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venerdì 21 maggio 2021

Canarie, un arcipelago-prigione lungo la rotta più pericolosa d’Europa - Ilaria Cagnacci

 

 

Negli ultimi due anni le isole spagnole sono diventate una delle principali porte d’accesso per gli africani diretti in Europa, anche a causa della pandemia. Intanto, secondo le associazioni, nelle isole i migranti sono detenuti in condizioni disastrose e privati dei diritti di base

Quando si parla di migrazioni verso l’Europa spesso si tende a ridurre il fenomeno alle rotte balcanica e mediterranea. Tuttavia, esiste una terza rotta battuta da migliaia di persone in fuga da conflitti, violenze e difficoltà economiche. Si tratta della la rotta atlantica, crocevia tra l’Africa Occidentale e l’arcipelago delle Isole Canarie, considerato il passaggio marittimo più pericoloso per raggiungere l’Europa a causa dell’alto rischio di naufragi e delle grandi distanze da percorrere.

La rotta verso l’arcipelago spagnolo non è una ‘nuova rotta’: si tratta di un canale utilizzato da migliaia di migranti già dalla fine degli anni ‘90, quando vennero registrati i primi naufragi. Dopo essere rimasta perlopiù inattiva dalla crisi dei cayucos del 2006 (dal nome dei pescherecci comunemente utilizzati in Senegal e in Mauritania), quando 31.000 richiedenti asilo e migranti effettuarono la traversata, negli ultimi due anni l’arcipelago spagnolo sta diventando una delle porte d’accesso preferenziali per i migranti diretti verso l’Europa.  

La gestione del flusso migratorio nelle Canarie è tra le più controverse. Lo scorso 7 aprile la Commissione spagnola di soccorso ai rifugiati (CEAR) ha presentato un report in cui denuncia che le Isole Canarie, con l’aumento degli arrivi, stiano diventando un polo di “situazioni disumane” in violazione delle stesse leggi spagnole, attraverso “arresti e privazioni di libertà senza protezione legale, mancanza di assistenza legale ai migranti e, per questo, mancanza di attenzione per i bambini che viaggiano da soli, potenziali vittime di tratta o possibili richiedenti asilo”.

A causa di questa situazione, secondo la CEAR si sono verificati due fenomeni opposti. Da un lato è stata trasmessa ai cittadini un’immagine di perdita di controllo da parte delle istituzioni del fenomeno migratorio, dando luogo alla diffusione di messaggi xenofobi ingiustificati. Allo stesso tempo, questi stessi eventi hanno dato vita a reti di solidarietà cittadina per accompagnare e sostenere i migranti, “dimostrando ancora una volta lo spirito di accoglienza degli isolani”.

La portata del fenomeno: +756%

L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) riporta che lo scorso anno, tra gennaio e dicembre, 23.023 individui, la maggior parte dei quali originari del Marocco, Senegal e Mali, hanno raggiunto le Isole Canarie segnando un incremento del 756% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ad un’esponenziale crescita del numero delle partenze ha corrisposto un altrettanto allarmante aumento del numero di decessi registrati, balzato a 850. L’OIM però specifica anche che i dati sulla rotta marittima dell’Africa occidentale rimangono approssimativi perché attualmente non esiste un approccio coerente o armonizzato per quanto riguarda il monitoraggio del numero effettivo delle partenze e dei naufragi che spesso non vengono denunciati.

I push factors

I motivi per cui le persone decidono di intraprendere questa rotta sono molteplici. Sicuramente uno dei primi fattori da tenere in considerazione è la pandemia e il conseguente aggravamento della situazione economico-sociale che ha spinto molti giovani africani a partire dai Paesi di origine in cerca di nuove opportunità in Europa.

 

Le condizioni che spingono queste persone a migrare sono anche di tipo ambientale, il Continente infatti è il più minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. Guardando soltanto al Marocco in alcune zone l’acqua è diventata così rara che spesso questa viene dirottata dai terreni agricoli alle famiglie lasciando i campi completamente asciutti. Secondo il World Water Resource il Paese risulta tra i 22 a più alto rischio di scarsità idrica e destinato, entro il 2025, ad andare incontro a un aumento del 50% dello stress idrico.

Le ragioni sono anche di tipo geopolitico. In Senegal accordi di pesca assolutamente svantaggiosi per i locali hanno comportato quasi l’esaurimento delle riserve ittiche al largo delle coste. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, fino al 90% delle riserve ittiche sono state sottoposte ad uno sfruttamento eccessivo e stanno quasi per terminare a causa delle numerose flotte straniere provenienti soprattutto dalla Cina, dall’Europa e dalla Russia che si aggirano nei mari al largo dell’Africa occidentale e che spesso operano in situazioni di assoluta illegalità.

Infine, non dimentichiamoci delle crisi e delle guerre senza fine come quella che da un decennio ormai si sta consumando in Mali e di quelle dimenticate come quella in Burkina Faso che sta attraversando una crisi senza precedenti, del terrorismo che continua a flagellare numerosi Paesi africani e dell’oppressione e dell’assenza di libertà che in tempi di pandemia non hanno fatto altro che intensificarsi.

 

Le responsabilità europee e la risposta spagnola

La riapertura di questo canale è strettamente connessa alle politiche europee in materia di migrazione.  L’aumento del numero di persone che decide di intraprendere questa rotta, infatti, è il risultato diretto sia del rafforzamento della frontiera a nord del Marocco, proprio nel 2020 le barriere delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla sono state innalzate di ulteriori quattro metri rendendole di fatto invalicabili, sia di una progressiva militarizzazione delle acque del Mediterraneo e della maggior cooperazione con Paesi terzi come la Libia dove le note sistematiche violazioni dei diritti umani hanno fortemente disincentivato il transito attraverso quella che ormai si può definire una vera e propria prigione a cielo aperto.

In risposta all’aumento delle partenze, il governo spagnolo ha provveduto al rimpatrio dei migranti stabilendo accordi bilaterali con i Paesi d’origine. Tra questi la Mauritania dove l’accordo di riammissione prevede anche le possibilità di rimpatriare nel paese qualsiasi migrante partito dalle coste del Paese africano, indipendentemente dalla nazionalità. Il governo sta inoltre progettando di dispiegare ulteriori mezzi di controllo aerei e marittimi per reprimere la migrazione irregolare e ha recentemente annunciato una nuova strategia “Africa Focus 2023”che vedrà maggiori investimenti e legami istituzionali più stretti con vari paesi africani.

 

Diritti violati

Quello che sta succedendo nelle Canarie è la riproduzione della logica delle isole frontiere così come nel caso delle isole greche portate letteralmente al collasso. Secondo quanto riportato da Human rights watch, uno dei pochi osservatori indipendenti che ha avuto la possibilità di visitare il molo di Arguineguín nella Gran Canaria dove l’estate scorsa sono state stipate migliaia di persone in un accampamento improvvisato, a tutti gli intervistati era stato dato un ordine di espulsione indipendentemente dalle loro circostanze personali, spesso senza informazioni chiare in una lingua che potessero capire o senza avere accesso a un avvocato.

 

Il diritto alla dignità, il diritto alla vita e all’asilo, sono diritti sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani, eppure, questi stessi diritti sono sempre i primi ad essere sacrificati dai governi europei in nome della ‘sicurezza’. La riapertura della rotta atlantica ancora una volta ci dimostra che erigere muri, fisici e non, non può fermare le persone che continueranno a fuggire alla ricerca di percorsi alternativi, spesso più mortali. Le alternative a questo sistema esistono a partire dalla creazione di percorsi sicuri e legali affinché la solidarietà non venga più vista come un reato ma un dovere che ponga al centro il rispetto della dignità umana.

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lunedì 1 febbraio 2021

Il redditizio business dei muri nell’era dell’apartheid globale - Ilaria Cagnacci

  

Eventi epocali come la caduta del muro di Berlino e la fine del sistema di apartheid in Sudafrica segnarono l’inizio del sogno di un mondo più unito. Eppure, oggi viviamo circondati da muri e barriere — ben 63, secondo un recente studio. C’è chi non esita a dire che stiamo vivendo nell’era di un apartheid globale, in cui confini militarizzati costruiti su ideologie razziste segnano l’esistenza di un mondo santificato ‘al di qua’ e un mondo demonizzato ‘al di là’, dove alle persone vengono negati i diritti più fondamentali.

 

Secondo un recente rapporto del Transnational Institute – a cura di Ainhoa Ruiz Benedicto, Mark Akkerman e Pere Brunet – al 2018 si contavano 63 muri in tutto il mondo, di cui 40 costruiti soltanto nell’anno del 2015. Sei persone su dieci vivono in un paese dove è presente un muro sul confine.

L’Asia è il primo continente per numero di muri presenti sul territorio (56%) seguita da Europa (26%) e Africa (16%). Per quanto riguarda i singoli Paesi, invece, al primo posto troviamo Israele con sei muri, seguita da Marocco, Iran e India con tre muri. Quest’ultima conta ben 6.540 km di muri che coprono il 43% dei suoi confini. Nel Sahara occidentale troviamo “la più grande barriera militare funzionale del mondo, lunga 2.720 km circondata da nove milioni di mine terrestri“, il che rende la regione una delle più minate al mondo. In Europa, invece, quasi mille chilometri di muri e barriere, sei volte tanto la lunghezza del famigerato Muro di Berlino, pretendono di aumentare la sicurezza e trovare una soluzione alle spinte migratorie.

 

La differenza rispetto al passato risiede nel fatto che questa divisione non riguarda più tanto le ideologie, bensì la paura dell’altro. La prima delle motivazioni che sta alla base della costruzione di nuovi muri, infatti, è quella di fermare i fenomeni migratori. Se l’obiettivo dichiarato però è quello di diminuire gli arrivi, la conseguenza diretta di una chiusura sempre più rigida dei confini, e sulla quale spesso si decide di chiudere un occhio in nome di una presunta maggiore ‘sicurezza’, è quella di aumentare la pericolosità del viaggio che intraprendono le persone. Alla volontà di fermare le migrazioni le motivazioni che seguono sono: “la lotta al terrorismo (18%), contrabbando di merci e traffico di esseri umani (16%), traffico di droga (10%), controversie territoriali (11%) e blocco dei militanti stranieri (5%)”.

I muri fisici sono solo una dimensione di una violenza strutturale. Sempre più Stati decidono di militarizzare i propri confini terrestri, marittimi e aerei attraverso il dispiegamento di truppe, aerei, navi, droni e sistemi di sorveglianza digitale. Se si considera soltanto la rotta verso l’Italia secondo l’UNHCR nel 2019 hanno perso la vita 492 persone, e questo a causa di un vero e proprio muro marittimo innalzato attraverso l’impiego di navi, velivoli e droni, usati per pattugliare il Mediterraneo. Anche il “modello australiano” ci dimostra che non c’è bisogno di muri fisici per respingere le persone, la marina militare infatti assicura che nessuna imbarcazione raggiunga le coste australiane e i migranti vengono respinti in vere e proprie prigioni a cielo aperto nelle isole del Pacifico.

Grave quanto i muri è il linguaggio bellico utilizzato per descrivere l’arrivo di queste persone, ad ‘invadere’ non è certo un amico ma un nemico, che distrae da quelle che sono le vere cause dell’insicurezza globale e che persuade le persone a supportare un tipo di politica securitaria che in realtà non fa altro che produrre più insicurezza. Se l’Italia – o qualsiasi altro stato occidentale – domani stesso riuscisse veramente a interrompere la migrazione di tutti i lavoratori privi di documenti, interi settori della nostra economia, a partire da quello dell’agricoltura fino all’assistenza sanitaria a domicilio, collasserebbero all’istante.

Il redditizio business dei muri

La fortificazione delle frontiere è anche un business, sia per le sofisticate reti criminali che hanno costruito un’enorme industria intorno al traffico di persone, sia per i giganti della sicurezza e degli armamenti che hanno beneficiato di un enorme espansione della spesa pubblica per la sicurezza delle frontiere, soprattutto in Unione Europea. Nel 2018, il valore stimato del mercato globale per la militarizzazione dei confini si aggirava intorno ai 17,5 miliardi di euro, con una crescita annua dell’8%. Tra i beneficiari principali in Unione Europea spicca anche il nome di una nota azienda italiana, la Leonardo, che ad oggi è la principale fornitrice di elicotteri impiegati dall’Italia nelle operazioni Mare Nostrum, Hera e Sophia.

 

La narrativa della paura e della sicurezza è stata chiaramente un fattore determinante per la costruzione di nuovi muri in tutto il mondo. A partire dal 2001, inizio della cosiddetta guerra al terrorismo globale, il numero di muri è impennato e qualsiasi azione intrapresa dai governi in nome della sicurezza è diventata giustificabile e lecita. In questo processo, le minacce vengono costruite per sottolineare il ruolo degli Stati come ‘garanti della sicurezza nazionale’ e i muri diventano simboli tangibili per dimostrare che la politica sta facendo qualcosa per affrontarle. In altre parole, la sicurezza è diventata la base normativa del diritto degli Stati ad uccidere.

Il problema più grave è che la sicurezza oggi si traduce letteralmente in limitazione dei diritti degli “altri”. Per questo motivo, oggi più che mai, si rende necessario un cambiamento nell’opinione pubblica che impedisca a questioni politiche come la migrazione di essere trasformate in questioni di sicurezza. I modelli di violenza proposti dalle politiche securitarie però, sono così profondamente radicati nel discorso pubblico che oggi per i cittadini è diventato normale il sacrificio della vita e dei diritti degli altri.

La verità è che non è limitando la libertà che si aumenta la sicurezza, semmai si avviano circoli viziosi di violenza e morte abbassando gli standard dei diritti umani sia al di là del muro, sia negli stessi Stati promotori delle politiche discriminatorie di (in)sicurezza. Eppure, la logica fondamentale dei diritti umani è molto semplice: i miei diritti si rafforzano se anche i tuoi vengono rispettati, e non viceversa, come qualche ‘energumeno da comizio’ vuole farci credere. Al momento, questa tendenza sembra inarrestabile. Ciò che resta da vedere, tuttavia, è per quanto tempo ancora giustificazioni di questo tipo rimarranno in piedi. Soprattutto di fronte all’evidenza che nessun muro – passato o presente – è mai riuscito a fermare i movimenti globali di persone le quali troveranno sempre nuovi modi per attraversare ‘la frontiera’.

 

Link utili:

Report Transnational Institute, “A walled world”: https://www.tni.org/en/walledworld

Report Transnational Institute, “The business of building walls”: https://www.tni.org/en/businessbuildingwalls

da qui

venerdì 29 gennaio 2021

All'Italia non piace il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN)

per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone

prima che vengano bandite per sempre?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,

la risposta se ne va nel vento (Bob Dylan)



L’Italia ha perso la grande occasione di dire addio alle armi nucleari USA sul proprio territorio - Ilaria Cagnacci

 

In Italia ci sono almeno 40 testate nucleari. Non sorprende quindi che non abbia firmato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, appena entrato in vigore. Eppure l’opinione pubblica è contraria e altri Paesi, come il Canada, ci dicono che si può far parte della NATO pur essendo contrari al nucleare.

Lo scorso 22 gennaio è entrato in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), il primo trattato applicabile a livello globale che proibisce categoricamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. L’ultimo paese a ratificare il trattato è stato l’Honduras il 24 ottobre 2020 con il quale è stata raggiunta la soglia di 50 Paesi firmatari necessaria per la sua entrata in vigore.

Nessuna delle potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord) ha firmato il trattato e soltanto sei stati europei lo hanno ratificato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino, Liechtenstein, Città del Vaticano. 

L’Italia non ha né firmato né sottoscritto il trattato così come Germania, Belgio e Paesi Bassi che, come il nostro Paese, condividono accordi di ‘nuclear sharing’ con gli Stati Uniti.

Sul nostro territorio nazionale si stima la presenza di 40 testate nucleari di cui 20 presso la base di Ghedi (Brescia) e le restanti 20 nella base di Aviano (Pordenone) mentre negli altri Paesi europei se ne stimano circa 20 a testa. Non si può parlare di numeri certi in quanto in linea con la politica della NATO “né confermare né smentire” la presenza di ordigni nucleari l’Italia si avvale del vincolo di riservatezza e secondo il ministero della Difesa, più volte interpellato a rilasciare informazioni a riguardo, si tratterebbe di informazioni che i cittadini italiani non sono tenuti ad avere. Gli accordi bilaterali con gli USA non solo prevedono ‘la condivisione nucleare’ bensì anche una partecipazione attiva in caso di guerra, circostanza nella quale i nostri cacciabombardieri dovrebbero essere pronti a sganciare queste armi. Molti commentatori non esitano a dire che questa situazione va chiaramente in contrasto con quanto previsto dal Trattato di non proliferazione nucleare che l’Italia firmò e ratificò il 2 maggio 1975 e dove si impegnò alla via del disarmo, della distensione internazionale e della pace…

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Da oggi le armi nucleari sono illegali - Angelo Baracca

 

Oggi 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN, in inglese TPNW) entra in vigore come norma del diritto internazionale. Ad oggi è stato firmato da 86 Stati (gli Stati aderenti all’ONU sono 194), e ratificato da 51. Molti sono i commenti pubblicati (https://www.pressenza.com/it/2020/10/la-proibizione-delle-armi-nucleari-diventa-norma-internazionale/; raccomando anche A. Pascolini, Un anno dal bando delle armi nucleari: un trattato peculiare, Il Bo-Live, 7 luglio 2018, https://ilbolive.unipd.it/it/blog-page/bando-armi-nucleari-trattato-tpnw-proibizione) e non è il caso di riprendere qui tutte le argomentazioni.

Rammentiamo come sintesi le disposizioni dell’art. 1 del trattato (il testo completo si trova per esempio in https://www.avvenire.it/c/mondo/Documents/trattato%20ITA.pdf). Il TPWN obbliga ogni Stato che vi aderisca a «non: (a) Sviluppare, testare, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari; (b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente; (c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente; (d) Utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari; (e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo».

Mi limiterò a richiamare l’origine, e il valore, del TPAN e del movimento della società civile che ha portato ad esso, e il corrispettivo di qualche limite che anche per questo sconta, aggiungendo qualche modesta considerazione sul futuro degli armamenti nucleari.

Come e perché si è giunti al TPAN?

In primo luogo vi è una differenza di fondo fra il Trattato di Non Proliferazione (TNP) del 1970 e il TPAN. Il TNP fu voluto e negoziato solo dalle 5 (allora) potenze nucleari (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina: anche se Israele aveva già l’atomica, ma ancora oggi non lo ammette ufficialmente) preoccupate unicamente di sbarrare la strada della bomba ad altri paesi. Tant’è vero che “concessero” il famoso Art. VI con la “promessa di marinaio” di proseguire “trattative in buona fede” per arrivare a un accordo di disarmo completo. Ipocrisia che è stata confermata da 9 Conferenze quinquennali di Riesame (quella del 2020 è stata rinviata a causa della pandemia), nelle quali gli Stati non nucleari hanno inutilmente chiesto l’avvio effettivo del processo di disarmo. Proprio dalla constatazione della pervicace determinazione degli Stati nucleari a non rinunciare a queste armi, nacque 16 anni fa nella società civile la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), la quale riuscì a presentare la questione all’ONU, che promosse il negoziato che il 7 luglio 2017 approvò il testo del TPAN. La partecipazione della società civile al negoziato ONU costituì una grande novità, ma anche la partecipazione di tutti gli Stati dell’ONU che lo volessero costituì una differenza abissale rispetto ai negoziati per il TNP.

Punti di forza del TPAN…

Anzi, la genesi del TPAN è stata letteralmente antitetica rispetto a quella del TNP, dal momento che gli Stati nucleari, come pure i “satelliti” della NATO, hanno sdegnosamente rifiutato di prendere parte al negoziato. Questo ha fatto sì che il negoziato si sia concluso in pochi mesi, mentre i negoziati per il TNP richiesero anni. Fra gli Stati che hanno ratificato il TPAN vi sono molti paesi minuscoli, che forse molti di noi non conoscevano neanche prima d’ora: come Antigua and Barbuda, Comoros, Fiji, Kiribati, Palau, Saint Kitts and Nevis, Tuvalu, Vanuatu. Ma qui sta anche la grossa novità: Stati che finalmente hanno avuto voce in capitolo a dispetto dell’arroganza delle potenze nucleari (1). Un fattore basilare di democrazia, come nell’Assemblea Generale dell’ONU, uno Stato un voto.

. . . e qualche punto debole

Ci sono comunque nel TPAN un paio di punti deboli non trascurabili. Il primo è che fra gli Stati che hanno partecipato al negoziato è prevalsa la posizione di consentire lo sviluppo della tecnologia nucleare per usi civili. Un secondo punto è stato molto più controverso, il riconoscimento della possibilità per gli Stati che aderiranno al TPAN di recedere da esso se sono a rischio «interessi supremi di un paese» (art. 17): si ammette così implicitamente che le armi nucleari possano essere indispensabili, contraddicendo così la loto proibizione ed eliminazione per sempre. Ma è stato chiaro nel corso del negoziato che senza questa clausola di recesso molti Stati non avrebbero approvato il TPAN. Giova ricordare che il TNP riconosce esplicitamente il diritto di recesso con tre mesi di preavviso senza nessuna condizione: è quanto fece la Corea del Nord, al colmo delle minacce degli Stati Uniti, realizzando così in tre anni la bomba.

I difficili rapporti con gli Stati nucleari per un processo di disarmo

Non vi è dubbio che qualora gli Stati nucleari avessero partecipato al negoziato le cose sarebbero state molto più complesse, lente e contrastate: nessuno dei paesi che hanno partecipato possedeva armi nucleari e doveva assumere impegni per eliminarle. In un articolo con Elio Pagani abbiamo cercato di affrontare la complessità di un processo di eliminazione totale delle armi nucleari: https://www.pressenza.com/it/2020/08/se-tutti-i-9-stati-nucleari-firmassero-il-tpan-come-avverrebbe-leliminazione-delle-armi-nucleari/. In estrema sintesi, è irrealistico pensare che una potenza nucleare decida unilateralmente di eliminare le proprie armi nucleari, se non altro perché verrebbe a trovarsi in condizioni di estrema vulnerabilità rispetto alle altre, in geopolitica non valgono la lealtà e la buonafede: sarà necessario un negoziato specifico ed estremamente complesso fra tutti gli Stati nucleari (che al più potranno accettare prevedibilmente “spettatori” senza diritto di voto), per stabilire un’eliminazione bilanciata con stretti sistemi di controllo. Del resto è quello che è avvenuto dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del Blocco comunista, con laboriose trattative per i Trattati di Riduzione delle Armi Strategiche (START I, II, e Nuovo START), sebbene non si siano affatto posti l’obiettivo della totale eliminazione. A tale proposito, è particolarmente preoccupante un’osservazione piuttosto perentoria di Alessandro Pascolini nell’articolo su Bo-Live che ho citato, perché contrasta con la premessa del TPAN, «che porti alla loro totale eliminazione», e con la percezione comune del trattato: «Per i paesi con armi nucleari che intendano aderire al trattato sono previste delle condizioni che prevedono un trattamento punitivo e delle procedure che difficilmente potranno essere accettate anche dagli stati che intendano rinunciare ai propri armamenti nucleari, per cui il TPAN è praticamente privo di effetti reali come strumento per il disarmo nucleare, anche perché non mira a creare le precondizioni necessarie per un mondo privo di tali armi» (2).

Cruciali le decisioni dei paesi della NATO

Vista la feroce opposizione al TPAN da parte delle potenze che detengono un proprio arsenale nucleare, sarebbe cruciale per rompere il fronte stimolare l’adesione dei paesi europei che “ospitano” testate nucleari statunitensi, e in generale dei paesi che aderiscono all’Alleanza Atlantica. Anche se la NATO continua a ribadire l’affidamento dell’Alleanza sugli armamenti nucleari (di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna), non vi è nessun impedimento reale perché uno Stato che non detiene armi nucleari proprie firmi il TPAN: soprattutto Stati che non “ospitano” armi nucleari potrebbero ottemperare in modo relativamente facile alle norme del TPAN, ovviamente pur di avere la dignità di sottrarsi al “Washington consensus” che è il vero collante della NATO, poiché in realtà gli Stati aderenti litigano su tutto! Vi sono molte spinte in questo senso. Il 16 gennaio 2020 il Parlamento del Belgio (che “ospita” 20 testate nucleari statunitensi) votò su una Risoluzione presentata dalla Commissione Esteri del Parlamento che richiedeva l’eliminazione degli ordigni NATO dal territorio e l’ingresso del Belgio nel TPAN: la Risoluzione fu respinta per un margine strettissimo – 66 voti favorevoli e 74 contrari – 5 soli voti per ottenere la maggioranza (https://www.peacelink.it/disarmo/a/47222.html). Sulla lista di ICAN circolano vari messaggi sulle crescenti pressioni di varie forze politiche in vari paesi. Si ha l’impressione di una pentola che sta per scoppiare. E il baratro che segna la crisi irreversibile della politica e della società degli Stati Uniti (con la minaccia concreta che un Presidente possa innescare una guerra nucleare) dovrebbe consigliare proprio di dissociarsi dalla dipendenza da quel paese: perfino i topi fuggono da una nave che sta affondando!

I futuri passi degli Stati aderenti al TPAN

Il trattato contempla che gli Stati aderenti al TPAN tengano la prima riunione ad un anno dalla sua entrata in vigore, e questa è già programmata a Vienna per il gennaio 2022: auspicabilmente per quella data il numero di Stati aderenti avrà superato il numero di 51. Il Monitor del trattato contiene già una serie di proposte, ovviamente preliminari e non ufficiali, per un piano d’azione per l’implementazione del trattato (https://banmonitor.org/news/recommendations-for-the-first-meeting-of-states-parties-to-the-tpnw).

È interessante la prima di esse: il piano d’azione dovrebbe richiedere agli Stati nucleari di avviare negoziati, bilaterali o/e multilaterali, per porre fine alla corsa agli armamenti nucleari e avviare un processo generale di disarmo, sottolineando la partecipazione ai negoziati della società civile e delle organizzazioni internazionali.

La sfida che ci aspetta

Affido queste considerazioni alla riflessione collettiva. Il problema mi sembra che vada al di là del TPAN: da oggi la proibizione delle armi nucleari diventa norma del diritto internazionale. Questo è indubbiamente un fatto di grande rilevanza, tuttavia sappiamo bene che l’applicazione di una norma dipende dai rapporti di forza a livello della società, in questo caso a livello geopolitico. Ma si deve assolutamente rivendicare che il diritto è l’opposto della legge del più forte, e la democrazia, quella reale, si misura in primo luogo dai diritti che hanno le minoranze. Oggi, dopo 76 anni, il diritto di piccoli paesi, e piccoli popoli, diventa norma internazionale, a dispetto della volontà delle grandi e tronfie potenze. Dalla dichiarazione dei diritti alla loro conquista spesso il passo è molto grande, alcuni diritti fondamentali sono ancora lontani dall’essere realizzati, altri sono costantemente messi in discussione (basta pensare alla legge sull’aborto). A me viene spesso alla mente il famoso detto «Datemi un punto d’appoggio e solleverò in mondo»: ecco, oggi il punto d’appoggio lo abbiamo, sollevare il peso delle armi nucleari sarà un processo ancora lungo e difficile, dipenderà dalla consapevolezza e la determinazione dei popoli della Terra pretendere che un divieto diventi realtà! Assumiamo la data di oggi come un buon auspicio.

Note:

(1) A chi non lo conoscesse (senza dubbio i giovani) raccomanderei la visione di un capolavoro di satira del lontano 1959, il film Il ruggito del topo, in cui il grande Peter Sellers interpreta 4 o 5 personaggi diversi. Il tema è il minuscolo Ducato di Grand Fenwick la cui unica fonte di ricchezza è l’esportazione del famoso vino omonimo. Allorché questo viene fabbricato anche dagli Stati Uniti le finanze del Ducato subiscono un tracollo irreparabile. Viene allora adottato il piano di dichiarare guerra agli Stati Uniti, perderla, poi ottenere delle sovvenzioni finanziarie. La dichiarazione di guerra viene cestinata dal Dipartimento di Stato, mentre un gruppo di soldati armati di corazze, archi e frecce, s’imbarca su di un battello. Giunti a New York, trovano la città deserta poiché è in corso un’esercitazione antiatomica. I guerrieri girano per le ampie strade deserte e pensano che gli Stati Uniti siano in allarme per il loro sbarco, ma vagano in cerca di qualcuno che possa vincerli, perché questa è la loro missione. Così s’imbattono nel professor Kokinz, che incurante dell’allarme sta dando gli ultimi tocchi alla bomba Q, enormemente più potente della bomba H ma delle dimensioni di una palla da rugby. Hanno allora l’idea geniale di prendere prigionieri il professore e sua figlia, con la bomba, ed anche il generale Ship, che con quattro agenti stava cercando i guerrieri di Grand Fenwick, scambiati per marziani. Tutta la comitiva viene fatta salire sul battello, che la riporta in Europa. All’arrivo nel Ducato costernazione generale perché il compito era di perdere la guerra, ma quando si viene a sapere che il Ducato è in possesso della bomba Q, i maggiori Stati del mondo mandano i loro agenti a trattare l’acquisto, mentre gli Stati Uniti sono costretti a firmare la resa. Le finanze del Ducato rifioriscono. Ma qualcuno cerca di rubare la bomba, e si innesca una specie di partita a rugby, e la bomba ruzzola a terra: terrore generale, la bomba produce un certo rumore ma … salta fuori un topolino.

(2) L’art. 4 renderebbe molto difficile un complesso e necessario negoziato fra gli Stati nucleari per effettuare l’eliminazione controllata degli armamenti nucleari, come abbiamo delineato nell’articolo citato di Baracca e Pagani: come se uno Stato nucleare potesse decidere autonomamente l’eliminazione delle armi nucleari sottoponendosi a una rischiosissima vulnerabilità (si pensi ad esempio a India e Pakisan da sempre sull’orlo di un conflitto armato). Art. 4 comma 2: «Ciascuno Stato Parte che, in deroga all’articolo 1, lettera a), detiene, possiede o controlla qualsiasi arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari, deve immediatamente rimuoverli dallo stato operativo e distruggerli non appena possibile, ma non oltre un termine da determinare durante la prima Riunione degli Stati Parte, in conformità a un piano giuridicamente vincolante e con scadenza per l’eliminazione verificata e irreversibile del programma sulle armi nucleari di tale Stato Parte, compresa l’eliminazione o la conversione irreversibile di tutte le strutture connesse con le armi nucleari. Lo Stato Parte, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del presente Trattato per tale Stato Parte, presenta il piano agli Stati Parte o ad un’autorità internazionale competente designata dagli Stati Parte. Tale piano sarà quindi negoziato con l’autorità internazionale competente che lo sottopone alla successiva riunione degli Stati Parte o alla Conferenza di riesame, a seconda di quale sia prevista per prima, per l’approvazione in conformità con le sue regole procedurali.»


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Dalla “non proliferazione” alla proibizione delle armi nucleari - Elena Camino

 

Il Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, risalente al 1968, non ha arginato in modo significativo il fenomeno. Oggi, 22 gennaio 2021, entra in vigore un nuovo trattato per la proibizione delle armi nucleari. Non farà miracoli ma potrà produrre alcuni effetti importanti per un effettivo processo di disarmo nucleare

 

Il “Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari”

Il 1º luglio 1968 USA, Regno Unito e Unione Sovietica sottoscrissero un “Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari” (Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) che entrò in vigore il 5 marzo 1970. Francia e Cina vi aderirono nel 1992.  L’articolo IV del Trattato assicurava tuttavia a ciascuno degli Stati membri il diritto a usi pacifici della tecnologia nucleare:

«Tutti gli Stati membri hanno il diritto inalienabile a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, senza discriminazioni. […] Tutte le Parti del Trattato si impegnano a facilitare e hanno il diritto di partecipare al più completo scambio possibile di attrezzature, materiali e informazioni scientifiche e tecnologiche per gli usi pacifici dell’energia nucleare. Le Parti del Trattato in grado di farlo coopereranno anche per contribuire, da sole o insieme ad altri Stati o organizzazioni internazionali, all’ulteriore sviluppo delle applicazioni dell’energia nucleare per scopi pacifici, specialmente nei territori in cui sono presenti Stati che non possiedono armi nucleari, con la dovuta considerazione per le esigenze delle aree in via di sviluppo del mondo».

Così, dopo l’elaborazione e l’approvazione del trattato, la produzione ed emissione di radionuclidi non è cessata. Nonostante la complessità della filiera, gli enormi investimenti finanziari e i vincoli di sicurezza richiesti per la costruzione di una centrale nucleare, la produzione di energia da fonte nucleare si è diffusa in molte parti del mondo. Come segnala Stephen Herzog, l’Agenzia Internazionale per l’Energia atomica(International Atomic Energy Agency – IAEA) presenta una lista di 220 reattori attualmente impiegati per la ricerca nucleare in 53 Stati, e 440 reattori per la produzione di energia, presenti in 30 Paesi.

Con il moltiplicarsi delle trasformazioni climatiche causate dall’aumento della CO2 nell’atmosfera e negli oceani, si sta cercando di ridurre l’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia, sostituendoli con altre fonti. Nel definire – all’interno dell’Unione Europea ? quali siano le fonti energetiche da finanziare prioritariamente per le loro ridotte emissioni di gas-serra, si assiste a una crescente pressione per far riconoscere l’energia nucleare come fonte “sostenibile”, giustificata dal fatto che durante il funzionamento degli impianti le emissioni di CO2  sono basse.

Il 28 marzo 2019 il Parlamento europeo ha votato sulla proposta di classificazione delle iniziative sostenibili, che avrebbe escluso il nucleare dal ricevere il timbro verde di approvazione sui mercati finanziari. Ma in questi due anni l’industria nucleare ha esercitato crescenti pressioni, anche grazie all’intervento della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE): così nel gruppo degli esperti del settore energetico sta prendendo forza una corrente di sostenitori dell’energia nucleare. Durante una riunione virtuale dei Ministri dell’Energia – nel settembre 2020 – il Gruppo dei Venti (G20) «ha riconosciuto il ruolo dell’energia nucleare nel fornire energia pulita e nell’aumentare la sicurezza energetica».

Numerosi incidenti hanno segnato la storia del nucleare civile. Quelli più noti, per la vicinanza temporale e per la gravità degli esiti, sono avvenuti in due centrali nucleari per la produzione di elettricità, a Chernobyl nel 1986 e a Fukushima nel 2011. Durante le ore e i giorni successivi agli incidenti sono stati rilasciati in atmosfera vari radionuclidi la cui presenza è stata poi rilevata a migliaia di km di distanza. Ed è risultata persistente per lunghi periodi di tempo. Sui danni provocati alle persone e ai sistemi viventi in seguito a tali incidenti non si è mai raggiunto un consenso: né sugli effetti a breve termine, né su quelli a lungo termine.

Ancora oggi, dopo decenni, non si è ancora trovato un accordo internazionale sulle effettive conseguenze, né sui rischi ancora presenti nelle aree colpite. La consapevolezza sugli effetti del rilascio di radionuclidi e la trasparenza nella comunicazione dei dati rilevati sono ancora molto scarsi. Un’analisi recente, pubblicata nel gennaio 2021, su campioni di grano e di legname raccolti tra il 2011 e il 2019 nel distretto di Ivankiv (Ukraine), in un’area 50 km a sud della centrale di Chernobyl, hanno confermato che livelli alti, radiologicamente significativi di contaminazione da stronzio (90S) persistono 34 anni dopo l’incidente. A Fukushima l’inizio dei lavori per la rimozione del combustibile nucleare fuso non sono ancora iniziati; nel frattempo il Governo sta prendendo in considerazione l’ipotesi di sversare nell’oceano l’acqua radioattiva, che in questi anni è stata stivata in grandi contenitori.

I sostenitori del “nucleare green”, oltre a non calcolare – come sarebbe corretto ? l’impatto complessivo della filiera delle centrali nucleari nella produzione di CO2 trascurano un elemento di grande rilevanza: le stesse procedure di arricchimento dell’uranio utilizzate per alimentare i reattori nucleari e generare elettricità, o produrre radioisotopi medici, possono anche produrre uranio altamente arricchito (HEU) per uso militare. Dal 1939 al 2012, 31 paesi hanno sviluppato tecniche per l’arricchimento dell’uranio o il ritrattamento del plutonio (ENR), presentando potenzialità di produzione di armi nucleari.

Questo problema non si limita al processo di arricchimento, poiché le tecnologie del ciclo del combustibile sono intrinsecamente a duplice uso e le normali operazioni dei reattori nucleari producono plutonio che potrebbe essere utilizzato anche nella produzione di armi dopo il ritrattamento. Inoltre, le informazioni tecniche per la costruzione di armi nucleari non sono più un segreto nell’era contemporanea; possono essere reperite nella letteratura open-source. All’inizio del 2019, le scorte globali di uranio altamente arricchito (HEU) erano stimate pari a circa 1335 tonnellate. La riserva globale di plutonio separato era di circa 530 tonnellate, di cui circa 310 tonnellate di plutonio civile.

Sono tuttora presenti, diffuse in numerose aree del mondo, diverse fonti di emissioni radioattive – alcune note, altre segrete o sconosciute – che costituiscono una minaccia per le popolazioni umane e l’ambiente, e contribuiscono ulteriormente a caratterizzare questo periodo geologico come “radioattivo”. Basta pensare all’intera filiera, di cui le centrali nucleari sono solo una tappa, per rendersi conto che tutto il percorso che dalle miniere porta ai depositi di scorie è caratterizzato da emissioni radioattive.

I reattori attualmente in funzione richiedono circa 67.500 tonnellate di uranio ogni anno, proveniente da miniere o da fonti secondarie (scorte commerciali, scorte di armi nucleari, plutonio e uranio riciclati dal ritrattamento di combustibili usati…). Dopo la fase di produzione di energia il combustibile nucleare resta pericolosamente radioattivo per tantissimo tempo. Il suo smaltimento è un problema ancora irrisolto. Spesso gli investimenti che richiederebbe questa fase finale non vengono contabilizzati dalle grandi imprese industriali e dai politici.

Ancora più grave è il problema dello smaltimento delle scorie nucleari prodotte dalle attività militari nel mondo, di cui non ci sono inventari disponibili su ubicazione e quantità. I costi delle operazioni necessarie per restituire le aree contaminate all’uso umano di materiale radioattivo sono enormi: alle spese immediate inoltre bisogna aggiungere il fatto che spesso i siti dovranno essere monitorati per lunghissimo tempo. Anche le competenze tecniche non sono sufficienti a trovare soluzioni definitive. Attualmente sono in costruzione vari siti, di cui almeno due – uno in Europa, l’altro negli Stati Uniti – dovrebbero ospitare le scorie radioattive più pericolose per decine di migliaia di anni.

Nelle profondità delle rocce che ricoprono l’isola di Olkiluoto, in Finlandia, è in fase di costruzione il deposito sotterraneo di Onkalo (che in finlandese vuol dire “grotta”, “luogo per nascondere”) che ospiterà le scorie radioattive delle tre centrali finlandesi per le prossime decine di migliaia di anni (su tale deposito è stato prodotto un film, Into Eternity, disponibile anche in italiano]. Il Waste Isolation Pilot Plant (impianto pilota per l’isolamento dei rifiuti) o WIPP, a sua volta, è un deposito geologico profondo situato nel Nuovo Messico, destinato a conservare per i prossimi 10.000 anni i  rifiuti radioattivi che provengono dalla ricerca e dalla produzione di armi nucleari degli Stati Uniti. Si stima che il progetto abbia un costo totale di 19 miliardi di dollari.

Il “Trattato per la proibizione delle armi nucleari”

Dal 22 gennaio 2021 sarà ufficialmente in vigore il “Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari” (Treaty of Prohibiting Nuclear Weapons – TPNW) che, in una certa misura, integra il “Trattato sulla non proliferazione di armi nucleari” (Treaty on Non-pro­liferation of Nuclear Weapons – TNP), in particolare vietando (articolo 1) l’uso, la fabbricazione, o l’acquisizione con altri mezzi di armi nucleari, o la minaccia di utilizzare armi nucleari. Esso, inoltre, introduce alcuni obblighi positivi con l’articolo 6 («Assistenza alle vittime e risanamento ambientale») e 7 («Cooperazione e assistenza internazionale»).

Secondo Maurizio Boni, esperto di questioni militari (difesa, sicurezza), ci sono alcune differenze che rendono improbabile, almeno per ora, l’adesione di molti dei membri del TNP al nuovo trattato: in particolare quella dell’obbligo di astenersi in ogni circostanza dall’assistere, incoraggiare o indurre chiunque (individui, società, organizzazioni internazionali, attori non governativi) a intraprendere ogni tipo di attività proibita dal trattato. 

Sempre secondo Boni, la clausola di non assistenza porta con sé implicazioni significative per i paesi alleati di Stati possessori di ordigni atomici, come quelli che gli Stati Uniti proteggono dall’ombrello nucleare. Per i paesi non detentori di armi nucleari che hanno accesso alla tecnologia e/o al materiale nucleare per usi pacifici, o che cercano di accedervi; per gli stessi nuclear- weapon –states, che hanno bisogno dell’assistenza di molti non-nuclear-weapon-states per mantenere e modernizzare i propri arsenali e per garantirne lo schieramento e l’operatività in diverse parti del mondo (forniture di materiale fissile per l’arricchimento, di software e di tecnologie missilistiche, disponibilità di basi per i bombardieri strategici).

È chiaro che, fino a quando coloro che possiedono armi nucleari non firmeranno il trattato, il processo di disarmo nucleare effettivo faticherà a decollare. Tuttavia il TPNW può favorire l’avvio di iniziative importanti. Per esempio, i Paesi che attualmente ospitano delle armi nucleari sul loro territorio (Germania, Belgio, Italia, Olanda, Turchia), se decideranno di aderire al TPNW, dovranno allontanarle. Questo potrebbe costituire un passo importante verso il disarmo totale. Gli articoli 6 e 7, poi, obbligano i Paesi firmatari a farsi carico delle patologie umane e dei danni ambientali ancora presenti in conseguenza all’uso di materiali radioattivi. Si pensi alle responsabilità della Francia in Algeria, degli Stati Uniti in Vietnam, dell’Unione Sovietica/ Russia in Kazakistan. Potrebbe essere un passo importante verso iniziative di giustizia riparativa.

Inoltre il TPNW per la prima volta – riconoscendo l’impatto a lungo termine delle armi nucleari – sottolinea la necessità di proteggere le generazioni future anche da un punto di vista legale. Infine, l’entrata in vigore di questo Trattato può richiamare l’attenzione pubblica e dei Governi sui problemi del dual-use e sull’attuale incapacità di gestire le scorie radioattive, contribuendo così a cancellare le centrali nucleari dalla lista delle fonti energetiche “sostenibili”.

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Alcune note e informazioni sul Trattato TPNW e sulla sua entrata in vigore

Punti chiave di questo risultato storico

  • Anche gli Stati che si sono rifiutati di aderire al TPNW saranno coinvolti dalla sua entrata in vigore.
  • I precedenti trattati di disarmo hanno portato a un cambiamento di comportamento anche nei Paesi che si sono rifiutati di aderire.
  • C’è una nuova realtà nel disarmo internazionale, ed è un mondo dove le armi nucleari sono vietate.
  • Decenni di attivismo hanno raggiunto quello che molti dicevano fosse impossibile: le armi nucleari sono vietate. La democrazia ha trionfato, la stragrande maggioranza delle persone nel mondo sostiene il TPNW.
  • Ora aderiranno altri Stati, come è successo con l’entrata in vigore di ogni altro Trattato di questo tipo

Cosa cambierà

Ci sono diversi modi in cui tutti gli Stati saranno interessati nei mesi ed eventualmente negli anni successivi all’entrata in vigore, non solo quelli che hanno ratificato il Trattato. L’attivismo è la chiave per far progredire questi impatti.

Cosa diventa illegale esattamente?

Il Trattato TPNW proibisce specificamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. Il Trattato rende illegale per i paesi che lo firmano permettere qualsiasi violazione nella loro giurisdizione o assistere, incoraggiare o indurre qualcuno ad impegnarsi in una di queste attività. Il Trattato raffrza la norma contro le armi nucleari come primo strumento legale per vietarle.

Per ulteriori informazioni sulle implicazioni legali, leggere il documento informativo di ICAN.

Impatto sulle alleanze militari

Gli Stati che non sono parte di alleanze militari con gli Stati firmatari possono essere interessati dall’entrata in vigore del TPNW se gli Stati firmatari sono tenuti a modificare la loro cooperazione con gli Stati dotati di armi nucleari e con quelli alleati a causa dei loro obblighi derivanti dal trattato. Ad esempio, mentre i membri della NATO possono aderire senza problemi al TPNW per essere in regola una volta entrato in vigore questi Stati dovranno rinunciare all’uso di armi nucleari per loro conto.

Impatto sulla produzione e sull’uso

Gli ultimi decenni insegnano che con l’entrata in vigore di altri Trattati di proibizione di armamenti la produzione di armi vietate tra gli Stati che ne fanno parte e gli Stati che non ne fanno parte è praticamente cessata. Ad esempio aziende statunitensi che producono munizioni a grappolo negli Stati Uniti hanno cessato la produzione da quando è entrato in vigore, nonostante gli Stati Uniti non ne siano parte.

Lo stesso avviene per quanto riguarda uso e trasferimento: dopo l’entrata in vigore del Trattato sulle mine anti-persona i circa 34 Stati che hanno esportato mine terrestri hanno cessato tutti i trasferimenti (nonostante non abbiano aderito al Trattato). Gli Stati Uniti hanno modificato la loro posizione sulle mine terrestri e sulle munizioni a grappolo dopo l’entrata in vigore di questi trattati.

L’entrata in vigore di precedenti divieti su specifiche armi (ad esempio per quanto riguarda le mine anti- persona o le munizioni a grappolo) ha portato a cambiamenti concreti ed evidente anche nella produzione, nelle politiche di utilizzo e nel trasferimento di queste armi anche nell’ambito di Stati non partecipanti a tali norme internazionali. Ciò avverrà anche per il TPNW inquinato alcune aziende hanno già iniziato ad adeguarsi a questo nuovo panorama giuridico.

Cosa significa questo per gli istituti finanziari?

Poiché l’assistenza è proibita dal Trattato, per molti Stati ciò significherà come in altri casi che il finanziamento o l’investimento nella produzione di armi nucleari venga considerato una violazione. Gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in “attività su armi controverse”, che sono tipicamente armi proibite dal diritto internazionale. L’entrata in vigore del TPNW colloca chiaramente le armi nucleari in questa categoria e probabilmente innescherà ulteriori disinvestimenti. Inoltre, gli Stati parte possono impartire direttive alle istituzioni finanziarie sotto la loro giurisdizione per la cessione da parte di società che producono l’arma proibita in Stati non parte. In previsione dell’entrata in vigore del TPNW, alcune istituzioni finanziarie, tra cui ABP, uno dei cinque maggiori fondi pensione del mondo, hanno già deciso di non investire più in produttori di armi nucleari.

Pressione internazionale

Gli Stati parte di questo Trattato TPNW avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato. Ciò significa che non solo i cittadini, ma anche la pressione dei pari da parte di altri Governi aumenterà nel tempo, durante le visite di Stato, nelle discussioni bilaterali e multilaterali, in una vasta gamma di diversi organi delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, in altri organi e incontri di Trattati, ecc.

Anche a causa di questa crescente pressione politica e normativa, i Paesi che si oppongono a un Trattato al momento della sua adozione hanno aderito a norme internazionali dopo la loro entrata in vigore. Dato il grande sostegno pubblico al TPNW in molti paesi che non vi hanno ancora aderito (79% degli australiani, 79% degli svedesi, 78% dei norvegesi, 75% dei giapponesi, 84% dei finlandesi, 70% degli italiani, 68% dei tedeschi, 67% dei francesi, 64% dei belgi e 64,7% degli americani) anche questi Paesi potrebbero seguirne l’esempio.

Senzatomica

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Rete Italiana Pace e Disarmo

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328/3399267 (Francesco Vignarca – coordinatore Campagnee

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Lettera aperta ai pacifisti di tutti i gruppi e no

 

Con il 22 gennaio 2021 è stato raggiunto un grande risultato, con l'approvazione del Trattato di proibizione delle armi nucleari. All' italiana, chiamiamolo TPAN. Ogni gruppo ha festeggiato la data, compatibilmente con la situazione pandemica in cui ci troviamo, che riguarda, ricordiamolo per inciso, TUTTI, i Paesi e non solo il nostro. Con il Clima e la Pace che dovrebbero farci sentire abitanti del Pianeta, senza dimenticare lo Stato di nascita. Ebbene, dalla data di cui sopra non si potrebbero possedere, trasformare, trasferire, queste armi di distruzione di massa. Il nostro Paese non ha firmato e ratificato tale Trattato. Ricordiamo che queste armi, per la loro specificità, non coinvolgono solo gli Stati e soprattutto i cittadini che lo compongono, dello Stato o degli Stati in guerra, come è avvenuto fino ad oggi, ma TUTTI gli altri Stati e cittadini del mondo. Fatto che la nostra intelligenza umana dovrebbe rigettare, come pure dovrebbero fare i responsabili e i cittadini degli altri Stati nucleari " disposti" alla guerra, che se ne guardano bene dall' affrontare l'argomento, come pure le possibili "stragi" dei propri cittadini che fino ad oggi, diceva di "difendere".

L' occasione è, appunto, questo Trattato. Parlando della situazione italiana sarebbe possibile arrivare al traguardo della firma e ratifica dello stesso, nell' ordine "sparso" in cui sono i nostri gruppi organizzati? E' buon segno che ognuno abbia"festeggiato"come se la Pace appartenesse solo al proprio gruppo? "E' pacifista" questo comportamento? Non contiene un poco di trumpismo? Se la Pace è e dovrebbe essere l'aspetto preminente dell'agire, valgono le tesi personali, le antipatie magari reciproche (solo queste possono contare?). Se in Parlamento o in Senato ci sono rappresentanti sensibili alla Pace e qualche gruppo ha contatti con questi, perché non farli lavorare insieme per raggiungere l'obiettivo del maggior numero di firme per mozioni allo scopo? Un certo signor Gandhi, sembra pacifista, non proponeva la collaborazione tra gruppi, pur non rinunciando alla propria originalità, in nome della comune aspirazione ad essa?

Vogliamo cambiar strada e riflettere sulla situazione "terrestre" in cui siamo, le armi che possediamo e che saranno sostituite da altre armi più valide da un punto di vista militare cioè più morti e miglior utilizzo tecnico? Si può osservare che il signor Biden, che ha sostituito Trump alla guida dell'America, comunque sostiene, certo con altro stile, che prima dovranno essere vaccinati gli americani e poi gli altri se il vaccino avanza? E la Cina dovrà essere sempre "contenuta" e guardata con sospetto, considerato che al suo insediamento era presente un alto rappresentante di Formosa, isola che in base ad accordi precedenti doveva essere pienamente cinese, non certo inviato da Pechino? Certo, tutto in linea con quanto scritto in documenti ufficiali (è proprio il caso di dirlo) del Pentagono, che ha identificato come nemici degli Stati Uniti ad esempio Cina e Russia. E' notorio che la Russia ha più o meno il nostro Pil italiano? La fa diventare "potenza" il retaggio industrial-militare dell'URSS.

 Augurerei buon lavoro a tutti noi

Milano 24 gennaio 2021 Giuseppe Bruzzone (obiettore di coscienza 66/68)


In vigore il TPAN: che fare adesso?

Incontro su Internet svoltosi il 22 gennaio 2021: azione non celebrazione!

Il 22 gennaio 2021, dopo 90 giorni dalla 50esima ratifica dell'Honduras, è entrato in vigore il Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari (TPAN), approvato da una Conferenza ONU il 7 luglio 2017.

I Disarmisti esigenti e WILPF Italia, membri ICAN, premio Nobel per la pace 2017,  hanno promosso nell'occasione una consultazione online, aperta ai firmatari delle nostre petizioni, in particolare "NO ARSENALI SI OSPEDALI" (https://www.petizioni.com/no_arsenali_si_ospedali), sulle iniziative da prendere:

1) per continuare a premere sulla ratifica del parlamento italiano che, al carro del veto NATO, fino ad oggi non c'è;

2) per opporsi al ritorno degli euromissili che include la risistemazione delle basi di Ghedi e Aviano (senza dimenticare il problema dei porti nucleari);

3) per dare corpo, anche ricorrendo ad intelligenti forme di obiezione di coscienza, all'obiettivo "NO ARSENALI SI OSPEDALI": convertire le spese militari in investimenti per la salute nella prospettiva di una conversione ecologica dell'economia.

 

L'incontro si è svolto  il giorno 22 gennaio 2021 con inizio alle ore 19.00 e  termine alle ore 21.30; è stato registrato per essere introdotto sul canale video "SIAMO TUTTI PREMI NOBEL PER LA PACE CON ICAN".

Alfonso Navarra (portavoce dei Disarmisti esigenti) e Antonia Sani (WILPF Italia) hanno introdotto.

Loredana De Petris senatrice di LEU ci ha inviato un messaggio (vedi testo sotto riportato) per l'impegno a presentare un DDL di ratifica italiana del TPAN.

Una lettera (vedi file allegato) è stata spedita ai 69 deputati e 2 senatori della XVIII Legislatura che hanno sottoscritto l'ICAN Pledge.

Sono intervenuti nella discussione:

Patrizia Sterpetti (WILPF Italia), Adriano Ciccioni (Ban the Bomb), Ennio La Malfa e Oliviero Sorbini (AK), Laura Tussi (Memoria e Futuro), Fabrizio Cracolici (Rete educazione alla terrestrità), Giuseppe Farinella (Il Sole di Parigi), Massimo Aliprandini (Lega obiettori di coscienza), Giovanni Sarubbi (il Dialogo), Francesco Lo Cascio (Rete Ambasciate di pace), Patrick Boylan (PeaceLink), Ennio Cabiddu (Sardegna Pulita), Tonino Drago (fisico nucleare), Marzia Manca (Movimento Nonviolento).

I temi affrontati: il mail bombing sui parlamentari per il DDL di ratifica italiana del TPAN (testo redatto da IALANA Italia); l'opposizione locale al dispiegamento delle nuove atomiche americane; l'azione in agosto sulle potenze nucleari a Roma da effettuare in concomitanza con la sessione di revisione del TNP a New York; il sondaggio mondiale antinucleare sulle piattaforme social; il coinvolgimento del mondo cattolico ed in particolare la pressione sui francescani perché recedano dal considerare l'industria bellica volano di sviluppo (vedi volo delle Frecce Tricolori su Assisi); la strategia per rilanciare la denuclearizazzione sia civile che militare (vedi deposito unico delle scorie radioattive); il rilancio dell'obiezione alle spese militari, finalizzata alla difesa nonviolenta, anche per perseguire gli obiettivi di NO ARSENALI SI OSPEDALI; il lavoro culturale sulla terrestrità con il progetto Memoria e Futuro e altre iniziative.

Luigi Mosca, di Armes Nucléaires STOP, si è fatto tramite con il webinar internazionale "ENTRY INTO FORCE DAY" organizzato dalla campagna ICAN, che è iniziato alle ore 21 e che è visibile al seguente link: https://www.icanw.org/studio_2221?utm_campaign=studio_21_22_announc&utm_medium=email&utm_source=ican

 

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Qui di seguto il

MESSAGGIO DI LOREDANA DE PETRIS ALL’INCONTRO DIGITALE DEL 22 GENNAIO 2021 DAL TITOLO: IL TPAN ENTRA IN VIGORE: CHE FARE? ORGANIZZATO DA DISARMISTI ESIGENTI E WILPF ITALIA

Care e cari amici,

Oggi celebrate la storica giornata dell’entrata in vigore del Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari.

Condividendo la vostra gioia e la vostra speranza, saluto il vostro incontro, di riflessione e programmazione di strategie e di azioni per la sua effettiva implementazione.

Mi preme sottolineare il lungo cammino che abbiamo percorso fianco a fianco, con la collaborazione in varie iniziative parlamentari (mozioni etc.), che, nel corso degli anni, abbiamo anche presentato in conferenze stampa organizzate insieme al Senato.

Sono ben consapevole che i Paesi aderenti alla NATO non hanno partecipato ai negoziati per la definizione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari; ed in conseguenza di ciò l’Italia, conformandosi a tale posizione, finora ha fatto mancare la sua adesione.

Continuo ad essere convinta che sussistono sia le ragioni di opportunità storica che di diritto internazionale affinché l’Italia aderisca al Trattato che stigmatizza lo stesso possesso delle armi nucleari.

Il trattato infatti vieta non solo l’uso delle armi nucleari, ma anche la minaccia, negando quindi la legittimità della deterrenza che ha consentito la crescita esponenziale degli arsenali nucleari durante la “Guerra fredda”, e la folle corsa agli armamenti oggi, purtroppo, ripresa.

E confermo che, sempre con il vostro aiuto di cittadini attivi e sensibili ai problemi della pace e della sopravvivenza dell’umanità, continuerò a darmi da fare per impegnare il governo:

1) a disporre gli atti necessari all’adesione dell’Italia al Trattato delle Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, adottato a New York il 7 luglio 2017 e aperto alla firma il 20 settembre 2017;

2) a presentare conseguentemente alle Camere il disegno di legge per l’autorizzazione alla ratifica e per l’esecuzione del Trattato.

Auguri di buon lavoro e a rivederci e risentirci presto.

Loredana De Petris – senatrice LEU - Presidente del gruppo misto

INFO:

Alfonso Navarra - Disarmisti esigenti - alfiononuke@gmail.com - cell. 340-0736871

Antonia Sani - WILPF Italia - antonia.sani.baraldi@gmail.com - cell. 349-7865685