Chiara Brusini intervista Mario Pianta
Il docente della Scuola Normale Superiore a Firenze:
"L'aumento dei prezzi è un fonte meccanismo di impoverimento e
allargamento delle disuguaglianze. Lo Stato fissi un prezzo massimo per
benzina, diesel, energia e gas invece di dare bonus e aiuti a pioggia". Il
6 ottobre esce, a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e
tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli)
“La cosa
disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione,
al debito e alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità
di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche europee e
nazionali. Paradossalmente, a questo immobilismo fa da contraltare il
grande attivismo sul fronte della spesa militare“. Mario Pianta,
ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore a Firenze,
ha curato nel 2023 L’inflazione in Italia (Carocci), analisi del balzo
dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina, delle sue
conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze e delle (in gran
parte fallimentari) politiche adottate per affrontarlo. Il suo punto di vista è
particolarmente prezioso ora che il conflitto in Medio Oriente ha
innescato una nuova spirale di rincari. Il 6 ottobre esce, sempre a sua cura, Se
l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo
(Fondazione Feltrinelli), che aggiunge un altro tassello indagando come e
quanto la corsa agli armamenti rischi di sottrarre risorse indispensabili per
il contrasto alla crisi climatica, alle disuguaglianze e al declino
industriale: “In breve”, riassume, “è un cattivo affare e un cattivo
modello di sviluppo economico. Ma la scelta tra più armi e più spesa sociale è
una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale“.
Domanda.
Professore, a settembre l’inflazione è balzata al 4,2% causa guerra in Medio
Oriente mentre i salari reali italiani sono ancora ben lontani dal ritorno ai
livelli pre Covid. Cosa ha insegnato la fiammata dei prezzi del 2022-2023? Chi
pagherà il prezzo più alto?
Questo picco
si collega a un processo di lungo periodo che ha mantenuto elevata
l’inflazione. Ci sono tre fronti principali: l’aumento dei prezzi dell’energia
ora legato alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la crescita dei prezzi delle
case, saliti del 4% sull’anno precedente, e quello dei prodotti
alimentari, aumentati del 5%. A perderci sono soprattutto le famiglie più
povere, che spendono una maggior quota di reddito per quelle tre voci. Nel
2022-23, a fronte di un indice di inflazione medio dell’8,5%, per loro il conto
è stato ben più alto: 12%. Oggi il 4% medio si traduce per quelle fasce in un
7-8% di perdita di potere d’acquisto: è un meccanismo molto forte di
impoverimento e di allargamento delle disuguaglianze, che segue un trentennio
in cui le trasformazioni dell’economia e il potere della finanza hanno ridotto
di 15 punti percentuali la quota dei salari sul reddito nazionale mentre la
fetta che va a profitti e rendite si è allargata.
Chi invece
ci guadagna?
Le imprese
con potere monopolistico e capacità di influenzare l’andamento
complessivo dei prezzi a fronte di una domanda rigida. È il caso dell’energia:
elettricità, benzina, gasolio e gas sono prodotti di cui i consumatori non
possono fare a meno. Per questo storicamente questi prezzi sono stati
controllati direttamente dai governi o decisi da imprese pubbliche. In Italia Eni
ed Enel sono nate come imprese pubbliche e sono ancora
prevalentemente di proprietà dello Stato, ma dopo le privatizzazioni si
comportano come imprese private, puntando alla massimizzazione dei profitti.
Il governo, che pure è il principale azionista, non richiede più comportamenti
mirati alla difesa dell’equilibrio economico del Paese e degli interessi dei
consumatori. E ne beneficia perché parte dei dividendi finisce nelle
casse dello Stato.
Cosa avrebbe
dovuto fare il governo, al posto degli inefficaci tagli delle accise e della
“moral suasion” per ottenere mini sconti sui carburanti?
La lezione
dell’inflazione del 2022-23 era proprio l’importanza di una politica di
controllo dei prezzi dell’energia, per evitare che aumenti in questo campo
portassero a una crescita generalizzata. Lo Stato dovrebbe stabilire un prezzo
massimo per benzina, diesel, energia e gas, come è stato fatto per decenni.
Invece di dare bonus e aiuti a pioggia, che sono un cerotto e un pessimo
esempio di come utilizzare le risorse pubbliche pubbliche, occorrerebbe
interviene alla radice dei problemi. Poi, se necessario, a fronte di forti
rincari dei prezzi di acquisto, il governo potrebbe concedere compensazioni
alle aziende. È quello che hanno fatto Francia e Spagna nel 2022-23.
Oltre al
controllo dei prezzi, quali altri misure aiuterebbero a tamponare gli effetti
dei rincari e sostenere i salari, il cui potere d’acquisto nell’ultimo decennio
è crollato?
Tra le
politiche promettenti ci sono, accanto all’intervento attraverso le imprese
pubbliche, il salario minimo e un reddito di base. In più ogni sussidio alle
imprese dovrebbe essere condizionato al rinnovo dei contratti di lavoro.
I salari dovrebbero poter recuperare in modo stabile le perdite di potere
d’acquisto dovute all’inflazione.
Nel 2022-23
la Bce ha alzato i tassi per frenare l’inflazione e ora ripropone la stessa
ricetta, che però non aumenta la disponibilità di petrolio e gas…
L’aumento
dei tassi ha senso in caso di eccesso di domanda, che in questa fase non si
vede, come non lo avevamo nel 2022. L’effetto è soprattutto recessivo: riduce
la già piccola crescita del Pil. Nel caso dell’Italia, dove il beneficio del
Pnrr che aveva rilanciato gli investimenti si sta esaurendo, vuol dire tornare
fanalino di coda. A livello europeo, con i consumi e gli investimenti che non
crescono e l’export che risente dell’incapacità della Germania di mantenere i
propri mercati internazionali, significa condannarsi a un ristagno di lungo
periodo.
E allora
perché si persevera in quella direzione?
Dipende dal
debito: dagli Usa arriva una spinta verso tassi di interesse elevati per mantenere
la capacità del dollaro e del governo americano di attirare capitali da tutto
il mondo che vadano a comprare i Treasury. L’Europa ne viene influenzata e non
è in grado di mettere in campo una politica comune per gestire il debito
pubblico. L’ossessione del neoliberismo di vedere il debito pubblico come un
grande fattore di instabilità e le regole sbagliate alla base dell’Unione
monetaria e del ruolo della Bce inducono l’Europa a politiche
autolesionistiche. Lo abbiamo visto con la crisi del debito della Grecia e
dell’Italia nel 2010-2011 e adesso rischiamo di scivolare di nuovo in una
dinamica di questo tipo.
La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte
all’inflazione, al debito, alla recessione continuano a ripetersi perché non
c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche.
Una novità
però c’è: ora, secondo l’Ue, bisogna riarmarsi fino ai denti.
È
paradossale che l’immobilismo europeo su tutti gli altri fronti si ribalti
completamente quando parliamo di spesa militare. Quella dei Paesi europei della
Nato è quasi raddoppiata in termini reali negli ultimi dodici
anni. L’aumento è iniziato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La
Commissione, alfiere dell’austerità in tutti gli ambiti, sulla spesa militare
ha invece utilizzato gli eurobond per finanziare il
programma Safe, ha introdotto una clausola
che consente di sottrarre gli aumenti della spesa militare dal calcolo del rapporto
deficit/Pil e nel nuovo bilancio pluriennale 2028-2034 propone di
moltiplicare per sei le spese militari, arrivando a 130 miliardi. Il piano Rearm
Europe è arrivato a prevedere 800 miliardi in più di spesa in armi in quattro anni.
Il riarmo
viene presentato anche come una nuova politica industriale. Ma davvero può
produrre crescita e lavoro in Europa?
Nel libro
mostriamo che la spesa militare ha effetti sull’occupazione che sono circa la
metà rispetto a quelli che arrivano da investimenti pubblici in ambiti civili
come scuola, sanità e ambiente. Inoltre l’80% delle armi che
l’Europa compra dall’esterno viene
dagli Stati Uniti. Una parte
importante della spesa si indirizza quindi verso la produzione Usa, mentre da
noi i benefici vanno a pochi grandi produttori. In Italia, ovviamente, Leonardo.
L’obiettivo dichiarato è l’autonomia strategica e tecnologica europea, ma nel
digitale e nell’intelligenza artificiale il monopolio delle Big Tech
rende illusorio pensare che gli enormi investimenti militari creino da soli una
capacità produttiva europea. È un cattivo affare, un cattivo modello di
sviluppo economico e una politica illusoria.
Giorgia
Meloni assicura che non verranno tolti fondi al welfare…
Lo
spiazzamento c’è già. Abbiamo una riduzione della spesa per ricerca e
università dopo la fine del Pnrr, il congelamento della spesa sanitaria
mentre cresce quella privata perché il Servizio sanitario nazionale è
sottofinanziato, una scuola in condizioni difficili e una riduzione
della spesa sociale. Sul fronte dell’ambiente si concentrano risorse in
ambiti diversi dalle energie rinnovabili e dalla lotta al cambiamento
climatico. I problemi sociali stanno diventando più acuti. La scelta tra più
armi e più spesa sociale, tra riarmo e difesa del welfare, è una scelta
politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale.
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