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domenica 16 agosto 2026

Lizzie - Shirley Jackson

questo è un libro complesso come un puzzle, ma quando conosci i pezzi (e Shirley Jackson sapientemente li svela uno dopo l'altro) allora l'architettura della storia diventa sempre più convincente e avvincente.

qualcuno dice che Lizzie è il libro migliore della scrittrice, ma secondo me i suoi libri sono tutti migliori, difficili da dimenticare, e Lizzie non fa eccezione.

buona (imperdibile) lettura. 

 

 

Elizabeth Richmond ha ventitré anni, i tratti insieme eleganti e anonimi di una «vera gentildonna» della provincia americana, e non sembra avere altri progetti che quello di aspettare «la propria dipartita stando il meno male possibile». Sotto un’ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personalità sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l’amabile e socievole Beth e il suo «negativo» fotografico Betsy, «maschera crudele e deforme» che vorrebbe fagocitare e distruggere – con il suo «sorriso laido e grossolano» e i suoi modi sadici, insolenti e volgari – le altre due. È solo l’inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un «successo» terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre; tanto che dopo la comparsa di una quarta personalità, Bess, il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l’identità e la realtà.

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Shirley Jackson è la mia scrittrice preferita. Sorprendente il suo modo di descrivere l'alienazione, il senso di spaesamento, il tentativo di emancipazione delle sue protagoniste femminili. Thriller psicologico in superficie, nasconde molti altri temi, derivati anche dal rapporto difficile della scrittrice con sua madre, con suo marito e con la cittadina in cui viveva. Super consigliato.

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…È stato sicuramente angosciante leggere "Lizzie" perché ci si ritrova faccia a faccia con i terrificanti effetti del disturbo di personalità. La protagonista non esiste più nel suo tutto che si frantuma in più identità. 

È importante ricordare che l'approccio alla malattia mentale nel romanzo si basa su un modello di psicanalisi agli esordi. La paziente è un mistero da svelare. Il suo psichiatra si comporta come un detective che indaga per scoprire il trauma sepolto che ha generato tanti problemi. 

Jackson, con ironia, dà la possibilità alle varie personalità di presentarsi e raccontare la situazione dal loro punto di vista, cercando di prendere il controllo della storia. Più voci narranti che catturano l'attenzione del lettore che comprende subito quanto le "voci" siano inaffidabili. 

Tra tutti i protagonisti la figura dello psichiatra ha un fascino particolare. 

Il dottor Wright era un uomo pomposo, falsamente umile e incline all'autocompiacimento. Spesso veniva deriso da Betsy, la personalità cattiva, che lo chiamava dottor Wrong (cioè "sbagliato", in un gioco di parole fra right, "giusto", e wrong, "sbagliato"). Lui era sempre sul punto di tirarsi indietro, di mollare l'incarico. 

L'idea di una personalità che combinasse la stupidità di Elizabeth con la fragilità di Beth, la cattiveria di Betsy con l'arroganza di Bess, mi faceva venir voglia di nascondermi sotto le coperte! Mi vedevo come un dottor Frankenstein che ha per le mani il materiale necessario per costruire un mostro…

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…Sebbene mi abbia entusiasmata e affascinata, trascinata nel turbinio delle personalità, confusa, commossa e rabbrividita, non sono rimasta totalmente soddisfatta dal libro in generale. Questo perché, credo, l’intento dell’autrice e il presunto risultato della mia ricerca tra le pagine era diverso. L’autrice non intende spiegare i motivi, andare in fondo alla questione psicologica, ma descrivere e raccontare una storia di personalità multipla, senza divagare, una narrazione asciutta, senza filosofia, perché riserva al lettore il pesante compito di decidere, farsi un’opinione, riflettere. È un libro che invita in sordina alla riflessione, presentando soltanto la vicenda, ma da angolazioni diverse, affidando tutti gli strumenti per costruire un dibattito su un tema vivamente sentito all’epoca, per sensibilizzare su un tema ancora oggi considerato tabù, ossia la sanità mentale. In questo si rivela l’attualità dell’opera: il cervello, come tutti gli altri organi si ammala, tale malattia colpisce persone senza macchia, come Elisabeth, quasi anonima. Ma Elisabeth non è condannata, anzi, è accompagnata per mano verso una rinascita, che è glorificata attraverso il battesimo finale.

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Trascinante, una lettura che lascia boccheggianti perché non si può far altro che divorarla (strano termine da usare proprio qui) una pagina dopo l'altra. Il ritmo è incalzante, gli occhi corrono una riga dopo l'altra inseguendo Elizabeth, Beth, Betsy e Bess. Capita, quando si legge un libro che affronta punti di vista diversi, che lo stile sia ridotto ad un piattume, o che, al contrario, si ricorra a linguaggi assurdamente distanti. Shirley Jackson è magnifica, viaggiamo da un punto di vista all'altro, apprezzandone la distanza, il diverso uso degli aggettivi, della subordinazione, pur percependo il libro come un prodotto continuo. La storia è folle, disturbante, sfiancante, e come tutte le storie del genere ne restiamo morbosamente affascinati.

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domenica 26 luglio 2026

Il ministero per il futuro - Kim Stanley Robinson

le ondate di calore sono sempre più frequenti e letali, nasce il Ministero per il futuro, un organismo che si interessa dei problemi economici e tecnologici alla base delle crisi climatiche.

lo dirige, con un ampia libertà d'azione, Mary Murphy, ex ministro degli Esteri irlandese, che si avvale di validissimi collaboratori provenienti da tutto il mondo, con una strategia visibile e un'altra occulta, all'insaputa, più o meno, di Mary Murphy.

chi pensa di leggere un libro di fantascienza leggerà un libro di attualità (tranne per la parte dei rimedi, purtroppo ancora da venire, radicali, ma necessari).

Kim Stanley Robinson è davvero bravo, cinquecento pagine tutte necessarie per una storia avvincente che non annoia mai.

cercatelo e godetene tutti.

ps: i figli di Kali sembrano gli eredi dei favoriti di Mida, di Jack London



 

Il futuro non è alle porte, il futuro è adesso e qui. E non è per nulla buono. In India, in uno scenario da apocalisse biblica, muoiono a milioni per il caldo infernale. Per tutta risposta il governo ritiene di inviare aerei che diffondono anidride carbonica, confidando in questo modo nell’attenuazione del fenomeno. Parte del mondo scuote la testa e qualcuno non va tanto per le spicce: per protesta contro l’emissione di carbonio, una rete terroristica abbatte aerei carichi di passeggeri e navi porta-container. Intanto alcuni scienziati tentano tardivamente di mantenere stabile il livello del mare. Ci stiamo arrivando, ragazzi.

Tra il terrore di sempre più concrete guerre mondiali e quello pretestuoso di pericoli pandemici, il surriscaldamento globale resta per gli stati la cenerentola delle emergenze planetarie. Siamo a un soffio dalla fine, ci manca solo l’istituzione di un Ministero per il futuro – organismo per la difesa “di tutte le creature viventi presenti e future” – e le predizioni pre-apocalittiche del romanzo di Kim Stanley Robinson, Il ministero per il futuro (Fanucci 2022, trad. F. Vitellini), si avvereranno una per una. Il libro è uscito in America due anni fa, a riprova di come la science fiction rappresenti il genere verista del terzo millennio.

Attraverso le testimonianze di personaggi direttamente coinvolti negli eventi emergenziali, la trama enuclea le incidenze (politiche, sociali, esistenziali) che il cambiamento climatico sta avendo e avrà sul genere umano e sul pianeta. Per rinforzare il concetto: il presente è già cataclismatico, il futuro - se futuro ci sarà - sarà peggiore.

Il valore aggiunto e nel contempo l’aspetto più angosciante del romanzo (oltre 600 pagine) è la sua relativa adesione ai canoni post-apocalittici (no manicheismi, no sopravvissuti uniti dagli eventi cataclismatici, no scenari futuribili, no bande di disperati in cerca di razzie), privo com’è di retorica, e costruito con l’asciuttezza tipica della narrazione cronistica.

A partire dalle diverse sottotracce escatologiche, Il ministero per il futuro è insomma un romanzo destinato a lasciare traccia. Un romanzo che non si dimentica: autentica fantascienza sociale nella più potente e plausibile delle accezioni.

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Un film apocalittico al rallentatore. In un futuro prossimo e un'ondata di caldo insopportabile uccide in una piccola città indiana quasi tutti i suoi abitanti in una sola settimana, oltre 200.000 persone. Il governo indiano invia aerei per spruzzare anidride solforosa nell'atmosfera per imitare l'effetto di attenuazione delle prime eruzioni vulcaniche. Ma questa scelta, ovviamente, non incontra l'approvazione assoluta in tutto il mondo. Un nuovo organismo internazionale per la crisi climatica è stato "incaricato di difendere tutte le creature viventi presenti e future che non possono farsi sentire" ed è stato immediatamente soprannominato il Ministero per il futuro. È guidato da Mary Murphy, ex ministro degli Esteri irlandese. Il suo lavoro può prevedere dei lati oscuri, alla fine è un lavoro politico, ma mai come l'azione di una rete terroristica chiamata "I figli di Kali" che usa sciami di droni per far schiantare aerei pieni di passeggeri e navi porta-container. Tutto questo in segno di una protesta risolutiva contro le continue emissioni di carbonio. Nel frattempo, gli scienziati ai Poli stanno cercando di pompare acqua da sotto le calotte polari per evitare che scivolino nell'oceano e innalzino catastroficamente il livello del mare. Ogni cosa sembra destinata a collassare, e mentre il mondo è in preda a una frenesia che rende le situazioni ancora più critiche, la speranza di invertire la rotta verso una sicura distruzione pare essersi sciolta come neve al sole. Ma forse, appellandosi alla scienza e al sacrificio, non tutto è perduto…

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giovedì 18 giugno 2026

Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme - Nathan Thrall

l'incidente di un autobus pieno di bambini e maestre è un dramma sempre, ancora di più se avviene in un territorio dove vigono, tra le altre cose, l'apartheid e la burocrazia di stampo nazista.

Nathan Thrall racconta quello che è successo, ciascuno col suo nome, la sua storia, il suo dolore.

il libro non lascia scampo, è una cronaca senza sconti e senza vie d'uscita, non è un semplice incidente stradale, che poteva essere senza vittime, è solo l'ennesimo effetto collaterale di sterminio di una potenza occupante, nel silenzio degli ignavi.

un libro da non perdere.

ps: mi è tornato in mente un gran libro di Russell Banks, Il dolce domani, anche lì la tragedia di un autobus pieno di bambini.


 

…Leggo d’un fiato, sempre più angosciata e sgomenta, continuando a chiedermi dove abbia trovato, il narratore, la capacità di inventare la variegatissima folla umana che popola il suo testo. Nessuno dei suoi personaggi, neppure il più secondario o marginale, può essere confuso con nessun altro o dimenticato. Ognuna e ognuno di loro ha una propria storia e una propria solidissima fisionomia. Niente comparse e niente generici, solo figure di primo piano impigliate nella geografia esplosa dei Territori palestinesi occupati, intorno a quel grumo di lucida follia che è la Gerusalemme segmentata dalla Barriera di separazione israeliana…

https://www.doppiozero.com/nathan-thrall-tragedia-gerusalemme

 

Leggendo questo libro – preciso e caldo, appassionato e lucido – non ci troviamo in un’opera di finzione in cui gli eventi, le persone citate sono frutto della fantasia dell’autore, ma precipitiamo nel feroce quotidiano di chi vive nella terra più contesa del pianeta e, pur privato dei più elementari diritti, cerca di mantenere intatta la propria umanità. Ne usciremo più acutamente, e nuovamente, consapevoli.

«Le migliori pagine sulla Palestina che abbia mai letto.» - J.M. Coetzee

«Mi sono ritrovata a leggere e rileggere capitoli, paragrafi, singole frasi solo per assorbire la brutalità e l’intensità, il pathos e la cruda rappresentazione dei metodi usati da uno Stato per mettere in ginocchio un popolo senza perdere il plauso del mondo civile». - Arundhati Roy

«Una combinazione di prosa struggente ed eccezionale intuizione politica». - Yuval Noah Harar


Milad, cinque anni, è emozionatissimo: sulle spalle uno zaino più grande di lui con dentro la sua merendina preferita, non vede l’ora di salire sul pullman per la prima gita di classe della sua vita, destinazione un parco a nord di Gerusalemme. Quando Milad saluta la mamma ed esce sotto una pioggia battente, suo padre Abed sta ancora dormendo. La giornata che cambierà per sempre la vita di Abed Salama comincia qualche ora più tardi, su una strada bloccata, una delle poche su cui ai palestinesi è ancora concesso viaggiare, e la notizia di un incidente «con alto numero di vittime». Incalzato da un presagio, Abed raggiunge trafelato il luogo dell’impatto dove lo accoglie una bolgia infernale: un gigantesco tir rovesciato, uno scuolabus in fiamme, dei corpi a terra. Milad però non si trova. Inizia così per Abed una corsa angosciante in un labirinto fatto di ostacoli fisici, burocratici, emotivi, dovuti alla sua condizione di palestinese. E questo padre palestinese è dalla parte sbagliata del muro di separazione, i suoi documenti del colore sbagliato non gli consentono di superare i checkpoint dei militari, di entrare a Gerusalemme, di conoscere la sorte di suo figlio. La ricerca disperata di Abed incrocia il cammino di altre persone, con le loro storie che convergono, tutte, su quell’inferno: un’insegnante di asilo e un meccanico, un ufficiale israeliano e un funzionario palestinese, un colono paramedico, operatori sanitari ultraortodossi. Due madri, che sperano che il bambino ferito ma vivo sia il loro.

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Uno sguardo lungo che vede il futuro. Lo sguardo dei bambini e delle mamme. I presagi ci sono, ma affidarsi a quel sentire interiore appare difficile. Forse perché troppo forte, sincero, quasi sovrannaturale. Così per altri segnali emessi da uno Stato che in teoria dovrebbe invece rispettare precisi obblighi nel segno delle Convenzioni Internazionali. Le infrastrutture: strade sicure e non strade della morte, ambulanze che dovrebbero arrivare in tempo. Ma anche una casa in cui poter abitare e restare, una scuola dove recarsi anche se piove e un ospedale raggiungibile. Invece nuovi sbarramenti si frappongono sistematicamente alla vita di ogni giorno. Sono gli hawajez (e non solo) sparsi per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile. Con ancora e sempre nuovi progetti di insediamenti per i coloni. Perché "l'altro" popolo semplicemente non esiste. Il fattore tempo diventa determinante nella narrazione ed è allora che si comprende la vera natura della prevaricazione che si è insinuata in ogni anfratto, in ogni spiraglio della quotidianità. Tanto violenta da non lasciar respiro. Non è mai giusto morire, ma lo è soprattutto quando si è così piccoli. Cancellando il diritto di un papà di prendere per mano il suo bambino per andare insieme a osservare cose mai viste prima. Una fatalità... può succedere... ma quando la morte è annunciata, allora proprio niente può andar bene. Cronaca e romanzo di una struggente delicatezza.

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…a mettere i brividi, in questo caso, sono i dettagli di quel lontano incidente del 2012. Lo scuolabus “crepitava di fiamme”, tra urla e grida, con i bambini che bruciavano al suo interno. Lo scontro con il camion era avvenuto a pochi minuti di auto da un insediamento e a pochi secondi da un posto di blocco. Un’ambulanza israeliana avrebbe potuto aggirare i check point e prendere una strada diretta verso il luogo dell’incidente.

Portare un soccorso immediato e magari salvare qualche vita. Eppure, dopo mezz’ora, scrive Thrall, “non era arrivato un solo pompiere, agente di polizia o soldato”. La dinamica dei fatti dimostra che l’incidente mortale non era stato causato soltanto dalle condizioni meteorologiche avverse e da un atto di grave negligenza da parte del camionista che si era scontrato con lo scuolabus.

Tra quelle che Thrall definisce “le vere origini della calamità” ci sono i posti di blocco, il muro di separazione e l’assenza di servizi di emergenza da un lato di esso, oltre al sistema di permessi che ha costretto una classe dell’asilo a fare una lunga e pericolosa deviazione verso la periferia di Ramallah. Un insieme di concause che hanno contribuito a ingigantire la tragedia il cui vero colpevole è il progetto politico dell’occupazione che intrappola le persone in un conflitto permanente e rendendo più difficile e pericoloso ogni aspetto della vita dei palestinesi…

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venerdì 22 maggio 2026

Gli alberi – Percival Everett

prima di iniziare a leggere il libro leggete la storia di Emmett Till, poi capirete perchè.

come sempre bisogna avere fiducia (che sarà ampiamente ripagata) nella capacità di Percival Everett di non farci staccare gli occhi dalle pagine.

a Money una serie di morti, con un altro morto che appare e scompare, richiede l'intervento di due agenti federali.

succedono tanti fatti, sorprendenti e avvincenti, Percival Everett è un fuoriclasse della letteratura.

è un romanzo sulla memoria, sulla giustizia, un romanzo politico, assolutamente da non perdere.

se avete visto al cinema Una battaglia dopo l'altra riconoscerete le atmosfere, sono due storie gemelle di resistenza al potere, all'arbitrio, alla violenza.

se leggete solo un libro all'anno l'avete trovato, se vi volete bene leggete Gli alberi, nessuno se ne pentirà, promesso.


 

 

…A parte un inizio subito coinvolgente, ho fatto fatica a entrare nel mood della storia, aspettandomi da un momento all’altro qualche colpo di scena che non è mai arrivato, come a voler creare una routine nell’atto violento del linciaggio senza che questo venga mai percepito come qualcosa di eclatante, ma quasi che facesse parte della vita degli abitanti. Un adattamento che si forma dalla nascita e si consolida nel tempo, un atto che sembra inciso sulla pietra e che niente potrà scalfire, se non attraverso la comunicazione alle nuove generazioni.

Sono dell’avviso che, a volte, al di là di come si voglia trattare un argomento all’interno di un romanzo, è come il messaggio che lo contiene venga recepito forte e chiaro. E su questo concetto, Everett ha fatto centro: una volta chiuso il romanzo, la storia sedimenta e si cementa. Ho immaginato la vita di questi neri (o negri, come non politically correct indica l’autore e guai alla #cancelculture che non ci metta le mani), ai soprusi, agli stenti, alle occasioni mancate, alle offese ricevute, alle morti per futili motivi, ai sogni spezzati. A quanto siamo fortunati.

Proprio a febbraio di quest’anno, è arrivato in Italia il film “Till – Il coraggio di una madre” per la regia di Chinonye Chukwu. Il focus è incentrato sulla battaglia che la madre di Emmett fece per coinvolgere l’opinione pubblica nel perseguire i responsabili. Forse avrei evidenziato maggiormente, ed Everett lo compie nel suo romanzo, come il fenomeno del linciaggio continui a trasformarsi ma non a scomparire, come un virus nel sangue della popolazione. Spero trovino presto un vaccino.
Libro da leggere, e poi rileggere.

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…Nomi, sangue, dichiarazioni vere e fasulle, segni: questi i perni attorno cui ruota Gli alberi di Percival Everett, che è più di un thriller, più di un romanzo, più di una finzione, ma un libro che si fa specchio geniale e ci mette di fronte ai nostri pregiudizi, alle nostre mancanze, agli occhi chiusi e alle orecchie tappate… dandoci una sonora e necessaria scrollata.

Se “strani frutti” continuano a pendere dai pioppi e a ondeggiare nella brezza, offrendo “uno strano, amaro raccolto”, e le risposte concrete mancano, ecco che la narrazione esonda nella farsa che fa ridere e piangere, ecco che la parola scritta diventa l’unico mezzo per conservare, dare (e ridare) vita e forma, pareggiare i conti finché la bilancia ritorna in equilibrio e poi crolla, si scioglie, svanisce… travolta dall’orda.

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…Gli alberi è un libro crudo, dal linguaggio scurrile, ma al contempo ironico e sarcastico. Questa ironia serve a stemperare l’atmosfera, altrimenti pesante, che si respira nel romanzo. L’autore riesce a rendere perfettamente la mentalità ancora retrograda e razzista, pur essendo la vicenda ambientata ai giorni nostri, che si respira in alcune città americane. Il libro si legge bene, anche se i crimini sono descritti nella loro cruda realtà, e altrettanto cruda è la mancanza di sensibilità nei confronti dei corpi ormai senza vita di alcune persone di colore. La storia narrata fa riflettere e ti fa domandare com’è possibile che nel ventunesimo secolo sia ancora possibile avere una mentalità così chiusa e becera.

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lunedì 26 gennaio 2026

Tornerà l'America - Pino Farinotti

La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.

Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io completo … "e ha distrutto l’America". 
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra “umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre 60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante. 
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in pericolo.

Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato, devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente, questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne ha chiuse otto. 

L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo, fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci americane. 
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in buona parte anche “francese”.    

Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero. Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello. 


La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)

«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni di ferro».

Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Ritratto di signora, 1881 (Henry James) 
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento è in sé stesso delizioso, 
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
 

Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.

Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.

Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre cominciarono a sparire sotto una coltre verde. 

Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. 

On the Road, 1951 (Jack Kerouac) 
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me.

Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York. 

Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta, grazie ai film di 
Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli che seguono. Li conoscono benissimo.    

E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film, anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere, resistere.
L’America ritorna. 

Quarto potere, Viale del tramonto, Un americano a Parigi, Un uomo tranquillo, Fronte del porto, La parola ai giurati, A qualcuno piace caldo, Indovina chi viene a cena, 2001: Odissea nello spazio, Apocalypse Now, Manhattan, Schindler’s list.

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lunedì 20 ottobre 2025

Cerimonia - Leslie Marmon Silko

il destino dei pochi indiani d'America sopravissuti è quello di stare chiusi nelle riserve, in silenzio, ubriachi e drogati, ma, quando serve, i giovani vengono mandati a combattere e a morire per gli interessi di chi gli ha rubato le terre e ha provato a sterminarli con un genocidio senza pietà, come sono tutti i genocidi.

Tayo è un reduce tormentato della guerra mondiale, ha visto morire tanti altri soldati, amici, e, purtroppo, l'amato cugino Rocky.

torna nella riserva, in New Mexico, e ricomincia la vita di prima, allevatore e quello che trova. 

ricomincia a ubriacarsi con gli amici, come se non ci fosse un domani, e per fortuna incontra il vecchio Betonie, l’uomo medicina, che gli spiega perchè gli indiani soffrono a causa dei bianchi, ma anche i bianchi sono preda di una stregoneria che opprime il mondo.

e Tayo comincia a capire...

cercate e leggete Cerimonia, un gran libro (traduzione di Viola Marchi). 


ps1: "...Sapeva di aver imparato la menzogna a memoria - la menzogna che avevano voluto che lui imparasse: solo le persone di pelle scura erano ladri; i bianchi non rubavano, perchè avevano sempre i soldi per comprare tutto ciò che volevano...Se i bianchi non avessero cominciato a guardare al di là di quella menzogna e a rendersi conto che la loro era una nazione costruita su terra rubata..." (pag. 226-227)

tutti i popoli oppressi e colonizzati in tutto il mondo hanno subito il lavaggio del cervello, gli oppressori sono da invidiare, le culture degli oppressi e colonizzati sono una merda, inoculano nelle menti degli oppressi la vergogna di sè e della propria lingua, le culture degli oppressori e dei colonizzatori sono il modello da seguire per il colonizzati, si pensi che chi poteva studiare doveva studiare dappertutto Language and English Civilization, mai la propria storia e civiltà, in tutto il mondo (anche io lo ricordo a scuola, la storia sarda era su base volontaria da parte degli insegnanti, su fotocopie sgualcite, mica come i ricchi e affascinanti libri d'inglese).

ps2: mi è tornato in mente l'ultimo bellissimo film dell'immenso, e sottovalutato, regista Michael Cimino, Verso il sole (The Sunchaser), protagonista un giovane navajo.

del film ecco due belle recensioni qui e qui, si può vedere il film in italiano qui.


Leslie Marmon Silko e il suo "Ceremony" sono senza dubbio la scoperta più stupefacente del mio 2022. E' un libro difficile nel senso che richiede diverse riletture (che io non vedo l'ora di fare) per essere assorbito per bene; è un libro facile perché ti risucchia nel suo spensierato e gioioso e faticoso aprire porte su dimensioni sconosciute, o comunque molto, molto poco frequentate, dell'astratta infrastruttura letteraria/narrativa che permette all'Homo sapiens di definirsi tramite il racconto. Meraviglioso e imperdibile (e mi rammarica profondamente che sia così poco conosciuto da noi in Italia).

da qui

 

Si può fare resistenza restando passivi? Spesso mi capita di chiedermelo, in questi tempi bui, di individualismo esasperato, dove anche la parola “attivismo” è stata tradita, contaminata dal mito dell’esibizionismo individuale. 

Di sicuro un periodo storico oscuro come quello che stiamo vivendo favorisce – ma ne vedremo i risultati quando tornerà la luce – l’introspezione. In questo senso il ripiegamento dell’individuo su sé stesso potrebbe essere fertile per l’epoca futura. In un giorno che speriamo non sia troppo lontano.

Questo è la cerimonia: un cerchio che si chiude. Leslie Marmon Silko, meravigliosa scrittrice nativa americana classe 1948, descrive nel suo capolavoro, pubblicato per la prima volta nel ’77, lo svolgersi di un atto di rigenerazione che è sia individuale che collettivo. Il protagonista Tayo è un giovane mezzosangue, di madre Pueblo Laguna e padre bianco. La contraddizione più complessa di cui deve venire a capo, però, non è quella relativa al suo sangue ibrido, ma quella di come sopravvivere alla distruzione totale. La seconda guerra mondiale è da poco finita, e lui torna a casa nel New Mexico dopo un lungo periodo di degenza in un ospedale per reduci. Nelle Filippine ha perso il cugino Rocky, che per lui era come un fratello. Mentre combattevano entrambi nell’esercito degli Stati Uniti ha perso anche lo zio Josiah. Anche se non è stato lui ad ucciderli, si sente in colpa come se fosse, indirettamente, il responsabile della loro morte. La vera malattia di Tayo, quella che i bianchi diagnosticano come “pazzia”, è quella di sentire le risonanze di tutto ciò che accade intorno e dentro di lui, una sensibilità estrema per tutte le cose. Quando gli chiedono di che cosa soffra resta muto, non riesce a dare una spiegazione né agli altri né a sé stesso, perciò non può che continuare a soffrire in silenzio.

Un giorno Tayo incontra Betonie, l’uomo medicina, che gli svela l’importanza della cerimonia. Come in ogni Bildungsroman che si rispetti, il protagonista non comprende appieno il significato di ciò che gli viene spiegato, ma lo accetta, acconsente a sperimentarlo. Il vecchio Betonie lo mette a parte di una complessa teoria: il mondo è vittima di una potente magia nera. Uno stregone Ck’ o’yo per portare avanti il suo grandioso piano di distruzione ha incantato gli uomini, li ha portati a credere alla teoria – secondo l’autrice tipicamente cristiana – in accordo con la quale solo l’individuo può salvarsi dal male. La legge del latrocinio è la diretta conseguenza di questa filosofia, coadiuvata dalla morale dell’ingiustizia. Che lo stregone, secondo la leggenda raccontata da Betonie, sia un nativo, ha poca importanza. Il punto centrale è un altro: i bianchi, che si credono degli aguzzini, degli aiutanti dello stregone, sono stati a loro volta manipolati. Non sono altro che strumenti di un potere che sta ben al di sopra di loro e sono resi ancora più deboli dal fatto di non avere consapevolezza di ciò. Erano stati ingannati e “la menzogna stava distruggendo i bianchi più velocemente di quanto non lo stesse facendo con gli indiani. Ma gli effetti erano nascosti, evidenti solo nella sterilità della loro arte, […] in oggetti morti: la plastica e il neon, il cemento e l’acciaio”. Il vertiginoso aumento delle patologie legate allo stile di vita, all’alimentazione e a fattori psicologici e sociali di varia natura anche fra la popolazione yankee degli Stati Uniti dovrebbe spingerci a porci delle domande in questo senso.

La stregoneria – metafora per il colonialismo, che porta via la terra alle stesse persone che sono costrette a viverci accanto, assistendo al sopruso in ogni momento della giornata da dentro a quelli che Silko chiama non riserve bensì “recinti” – può però essere fermata. È per questo che Betonie intercetta Tayo: se lui metterà in pratica l’atto di purificazione salverà non solo sé stesso ma anche la propria gente. Nell’atto finale della cerimonia, una scena che sembra scritta per il cinema, il protagonista dovrà fare i conti con sé stesso, trovare una soluzione al dilemma che lo tiene sospeso tra la violenza autodistruttiva e l’indifferente distanza. Solo se farà la scelta giusta, la cerimonia verrà porta a compimento. E con la sua fine, cesserà anche la stregoneria. 

Ma le stregonerie, così come le cerimonie, ritornano. In forme diverse, ma ritornano. Anche su di noi, su questo tempo, incombe una pesante, opprimente, magia oscura. Tutti dicono che, dopotutto, stiamo bene così, che “dobbiamo andare avanti”. Ci sono degli olocausti in corso, ciononostante, da queste parti, continuiamo a masturbarci con questa fattura. Non credo esista stregoneria peggiore di questa.

da qui

 

La cerimonia del titolo è il leitmotiv del romanzo, è la chiave per la salvezza dalla china autodistruttiva su cui si trova il protagonista; si tratta di un rituale indiano, con tanto di sciamano e canti propiziatori.
Tayo, un giovane nativo americano (ma di sangue misto), è reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, dove ha combattuto contro i giapponesi; tornato a casa, le sue ferite sono soprattutto psicologiche: lui e gli altri reduci non riescono più a integrarsi nella società che li ha visti nascere, le terribili esperienze belliche li hanno cambiati a tal punto che solo nell'alcool riescono a trovare un oblio che fa loro dimenticare ciò che hanno visto e vissuto.
Un Uomo Medicina si farà avanti per aiutare Tayo a uscire da questa spirale di morte, e il ragazzo dovrà recuperare il suo essere nativo, il suo essere uomo, come una sorta di nuova nascita e di presa di coscienza. Il cammino non sarà per niente facile e le cadute saranno numerose....finale che non mi aspettavo e che ho apprezzato molto, perchè non è banale.
La bellezza del romanzo sta nell'immersione in un mondo legato alla terra, al cielo e agli elementi naturali, animali compresi, la cui armonia dipende dal perfetto equilbrio tra di essi. Lo sbilanciamento anche minimo causa danni al Tutto. La ragnatela è l'immagine simbolica più presente nel libro: l'universo come una ragnatela; basta che si allenti un filo e tutta la struttura ne risente.
Altro elemento che mi ha affascinato è il potere delle parole, più volte ribadito sia nelle poesie e nelle canzoni che costellano il libro, sia nei dialoghi dei personaggi. Le storie come fonte di vita, come creatrici; le parole che intessono trame vitali e le rendono pulsanti. Mi ha fatto pensare a questo: "In principio era il Verbo".....parola come sorgente di vita....
Un romanzo filosofico, se vogliamo, perchè ti induce anche a una riflessione personale; l'accompagnare il cammino di questo ragazzo confuso e oramai senza più domande, porta a mettere in gioco se stessi, in un percorso costruttivo.

E' un romanzo del 1977. Ho trovato delle difficoltà nella lettura, soprattutto nell'uso spropositato di pronomi a cui non era immediatamente attribuibile il soggetto: forse la "colpa" è della vecchia traduzione che avevo sotto mano. Inoltre, soprattutto all'inizio, i numerosi flash-back e i tuffi nella mente devastata del ragazzo mi hanno disorientato un po', ma evidentemente sono stati efficaci e più si va avanti nella lettura, la prosa si chiarisce di pari passo con la lucidità di Tayo.

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lunedì 15 settembre 2025

La strega - Shirley Jackson

(traduzione di Silvia Pareschi)

quattro racconti di Shirley Jackson, di cui tre ispirati dai figli.

sono racconti misteriosi, come capita alla scrittrice, con un colpo di scena finale da maestro (da maestra?).

povero chi non li legge:)

buona lettura.


 

 

Tre dei racconti qui riuniti hanno come protagoniste quelle creaturine infide, pericolose, enigmatiche che Shirley Jackson conosceva molto bene per aver cresciuto quattro «demoni», come chiamava – scherzosamente ma non troppo – i figli. Un bambino che, viaggiando in treno, vede streghe ovunque, e non è detto che non abbia ragione. Una ragazza che, sotto gli occhi di un presunto adulto un po’ alticcio, sfoggia un sapere e una saggezza apocalittici, mentre nella stanza accanto gli invitati a una festa sproloquiano sul futuro del mondo: «Non credo proprio che abbia molto futuro,» sentenzia con placido e inquietante distacco «almeno per com’è adesso ... Se quando lei era giovane la gente si fosse spaventata davvero, oggi non saremmo messi così male». E uno scolaretto che ne combina di tutti i colori, forse invisibile ma non per questo assente, come diceva sant’Agostino dei defunti, benché il marmocchio in questione sia vivo e vegeto. Tre boîtes à surprise con le quali Shirley Jackson suscita, a partire dal candore arcano dei ragazzi, sorrisi e brividi glaciali in egual misura. Senza rinunciare a condurci, al seguito di una donna che deve farsi estrarre un molare, nel suo territorio d’elezione: quella zona d’ombra ai confini della follia dove le cose note perdono i loro connotati familiari e appaiono estranee e perturbanti, dove un luciferino sconosciuto, materializzatosi dal nulla al nostro fianco, può prenderci per mano e, in un battito di ciglia, portarci a correre sulla sabbia calda, mentre le onde «tintinnano come campanelli sulla spiaggia» e «i flauti suonano tutta la notte».

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…Tutti e quattro i racconti riescono a descrivere diversi aspetti della vita quotidiana, da quella ingenua dei bambini alla routine degli adulti, e, contemporaneamente, il sentimento di inquietudine che proprio quella quotidianità suscita. A questo punto chiediamoci: che cos’è la quotidianità? È uguale per tutti? Possiamo considerarla sinonimo di normalità? Per Shirley Jackson ovviamente no! Lei ci descrive i lati più torbidi della vita, una vita che riesce ad essere assurda e destabilizzante anche nelle attività all’apparenza più ordinarie, come se avesse deciso di raccogliere le paure, le angosce, le ossessioni e le bizzarrie di tutto il genere umano, qui unite in brevi e profondissimi scritti…

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giovedì 11 settembre 2025

La stanza di Giovanni - James Baldwin

un libro sorprendente, un libro di amore e di paura. 

David vorrebbe sposarsi con Hella, ma, quando lei è in Spagna, David conosce Giovanni, un cameriere di origine italiana.

i due si vogliono molto bene, ma quando Giovanni ha più bisogno di lui David fugge.

un romanzo che avvince pagina dopo pagina, di una sincerità e di un dolore unico, un libro da non perdere.

James Baldwin è davvero bravo!

buona (dolente) lettura.

 

 

 

David, un giovane newyorkese in fuga da se stesso, è approdato a Parigi nel tentativo di affrancarsi dalla propria educazione, e dalla vita da ragazzo perbene che sembra essergli stata cucita addosso.

Mentre la sua fidanzata, Hella, è in Spagna per riflettere sul futuro della loro storia, in un bar David conosce Giovanni, impertinente e luminoso, e ne rimane irrimediabilmente attratto.

E dal loro incontro, dal primo momento in cui entra nella sua stanza, piccola e disordinata, saprà di essere perduto, che né la vergogna né la paura riusciranno a riportarlo a casa.

Diviso tra Hella che incarna il desiderio di normalità, il sogno di una tranquilla vita americana, e Giovanni che invece è forza, cuore e istinto, David attraversa le strade di Parigi, vede i colori e le stagioni passare, sente passioni e bisogni taciuti riemergere e chiedere il conto.

La difesa della propria identità implica sempre una lotta dolorosa, e così è anche per David, solo che la sua debolezza e la sua indecisione faranno soffrire tutti coloro che lo amano e che lui stesso ama.

Come ha dichiarato lo stesso Baldwin in un’intervista del 1984: “La stanza di Giovanni parla di quello che succede se hai paura di amare”.

 

“La stanza di Giovanni è un romanzo di intensità unica e di una bellezza eccezionale, ipnotico, intimo, straziante.”

Jhumpa Lahiri

 

“Se dovete leggere un solo autore nella vita che sia James Baldwin.”

Roberto Saviano

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…All’interno del romanzo si può identificare il protagonista come una persona affetta da omofobia interiorizzata.

Con omofobia interiorizzata si intende una serie di comportamenti e pensieri negativi che le persone omosessuali provano per sé stessi e per le altre persone con lo stesso orientamento sessuale. Per tutta la sua vita una persona affetta da questa sindrome è costretta a far fronte a una serie di pregiudizi, luoghi comuni e offese che sia la società, sia la propria persona, impone loro.

Ciò causa un forte disprezzo verso se stessi e verso gli altri, sentendosi sempre in una costante lotta con il proprio mondo interiore e con il mondo circostante.

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…David parla di se stesso come di un riflesso di tutti gli antenati che «hanno conquistato un continente, spingendosi attraverso pianure cariche di morte, finché non giunsero a un oceano che si affacciava dall’Europa verso un passato più oscuro». Baldwin descrive così come l’essere bianco di David sia un prodotto della storia, e il contesto in cui lui vive è un tipo di società etero-normativa e patriarcale che produce traumi per coloro che non rientrano nelle sue norme. Per il protagonista de La stanza di Giovanni è più importante dimostrare a se stesso la sua virilità come modellata dal padre, anche se ciò significa perdere e ferire le persone che ama: è una lotta contro se stesso, e con il ripercorrere la sua storia prova a rimediarsi una sorta di guarigione dai traumi che ha vissuto e che ha sempre cercato di dimenticare, come la morte di sua madre, il rifiuto di suo padre, o le sue tendenze omosessuali. Quello che ossessiona David sin dall’inizio e da cui tutta la storia prende le mosse è l’esecuzione di Giovanni. David, nel suo rimorso, sente di essere prigioniero del passato e spera che, raccontandolo a se stesso nel modo giusto, possa liberarsi e andare avanti nel futuro.

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…Baldwin esplora la dissonanza tra l’apparenza e la realtà, tra ciò che la società si aspetta e ciò che l’individuo vuole essere. David è tormentato dal suo stesso rifiuto dell’amore di Giovanni, un rifiuto che diventa una condanna, un’auto-sabotaggio che lo porta a una tragica conclusione. Giovanni, invece, sembra essere un uomo che ha accettato la propria condizione, ma che è tuttavia distrutto dalle circostanze esterne…

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… La stanza di Giovanni è considerato il capolavoro di James Baldwin ed è un libro che merita quest’appellativo.
Baldwin scrive una storia magistrale sull’incapacità di conoscere ed accettare se stessi.
Anche se i protagonisti sono omosessuali lo stesso Baldwin ha più volte ribadito che nel romanzo l’omosessualità è un tramite per raccontare cosa succede quando si ha paura di amare.

David è omosessuale, lo sa fin dall’adolescenza, da quando passò la notte a casa del suo amico ma ha sempre nascosto e rifiutato la sua sessualità.
Per lui gli uomini sono incidenti, situazioni a cui non riesce a dire di noi ma è certo di voler sposare Hella, di volere una famiglia tradizionale.

L’incontro con Giovanni lo destabilizzerà ma pur amandolo non accetterà di restare con lui.
Perché David non riesce a liberarsi dall’idea di normalità sociale a cui anela: una moglie, una famiglia.

David è il narratore della vicenda, un narratore assolutamente inaffidabile perché incapace di prendersi le sue responsabilità, incapace di accettarsi ed affrancarsi dall’idea che gli altri hanno di lui. I suoi discorsi sono pieni di stereotipi, di affermazioni velate, superficiali se confrontati alla profondità dei sentimenti di Giovanni che sa chi è mentre David lo ignora completamente.

La stanza di Giovanni è un romanzo bello e dolorosamente tragico, una storia dove non c’è redenzione ma solo un continuo eludere la verità da parte di David che fino all’ultimo sceglie di non confrontarsi con la realtà.
Buona lettura.

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domenica 7 settembre 2025

L'incubo di Hill House - Shirley Jackson

uno studioso di case abitate (forse) da fantasmi, il professor Montague, si serve di tre persone per fare un esperimento speciale in una casa "maledetta", Theodora, Eleanor e Luke, in più c'è Mrs. Dudley, che per conto della proprietaria della Hill House è una specie di governante della casa.

andando avanti nella lettura si scopriranno tante cose, per esempio che la casa è stata costruita da un architetto che all'interno della casa ha messo una serie di "trappole" che non consentono di muoversi senza perdersi, e questo rende insicuri tutti coloro che stanno nella casa.*

la protagonista del libro è Eleanor, che giusta giusta non è, e diventa sempre più un tutt'uno con la casa, si crea una simbiosi.

un libro avvincente, a me è piaciuto molto.


ps: dal libro è stata tratta una serie nel 2018, a me basta il libro, la vita è breve, non di può vedere tutto.


* se siete mai stati al Museo Ebraico di Berlino, progettato da Daniel Libeskind, capirete come è inquietante camminare in un edificio non in piano e con i muri "non squadrati".



 

Inizia così:

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

 

 

…Come Eleanor, anche Hill House soffre un proprio squilibrio. È uno squilibrio architettonico, voluto dal suo stesso progettista e proprietario: Hugh Crain.

Crain fa in modo che gli angoli di Hill House non siano mai del tutto dritti; le pareti curvano impercettibilmente, così le scale e i pavimenti. La casa ha una planimetria a chiocciola e per muoversi da una stanza all'altra è necessario conoscerne la mappa, ma le inclinazioni della struttura provocano negli abitanti un disorientamento tale che spesso, pur conoscendo l'esatta ubicazione delle stanze, è impossibile raggiungerle.

Quello squilibrio è qualcosa che Crain porta dall'interno all'esterno, dalla sua mente alla casa: una mente disturbata, come dimostra il diario che Luke recupera dalla biblioteca, e nel quale l'uomo lascia alla figlia una serie di precetti di buona condotta vergati con il sangue.

In tutto questo le apparizioni, i tratti “soprannaturali” della casa, che pure ci sono, assumono un'importanza del tutto peculiare. Ciò che accade a Hill House, resa folle dalla solitudine e dall'isolamento, potrebbero essere emanazioni del rancore e del dolore di Eleanor stessa che la casa prima suscita e poi amplifica. Le risate che sbocciano nel cuore della notte, i colpi ripetuti contro le porte, l'impressione che la casa stia per cedere sotto un peso che nessuno conosce, che nessuno comprende, e che è il peso della solitudine. Di una tristezza tanto profonda e tanto piena che schiaccia e annichilisce chiunque abbia la sfortuna di rimanervi intrappolato.

da qui

 

…Se invece tutto fosse frutto della Paura? La paura, che porta a credere di sentire persistenti colpi alla porta, a vedere vibrazioni alle pareti sghembe, quasi Hill House si accordasse ai pensieri e alle aspettative degli ospiti. È normale, o no? Il vento freddo che serpeggia nei corridoi è autentico, oppure è l’inconscio che si fa sentire? E allora succede qualcosa di spaventoso, o no?

Perché allora la casa si manifesta anche quando si nasconde, “drizzando la testa imponente contro il cielo senza concessioni all’umanità”, che da quando ci metti piede non c’è via di fuga… o no?

Immune da ogni esorcismo, la casa di Shirley Jackson si rifiuta di essere ospitale, catturando nel suo incubo chi l’alberga. Ma se il vero orrore albergasse invece dentro la nostra mente, e il circostante fosse solo un veicolo per incanalare i nostri lati d’ombra, le nostre sofferenze, le nostre insicurezze?

Sia come sia, benvenuti a Hill House.

da qui

 

…Il rapporto che la casa instaura con i suoi abitanti è un rapporto esclusivo, e se si vive un periodo particolare come quello di Eleanor, non c’è modo di scappare alla malìa che Hill House può esercitare. Nell'opera della scrittrice non bisogna certo cercare orride atmosfere o colpi di scena tipici dei racconti dell'horror, ma c'è l'atmosfera gotica, la sottile angoscia che il mistero può generare, la paura è più legata agli aspetti impliciti di una personalità disturbata, che proietta paure o manie dentro l'edificio, che non a oscure presenze. Il lettore sarà dunque portato a scoprire o a capire se è tutto frutto della fantasia di questa donna o se davvero la casa l’ha cambiata, l’ha catturata, o infine ha solo rivelato a se stessa chi è e cosa vuole, in un mondo di pregiudizi borghesi americani, che più di ogni altra cosa la inchiodano a quello che dovrebbe essere e che forse non è, in una società che ha come sfondo precisi canoni religiosi e uno scenario, quello degli anni Cinquanta, in cui la diversità è sempre considerata diabolica. I suoi tormenti arriveranno a condurla fino ad un punto finale che sembra inevitabile e disastroso insieme, e che porterà il lettore ancora una volta a domandarsi se non fosse già scritto tutto dall’inizio.

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martedì 26 agosto 2025

Abbiamo sempre vissuto nel castello – Shirley Jackson

È il primo libro di Shirley Jackson che leggo, un bella scoperta, per me. 

Dalla biografia di Shirley_Jackson, morta a soli 49 anni, si può intuire perché non abbia scritto libri stile e vissero felici e contenti. (d'altronde come stupirsene se la tua madre di merda ti dice che sei un aborto mancato?).

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un piccolo libro che non delude, due sorelle (con uno zio in sedia a rotelle) vivono in una casa fuori paese, odiate da tutti, sopratutto la sorella grande, perchè implicate secondo la vox populi, ma non secondo la giustizia, nell'avvelenamento dei genitori.

vivono una vita ai margini, sempre nel timore di attacchi e violenze, e si vedrà quanto hanno ragione.

il racconto è come sospeso, tranquillo, sino all'esplosione della violenza.

Shirley Jackson è proprio brava, non privatevene (lo dice anche Stephen King).

buona (sorprendente) lettura.


 

 

A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia…

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Abbiamo sempre vissuto nel castello è un libro perturbante e l’incipit ci scaraventa immediatamente dentro a una storia di cui intuiamo i contorni… saranno le pagine dopo a farci capire realmente dove siamo e chi stiamo ascoltando. Mary Katherine Blackwood è la voce narrante e basta pochissimo per accorgersi che Marricat non è proprio una bambina come tutte le altre…

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…Lentamente veniamo a conoscenza dell'identità del colpevole degli omicidi e dei motivi dell'insano gesto, mentre davanti ai nostri occhi scorrono scene di "ordinaria follia": non ci sono colpi di scena o scene da romanzo horror, non scorrono fiumi di sangue né vi è alcuna presenza sovrannaturale che abita la casa, piuttosto la pazzia regna sovrana ma si può vederla solo in controluce, senza che venga mai chiamata per nome, ma non c'è una sola pagina, non una sola riga nella quale non si percepisca inquietudine e angoscia…

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…Semplicemente un capolavoro, scritto con maestria in un crescendo di tensione e preoccupazione per la sorte di personaggi indimenticabili, e che fa venir voglia di divorare tutto ciò che Shirley Jackson ha scritto, liste della spesa comprese.

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