico ( CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America", definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

giovedì 20 agosto 2026

Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose - Francesco Zevio

 

Ci sono dettagli che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima che illegale”

 

I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali.

Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.

Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.

Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte.

Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.

In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale.

da qui

domenica 22 marzo 2026

Violenza epistemica - Pasquale Pugliese

 

 

La massima potenza militare sul pianeta è concentrata nelle mani di un uomo che l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times, senza alcun pudore o ipocrisia, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità di Donald Trump, al netto dei 34 capi di imputazione per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla melma che eruttano i files di Epstein che lo coinvolgono; i confini esterni dalla complicità attiva con il criminale di guerra e contro l’umanità Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda la sua mente, rimando all’ottima ricognizione delle diagnosi che ne ha fatto Oliviero Ponte di Pino su Doppiozero (Trump e gli psichiatri).

A quattro giorni dall’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel quale tra i governi europei si sono sprecate le formule di rito su “l’aggressore e l’aggredito” che sostiene armi e sanzioni contro il primo, Netanyahu e Trump hanno aggredito militarmente e congiuntamente l’Iran, un paese sovrano, uccidendo anche la massima autorità politico-religiosa, producendo una “violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni unite” – come scrive il giurista Luigi Ferrajoli (il manifesto, Il crollo della ragione e del diritto) – che ci pone “di fronte al crollo del diritto internazionale”. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione. Si tratta della torsione mafiosa delle relazioni internazionali, come avevamo visto anche poche settimane fa con l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente, e confermato con il comitato d’affari per la razzia delle terre palestinesi, radunato sotto il nome di copertura di Board of peace.

Ma rispetto alla nuova catastrofe della guerra all’Iran, la reazione dell’Unione e dei governi europei è stata afasica, incapace – tranne il governo spagnolo – di esprimere la minima condanna, ma ingaggiata nell’eterna retorica della lotta del bene (i “nostri”, a prescindere) contro il male (tutti gli “altri”, a prescindere), a qualunque costo e contro qualsiasi evidenza. Fino a condannare piuttosto la risposta iraniana, mentre i governi inglese, tedesco e francese sono pronti a collaborare all’aggressione. Un esempio da manuale di “violenza epistemica” – come definita dalla filosofa Roberta De Monticelli in Umanità violata, in riferimento alla complicità con il genocidio israeliano dei palestinesi – contro le opinioni pubbliche:

“Una violenza che non uccide la vita del corpo, ma quella della mente: spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità, riduce il linguaggio a una orwelliana amministrazione di conformismi e tabù e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente delle persone”.

La violenza epistemica ripete oggi il mantra della “guerra preventiva” – rispolverata dalle aggressioni di George W. Bush all’Afghanistan e all’Iraq, che hanno generato catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti – nei confronti del programma nucleare iraniano, che ricorda le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. Come ha evidenziato l’Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “questi attacchi sono del tutto irresponsabili e rischiano di provocare un’ulteriore escalation, aumentando il pericolo di proliferazione nucleare e l’uso di armi nucleari. L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare”. Ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Usa né di Israele, che non vogliono minimamente rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al Trattato che le rende illegali, solo non avere nuovi concorrenti nella cupola atomica.

L’altra narrazione ricorrente nella violenza epistemica giustificatrice della violenza delle bombe, se sganciate dai “buoni”, è quella della guerra per la liberazione delle donne iraniane, che – oltre ad essere un ossimoro, sia in sé che in relazione ai due soggetti “liberatori” – si è subito infranta nel bombardamento della scuola primaria femminile Shajaba Tayyiba nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto già nella mattina di sabato 28 febbraio, dove si contano ad oggi almeno 165 giovanissime vittime e 96 feriti (fonte: Il Sole 24 Ore), nel sito verificato dalla Cnn. Un’interpretazione quantomeno distorta del principio “Donna, vita e libertà” del movimento di lotta iraniano.

Le ragioni storiche dell’aggressione militare per Trump stanno, invece, nella ricchezza petrolifera dell’Iran – terzo al mondo per quantità di riserve, dopo il Venezuela, appunto, e l’alleata Arabia saudita – e per il governo israeliano nell’essere il vero ostacolo alla realizzazione della Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, più volte rivendicata da Netanyahu. Le ragioni prossime sono i rispettivi sondaggi elettorali che hanno bisogno, per entrambi i criminali, di una vittoria militare per provare a cambiare di segno e allontanare il carcere. La violenza epistemica contro di noi è solo la fornitura delle coperture ideologiche per nascondere le verità dietro la violenza esplicita contro i “nemici”. Per questo Gandhi chiamava la nonviolenza “forza della verità”, ossia fermezza nel disvelamento della menzogna: ma già questo richiede coraggio, che di questi tempi è virtù assai rara.

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lunedì 6 ottobre 2025

Milano, gli arresti prima degli scontri a volto scoperto - Mario di Vito*

 

La singolare dinamica dei fatti accaduti alla stazione centrale di Milano: i 5 fermi alla stazione subito dopo pranzo. Nessuna regia, i tafferugli non erano stati previsti dalla questura. In due sono già state rilasciate. I minori attendono le decisioni del gip al Beccaria. FdI elogia la polizia, Mattarella chiama Piantedosi. Zerocalcare, Carlotto, Dazieri e altri: “bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti”

Prima i fermi e poi gli scontri. È singolare la dinamica della giornata di mobilitazione per Gaza andata in scena a Milano lunedì: le cinque persone prese dalla polizia, infatti, non sono state portate dentro al culmine della tensione del pomeriggio, ma molto prima: intorno alle 14, alla stazione Centrale, mentre da parte dei manifestanti era in atto il tentativo di bloccare per qualche ora i treni, cosa peraltro accaduta in altre città italiane senza conseguenze troppo gravi. Invece qui il clima si è fatto subito pesante.

Ed è stata quasi una sorpresa: né in questura né negli ambienti più militanti erano previsti tafferugli. Infatti il grosso degli scontri è sorto spontaneamente, prova ne sia che gran parte dei protagonisti dei disordini si aggirava a volto scoperto, segno che non c’era nulla di organizzato. Adesso la digos è al lavoro sui filmati ed è probabile che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane arriveranno denunce per i danneggiamenti, anche se il lavoro degli investigatori sarà meno facile del previsto: va bene i volti scoperti che aiutano le identificazioni, ma la nebbia creata da lacrimogeni e fumogeni non è d’aiuto per il software in uso presso la polizia, il «Sari», che compara i volti riconosciuti sia alle foto presenti in archivio sia a quelle dei social. I denunciati, a quanto si apprende, sarebbero già almeno una decina.

Comunque, per quanto riguarda i cinque fermati, due sono minori: un ragazzo e una ragazza, entrambi di diciassette anni, entrambi incensurati, entrambi arrestati in flagranza per resistenza aggravata ed entrambi studenti del liceo Carducci. Al momento sono in custodia al Beccaria, l’istituto minorile di Milano, dove ieri pomeriggio si è tenuto un presidio per chiederne la liberazione. Il gip deciderà entro venerdì. Altre due ragazze, di 21 e 22 anni, militanti del centro sociale Lambretta, pure accusate di resistenza aggravata ed incensurate (erano finite a processo per l’occupazione del cinema Splendor ma sono state assolte), hanno visto il loro arresto convalidato dal giudice ma sono state messe in libertà con l’obbligo di firma giornaliero. «La loro è una posizione molto marginale rispetto a quello che pare essere avvenuto – spiegano gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella -, l’accusa è di essersi divincolate al momento dell’arresto e aver avuto una colluttazione all’ingresso della stazione quando c’era tutto il corteo dietro. Loro hanno detto che si sono trovate davanti perché spinte dalle persone dietro. Non avevano nessuna intenzione di sfondare alcunché». Processate per direttissima, in aula le due hanno «negato ogni comportamento violento o minaccioso».

Più complessa la posizione del quinto arrestato, un 37enne incensurato, in attesa della decisione del gip sulle sue accuse: resistenza aggravata e lesioni aggravate perché, nel cercare di fermarlo, un agente ha rimediato cinque giorni di prognosi. L’uomo, stando a quanto ha scritto nella richiesta di convalida il pm Elio Ramondini, avrebbe uno «spiccato profilo criminale, tanto più pericoloso» perché «non ha esitato a sfondare il cordone di contenimento» e ha «persistito nell’azione violenta pur di perseguire il proprio fine e non abbandonare il proposito collettivo criminoso», ovvero «il raggiungimento dei binari della stazione ferroviaria».

Gli episodi milanesi, com’era in fondo scontato, hanno avuto una vasta eco nel dibattito politico. Intervenendo alla Camera in apertura della commemorazione di Charlie Kirk, il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami si è prodotto in un lungo elogio delle forze dell’ordine – sono stati sessanta i poliziotti feriti negli scontri, secondo la questura: Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere la sua solidarietà e fare gli auguri- e ha puntato il dito contro il centrosinistra, a suo dire quantomeno corresponsabile delle violenze. Il leghista Alberto Bagnai, per non essere da meno, ha tirato fuori in maniera ironica il vecchio adagio dei «compagni che sbagliano», in una prosecuzione ideale, si fa per dire, dei parallelismi tra il dibattito odierno e la lotta armata che da giorni le forze di maggioranza rilanciano tra dichiarazioni e post. «Sono centinaia di migliaia gli italiani che sono scesi in piazza pacificamente, ma voi parlate solo dei disordini», ha replicato Marco Grimaldi (Avs), con una kefiah al collo. E poi anche Elly Schlein, in apertura della direzione del Pd: «Noi abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza politica perché non la riteniamo mai giustificabile e perché non è il nostro metodo, non lo è mai stato. Non possiamo accettare però di vedere che la violenza di qualche centinaio di manifestanti che hanno colpito la stazione copra quelle decine di migliaia di persone che pacificamente in tutto il paese hanno manifestato per Gaza».

E che manifesteranno ancora e ancora nelle prossime settimane: gli appuntamenti in agenda continuano a moltiplicarsi in tutta l’Italia, perché quello che è successo ovunque lunedì non è stato un episodio di ordine pubblico. Non le hanno viste arrivare, queste persone. Continuano a non vederle.

L’appello: “Bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti

Immagini e parole sono il nostro strumento di lavoro, sappiamo essere qualcosa di vivo che può mutare significato velocemente. Lunedì 22 settembre l’Italia è stata bloccata: in oltre 100 città si è manifestato per dire basta al genocidio a Gaza e per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese. Stanche e stanchi di anni di connivenza da parte dei governi del mondo, persone di ogni tipo, età, classe, religione hanno deciso che era necessario cambiare registro. Da ieri la politica parla di “violenza” e “vandalismo” per un paio di vetrate della stazione Centrale di Milano cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Scontri evitabili se chi governa e gestisce l’ordine pubblico sapesse fare il proprio lavoro e gestire la forza moltitudinaria che assediava la Centrale, mentre in altre città altre stazioni, porti e autostrade erano bloccati. Violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, violenza è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, violenza è costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra, all’occupazione coloniale e all’inazione del governo Meloni.
Chi ha cercato di entrare in Centrale ha certo usato modalità muscolari per forzare il blocco di polizia, ma non ha seminato il panico come hanno fatto invece gli agenti che, a un certo punto, hanno sparato decine e decine di lacrimogeni, alcuni anche verso chi faceva foto dai balconi di via Vittor Pisani. Come artisti e artiste sogniamo un mondo di pace, ma non cadiamo nel tranello di trasformare momenti di resistenza e di rabbia collettiva in una subdola giostra di trasformazione di concetti e immagini. Violenza è tante cose, tante cose che rinneghiamo e disprezziamo, ma la violenza non è bloccare una stazione in un giorno di sciopero generale per provare a fermare il più grande genocidio di questo secolo, né l’insubordinazione ai silenzi complici di chi ci governa.
Confidiamo che chi è stato arrestato sia presto liberato e che il governo italiano si attivi per fermare il genocidio a Gaza, iniziando a cancellare tutte le forme di rapporto economico con Israele.

Massimo Carlotto, Punkreas, Chullu, kuTso, Massimo Roccaforte, Cinzia Delorenzi, Ratzo, Shah, Paolo Sollecito (insegnante di Yoga), Collettivo Micorrize, Robin Scheller, Assalti Frontali, Frode, Andrea Van Cleef, Atomo Tinelli, Bandabardò, Ivan il Poeta, Marco Teatro, Shandon, The Magnetics, The Soul Rockets, Giorgia Battocchio, Bull Brigade, Kiv, Modena City Ramblers, Walls of Milano, Gik, Zibe, Lilo, Max Pisu, Beatrice Schiros, Paui Galli, Nicoletta Daino, Giulio Cavalli, Cristina Donati Meyer, Marco Philopat, Mattia Tombolini, Flavio Ferri, Lele Sacchi, Alberto “Bebo” Guidetti, Anna Altobello, Riccardo Iellen, Manolo Perazzi, Cult of Magic, Mowlab/Il filo di paglia, Zerocalcare, Vintage Violence, Sandrone Dazieri, Banda degli Ottoni, Lara Guidetti e Saverio Bari / Sanpapiè, Alessio Tagliento

*da il manifesto

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domenica 22 dicembre 2024

“È ora di passare a una mentalità di guerra”, dice Rutte. Un’ossessione a cui bisogna disobbedire - Pasquale Pugliese

 

Quando alcuni giorni fa dicevo agli insegnanti partecipanti al Seminario organizzato da Libera-Roma e FLC-CGIL Lazio sulla “violenza giovanile” che la domanda fondamentale da porsi di questi tempi è se sia possibile, e come, formare i più giovani a relazioni nonviolente, in un contesto storico permeato non solo dalle guerre ma dal bellicismo, ossia l’ideologia di guerra, dilagante (mostrando anche i dati dell’aumento stratosferico delle spese militari negli ultimi dieci anni, specie in rapporto agli investimenti per l’istruzione) non potevo immaginare che appena qualche giorno dopo il neo segretario generale della Nato, Mark Rutte, avrebbe confermato clamorosamente le mie parole.

Giovedì 12 dicembre, alla Fondazione Carnagie Europe di Bruxelles, Rutte diceva che ormai “è ora di passare a una mentalità di guerra”, aggiungendo che non è sufficiente l’obiettivo del 2% del Pil da dedicare alle spese militari dei Paesi membri della Nato, ma è necessario aumentarlo ulteriormente – nonostante essi coprano già il 55% della spesa militare globale (a fronte del 12% della Cina e del 4% della Russi, dati SIPRI) – recuperando ulteriori risorse a questo scopo “dalle pensioni, dalla sanità e dalla previdenza sociale”. Rutte non è nuovo a queste dichiarazioni, se possibile più violentemente oltranziste di quelle del suo predecessore Stoltenberg: già ad inizio dicembre aveva intimato ai ministri degli Esteri dei paesi Nato di avere, rispetto alla guerra in Ucraina, “meno idee su come organizzare il processo di pace” e dare “più aiuti militari”.

Un’ossessione bellicista da “cattivo maestro” indirizzata a modificare la “mentalità” pacifista dei popoli europei, particolarmente radicata nel nostro Paese grazie ad una importante tradizione di educatori di pace – da Maria Montessori ad Aldo Capitini, da don Lorenzo Milani a Danilo Dolci, da Alex Langer a Gianni Rodari – ed all’implicita pedagogia pacifista svolta dall’Articolo 11 della Costituzione, che nel “ripudio della guerra come mezzo di risoluzione della controversie internazionali” ha indicato a generazioni di italiani la strada della ricerca e della costruzione di mezzi alternativi e nonviolenti per affrontare i conflitti. Ne sono conferma sia il Rapporto del Censis 2024, secondo il quale circa il 70% degli italiani è contrario all’aumento delle spese militari e il 66,3% ritiene i paesi occidentali (Usa in testa) come “principali responsabili delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente”, che la recente ricerca Demopolis per la Caritas, secondo la quale l’80% degli italiani considera le guerre “avvenimenti evitabili” nei quali la “Comunità internazionale” dovrebbe “intervenire con la mediazione politica senza l’uso della forza”.

Quanto poi le spese militari siano già impattanti sull’economia e la società italiane lo certifica anche la nuova Controfinanziaria del Rapporto Sbilanciamoci che, appoggiandosi alla metodologia dell’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex, ne denuncia un aumento nel 2024 del 5,5% rispetto al 2023, assestandosi a 28,1 miliardi di euro, indicando la strada virtuosa della loro sensibile riduzione, con tagli – a cominciare da quelli ai nuovi sistemi d’arma e ai programmi militari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (!) – e risparmi che garantirebbero maggiori entrate per circa sette miliardi e mezzo di euro, da destinare subito ai programmi di sicurezza sociale dei cittadini. Invece, come indica Rutte, la strada già intrapresa è quella di una gigantesca riconversione militare delle risorse civili, all’interno della progressiva ristrutturazione di una economia di guerra che fa esplodere gli extraprofitti dell’industria bellica.

Ma affinché questo sia politicamente accettabile è necessario, dunque – secondo i vertici Nato – lavorare al cambiamento radicale di mentalità dei popoli europei, rendendo non la pace, ma la guerra e la sua preparazione legittime e auspicabili. Il meccanismo propagandistico utile allo scopo, che da tempo è in atto anche nel nostro Paese, non è certo nuovo ma è stato codificato anche dal gerarca nazista Hermann Goering nel colloquio nel carcere di Norimberga con lo psicologo statunitense Gustave Gilbert (Norimberg Diary, 1947): “Ovviamente, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.

Ecco, il compito dei pacifisti oggi – già ampiamente sottoposti da governi e media alle accuse di Goering – è organizzare l’obiezione di coscienza e la disobbedienza culturale, prima ancora che civile, rispetto a questa nuova offensiva bellicista, affinché stavolta essa non funzioni. Ed essere buoni maestri fino in fondo: esempi credibili, anche per i più giovani.

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lunedì 25 ottobre 2021

Violenza - Enrico Euli

Nella visione democratico-liberale solo lo Stato detiene il monopolio della violenza legittima: solo lo Stato quindi può esercitare legalmente l’aggressione, sia all’interno di sé (attraverso le istituzioni che mantengono l’ordine pubblico), sia all’esterno (attraverso gli eserciti). E solo lo Stato può discriminare tra comportamenti violenti e non violenti dei cittadini (sia tra i cittadini, sia tra questi e lo Stato stesso), in primo luogo attraverso l’istituzione giudiziaria.

In questo modo, all’interno di questa visione, lo Stato si assicurerebbe univocamente il potere di definire, agire e sanzionare la violenza. Ma, in numerose esperienze ed evenienze storiche, è avvenuto che: lo Stato stesso sia stato promotore di atti violenti ed illegali (secondo le sue stesse leggi o leggi di livello sovrastatale); lo Stato sia stato contestato da minoranze/maggioranze di cittadini in relazione a singole leggi da esse considerate violente e quindi da superare/cambiare (il “legale” può essere considerato, cioè, non “legittimo”, a partire da motivazioni extra-sovralegali (morali, politiche, culturali…).

Attualmente, gli Stati democratici-liberali accolgono sempre più come forme legali e non violente di contestazione soltanto le forme ritualizzate di protesta: petizioni, manifestazioni pacifiche, scioperi regolamentati con preavviso. Qualunque altra forma, anche non violenta nelle modalità d’azione, è considerata illegale: ad esempio boicottaggi e interruzione di servizi, di (accesso alle) produzioni, di commerci e trasporti.

E sin qui ci troviamo appieno nella tradizione delle lotte nonviolente: la disobbedienza civile è sempre illegale, e non lo nega. La novità sorge nel momento in cui quel che lo Stato considera legittimamente “illegale” viene immediatamente tacciato anche di “violenza”, in quanto aggressione verso la libertà di muoversi, produrre, consumare, adire ai pubblici servizi. E quindi non solo “non legale” (giuridicamente), ma anche “non legittimo” (socio-politicamente).

Ma, se si accetta questa visione, ci sarebbe da chiedersi come mai i liberali (centrodestri e centrosinistri) di casa nostra si mobilitino (a parole) per le manifestazioni anti-regime di Hong Kong, ad esempio. I dissidenti, si sa, piacciono solo se stanno in altri Stati. La risposta che i liberali darebbero, lo so, è che qui siamo in una democrazia e quindi i cittadini hanno la possibilità di cambiare le leggi attraverso la rappresentanza, mentre lì no. Ma così si giungerebbe al paradosso che la lotta nonviolenta non sarebbe agibile da noi perché siamo democratici (e quindi non ce ne sarebbe bisogno) e da loro perché la democrazia non c’è (e quindi non si può protestare in alcun modo). Il conflitto sociale e politico verrebbe non più solo canalizzato e ostruito, ma – a questo punto – legalmente abolito.

Anche da noi, non siamo così lontani dall’aver raggiunto questa condizione. Lo dimostra il fatto che si consideri violento uno scioperante se lo fa senza preavviso. Ma perché dei lavoratori che non si riconoscono nel sindacato dovrebbero accettare regolamentazioni stabilite da accordi tra lo Stato e i sindacati? Lo dimostra il fatto che si consideri violento e asociale chi rifiuta l’obbligo vaccinale e/o di certificazione. Ma allora perché esiste la libertà di cura? E perché il Trattamento sanitario obbligatorio è sottoposto a complicate condizioni e procedure, ma non in questo caso? Lo dimostra il fatto che, per essere considerati violenti, non è più necessario devastare, aggredire e/o reagire controggressivamente all’azione di sgombero della polizia.

Ma perché, se sono disposto ad accettare di essere punito dalle leggi per le mie azioni nonviolente, dovrei anche accettare di essere definito violento da chi, nel frattempo, mi sta picchiando e mi reprime, in nome dello Stato e delle leggi?

Cosa resta della democrazia (anche liberale) se il conflitto e la lotta (anche se agiti non violentemente) sono immediatamente contrassegnati dal marchio della violenza?

Apparentemente: le elezioni (almeno sino a quando anche l’astensione non sarà considerata violenza).

Sostanzialmente: nulla.

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