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venerdì 13 febbraio 2026

L’ombra di Mossadeq - Franco Berardi Bifo

11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”.

Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area.

Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu…

Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile.

Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio.

Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante.

Mossadeq, nel 1953

Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori.

Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto.

Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia.

L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria.

Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq.

“Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40).

Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni.

“Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52).

Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare.

“Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6).

Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini.

Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture.

“L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67).

Arriva Khomeini

Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione.

“Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155)

Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti.

“Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155).

La repressione della polizia e della Savak fu feroce.

“Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7)

In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso?

Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria:

“Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7).

In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale.

Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre.

La vendetta imperialista

La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad.

“Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353).

Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo.

La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata.

L’illusione “campista”

Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione.

Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista.

“Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5).

Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario.

Foucault aveva certamente preso male le misure.

Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti.

In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo.

Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace.

Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane.

Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti.

Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran.

Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa.

Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione.

“C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante:
Alam para kayfe raz bin azabel fiel
Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti?
La loro astuzia li aveva ingannati.
Noi inviammo stormi di uccelli
Che lanciarono pietre contro di loro
Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1)
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da qui

lunedì 9 dicembre 2019

Andare oltre la Brexit e combattere il neoliberismo – intervista a Tariq Ali



(di Suzi Weissman)

L’«estremo centro» che ha governato negli ultimi trent'anni è in crisi ma è attaccato soprattutto da destra. In questa campagna elettorale però il Labour di Corbyn sta mostrando che può esistere un'alternativa di sinistra. Intervista a Tariq Ali
Le elezioni politiche in Gran Bretagna sono state convocate il 6 novembre e i britannici voteranno il 12 dicembre. Il vantaggio di un calendario così intenso, se non altro, è che i cittadini non dovranno aspettare le interminabili durate delle campagne elettorali americane. Mentre conservatori, Brexit party e liberaldemocratici stanno puntando tutto sulla Brexit, il partito laburista di Jeremy Corbyn ha scelto di mettere al centro la lotta alla cappa di austerità che attanaglia il paese da decenni.
Boris Johnson ha inaugurato la sua campagna sulle colonne del giornale conservatore Daily Telegraph paragonando Corbyn a Stalin: «La tragedia del partito laburista di Jeremy Corbyn è che disprezzano il motore del profitto in modo viscerale. […] Questo gusto della vendetta contro alcune categorie di persone non si vedeva dai tempi dei gulag di Stalin». 
Dal canto suo, Corbyn ha iniziato parlando con passione della necessità di investire 400 miliardi di sterline per contrastare le crisi gemelle dell’emergenza climatica e dell’impoverimento sociale. Per discutere di questi giorni di campagna elettorale in Gran Bretagna e della dinamica della risposta della sinistra alla politica dell’«estremo centro», Suzi Weissman di Jacobin Radio ha intervistato Tariq Ali.
Puoi darci un’idea del programma di Corbyn? Quali sono i temi su cui si concentra, cosa intende realizzare e che tipo di elettorato vuole conquistare?
Il programma Corbyn è molto semplicemente una rottura totale con il capitalismo neoliberista e il ritorno a una socialdemocrazia, in realtà, abbastanza tradizionale. Nel mondo in cui viviamo oggi quello che propone Corbyn suona come ultraradicale, anche se solo trenta o quarant’anni fa era la norma. Il programma propone ingenti investimenti pubblici in infrastrutture e alloggi popolari e la cancellazione delle tasse universitarie. Quello che sta succedendo nelle università britanniche, infatti, è spaventoso: molti non riescono più ad andarci perché non possono permettersi le rette. Per inciso, la responsabilità di questo fenomeno non è del Partito conservatore, ma del governo di Tony Blair e del suo cancelliere Gordon Brown, entrambi laburisti di destra. Corbyn ha detto che abolirà le tasse e l’istruzione superiore tornerà a essere gratuita.Il programma laburista parla di più fondi in generale per tutto il sistema educativo. Si parla di far pagare le tasse alle scuole private, attualmente considerate come enti di beneficenza e quindi non soggette a imposte. È un programma che promette sconvolgimenti, insomma. Il Labour vuole anche aumentare i fondi del servizio sanitario nazionale, dove anche qui è stato Blair a iniziare il processo di privatizzazione, poi proseguito e allargato dai conservatori. Sull’altro fronte, Boris Johnson si vanta di aver stretto un accordo economico con Trump e gli Stati Uniti. E proprio Trump, durante la sua ultima visita nel Regno Unito, ha detto pubblicamente che la Gran Bretagna deve rimuovere ogni regolamentazione sul servizio sanitario nazionale, altrimenti niente accordo. Insomma di fatto il Labour propone con enfasi rinnovata quello che è semplicemente un ritorno allo stato sociale e al servizio sanitario pubblico di un tempo. In un suo ultimo intervento però Corbyn ha anche parlato di istituire una società farmaceutica statale per ridurre il costo dei farmaci e aiutare il servizio sanitario a eliminare i costi di prescrizione.
Quindi un’azienda statale di farmaci generici?
Sì, un’azienda di Stato per produrre medicinali a basso costo. L’obiettivo della creazione di una società farmaceutica pubblica è produrre farmaci generici e contrastare il predominio delle cosiddette Big Pharma nel settore sanitario. Attualmente alcuni farmaci sono così costosi che il servizio sanitario non può neanche permetterseli. Penso che si tratti di un’innovazione molto radicale, che i fondatori del servizio sanitario nazionale britannico, Clement Attlee e Nye Bevan, non avevano visto all’epoca. E sarà una mossa estremamente popolare.
Ora, tutto ciò è di vitale importanza, ma la cosa che davvero spaventa i governanti di questo paese è che Corbyn ha detto molto chiaramente che non premerà mai il grilletto nucleare da solo. Per questo lo stanno attaccando. Avrebbe dovuto precisare che, in realtà, nessun governo britannico può mai lanciare una bomba nucleare autonomamente, che si tratta di una decisione presa dagli Stati Uniti e che, comunque, la Gran Bretagna non ha armi nucleari indipendenti di cui parlare. I sottomarini che trasportano i missili non possono essere usati senza l’autorizzazione preventiva degli Stati Uniti: è un dato di fatto. Questa idea del ritorno all’indipendenza nucleare della Gran Bretagna è una gran bufala: non cambierà niente, anzi in caso di Brexit la situazione probabilmente peggiorerà.
Nel tuo libro del 2015 intitolato The Extreme Centre hai dato una descrizione delle forze neoliberali in quel momento egemoni. Adesso, quel centro apparentemente stabile e forte è sotto attacco quasi ovunque nel mondo. Joseph Stiglitz, economista premio Nobel, ha recentemente scritto in un articolo che il mantra del neoliberismo per cui la privatizzazione produce una qualità della vita più elevata si è dimostrato falso. Prova ne è il fatto che in quarant’anni il neoliberismo non ha realizzato niente di quello che aveva promesso. L’unica cosa che ha creato è una redistribuzione verso l’alto della ricchezza e la crescita della disuguaglianza. Ora, chi finora ha tratto vantaggio politico da questa situazione è la destra autoritaria populista. Tuttavia di recente è nata una sinistra popolare, quella di Bernie Sanders negli Stati Uniti e di Jeremy Corbyn appunto, che sembra in grado di contrastarla. Come vedi queste dinamiche nel Regno Unito?
Bisogna fare due osservazioni preliminari. L’attacco all’«estremo centro» arriva sempre sia da sinistra che da destra. Dietro Corbyn c’è la rivolta dei giovani laburisti che hanno preso in mano il partito e l’hanno trasformato in quello che è oggi. Per fare un esempio dei cambiamenti che hanno introdotto: c’è una circoscrizione alla periferia di Londra chiamata Chingford, che ha sempre votato molto a destra. Era il seggio di Norman Tebbit, stretto collaboratore di Margaret Thatcher, e adesso è il feudo Iain Duncan Smith, un tory di estrema destra che ha idee spaventose in materia di assistenza sociale e così via. Alle ultime elezioni i laburisti sono stati a un soffio da strappare Chingford alla destra. E nella campagna elettorale attuale provano a vincere mettendo in prima linea una candidata giovane di origine bengalese, Faiza Shaheen. Il primo fine settimana di campagna elettorale, i militanti laburisti sono andati in cinquecento a bussare a tutte le porte della circoscrizione.
I laburisti hanno una squadra di attivisti ben organizzata e ben formata, composta in gran parte da giovani, che puntano ai seggi marginali. Al contrario, i Tories, dove l’età media dei militanti supera i sessant’anni, non hanno quasi nessun giovane e si sono dovuti affidare a un’azienda privata di pubbliche relazioni. Hanno privatizzato le elezioni. Troveremo in giro Pr addestrati come automi a diffamare Corbyn e attaccare il Partito laburista. Contro questi idioti esternalizzati basterà dire cose sensate, perché loro non sapranno rispondere. Se Corbyn sta scalando i sondaggi, già dalla prima settimana della campagna elettorale, è proprio in virtù di questa differenza strutturale tra i due partiti principali contendenti.
Per tornare al tuo punto, comunque, al di là di Corbyn e Sanders, è vero che finora gli attacchi più forti  al centro sono arrivati da destra: Salvini in Italia, Le Pen in Francia, l’AfD in Germania. È un dato inquietante e non si può dire che questo sviluppo sia stato provocato dalla sinistra: è una conseguenza delle politiche dell’«estremo centro». Quindi non ci sono solo buone notizie, ma sicuramente c’è la conferma dell’idea di Stiglitz che il neoliberismo ha fallito e gli ultimi quarant’anni sono stati un disastro sotto molti punti di vista. Cosa peraltro che tanti di noi sostenevano fin dall’inizio. Abbiamo visto come è fallito il progetto di Michelle Bachelet in Cile, che è forse l’archetipo del politico di «estremo centro». In due mandati non è riuscita a modificare minimamente l’infrastruttura sociale e politica ereditata dalla dittatura di Pinochet, che oltre a essere un fascista era anche un convinto sostenitore del neoliberismo e ha trasformato il Cile in una cavia.
Nelle piazze cilene si vedono alcuni striscioni incredibili, in effetti. Su uno c’era scritto «il neoliberismo è iniziato qui e finisce qui».
Sì, è fantastico. Anche a Beirut lo slogan più popolare nelle strade, cantato da musulmani, cristiani e gente di tutte le sette e fazioni, è indirizzato contro i politici: «Siete tutti uguali», cioè siete tutti ladri, siete un’oligarchia che non fa niente per noi. L’elemento di classe in questo movimento laico è estremamente forte. Anche l’Argentina è un caso interessante. Pensava di aver sconfitto definitivamente la sinistra (certo, quella argentina è una sinistra problematica), ma alle ultimi elezioni l’apostolo neoliberista tanto lodato dall’Economist, dal Financial Times e dal Wall Street Journal è finito ancora una volta nel cestino. Hanno vinto i peronisti e la gente ha festeggiato in strada.
Perciò la situazione oggi è molto fluida e il neoliberismo è fragile. Il capitalismo globale (i suoi governanti, direttori e manager) non ha capito che il crollo di Wall Street del 2008 è stato un evento decisivo per la politica economica contemporanea. Si è pensato di poterlo ignorare e continuare come prima, ma quello che sta succedendo ora in tutto il mondo dimostra che è molto difficile fare finta di niente. Prendiamo il Guardian, giornale che politicamente è in mezzo al guado: prima i suoi editorialisti attaccavano Corbyn ferocemente, adesso sostengono il Labour alle elezioni perché hanno capito, almeno a quanto scrivono, che la Gran Bretagna ha bisogno di un cambiamento radicale.
È incredibile, e sembra anche che anche il Financial Times sostanzialmente sostenga il partito laburista.
Il Financial Times vede queste elezioni come una scelta tra la Brexit di Johnson da un lato e Corbyn dall’altro, e sostiene che quest’ultimo sia il male minore. Effettivamente questa è la loro linea attuale, ma lo spostamento del Guardian penso sia più importante, perché è un giornale letto da molte persone di sinistra.
Esiste il pericolo che Corbyn non riesca a rispondere alle esigenze della vecchia classe operaia industriale, che è stata lasciata indietro nella politica globale e troppo spesso si rivolge ai populisti dell’estrema destra? Questo è un lato essenziale del problema. Quando Trump è andato in Kentucky ha detto «Torniamo al carbone», anche se poi materialmente non è vero.
No, in Gran Bretagna non è così. In realtà il problema di Corbyn è che guida un partito diviso sul tema Brexit. Corbyn stesso è in una posizione per cui deve difendere gli interessi di tutti gli elettori del partito laburista, cosa non facile da fare. I discorsi che ha pronunciato nella parte settentrionale del paese, dove c’è stato un forte voto a favore del Leave, hanno mostrato molta attenzione alle esigenze della classe operaia. E Corbyn ha sostenuto molte volte pubblicamente, sia nel sud-est che nel nord, che il punto non è uscire o rimanere nell’Unione europea, ma battere il neoliberismo in Gran Bretagna, migliorare le condizioni di vita delle persone e creare comunità.
Quindi il messaggio della campagna elettorale su questo fronte è molto chiaro: i laburisti dicono «vogliamo una Gran Bretagna diversa e crediamo che l’unico partito in grado di cambiarla sia il Labour». E su questo punto credo che nessuno abbia niente da ridire. Neanche Tom Watson (leader dei laburisti di «estremo centro» che cerca di sabotare Corbyn da anni), che ha lasciato il partito senza attaccare Corbyn. Ha dichiarato che se ne andava per motivi personali, non politici, e che si augurava che il Partito laburista vincesse le elezioni, a differenza di altri ex deputati e militanti anti-Corbyn che invece invitano a votare conservatore.
Ecco in sintesi quello che sta succedendo nella campagna elettorale britannica finora. Agli appuntamenti elettorali c’era tanta gente, l’umore è buono sia tra le fila dei parlamentari laburisti sia tra i militanti che fanno il duro lavoro in strada. Il primo video della campagna ha ottenuto oltre 3 milioni di visualizzazioni online. Anche se ovviamente è difficile fare previsioni, sono abbastanza fiducioso sul fatto che il Labour sarà il primo partito in Parlamento, o comunque ci arriverà molto vicino. Peraltro i leader dello Scottish National Party hanno confermato pubblicamente il loro sostegno a Corbyn qualora i laburisti avessero bisogno dei loro voti per formare un governo. Non entreranno nel governo, ma lo sosterranno dall’esterno e va bene così.
Sembra che la Gran Bretagna stia soffrendo di Brexhaustion, di esaurimento da Brexit, proprio come negli Stati Uniti si soffre per il trauma-Trump. Cioè i media sono invasi solo da questi temi e alle questioni politiche non viene dato spazio. In questo senso, sembra che Corbyn abbia toccato le corde giuste, innanzitutto chiarendo che il Labour è a favore del miglioramento delle condizioni di vita per tutti, poi scegliendo di parlare dei programmi piuttosto che del Deal. Mi chiedevo come stesse funzionando questo discorso nel Nord del Regno Unito. La gente è ancora concentrata solo sulla Brexit o c’è il desiderio di passare ad altro?
L’atmosfera generale è di andare oltre. Se Boris Johnson avesse fatto una Brexit morbida prima delle elezioni oggi avremmo una campagna completamente basata sulle questioni di fondo. Invece, con una certa intelligenza, il leader conservatore oggi dice che la Brexit si otterrà solo se lui verrà riconfermato al governo. D’altro canto, proprio ieri a Telford qualcuno ha chiesto a Corbyn se il «New Deal» proposto dai laburisti sulla Brexit avrebbe permesso alle persone di continuare a circolare liberamente, e lui ha dato una risposta molto chiara, che cito: «Voglio che i nostri giovani crescano in un mondo dove possono viaggiare, dove possono sperimentare altre società, dove possono dare il loro contributo. E sai cosa? Questo arricchisce la loro vita e arricchisce la vita di tutti noi, quindi voglio fare in modo che tutti i cittadini dell’Unione europea rimangano qui, possano venire qui, restino qui, e saremo felici di lavorare con loro, come del resto molti britannici fanno in altre parti d’Europa, dando un contributo altrettanto prezioso alle società in cui sono andati a vivere».
Sembra probabile che né i laburisti né i conservatori otterranno una maggioranza assoluta alle elezioni e dovranno cercare alleati per formare un governo. Se il Partito nazionalista scozzese (Pns) è disposto a lavorare con il Labour, che dire dell’alleanza tra Tories e LibDem? E quale impatto pensi possa avere il Brexit party di Nigel Farage?
L’Snp ha chiarito che darà appoggio esterno a un eventuale governo laburista. I LibDem hanno una leader molto di destra, Jo Swinson, e hanno escluso qualsiasi sostegno al Labour. Swinson è una acerrima nemica di Corbyn perché sostiene che quest’ultimo rappresenti un rischio per la sicurezza nazionale, in quanto non amante della guerra. L’ha detto davvero. Che i LibDem sostengano un nuovo governo conservatore se il partito di Johnson risultasse primo in Parlamento è possibile, perché l’hanno già fatto prima e proprio Swinson ha fatto parte dell’ultima coalizione tra LibDem e Tories. Ma speriamo di non arrivare a questo punto: se il partito laburista risulterà primo per voti penso che riuscirà a formare un governo con il sostegno del Pns. Almeno è su questo che noi puntiamo e che speriamo.
Sembra insomma che Corbyn sia riuscito ad articolare una posizione che colma in qualche modo il divario tra i laburisti a favore del Leave e quelli a favore del Remain. Pensi che funzionerà?
Sono moderatamente ottimista sul fatto che i laburisti saranno il primo partito in Parlamento. L’uscita di Tom Watson potrebbe essere la prima di una lunga serie: qualcuno mi ha detto che nel partito ci si aspetta che il ritmo degli addii dei laburisti di destra sarà di un parlamentare a settimana o al mese. La mia domanda a questo punto è la seguente: esiste una lunga tradizione di topi che abbandonano la nave che affonda, però che succede se alla fine la nave non affonda ma, anzi, galleggia meglio dopo che se ne sono andati?

*Tariq Ali, storico, giornalista e scrittore pakistano naturalizzato britannico, è autore di molti saggi e romanzi tradotti anche in italiano. È editor della New Left Review. Suzi Weissman è autrice di Victor Serge: A Political Biography. Questo articolo è uscito su JacobinMag.com. La traduzione è di Riccardo Antoniucci.


mercoledì 17 aprile 2019

Julian Assange, caccia all'uomo, missione compiuta


Wikileaks: la vera storia della pubblicazione senza filtri degli archivi - Gennaro Carotenuto (settembre 2011)

Nei giorni dell’arresto di Julian Assange a Londra, ripubblico su Academia.edu una mia bre- ve nota del 2011. Chi scrive fu all’epoca delegato dal settimanale Brecha di Montevideo a viaggiare a Londra, firmare il contratto con Wikileaks, ritirare i documenti in quel momento segreti, e collaborare a collazionarli. Sono pertanto cosciente che nessun giornale, neanche il mio, rispettò quel contratto predisposto da Wikileaks, che garantiva tutti i soggetti inte- ressati. Oggi Julian Assange viene massacrato da quella stessa grande stampa che, all’epoca, fece la fila per ottenere ciò che oggi stigmatizza.

La decisione di Wikileaks di rendere disponibile per intero e senza filtri il suo archivio di 250.000 documenti diplomatici statunitensi, rappresenta una delle più grandi sconfitte nel- la storia del giornalismo. Julian Assange e il suo gruppo aveva infatti per mesi creduto che la stampa, i più grandi giornali del mondo nella fattispecie, dal New York Times al Guardian a El País, avrebbe rispettato i patti, sanciti in un preciso contratto firmato da tali me- dia e presentato anche da questi come grande fattore di democratizzazione dell’informazione. Non è andata così.
Da sempre, in tutti i paesi, gli archivi diplomatici sono filtrati da alcune specifiche profes- sionalità, archivisti, diplomatici, uomini dei servizi di sicurezza che agiscono sulla base del criterio di interesse nazionale, nella forma declinata da tali apparati. Tali funzionari stabili- scono, in genere a distanza di 30 anni, quali documenti sia di interesse nazionale divulgare e quali siano ritenuti così sensibili da essere, in parte o del tutto, necessario rinviare ai po- steri, apponendo segreti di 50 o 100 anni, se non essere addirittura distrutti con procedure al di fuori della legge.
Il sogno di Wikileaks (informato di molta retorica sulla libera stampa e accecato dal dogma della pubblicità) era sostituire tali burocrazie statali con presunti rappresentanti di un inte- resse pubblico in perenne contrasto con l’interesse di “poteri forti”. Tali rappresentanti del pubblico interesse furono individuati nei giornalisti di grandi testate per lo più liberal- progressiste. Queste si impegnavano contrattualmente ad editare i documenti e inserire filtri (comunque considerati necessari dal gruppo di Assange), con l’unico criterio del ga- rantire la sicurezza delle persone nominate rispetto ad eventuali persecuzioni politiche. Ovvero: Wikileaks era cosciente che i filtri fossero necessari ed individuarono nei giornalisti i portatori di interesse pubblico in grado di apporveli. In cambio chiedevano che i giornalisti svolgessero tale ruolo onde permettere la pubblicazione dell’intero archivio. Le testate si impegnarono in tal senso.
I giornali contattati (chi scrive conosce in prima persona tale procedura per averla realizza- ta la scorsa primavera a Londra per il settimanale uruguayano Brecha, che mi delegò a firmare il contratto con Wikileaks) firmarono un contratto nel quale si impegnavano ad editare TUTTO il pacchetto di documenti a loro consegnati, e pubblicarli TUTTI sul sito di Wikileaks, indipendentemente dall’usare (e citare) il singolo documento in uno o più articoli. In cambio della prima esclusiva (l’unica cosa giornalisticamente rilevante) le testate si impe- gnavano così alla creazione di un enorme archivio pubblico che poteva essere consultato da privati cittadini ma anche da studiosi di varie discipline, storici, economisti, sociologi, politologi, specialisti di diritti umani. Per quanti dubbi si possano avere sulla sottrazione dell’archivio da parte di Bradley Manning [oggi Chelsea Manning, ndr], resta una fonte di straordinaria importanza.
Sulla base di tale preciso impegno di collazione e verifica integrale, sancito in due fitte pa- gine di contratto, le testate ricevevano i documenti su normali archivi Excel, passati brevi manu su pendrive ai delegati inviati a Londra dalle testate, tra i quali chi scrive. A seconda dell’importanza delle testate, e sulla base di criteri di suddivisione nazionale prima che te- matica, gli archivi contenevano molte migliaia di documenti, fino a 25.000 mi risulta.
La grande stampa però, una volta ottenuti i preziosi file, selezionò e pubblicò solo quello che alle singole testate sembrava interessante, qui e ora. Quindi iniziò una lunga scherma- glia con Wikileaks. Tutte le testate, dopo essersi impegnate diversamente, sostennero di poter da sole interpretare un interesse pubblico in grado di stabilire quali fossero i soli do- cumenti dell’archivio meritevoli di pubblicazione (neanche l’1%) per condannarne all’oblio (ricensurandoli di fatto) la stragrande maggioranza, senza procedere affatto a quell’opera di collazione alla quale si erano impegnati.
Chi scrive ne ha a lungo dibattuto tra gli altri con il presidente della FNSI, Roberto Natale, in un convegno dello scorso aprile all’ “Istituto Universitario Europeo” di Fiesole. In quella e in altre occasioni non è mai stato possibile convincere la stampa che vi potessero essere alternative all’esclusività del loro ruolo di mediatori del pubblico interesse. I giornali, che non avevano dubitato un attimo nell’accettare l’impegno contrattuale preciso a rendere disponibile l’intero rispettivo spezzone di archivio, una volta utilizzati i documenti, si scher- nivano dietro un presunto diritto di stabilire loro cosa fosse d’interesse pubblico e cosa non lo fosse. Il mondo dell’informazione – senza mettere all’epoca affatto in discussione la legittimità della diffusione dell’archivio – ne valutava in maniera presentista un esclusivo valore d’uso immediato, disinteressandosi a questioni come quella della completezza, del divenire storico dello stesso concetto di human interest che ritenevano di incarnare, o dell’analisi da parte di ulteriori professionalità, quali in particolare quelle dei professionisti delle scienze umane e sociali.
D’altra parte per Wikileaks, un’organizzazione quasi clandestina, far valere le proprie ra- gioni contrattuali in un processo sarebbe stato oltre l’immaginazione e sicuramente oltre l’ingenuità e il pressapochismo di chi la dirige che, nel mettere in discussione il potere dei media tradizionali, non trovava nulla di meglio che affidarsi a questi.
Ho provato senza successo a segnalare a Julian Assange e al suo gruppo più ristretto come il giornalismo commerciale non fosse compatibile col realizzare un progetto di tal portata, ma fosse solo utile a dare la massima risonanza mondiale all’evento Wikileaks. Questi hanno usato Wikileaks per spigolare alcune note di colore (i giornali italiani amarono per esempio rivelare cosa pensasse davvero Hillary Clinton di Silvio Berlusconi) e non molto al- tro, senza cogliere la sistematicità documentaria e d’insieme di quegli archivi. Ho provato a prospettare che gruppi di accademici selezionati in giro per il mondo avrebbero potuto, con più comprensione per l’idea stessa di archivio pubblico, assolvere al compito di colla- zione. Non sono stato ascoltato, temo innanzitutto per il fattore fretta con la quale il grup- po di Wikileaks ha sempre pensato fosse indispensabile pubblicare. Presentisti anche loro. Lo scorso marzo, con meno del 5% di documenti editati dai giornali, ancora si dicevano fi- duciosi di terminare tutta la pubblicazione entro giugno. Sbagliavano, ma soprattutto si erano affidati alle persone sbagliate: la stampa mainstream.
Insipienza, mancanza di risorse e di personale formato, malafede nel pensare di aver già ottenuto quello che volevano senza poi rispettare i patti, incapacità di comprendere la dif- ferenza tra l’interrogazione di un archivio da parte di un pubblicista e quella che oggi e nel futuro possano voler fare degli studiosi, erano alla base del tradimento dei patti. I giornali semplicemente – una volta realizzati i loro scoop – non avevano interesse né risorse per compulsare, editare, eliminare i dati sensibili, pubblicare, inserire tag, parole chiave e altri elementi di classificazione su una quantità di documenti che, per ogni testata, andava dalle 5.000 alle 25.000 unità.
Adesso i giornali si scandalizzano del fatto che Wikileaks dia in pasto al volgo documenti sensibili, saltando il loro sacrale ruolo di mediatori tra notizia e opinione pubblica. È evi- dente che in tale divulgazione vi sono dei rischi e delle responsabilità gravi da parte di Wikileaks. Nel leggere l’ipocrisia del comunicato di Guardian, New York Times, El País e Der Spiegel coglie un moto di disgusto. Scrivono: “difendiamo la nostra collaborazione con Wikileaks, ma siamo uniti nel condannare la non necessaria pubblicazione dei dati completi. La decisione di pubblicare l’intero archivio senza un previo controllo è di Julian Assange, e sua soltanto la completa responsabilità delle conseguenze”. Chiunque può invece farsi un’idea precisa sulla quota di responsabilità di Wikileaks e su quella dei grandi giornali.
da qui



Sopravvissuto all’era dei social network - Benedetto Vecchi

Le immagini del suo arresto, da parte dei poliziotti di Scotland Yard, sigillano con il marchio dei voltagabbana la fine di un’era dell’attivismo on line. Solo, stanco, invecchiato era ormai diventato per l’Ecuador un ospite ingombrante che causava non pochi problemi alle sue relazioni con gli Stati uniti.
Washington, e il Pentagono in particolare, voleva fortissimanente la testa di Assange, dopo che WikiLeaks aveva diffuso i materiali su un’operazione sporca sfuggita di mano ai soldati americani provocando la morte di alcuni civili e giornalisti iracheni. Termina così una vicenda che ha le sue radici nel mediattivismo in Rete. Assange aveva spregiudicatamente tessuto la tela di alleanze e relazioni con i media mainstream e leader politici autoritari e ostili alla libera circolazione delle informazioni (il russo Putin) portando alla ribalta segreti fino ad allora inconfessabili.
Per anni, la sua organizzazione, WikiLeaks, è stata sinonimo di un attivismo digitale portabandiera della trasparenza, eletta a parola d’ordine radicale contro il segreto militare, industriale e la manipolazione della realtà da parte dei media. Nelle sue scorribande in Rete e fuori, Assange ha incontrato inaspettati compagni di strada tra gli hacker più politicizzati e radicali (Anonymous), registi radical (Ken Loach) e i migliori giornalisti investigativi su piazza (Glenn Greenwald), coinvolgendo militari Usa (Chelesea Manning) e creando le condizioni affinché personaggi come Edward Snowden decidessero di rivelare le malefatte della National Security Agency (Nsa).
La sua vita spericolata, assieme all’accusa di stupro in Svezia, ha attirato sulla sua testa non poche critiche anche della sua parte. Un accentratore che non ha esitato a cacciare chi metteva in dubbio le sue decisioni, Un egocentrico indifferente alle ragioni della sua organizzazione. Giudizi che hanno determinato un calo di consenso verso WikiLeaks, portandolo a fare scelte molto poco trasparenti, come quando ha accettato di lavorare a una televisione russa pagata da Putin; o quando ha contattato l’entourage di Donald Trump, ventilando la possibilità di passare mail e documenti che avrebbero messo in cattiva luce Hillary Clinton durante le presidenziali del 2016.
Ogni volta, Assange, ha rivendicato il suo operato come il mezzo per rompere l’assedio al quale era costretto dai servizi segreti statunitensi, risultando tuttavia poco credibile. Sta di fatto che si è alla fine ritrovato solo. C’è solo da sperare, adesso, che non venga estradato negli Usa dove è accusato di attentato alla sicurezza nazionale, un capo di accusa che apre sicuramente le sbarre della prigione con una probabilità assai alta che i suoi carcerieri possano buttare via le chiavi della sua cella. Un esito da respingere, perché l’operato di WikiLeaks è stato comunque prezioso.
In una situazione dove la Rete è diventata medium universale, Assange ha intuito il potenziale controinformativo che aveva. Con un lavoro meticoloso di verifica delle informazioni, ha messo on line documenti mai smentiti, senza mai mettere in pericolo la vita di nessuno, sia che si trattasse di documenti e mail di compagnie petrolifere dove si potevano leggere la corruzione di esponenti politici africani (in Kenya o in Nigeria, ad esempio); o quando manager di imprese finanziarie inglesi con sedi in Asia raccontavano con spavalderia le loro speculazioni che magari impoverivano intere regioni del pianeta per arricchire quell’un per cento delle élite globali. Ma la bestia nera di WikiLeaks è rappresentata dal Pentagono, raccogliendo materiali sulla guerra sporca in Iraq o quella contro il terrorismo islamico, ambiti nei quali l’esercito americano non ha certo brillato per rispetto della popolazione civile. Allo stesso tempo non ha esitato a bussare alle porte delle redazioni mainstream proponendo collaborazioni per diffondere sulla carta gli stessi documenti pubblicati sul sito di WikiLeaks.
Assange è stato cioè flessibile, pragmatico, poco incline a comportamenti settari. Questo il suo merito, assieme al fatto di aver risollevato dal fango dell’arricchimento personale le nobili bandiere hacker sulla libera circolazione delle informazioni, legittimando così le azioni anche di Anonymous. Al di là del successo planetario del film V per vendetta, la maschera di Guy Fawkes non sarebbe diventata il simbolo dei movimenti sociali che è diventata se WikiLeaks non avesse dichiarato di aderire, anche se per breve tempo, alla frase di Anonymous «Noi siamo legione».
Di strada ne ha dunque fatta molta Julian Assange da quando giovane attivista australiano, in nome del cypherpunk, faceva l’agit prop a favore dell’anonimato in Rete e contro lo strapotere di governi e imprese, sbarcando anche, agli inizi di questo millennio, al forum sociale di Porto Alegre, dove, da dietro un banchetto improvvisato, distribuiva i materiali della sua nascente organizzazione. Era dovuto riparare nell’ambasciata dell’Ecuador, dove un presidente si professava populista, di sinistra e antimperialista per poi diventare un populista neoliberista amico degli Usa. Solo, con i fondi di WikiLeaks bloccati. Ma soprattutto era cambiata la Rete.
Ormai la trasparenza radicale è garantita da Facebook, Twitter, Instagram, mentre Whatsapp, in nome della privacy, usa un software che impedisce di leggere i messaggi, garantendo l’anonimato. Insomma quelle stesse corporation che Assange vedeva con il fumo agli occhi. È l’ironia della storia il fatto che il suo arresto sia accaduto in diretta, perché con la Rete la trasparenza deve essere garantita a chiunque. Ad attivisti radicali come a spregiudicati venditori di socialità in forma di spazi pubblicitari.



La «minaccia» di WikiLeaks per i potenti: informare tutti - Tariq Ali

L’ho incontrato nuovamente poche settimane fa. Lenin Moreno, il successore di Correa, aveva capitolato a tutti i livelli, davanti all’impero statunitense.
L’ambasciata era diventata un carcere, la salute di Julian si era deteriorata. Non aveva dubbi sul fatto che Moreno avrebbe risposto positivamente alla richiesta di espellerlo dall’ambasciata. La richiesta di estradizione da parte di Washington non era più un segreto.
E IERI L’AMBASCIATA lo ha consegnato alla polizia britannica. Se vivessimo in un mondo dove le leggi sono rispettate, Assange sarebbe processato per violazione delle norme sulla cauzione (un reato non grave), multato o tenuto in carcere per poche settimane e poi rilasciato per permettergli di far ritorno nella sua Australia. Ma sia il Regno unito che l’Australia sono satrapi imperiali, acquiescenti alle richieste degli Stati uniti. Lo Stato segreto (non così segreto) in entrambi i paesi lavora in stretto contatto con i padroni statunitensi, o meglio ai loro ordini.
Perché lo vogliono così tanto? Perché serva da esempio. Vogliono imprigionarlo e isolarlo come monito, così da evitare che altri seguano il cammino di WikiLeaks. Chelsea Manning è stata nuovamente arrestata perché ha rifiutato di testimoniare contro di lui davanti al Grand Jury. Dal momento che i servizi segreti russi e cinesi sono piuttosto al corrente delle mosse degli Usa nella maggior parte del mondo, la minaccia posta da WikiLeaks consisteva nel fare arrivare le informazioni a ogni cittadino in possesso di un computer, in qualunque parte del mondo.
LA POLITICA ESTERA degli Stati uniti e dell’Unione europea e le loro guerre post-11 settembre si sono fondate su menzogne, promosse dalle reti televisive e dai media globali e spesso credute dalla maggioranza dei cittadini nordamericani ed europei. Le informazioni che smascherano queste bugie smontano le scuse – i diritti umani, la democrazia, la libertà… – avanzate per giustificare le guerre. WikiLeaks ha esposto tutto questo, pubblicando documenti classificati in grado di illuminare a giorno le motivazioni reali.
È UN RECORD INCREDIBILE. Allo stato attuale, WikiLeaks ha pubblicato tre milioni di documenti diplomatici e altre registrazioni del Dipartimento di Stato, per un totale di oltre due miliardi di parole. Un corpus incredibile e insuperabile che se fosse stampato arriverebbe a migliaia di volumi, qualcosa di completamente nuovo nel mondo. Ecco dove Internet diventa una forza sovversiva, in grado di sfidare le reti di propaganda dell’ordine esistente. Assange e i suoi colleghi hanno dichiarato apertamente che i loro bersagli principali erano l’impero statunitense e le sue operazioni globali.
La risposta delle istituzioni Usa è stata isterica e comica. La Libreria del Congresso ha bloccato l’accesso Internet a WikiLeaks. Gli Archivi nazionali statunitensi hanno bloccato anche l’accesso al proprio database riguardo alla parola «WikiLeaks». Il tabù è diventato assurdo, come un cane che abbaia insensatamente a qualunque cosa, anche alla propria coda.
COME HA DETTO Julian Assange: «Nel marzo 2012, il Pentagono ha addirittura creato un filtro automatico per bloccare i messaggi di posta elettronica, compresi quelli destinati al Pentagono, che contenessero la parola WikiLeaks». E così, i procuratori del Pentagono che accumulavano le prove contro l’analista di intelligence statunitense Manning, accusata di essere la fonte di WikiLeaks, non riuscivano a ricevere importanti email da parte del giudice o della difesa. Il governo britannico ripete che rispetterà le leggi. Vedremo. Il Dipartimento della giustizia statunitense ha dichiarato che negli Usa Assange potrebbe essere condannato a cinque anni di carcere. Diane Abbot, membro influente del governo ombra di Jeremy Corbyn, ieri ha detto in Parlamento: «Vogliamo sottolineare che la ragione per la quale parliamo di Julian Assange questo pomeriggio – siccome l’unica imputazione che potrebbe essergli mossa in questo paese riguarda la violazione dei termini della cauzione – ha interamente a che vedere con le attività di denuncia di Julian Assange e di WikiLeaks.
Questo lavoro ha smascherato guerre illegali, omicidi di massa, uccisioni di civili e casi di corruzione su grande scala, e ha messo Assange nel mirino dell’amministrazione statunitense.» Abbot ha aggiunto: «Julian Assange non viene perseguito per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati uniti, ma perché ha esposto i crimini delle amministrazioni statunitensi e delle relative forze armate»
I PROSSIMI GIORNI e settimane ci diranno. Intanto, WikiLeaks e il suo fondatore meritano la solidarietà di tutti coloro i quali ritengono che i cittadini del mondo non debbano essere trattati come bambini e che la maggior parte dei politici nell’orbita statunitense ed europea non siano degni di fiducia e cerchino in tutti i modi di evitare che le loro menzogne, la loro corruzione siano resi noti al mondo.