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lunedì 7 settembre 2026

La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava - Giuseppe Masala

  

Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan.

 

Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.

Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.

In particolare i settori dell'economia iraniana colpiti dagli USA sono le risorse digitali, le tecnologia, l'oro, l'aviazione e i trasporti marittimi inoltre, Scott Bessent ha ben sottolineato che Washington sta sanzionando più di 60 entità, individui e navi in tutto il mondo che permettono all'Iran di ottenere tecnologia nucleare e missilistiche oltre che di condurre operazioni informatiche di cyberwar e di generare entrate derivanti dal settore petrolifero.

Come si intuisce, si tratta di sanzioni molto profonde che potrebbero effettivamente danneggiare l'economia iraniana, ma, allo stesso tempo, sono misure di difficile applicazione che presuppongono la collaborazione leale di tutti i paesi del mondo. Circostanza questa, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto in un mondo affamato di energia che ha bisogno di tutto il petrolio e il gas messo a disposizione sul mercato, compreso quello iraniano.

Magari, certamente, queste sanzioni sarebbero state di facile applicazione per gli Stati Uniti degli anni d'oro a cavallo tra gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio; all'epoca bastava una alzata di sopracciglio da parte di un componente dell'amministrazione di Washington per vedere gli esponenti di qualunque governo del resto del mondo scattare sull'attenti. Ma ora le cose sono ampiamente cambiate, innanzitutto perché il mondo ha estremo bisogno di qualunque fornitore di energia, e tagliare fuori l'Iran significa automaticamente aumentare i prezzi del petrolio e del gas già esorbitanti. Inoltre in questi ultimi anni sono emerse altre potenze economiche e militari che non sembrano avere alcun timore reverenziale nei confronti degli USA. 

Una situazione questa che si è verificata perché gli Stati Uniti sono fiaccati da decenni di guerre scriteriate che sono servite solo allo scopo di riempire le tasche del cartello dell'industria degli armamenti devastando il bilancio pubblico. Inoltre decenni di delocalizzazioni favorite dalla folle posizione ideologica sulla globalizzazione hanno ottenuto il solo risultato di demolire i conti con l'estero statunitensi trasformando il paese in una landa desolata sul piano produttivo dove gli ingegneri sono costretti a riciclarsi come esperti di borsa avendo ormai il paese delocalizzato buona parte dei suoi siti produttivi alla ricerca di vantaggi competitivi sul piano del costo del lavoro.

E proprio ieri, nel giorno in cui Scott Bessent presentava al mondo il suo piano “spacca Iran”, gli USA prendevano una decisione che dimostra plasticamente al resto del mondo di essere un paese in grave declino economico.

Premesso che  i tassi di interesse sui bond statunitensi a 10 anni stanno sempre più avvicinandosi alla soglia psicologica del 5% (peraltro già abbondantemente superata dai bond trentennali); si tratta di un livello di tasso di interesse che rende pesantissimo il servizio sul debito pubblico alle finanze di Washington; amaramente possiamo sottolineare che si tratta di un fenomeno economico che in Italia ben si conosce e che ci ha vessato per almeno due decenni.

Va detto che un così pesante aumento dei tassi di interesse di ciò che un tempo era considerato come il safe heven della finanza mondiale (ovvero l'asset che garantiva sicurezza agli investitori più di qualunque altro al mondo) dimostra che ormai gli assets in dollari non sono più considerati sicuri dagli investitori internazionali e, conseguentemente, il Tesoro USA deve garantire un interesse più alto per pagare il rischio...quasi fino a svenarsi.

E proprio in relazione a questa situazione ormai insostenibile, l'Amministrazione USA ha fatto un annuncio che, a mia memoria, non ha precedenti. Il Tesoro USA può (ri)acquistare US bond prendendo i dollari dal fondo TGA aperto dal Tesoro presso la Federal Reserve. Si tratta in sostanza del conto di tesoreria del governo americano. Prendere i soldi dal conto di tesoreria per il riacquisto di Bond con la finalità di calmierare l'aumento dei tassi di intesse suona come una misura tampone ai limiti della disperazione ed attesta inesorabilmente l'enorme difficoltà del governo americano a gestire le finanze pubbliche. Una misura tampone, che ha il solo fine di dare un calcio al barattolo del prossimo futuro (e direi inevitabile) Quantitative Easing della Federal Reserve.

E' chiaro che in un panorama così allarmante il presunto piano che vorrebbe demolire l'economia iraniana appare più come l'urlo impotente di un pugile suonato che un qualcosa che ha la possibilità di raggiungere il proprio obbiettivo.

A rincarare la dose anche un'altra notizia che attesta la difficoltà dell'ex Iperpotenza e che anzi, quasi suona come una umiliazione.

La Germania, paese vassallo degli USA sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, stringe sempre di più i rapporti con la Cina, non solo sul piano industriale come è ampiamente dimostrato dalle innumerevoli notizie che attestano come i cinesi si stiano comprando grosse fette dell'industria tedesca a partire dall'automotive, ma ora anche dal punto di vista finanziario e monetario: Deutsche Bank è stata autorizzata dalla banca centrale cinese ad aprire la prima camera di compensazione per gli Yuan sul territorio europeo. Una camera di compensazione – lo ricordo – è una sorta di “ conto corrente multilaterale” nel quale le posizioni in attivo e in passivo in una determinata divisa vengono compensate da tutti coloro che accedono a questo strumento, evitando quindi costose transazioni in contanti. Ovviamente questo genere di attività ha un senso qualora si ritenga che l'uso di una determinata divisa sarà implementato in maniera massiccia. Altrimenti sarebbe un inutile spreco di denaro.

Facile dunque intuire che il sistema finanziario tedesco abbia intenzione di utilizzare in maniera massiccia lo Yuan nelle transazioni con la Cina, evidentemente abbandonando il Dollaro statunitense.  Una notizia di enorme portata sulla quale sarà necessario trattare più diffusamente in futuro ma che nell'economia del discorso che stiamo facendo la posizione del dollaro e degli USA è sempre più precaria e conseguentemente la sfiducia nell'economia e nel governo del paese nordamericano è sempre più bassa agli occhi degli altri paesi, anche di quelli, da sempre ridotti al rango di vassallo.

E' chiaro come in un contesto del genere gli Ayatollah avranno gioco facile ad aggirare quanto organizzato da Bessent.  Il problema è che gli USA non sono nella condizione di poter perdere.

da qui

domenica 12 aprile 2026

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/

venerdì 10 aprile 2026

Il Tramonto del Petrodollaro e l'Effetto Hormuz - Suleyman Karan

 

Ventisei anni fa, il defunto presidente iracheno Saddam Hussein prese una decisione che ebbe risonanza ben oltre Baghdad. Decise di fissare il prezzo delle esportazioni di petrolio iracheno in euro anziché in dollari statunitensi: una mossa che all'epoca molti osservatori interpretarono sia come una sfida simbolica sia come un tentativo concreto di allentare i vincoli finanziari imposti dal regime di sanzioni di Washington.

Sebbene questo cambiamento da solo non abbia determinato il destino dell'Iraq, ha alimentato un confronto più ampio con gli Stati Uniti sulla sovranità, il potere regionale e il controllo dei mercati energetici.

Ciò che seguì è ben noto. Dopo gli attentati dell'11 settembre, l'Iraq fu invaso con il pretesto del possesso di armi chimiche, biologiche e nucleari. Le indagini successive non riscontrarono alcun programma attivo di armi di distruzione di massa, e le principali affermazioni dell'intelligence utilizzate per giustificare la guerra furono in seguito screditate o si rivelarono profondamente errate. 

L'occupazione dell'Iraq – e la successiva esecuzione di Saddam Hussein – ha inviato un messaggio chiaro ai paesi esportatori di petrolio della regione: gli stati che cercano di spezzare la morsa del dollaro sul commercio energetico rischiano di dover affrontare pressioni politiche e militari schiaccianti.

Il commercio energetico in yuan e l'erosione della disciplina del dollaro

Per quasi due decenni, questo messaggio è rimasto valido. Ma con l'aumento del peso delle economie emergenti – soprattutto della Cina – nella produzione e nel commercio globali, la struttura dei mercati energetici ha cominciato a cambiare.

La Repubblica islamica dell'Iran ha agito per prima. Nel 2021, Teheran ha firmato un accordo strategico venticinquennale con Pechino e ha subito iniziato a vendere fino al 95% del suo  petrolio in yuan. Washington considerava questo un rischio contenuto, a patto che la pratica rimanesse limitata all'Iran. Ma non è stato così.

Nel 2023, un accordo tra il colosso energetico statale saudita Aramco e la cinese Sinopec ha spinto fino al 65% degli scambi bilaterali di petrolio verso la liquidazione in yuan. Le transazioni sono state sempre più effettuate utilizzando lo yuan digitale (e-CNY), ampiamente considerato la valuta più in grado di indebolire il dominio del dollaro nei sistemi di pagamento globali.

Nello stesso anno, il Qatar, uno dei più importanti esportatori di gas naturale del Golfo Persico, ha firmato un accordo a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) con PetroChina. Anche in questo caso, il dollaro è stato aggirato. 

Entro il 2025, una serie di sviluppi stava destabilizzando Washington. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) continuava a posizionare il regno come uno "stato chiave" tra la Casa Bianca e le potenze BRICS, nel tentativo di assicurarsi una posizione di vantaggio in un ordine mondiale in continua evoluzione. 

Gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come centro di corrispondenza bancaria per gli scambi commerciali tra Iran e Cina, avanzando al contempo verso l'adesione ai BRICS. Riyadh stessa attendeva alle soglie dell'organizzazione. 

Il Qatar ha seguito una traiettoria simile. Nel frattempo, l'asse Ankara-Doha ha intensificato la cooperazione, con entrambe le capitali alla ricerca di una maggiore influenza regionale. Questi cambiamenti si sono riflessi nelle iniziative del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Oman si sono riuniti congiuntamente con la Cina e l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), segnalando un orizzonte economico eurasiatico in espansione. 

La strategia di contenimento energetico di Washington

Per gli Stati Uniti, l'allerta gialla si stava rapidamente trasformando in rossa. L'ultima Strategia di Sicurezza Nazionale rifletteva priorità sempre più neomercantiliste. Il Venezuela divenne il primo obiettivo. Attraverso una combinazione di pressione e intervento, Washington cercò di garantire le linee di approvvigionamento di petrolio greggio, riaffermando al contempo la propria pretesa di primato emisferico. Così facendo, interruppe anche un'arteria energetica fondamentale per l'economia cinese.

L'Iran, tuttavia, rimase irremovibile. Le pressioni esterne e i tentativi di fomentare disordini interni non riuscirono a provocare il crollo del regime.

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele lanciarono attacchi partendo dal presupposto che l'Iran sarebbe stato rapidamente sottomesso. Entro il venticinquesimo giorno di guerra, tale aspettativa si era già rivelata errata. I combattimenti continuarono e si estesero in tutto il Golfo Persico.

La strategia di Teheran di estendere il confronto al Golfo Persico ha imposto costi economici sempre maggiori a Washington e ai suoi alleati. Le conseguenze vanno ben oltre le interruzioni delle catene di approvvigionamento di petrolio greggio. Le ripercussioni sono ormai visibili nella finanza globale, nel commercio e nella produzione industriale.

La crisi di Hormuz e le conseguenti reazioni negative contro gli alleati degli Stati Uniti.

Tra il 20 e il 38 percento del commercio mondiale di petrolio greggio transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Oggi, i flussi si sono ridotti al minimo, nonostante l'Iran non abbia formalmente dichiarato la chiusura della via navigabile.

L'entità del problema è impressionante. Nel 2025, circa 20 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio greggio e prodotti raffinati hanno attraversato lo stretto. Nel 2024, quasi un quinto delle spedizioni globali di GNL ha percorso la stessa rotta.

Gli analisti avvertono che una grave interruzione delle rotte marittime nel Golfo Persico potrebbe ridurre l'offerta globale di diversi milioni di barili al giorno, spingendo la produzione verso livelli visti l'ultima volta durante precedenti shock di mercato.

La ripresa parziale della produzione negli Stati Uniti, in Russia e in Kazakistan potrebbe compensare in parte le perdite, ma lo squilibrio rimane acuto.

L'ironia sta nel fatto che, fin dai primi giorni dell'operazione lanciata dall'alleanza per rovesciare il governo in Iran, i danni maggiori della guerra sono stati inflitti agli alleati degli Stati Uniti, segno degli scarsi calcoli della Casa Bianca.

India, Giappone, Repubblica di Corea, Taiwan e Thailandia sono tra i paesi più esposti. Il Giappone importa circa il 90% del suo petrolio greggio dall'Asia occidentale, gran parte del quale attraverso lo stretto di Hormuz. La Corea del Sud si rifornisce di circa il 70% del suo petrolio dalla regione, con oltre il 95% che transita attraverso lo stretto.

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha dovuto affrontare critiche interne in seguito alla sua visita a Tel Aviv prima della guerra. La disponibilità della Russia ad aumentare le esportazioni di petrolio verso l'India ha allentato in parte la pressione. Senza questo sostegno, la situazione avrebbe potuto deteriorarsi rapidamente.

Il Giappone ha convocato una riunione di emergenza sulla politica monetaria a causa dell'intensificarsi delle turbolenze sui mercati. I funzionari hanno discusso la possibilità di vendere oltre 600 miliardi di dollari di attività statunitensi per stabilizzare i mercati interni.

Seoul si trova ad affrontare un dilemma altrettanto scoraggiante. La sua base industriale, trainata dalle esportazioni, dipende fortemente dall'energia importata. Persino i principali conglomerati chaebol ora si trovano ad affrontare l'incertezza sulla sostenibilità della produzione.

Alla ricerca di percorsi alternativi e soluzioni per le fragili catene di approvvigionamento.

I produttori regionali stanno cercando di contenere le conseguenze. L'Arabia Saudita, il maggiore produttore dell'OPEC, ha cercato di reindirizzare le esportazioni attraverso il gasdotto SUMED egiziano.

L'Iraq, isolato dal suo principale canale di esportazione attraverso Bassora, ha interrotto la produzione del giacimento di South Rumaila. Il ministro del petrolio iracheno Hayan Abdulghani ha annunciato il 12 marzo che fino a  200.000 barili al giorno potrebbero essere reindirizzati tramite spedizioni via petroliera attraverso Turchia, Siria e Giordania, ampliando potenzialmente la capacità di esportazione del nord fino a 450.000 barili al giorno.

Sotto crescente pressione, il governo regionale del Kurdistan ha approvato il piano. Tuttavia, la fattibilità di queste spedizioni dipende in larga misura dal fatto che gli attacchi missilistici e con droni iraniani prendano di mira le infrastrutture energetiche irachene.

I mercati finanziari vacillano mentre le economie del Golfo si preparano alla contrazione. 

Non appena è apparso chiaro che il conflitto avrebbe potuto coinvolgere l'intera regione, i mercati hanno reagito prontamente. Il 4 marzo, le borse asiatiche sono crollate: Shanghai ha perso quasi l'uno per cento, il Nikkei giapponese oltre il tre per cento, il KOSPI coreano oltre il 12 per cento e l'Hang Seng di Hong Kong il due per cento. Le borse europee hanno registrato modesti guadagni, mentre i mercati statunitensi hanno inizialmente aperto in rialzo. 

Gli analisti hanno recentemente avvertito che le perdite azionarie non riflettono ancora l'entità dell'interruzione dell'approvvigionamento energetico globale, il che suggerisce la possibilità di correzioni più profonde in futuro. 

Nei mercati del Golfo, gli attacchi dei droni iraniani contro un importante terminal petrolifero a Fujairah hanno scosso la fiducia degli investitori. Sebbene le operazioni siano poi riprese, l'incertezza è persistita. L'indice di riferimento di Dubai ha perso l'1,7%, appesantito dal forte calo delle azioni di Emaar Properties. Dall'inizio delle ostilità, l'indice ha perso circa un quinto del suo valore di mercato. 

La capitalizzazione di mercato di Abu Dhabi si è ridotta di oltre 77 miliardi di dollari. Anche il principale indice del Qatar ha registrato un calo, con le azioni del colosso bancario regionale QNB in ??ribasso del due percento.

La banca d'investimento Goldman Sachs avverte che la prolungata chiusura del porto di Hormuz potrebbe spingere Qatar e Kuwait a contrazioni del PIL fino al 14% quest'anno, il peggior calo dalla Guerra del Golfo dei primi anni '90. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potrebbero cavarsela leggermente meglio grazie a rotte di esportazione alternative, ma dovranno comunque affrontare cali economici compresi tra il 3 e il 5%.

Le aziende energetiche vincenti emergono grazie all'impennata dei prezzi al di fuori dell'Asia occidentale. 

Un numero ristretto di produttori ne trarrà vantaggio. La Russia è in cima alla lista. Le restrizioni sulle sue esportazioni di energia si stanno gradualmente allentando, mentre i legami più stretti con la Cina e la rinnovata domanda indiana ne incrementano i ricavi. Persino l'UE sta ora discutendo su come aggirare i propri embarghi. 

Tra i potenziali beneficiari figurano la Norvegia e il Regno Unito, produttori del Mare del Nord, il Canada, ricco di scisti bituminosi, il Venezuela, ricco di risorse, e gli stessi Stati Uniti. Anche l'Australia e il Brunei potrebbero trarne vantaggio.

I prezzi del petrolio hanno subito forti oscillazioni. Dopo un calo dell'11% il 23 marzo, i timori di un'escalation hanno spinto il Brent verso i 104 dollari al barile, ben al di sopra dei 72 dollari registrati prima della guerra. I produttori al di fuori dell'Asia occidentale sono quindi in posizione per realizzare profitti straordinari.

Petrodollari, debito e il motore nascosto della finanza globale 

I paesi esportatori di petrolio del Golfo non si limitano a fornire idrocarburi. Generano la liquidità che alimenta la finanza globale. Il riciclo dei petrodollari sostiene i mercati obbligazionari da Londra e New York a Francoforte e Tokyo.

Questo flusso costante di capitali ha permesso alle economie occidentali fortemente indebitate di ottenere prestiti con relativa facilità. Il solo debito pubblico statunitense ha raggiunto i 39 trilioni di dollari, con un ulteriore indebitamento previsto di 5 trilioni di dollari quest'anno.

La volatilità dei mercati dall'inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Iran riflette la crescente preoccupazione circa la capacità di questa architettura finanziaria di resistere nel tempo

L'incertezza del mercato sfida la logica dei beni rifugio.

Solitamente, le crisi geopolitiche spingono gli investitori verso l'oro e altri beni rifugio tradizionali. Questa volta, però, la tendenza si è interrotta. Durante le prime due settimane di scontri, l'indice S&P 500 è sceso di quasi il quattro percento, il Nasdaq ha perso il tre percento, l'oro è calato del 5,5 percento e l'argento ha subito un crollo di oltre il 13 percento. 

Parte della spiegazione risiede nelle pressioni di liquidità. L'aumento dei prezzi del petrolio ha costretto gli operatori di mercato a vendere oro per coprire i costi energetici. Allo stesso tempo, l'incertezza su quanto aggressivamente le banche centrali – in particolare la Federal Reserve – inaspriranno le politiche monetarie ha pesato sui metalli preziosi.

Un indice del dollaro in rafforzamento complica ulteriormente la situazione. Per i sostenitori della visione economica "Make America Great Again" (MAGA), che si basa su bassi tassi di interesse e un dollaro più debole per sostenere la ripresa industriale e il rifinanziamento del debito, l'attuale tendenza è profondamente preoccupante. 

Oltre il petrolio: trasporti marittimi, semiconduttori e filiere alimentari a rischio 

La crisi si estende ben oltre i mercati energetici. Hormuz è diventato un punto nevralgico in una rete globale di materie prime strettamente interconnessa. Anche laddove le spedizioni continuano, l'aumento dei premi assicurativi e dei costi di trasporto si ripercuote a catena lungo tutte le filiere di approvvigionamento.

Le polizze assicurative contro i rischi di guerra sono state rinegoziate o ritirate del tutto. I costi del trasporto marittimo sono aumentati vertiginosamente. L'impatto si fa sentire sia nel commercio di energia che in quello di altri settori. 

Sono emerse vulnerabilità inaspettate. Le interruzioni presso il polo energetico di Ras Laffan , in Qatar , hanno bloccato circa un terzo della fornitura globale di elio, un elemento fondamentale per la produzione di semiconduttori e per la diagnostica per immagini in ambito medico.

La carenza di fertilizzanti rappresenta una minaccia ancora più grave. Il Golfo Persico è una delle principali fonti di urea, ammoniaca e zolfo. Con la riduzione delle esportazioni, la catena di approvvigionamento globale dei fertilizzanti si è contratta di circa un terzo, facendo temere una crisi alimentare più ampia. 

I colli di bottiglia logistici hanno impedito che quasi la metà dei 2,1 milioni di tonnellate di urea destinate all'esportazione nelle ultime settimane raggiungesse le navi. L'agenzia di rating Fitch ha già rivisto al rialzo le sue previsioni sui prezzi. 

Una rottura strategica che potrebbe rimodellare l'ordine monetario 

Se Washington non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi, il disastro di Hormuz potrebbe trasformarsi in un classico evento "cigno nero". La quota del dollaro nelle riserve globali è già diminuita dal 71% al 59%. Uno shock energetico prolungato potrebbe accelerare ulteriormente questa tendenza.

Il dato senza precedenti del 12 marzo, ovvero l'assenza totale di traffico di petroliere, potrebbe segnare la fine simbolica di un'era in cui il petrolio era inseparabile dal dollaro. Qualora il sistema del petrodollaro dovesse sgretolarsi, le conseguenze geopolitiche sarebbero profonde.

La credibilità della potenza militare statunitense sarebbe sottoposta a un rinnovato esame. Il suo predominio finanziario potrebbe erodersi. E in tutta l'Eurasia e nel Sud del mondo, gli Stati intensificherebbero la ricerca di autonomia strategica all'interno di un emergente ordine multipolare.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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domenica 23 febbraio 2025

Il masterplan economico di Donald Trump - Yanis Varoufakis

 

Di fronte alle mosse economiche del presidente Trump, i suoi critici centristi oscillano tra la disperazione e una toccante fede che la sua frenesia tariffaria si esaurirà. Presumono che Trump sbufferà e sbufferà finché la realtà non esporrà la vacuità della sua logica economica. Non ci hanno fatto caso: la fissazione tariffaria di Trump fa parte di un piano economico globale solido, anche se intrinsecamente rischioso.

 

Il loro pensiero è radicato in un'idea sbagliata di come si muovono capitale, commercio e denaro in tutto il mondo. Come il birraio che si ubriaca della sua stessa birra, i centristi hanno finito per credere alla loro stessa propaganda: che viviamo in un mondo di mercati competitivi in cui il denaro è neutrale e i prezzi si adeguano per bilanciare la domanda e l'offerta di ogni cosa. L'ingenuo Trump è, in effetti, molto più sofisticato di loro in quanto capisce come il potere economico grezzo, non la produttività marginale, decida chi fa cosa a chi, sia a livello nazionale che internazionale.

 

Sebbene rischiamo di essere guardati dall'abisso quando proviamo a scrutare la mente di Trump, abbiamo bisogno di comprendere il suo pensiero su tre questioni fondamentali: perché crede che l'America sia sfruttata dal resto del mondo? Qual è la sua visione di un nuovo ordine internazionale in cui l'America possa tornare ad essere "grande"? Come pensa di realizzarlo? Solo allora potremo produrre una critica sensata del piano economico generale di Trump.

 

Allora perché il Presidente ritiene che l'America abbia ricevuto un cattivo affare? La sua principale lamentela è che la supremazia del dollaro può conferire enormi poteri al governo e alla classe dirigente americani, ma, in ultima analisi, gli stranieri lo stanno usando in modi che garantiscono il declino degli Stati Uniti. Quindi ciò che la maggior parte considera un privilegio esorbitante dell'America, lui lo vede come un fardello esorbitante.

 

Trump lamenta da decenni il declino della produzione manifatturiera statunitense: "se non hai acciaio, non hai un paese". Ma perché dare la colpa al ruolo globale del dollaro? Perché, risponde Trump, le banche centrali straniere non lasciano che il dollaro si adatti al livello "giusto", al quale le esportazioni statunitensi si riprendono e le importazioni vengono limitate. Non è che le banche centrali straniere stiano cospirando contro l'America. È solo che il dollaro è l'unica riserva internazionale sicura su cui possono mettere le mani. È naturale che le banche centrali europee e asiatiche tesaurizzino i dollari che fluiscono verso l'Europa e l'Asia quando gli americani importano cose. Non scambiando la loro scorta di dollari con le proprie valute, la Banca centrale europea, la Banca del Giappone, la Banca popolare cinese e la Banca d'Inghilterra sopprimono la domanda (e quindi il valore) delle loro valute. Ciò aiuta i loro esportatori ad aumentare le vendite in America e a guadagnare ancora più dollari. In un circolo vizioso, questi dollari freschi si accumulano nelle casse delle banche centrali straniere che, per ottenere interessi in modo sicuro, li usano per acquistare debito pubblico statunitense.

 

Ed è qui che sta il problema. Secondo Trump, l'America importa troppo perché è una brava cittadina globale che si sente obbligata a fornire agli stranieri le riserve in dollari di cui hanno bisogno. In breve, la produzione manifatturiera statunitense è in declino perché l'America è una buona samaritana: i suoi lavoratori e la sua classe media soffrono affinché il resto del mondo possa crescere a sue spese.

 

Ma lo status egemonico del dollaro sostiene anche l'eccezionalismo americano, come Trump sa e apprezza. Gli acquisti di titoli del Tesoro USA da parte delle banche centrali straniere consentono al governo degli Stati Uniti di gestire deficit e pagare un esercito sovradimensionato che manderebbe in bancarotta qualsiasi altro paese. Ed essendo il perno dei pagamenti internazionali, il dollaro egemonico consente al Presidente di esercitare l'equivalente moderno della diplomazia delle cannoniere: sanzionare a piacimento qualsiasi persona o governo.

 

Questo non è sufficiente, agli occhi di Trump, per compensare la sofferenza dei produttori americani che sono indeboliti dagli stranieri i cui banchieri centrali sfruttano un servizio (riserve in dollari) che l'America fornisce loro gratuitamente per mantenere il dollaro sopravvalutato. Per Trump, l'America si sta indebolendo per la gloria del potere geopolitico e l'opportunità di accumulare i profitti altrui. Queste ricchezze importate avvantaggiano Wall Street e gli agenti immobiliari, ma solo a spese delle persone che lo hanno eletto due volte: gli americani nelle zone centrali che producono i beni "maschili" come l'acciaio e le automobili di cui una nazione ha bisogno per rimanere vitale.

 

E questa non è la peggiore delle preoccupazioni di Trump. Il suo incubo è che questa egemonia sarà fugace. Nel 1988, mentre promuoveva la sua Art of the Deal su Larry King e Oprah Winfrey, si lamentava: "Siamo una nazione debitrice. Qualcosa succederà nei prossimi anni in questo paese, perché non puoi continuare a perdere 200 miliardi di dollari all'anno". Da allora, è diventato sempre più convinto che si stia avvicinando un terribile punto di svolta: mentre la produzione americana diminuisce in termini relativi, la domanda globale di dollari aumenta più velocemente dei redditi statunitensi. Il dollaro deve quindi apprezzarsi ancora più velocemente per tenere il passo con le esigenze di riserva del resto del mondo. Questo non può andare avanti per sempre.

 

Perché quando i deficit statunitensi superano una certa soglia, gli stranieri andranno nel panico. Venderanno i loro asset denominati in dollari e troveranno un'altra valuta da accumulare. Gli americani saranno lasciati in mezzo al caos internazionale con un settore manifatturiero distrutto, mercati finanziari abbandonati e un governo insolvente. Questo scenario da incubo ha convinto Trump che la sua missione è salvare l'America: che ha il dovere di inaugurare un nuovo ordine internazionale. Ed è questo il succo del suo piano: realizzare nel 2025 uno shock anti-Nixon decisivo, uno shock globale che annulli il lavoro del suo predecessore ponendo fine al sistema di Bretton Woods nel 1971, che ha guidato l'era della finanziarizzazione.

 

Al centro di questo nuovo ordine globale ci sarebbe un dollaro più economico che rimane la valuta di riserva mondiale, il che abbasserebbe ulteriormente i tassi di prestito a lungo termine degli Stati Uniti. Trump può avere la botte piena e la moglie ubriaca (un dollaro egemonico e titoli del Tesoro USA a basso rendimento) e mangiarsela (un dollaro deprezzato)? Sa che i mercati non glielo faranno mai di loro spontanea volontà. Solo le banche centrali straniere possono farlo per lui. Ma per accettare di farlo, devono prima essere spinte all'azione. Ed è qui che entrano in gioco i suoi dazi.

 

Questo è ciò che i suoi critici non capiscono. Pensano erroneamente che lui creda che i suoi dazi ridurranno da soli il deficit commerciale degli Stati Uniti. Lui sa che non lo faranno. La loro utilità deriva dalla loro capacità di spingere le banche centrali straniere a ridurre i tassi di interesse nazionali. Di conseguenza, l'euro, lo yen e il renminbi si indeboliranno rispetto al dollaro. Ciò annullerà gli aumenti dei prezzi dei beni importati negli Stati Uniti e lascerà inalterati i prezzi pagati dai consumatori americani. I paesi soggetti a dazi pagheranno di fatto i dazi di Trump.

 

Ma i dazi sono solo la prima fase del suo piano generale. Con dazi elevati come nuova impostazione predefinita e con denaro straniero che si accumula nel Tesoro, Trump può aspettare il momento giusto mentre amici e nemici in Europa e Asia chiedono a gran voce di parlare. È allora che entra in gioco la seconda fase del piano di Trump: la grande negoziazione.

 

A differenza dei suoi predecessori, da Carter a Biden, Trump disdegna gli incontri multilaterali e le trattative affollate. È un uomo uno a uno. Il suo mondo ideale è un modello a mozzo e raggi, come una ruota di bicicletta, in cui nessuno dei singoli raggi fa molta differenza nel funzionamento della ruota. In questa visione del mondo, Trump si sente sicuro di poter gestire ogni raggio in sequenza. Con i dazi da un lato e la minaccia di rimuovere lo scudo di sicurezza americano (o di schierarlo contro di loro) dall'altro, ritiene di poter convincere la maggior parte dei paesi ad acconsentire.

 

Acconsentire a cosa? Per apprezzare sostanzialmente la loro valuta senza liquidare le loro riserve a lungo termine in dollari. Non solo si aspetterà che ogni raggio tagli i tassi di interesse nazionali, ma chiederà cose diverse da diversi interlocutori. Dai paesi asiatici che attualmente tesoreggiano la maggior parte dei dollari, chiederà loro di vendere una parte dei loro asset in dollari a breve termine in cambio della loro valuta (che quindi si apprezza). Da un'eurozona relativamente povera di dollari e piena di divisioni interne che aumentano il suo potere negoziale, Trump potrebbe chiedere tre cose: che accettino di scambiare i loro titoli a lungo termine con titoli a lunghissimo termine o forse persino perpetui; che consentano alla produzione tedesca di migrare in America; e, naturalmente, che acquistino molte più armi prodotte negli Stati Uniti.

 

Riesci a immaginare il sorrisetto di Trump al pensiero di questa seconda fase del suo piano generale? Quando un governo straniero acconsentirà alle sue richieste, avrà ottenuto un'altra vittoria. E quando un governo recalcitrante resiste, i dazi restano, dando al suo Tesoro un flusso costante di dollari di cui può fare a meno come meglio crede (dato che il Congresso controlla solo le entrate fiscali). Una volta completata questa seconda fase del suo piano, il mondo sarà diviso in due campi: un campo protetto dalla sicurezza americana a costo di una valuta apprezzata, della perdita di impianti di produzione e degli acquisti forzati di esportazioni statunitensi, comprese le armi. L'altro campo sarà strategicamente più vicino forse alla Cina e alla Russia, ma comunque collegato agli Stati Uniti attraverso un commercio ridotto che fornisce comunque agli Stati Uniti entrate tariffarie regolari.

 

La visione di Trump di un ordine economico internazionale desiderabile potrebbe essere violentemente diversa dalla mia, ma questo non dà a nessuno di noi la licenza di sottovalutarne la solidità e lo scopo, come fanno la maggior parte dei centristi. Come tutti i piani ben congegnati, questo potrebbe, ovviamente, andare storto. Il deprezzamento del dollaro potrebbe non essere sufficiente ad annullare l'effetto dei dazi sui prezzi pagati dai consumatori statunitensi. Oppure la vendita di dollari potrebbe essere troppo grande per mantenere bassi i rendimenti del debito statunitense a lungo termine. Ma oltre a questi rischi gestibili, il piano generale verrà messo alla prova su due fronti politici.

 

La prima minaccia politica al suo piano generale è interna. Se il deficit commerciale inizia a ridursi come previsto, il denaro privato estero smetterà di inondare Wall Street. All'improvviso Trump dovrà tradire la sua tribù di finanzieri e agenti immobiliari indignati o la classe operaia che lo ha eletto. Nel frattempo, si aprirà un secondo fronte. Considerando tutti i paesi come portavoce del suo hub, Trump potrebbe presto scoprire di aver creato dissenso all'estero. Pechino potrebbe gettare la cautela al vento e trasformare i BRICS in un nuovo sistema di Bretton Woods in cui lo yuan svolge il ruolo di ancoraggio che il dollaro ha svolto nella Bretton Woods originale. Forse questa sarebbe l'eredità più sorprendente, e la punizione, del piano generale altrimenti impressionante di Trump.

(tradotto con Google Traduttore)

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