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domenica 13 settembre 2026

Ribellarsi allo Stato è una buona cosa - Maurizio Onnis

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

da qui

domenica 6 settembre 2026

Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino

 

C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.

In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione – si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».

Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione: «avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari».

Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,  «indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona parte in corso di realizzazione).

Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando trionfalmente ai giornali che  «l'incontro di oggi  conferma la volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).

Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio, ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv ), resta un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.

Ma andiamo oltre!

Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”, figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.

Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare" le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna?

La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!

  1. La Sardegna come problema da "sbloccare"

La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai rivelatore.

Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed energivoro.

Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.

Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.

Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.

Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto" la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una "crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.

Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile: la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai comitati.

Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue istituzioni autonomistiche.

Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da questi signori “scienziati”?

Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!

Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta praticamente a zero.

Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!

È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del processo decisionale..

Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?

Potete immaginarlo?

Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello "sblocco".

Sbloccare cosa?

Sbloccare chi?

E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?

  1. Cosa ha “bloccato” la Giunta Todde?

In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.

Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.

Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre osservazioni .

Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia! Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello 24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.

Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato un intero popolo in legislatore.

La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare forte di uno straordinario consenso popolare.

La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit. Ivan Monni).

A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della capacità di governare il proprio territorio.

Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e "nemici del clima".

  1. Un Think Tank anti Sardegna

Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )

Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte, per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e determinato.»

Avete capito?

Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i vertici del PD per piegare i sardi ribelli.

Siamo alle comiche!

Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le sfondiamo”.

Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed esclusive in materia energetica e urbanistica.

Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e anti coloniali!

L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.

Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione energetica.

La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?

Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?

Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?

Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in paesaggio industriale?

Chi incasserà i profitti?

Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?

E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?

Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come se si trattasse di una misurazione oggettiva.

Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto (https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/  ) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.

  1. Lobbismo?

L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.

Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o presunti tali.

Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi politici e istruire i ribelli.

Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare («proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».

È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.

Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.

Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.

Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.

E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una forma di pressione organizzata sulle istituzioni.

Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby: «termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionali, del petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )

Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria, alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è essere svenduta alla lobby delle rinnovabili? 

 

  1. Speculazione o democrazia energetica?

La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla modernizzazione.

Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per l'interesse nazionale.

Ha sacrificato territorio per le basi militari.

Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.

Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.

Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali in quanto a consumi  ed emissioni”.

Ma davvero?

Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema coloniale rimane e come tale la questione va trattata!

Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità personale.

Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante. La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4 sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che i comitati dicono da anni: partire dai tetti, partire dalle comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.

Come la mettiamo?

I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?

Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE?

Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri» di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei tempi.

da qui

lunedì 31 agosto 2026

Benvenuto Lobina e la poetica di chi combatte senza fermarsi con la forza di essere in disaccordo – Mattia Lasio

 

Le malinconie più profonde si leggono negli sguardi sfuggenti di chi al sopraffare gli altri con toni aggressivi e beceri preferisce di gran lunga la pacatezza, così come è possibile coglierle da frasi brevi, essenziali e proprio per questo capaci di racchiudere la natura più pura di chi le pronuncia.

Malinconie, ma anche speranze e una tenacia che i giochi beffardi di un destino cieco non hanno intaccato, emergono dalla raccolta a cura di Anna Serra Lobina ‘’Passus’’ – pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Ilisso e arricchita da un intervento del Professor Maurizio Virdis –  contenente tutte le poesie di Benvenuto Lobina tra i più autorevoli esponenti della poesia in lingua sarda, e non solo, che la Sardegna abbia mai avuto. Classe 1914 nato e cresciuto a Villanova Tulo, con cui ha sempre avuto un rapporto viscerale e di grandissima intensità, in questi trentaquattro componimenti in versi di Benvenuto Lobina, venuto a mancare nel 1993, emerge nitidamente la sua eleganza lirica, la sua vis polemica, la sua concezione risoluta del fare poesia e il suo sguardo lucido rivolto verso la propria terra, troppo spesso ingannata da lusinghe che nulla di positivo hanno mai portato e che, ancora oggi, finiscono per nascondere ciò che invece dovrebbe essere messo in risalto.

Lobina trasmette con una dolcezza sofferta il proprio amore verso i genitori e verso i parenti più cari, come la zia Peppa, mettendo l’accento sulla bellezza delle piccole cose quotidiane di cui non sempre si coglie il valore. Il dolore per la perdita delle proprie radici è racchiuso in versi come: «dove cercherò più approdo se questo mio mare non ha porto?». Lobina si rivolge a chi soffre e i sofferenti sono i  protagonisti delle sue liriche: sconfitti consapevoli di esserlo a cui però la dignità viene restituita da liriche tenaci che non si scompongono davanti alle meschinità di una vita avara. Lobina conduce in quello che definisce il fango e il buio di strade sconosciute in cui è fin troppo facile smarrirsi, eppure nonostante ciò non resta indifferente davanti alla voce del ricordo degli anni più belli, quelli dell’infanzia e della prima giovinezza, fasi ricche di istanti lieti che ricordare è doveroso per tenere viva la memoria.

L’autore del celebre romanzo ‘’Po cantu Biddanoa”, nel componimento ‘’E il treno’’ esprime la sofferenza per la lontananza dal luogo in cui si è nati e cresciuti con queste parole: «o maledetto treno del mio paese, quanta gente hai portato via, quante lacrime hai strappato correndo dietro il fiume». Un fiume che straripa, un fiume che l’argine lo distrugge in maniera sprezzantemente feroce e porta con sé tanta tristezza, una tristezza avvilente che permea ‘’Guerriero che ha perduto’’ in cui Lobina afferma: «ritorno con le ossa spezzate, ritorno con il cuore svuotato di ogni sentimento: m’è rimasta solo la rabbia». La rabbia di chi non vuole arrendersi, la rabbia di chi non ha timore di puntare il dito contro chi ha l’indole dispotica e si fa vanto delle proprie malefatte, la rabbia che traspare con impeto da ‘’Storia di una ragazza che si è stancata di fare la puttana’’ – contenuta nella sezione conclusiva della raccolta dal titolo ‘’Poesie satiriche e scherzose’’ – una delle dediche più schiette, sincere e pregnanti che un poeta abbia mai rivolto alla Sardegna. «Maledetta Roma», scrive con amarezza l’autore, «che non ti ha lasciato sollevare più la testa, ragazza poverina. Perfino la parola ti ha storpiato per poterti meglio troncare la schiena». 

La schiena di Benvenuto Lobina, però, non si piega di certo e resta fieramente dritta, così come quella di tutti coloro che preferiscono la concretezza ai discorsi da salotto pieni di luoghi comuni e inganni mascherati da promesse.

E proprio contro queste promesse Benvenuto Lobina si scaglia e senza indugi prende posizione: la posizione di chi è consapevole che nonostante le avversità è necessario continuare a combattere, la posizione di chi esprime il proprio disaccordo con parole capaci davvero di scuotere le coscienze, andando ben oltre inutili campanilismi e frasi artefatte.

La posizione di chi non si arrende e di chi sa ancora cogliere la melodia di un vento che porta con sé la speranza di giorni felici.

da qui

Guerra e indipendentismo. Per un disfattismo sardista - Cristiano Sabino

Il contesto

Il sindaco di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un «sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J. Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:

«La Sardegna sarà sempre un punto strategico, specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)

Tradotto, la Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!

In un intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà” (qui l’intervista) il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice sostanzialmente tre cose:

  1. la NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli alleati;
  2. il diritto internazionale sta declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti, anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
  3. gli ucraini sono stati preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e sionista all’Iran.

Lo scorso 15 agosto la famosa penna Massimo Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.

In questo articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della Sardegna in questo contesto.

Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero ucraino, finanziando con 220 miliardi armi e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo aggiungere 800 miliardi del piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa 8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa, ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.

E sulla seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli avvenimenti come “guerra mondiale antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica (russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.

Il fatto che gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale, vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022 governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella storia – sappiamo già dove conduce (trappola di Tucidide, paradosso della sicurezza).

L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza democratica e rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi. Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.

Da una parte insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming della storia.

In diversi hanno definito “doppio standard” questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse sarebbe meglio parlare di “apartheid morale” o di vera e proprio “colonialismo etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una più attenta analisi non sono nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).

Sardegna prima linea della guerra mondiale a pezzi

Questo il contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.

I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale e fascista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa: i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra attuale sudditanza.

Ma il vento sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci, perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri sardo-atlantisti non hanno digerito!

E dobbiamo vigilare, perché la guerra guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni pacifiste e disfattiste.

Quelle che sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030, servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).

Il popolo pacifista

Ma i guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire l’industria a scopi bellici. Servono anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da circa 180.000 a 260.000 unità, affiancati da altri 200.000 riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato che i volontari siano pochissimi e Merz ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i 45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.

La guerra prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!

Sardegna target perfetto

In Sardegna abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una funzione mitologica dura a morire.

Inoltre prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.

Inoltre ha un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora, non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.

Ma finora i sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra mondiale.

I diversi attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In secondo luogo l’esplosione del deposito di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.

La Sardegna da retrovia di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle guerre coloniali in Medio Oriente, sta rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine multipolare”.

Al di là del fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere coinvolta in questa nuova escalation bellica?

E l’indipendentismo?

Fino a poco tempo fa era chiaro l’orientamento pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza degli accordi internazionali.

Su questo terreno sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno solitamente trovato convergenza nella pratica.

Recentemente le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, non si è aperto un dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.

Come si spiega tutto ciò?

È un dato di fatto che la guerra in Ucraina abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista. Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è rimasto prudentemente in superficie.

Eppure, come abbiamo visto, la Sardegna rischia di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad allargare le sue maglie.

Che mi risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me (La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).

Sebbene io e Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che significa una Sardegna fuori dalla guerra.

Ma c’è una questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO sarebbe in procinto di essere smobilitata.

Lo scorso 6 giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la Nato» (Ansa).

Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari internazionali: la NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli “alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.

C’è di più. Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.

«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.

Siamo in pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.

Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale

Perché, inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.

Credo che tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una guerra che non ci riguarda.

Credo che la prima cosa da fare sia stabilire una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e studiano il da farsi.

Credo anche che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:

  1. Denuncia del riarmo europeo e della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
  2. Denuncia del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per criminali di guerra)
  3. Amicizia del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente collettivo e dallo stato italiano;
  4. Riconoscimento del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.

Sebbene i punti possano essere implementati, nessun punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di Roma, Bruxelles o Washington?

Il formarsi di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.

da qui

mercoledì 26 agosto 2026

Sabbie – Gianni Caria

dopo La badante di Bucarest Gianni Caria racconta una storia dalla parte degli ultimi.

questa volta i protagonisti sono Pape, un venditore senegalese che lavora nelle spiagge del nord Sardegna, e Lu, una ragazza adottata dal Vietnam, anche lei lavora in spiaggia.

le loro vite sono piene di problemi, che mica si vedono con un ciao ciao in spiaggia.

Gianni Caria ci fa conoscere Pape e Lu, e non ce li fa dimenticare.

buona lettura (non solo in spiaggia)

 

 

…All’apparenza non potrebbero darsi due persone più diverse tra loro, unite solo dal fatto di percorrere avanti e indietro la stessa spiaggia, per lavoro. Ma l’apparenza, si dice, inganna: e Pape e Lu, i protagonisti di questa storia, hanno tanto da condividere. Pape, nato e cresciuto in Senegal in un quartiere povero della grande città, quand’era venuta al mondo la sorellastra Binette aveva deciso di fare qualcosa per sollevarla dal misero futuro cui era destinata, come le altre donne della famiglia e del loro ceto sociale. E si era arruolato nelle Guardie presidenziali per darle un’istruzione di alto livello e farle poi frequentare la facoltà di Medicina. Binette ha seguito solo in parte il percorso tracciato per lei da Pape, il quale, ormai da anni in Italia come ambulante, non conosce o finge di non conoscere le menzogne che la ragazza gli racconta da Dakar, facendosi passare per medico mentre in realtà lavora in un fast-food. Lu è nata in Vietnam, è diventata Lucia Enrica: cittadina italiana grazie a un’adozione internazionale.
Adesso è studentessa universitaria in crisi di identità e incapace di trovare un suo posto nel mondo. Si spaccia per cinese, convinta di saper effettuare massaggi rilassanti dopo aver sbirciato qualche video in rete. I segni del tragico passato di guerra del Paese d’origine che Lu porta fin nel corpo menomato e un viaggio in Vietnam con il padre adottivo le ricordano costantemente, come una condanna, da dove viene. Ma non l’aiutano a capire chi è, né cosa vuole davvero per sé. Cosa succederà quando queste due esistenze, così lontane e insieme così vicine, si incroceranno nella spiaggia lungo cui si trascinano giorno dopo giorno?

da qui

 

…Attraverso l’uso dell’analessi, o flashback, le vite di entrambi, di cui non diciamo nulla per lasciare il piacere dello svelamento alla lettura, vengono messe a nudo. Scopriamo, così, che l’equilibrio e la trasparenza degli incipit, scelta dei termini che dimostra la precisione stilistica dell’autore, hanno a che fare con la verità e le bugie, con la fiducia e i tradimenti; che l’onestà e la coerenza non sono caratteristiche etniche; che l’uomo, nel senso di umanità, prova le medesime emozioni a prescindere dalla latitudine di nascita e che non sempre è in grado di controllare i sentimenti; che la comprensione della propria identità non è limitata ai tratti somatici o al luogo di origine. Scopriamo soprattutto che le relazioni all’interno della famiglia oltre a segnare per la vita possono portare a scelte radicali e decisioni irrevocabili, nel bene e nel male. Muoversi in equilibrio sulle dune sabbiose dell’esistenza e vedere oltre l’opacità dell’apparenza…

da qui