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sabato 18 aprile 2015

Miseria e sangue a Yarmouk - Federica Iezzi

 Espulsi i combattenti palestinesi di Aknaf al-Bayt al-Maqdes, lo Stato Islamico esce dal campo di Yarmouk, a sud di Damasco, e rientra nella sua roccaforte, il quartiere di Hajar al-Aswad. È così che funzionari palestinesi descrivono ai media la situazione attuale a Yarmouk.
In realtà i combattimenti continuano all’ingresso nord del campo. Il gruppo armato palestinese legato a Hamas prende il controllo di strade ed edifici periferici e avanza verso la parte nordest. Al Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, rimane il controllo della maggior parte di Yarmouk.Il campo, istituito nel 1957, prima del conflitto siriano iniziato nel 2011 ospitava circa 160.000 palestinesi. Tutti rifugiati e discendenti della Nakba, l’esodo palestinese del 1948. Dopo due anni di assedio, qualche settimana fa l’attacco dei jihadisti ha ridotto la popolazione a 6000 abitanti. Almeno 47 civili sono stati uccisi durante gli scontri e 60 sono ancora in condizioni critiche.
Secondo i dati forniti dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Damasco, 500 famiglie, circa 2.500 persone sono riuscite a fuggire da Yarmouk all’inizio dei combattimenti, attraverso due uscite nel distretto di Zahira. «I giovani di Yarmouk rimasti, non andranno via se non per tornare in terra palestinese» dice Hussam, di 23 anni. «La maggior parte dei giovani ha disertato dall’esercito e teme di essere arrestata dalle forze siriane». Quindi rimangono tutti intrappolati tra elementi armati all’interno del campo e forze governative esterne.
Oggi nelle congestionate stradine di un ghetto impoverito, con fori di proiettile tra casa e casa, regna la miseria, mancanza di cibo, acqua pulita ed elettricità. I muri sono segnati dai colpi dei proiettili e dal rosso del sangue indurito. L’acqua potabile arriva dai pozzi aperti che funzionano grazie a impianti a carburante. Il costo di un litro di carbu­rante è salito di circa il 30%. 130 syrian pounds, poco meno di un dollaro. Allora i bambini riempiono contenitori di plastica gialla con acque reflue, non trattate, provenienti da pozzi scavati sulla superfice delle strade del campo. «Ha il sapore di tutto tranne che dell’acqua», raccontano i residenti.
Alle centrali Palestine street e al-Madares street solo distruzione e massacri. Frammenti di vetro, macerie e polvere incolore. «Finiti ravanelli e verdure di base, adesso mangiamo l’erba», è l’inammissibile racconto di donne magre, con occhi infossati. In lontananza il fumo grigio che sale e il rumore assiduo di raffiche di mitra e dei Mig. «Le strade sono abbandonate e piene di detriti — racconta Hadeel -, le persone rimangono nascoste nelle loro case, molte senza porte né finestre. Usciamo sotto il fuoco dei cecchini sistemati sugli edifici più alti e dei bombarda­menti a cercare acqua. L’Isis ha colpito il panificio Hamdan, nel mezzo di Yarmouk Street. Ci andavo ogni mattina».
Zayna, giovane madre, ci dice che nel campo manca tutto. Non sa cosa dare da bere ai suoi due bambini. Non sa come lavarli. Non sa come curarli dalla tosse. «Compro il pane arabo che entra nel campo insieme ai contrabbandieri a più di 10 dollari. Scendo a prendere acqua sporca nei serba­toi. La rete elettrica e i rubinetti nelle case non funzionano». Rama, un’infermiera senza più lavoro, ci dice: «Fuad e Salah, i miei figli, non sapranno mai cos’è un melo­grano. Non lo vedranno mai. Non mangiano frutta. Non la conoscono». Il marito di Rama è nella prigione di Tadmor, a nordest di Damasco, dal 2013. «Il motivo? Aver partecipato a una manifestazione contro l’assedio del campo da parte delle forze di al Assad».
Macchie di sangue e detriti segnano gli ingressi delle scuole. Nei due kmq di Yarmouk, ci sono almeno 20 scuole gestite dall’Unrwa e altre ambiguamente sovvenzio­nate dal ricco Occidente. I raid aerei e i colpi di mortaio sulla densa area civile, non permettono ai bambini di continuare a studiare. Le scuole sono chiuse. Le lezioni sospese. Gli insegnanti non lavorano. I bambini non escono di casa.
Nella prima settimana di aprile il cortile della Jarmaq school è stata teatro degli scontri tra ribelli siriani, combattenti dell’Isis e forze governative. Mentre più di 50.000 insegnanti sono fuggiti dalla Siria o sono stati uccisi e 2 milioni e mezzo di bambini non vanno a scuola all’interno del Paese, devastato dalla guerra, alla Jarmaq school, le lezioni non si sono fermate.
Nidal, un’insegnante nata a Ya­mouk, ricorda la madre, cresciuta nel villaggio di Qisarya, a sud di Haifa, costretta a lasciare la sua casa e a rifugiarsi in Siria. «Anche lei insegnava. E lo faceva con armonia nonostante la rabbia, il risentimento e la malinconia che la divorava». La voce di Nidal si ferma per un attimo: «Non mi fanno paura i mortai e i kalashnikov. Mi fa più paura l’ignoranza. Così continuo ad andare a scuola. Facciamo le lezioni in cantina. Non vengono tutti i bambini. Ma anche se ce ne fosse solo uno, io continuerei a parlare di letteratura e matematica».
Secondo i dati Unrwa, oggi si rie­sce a for­nire a Yar­mouk un aiuto irri­so­rio. Le razioni di cibo che entrano, bastano per assi­cu­rare appena 400 calo­rie al giorno per persona. Gli abitanti non hanno accesso a cure mediche. Qualche giorno fa è stato bombardato dalle forze governative il Palestine Hospital. Da allora è chiuso. I combattenti hanno bloccato l’ingresso di aiuti umanitari da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa, nell’al-Basil Hospi­tal. E non hanno permesso l’evacuazione dei feriti più gravi, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.
Radwan è un anziano medico siriano, che vive a Yarmouk da quando l’esercito governativo ha colpito la sua casa a Dara’a. La sua famiglia è stata sterminata. Gli rimane una figlia che è riuscita a lasciare la Siria: «Ora è in Libano — dice — ma il posto è cambiato, il dolore l’ha seguita». Radwan lavorava nel Palestine Hospital. Quel giorno, quando sono iniziati i raid aerei siriani, le sue mani venivano implo­rate da una stanza all’altra, tra trasfusioni e ferite da arma da fuoco. «Le ferite alla testa e le ossa rotte sono semplice­mente curate con le bende», ci racconta affaticato. Fermo nelle sue idee, continua: «Tutti quelli che combattono qui sono sponsorizzati da qualcuno. Sono tutti giocatori nella guerra in Siria: Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Iran, e potenze mondiali come gli Stati Uniti e la Russia».

L’ospedale non ha strumenti chirurgici, solo un ecografo e un apparecchio per fare radiografie. Niente cure pre o postnatali. Il governo siriano fornisce solo sali per la reidratazione e antidolorifici di base. «Viviamo in 98, tra cui 40 bambini, nelle tre classi della scuola di mio figlio». Non c’è rabbia o isteria nella voce di Enaya, solo un racconto calmo dei fatti. «Un chilo di riso lo paghiamo quasi tre dollari, più di tre dollari un chilo di pomodori. Non c’è zucchero. L’acqua è sporca. E non abbiamo il permesso di attraversare la terra di nessuno sui bordi del campo, una volta al mese, per raccogliere pacchi alimentari». Nena News

Fate qualcosa, qualsiasi cosa: rivelare e svergognare a Yarmouk - Ramzy Baroud

La popolazione del Campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria che una volta superava i 250.000 e che si è ridotta  durante la guerra civile siriana a 18.000 – è un  microcosmo della storia di un’intera nazione, il cui dolore perpetuo ci disonora  tutti, nessuno escluso.
I profughi fuggiti dalla guerra siriana o che si sono spostati nella Siria stessa, stanno sperimentando la realtà crudele nei violenti e inospitali terreni  di guerra e dei regimi arabi. Molti di coloro che sono rimasti a Yarmouk, sono stati fatti a pezzi dalle bombe barile* dell’esercito siriano o tormentate dai gruppi malvagi, violenti che controllano il campo, compresi il Fronte al-Nusra, e, di recente, l’IS.
Coloro che in qualche modo sono riusciti a evitare ferite corporali, stanno morendo di fame. L’inedia a Yarmouk è anche responsabilità di tutte le parti coinvolte e le “condizioni inumane” in cui essi sopravvivono – specialmente fin dal dicembre 2012 – è un simbolo di vergogna sulla fronte della comunità internazionale in generale, e della Lega Araba in particolare.


Questi sono alcuni dei colpevoli delle sofferenze di Yarmouk:


Israele
Israele ha la responsabilità diretta per la situazione difficile dei profughi di Yarmouk che sono per lo più i discendenti dei profughi palestinesi  della Palestina storica, specialmente dalle città del nord, compresa Safad che è ora dentro Israele. Il campo è stato istituito nel 1957, quasi dieci anni dopo la Nabka – la “Catastrofe” del 1948 che ha visto l’espulsione di quasi un milione di rifugiati dalla Palestina. Doveva essere un rifugio temporaneo, ma è diventata una dimora permanente. I suoi residenti non hanno mai abbandonato il loro diritto di ritorno in Palestina, un diritto conservato nella risoluzione 194 dell’ONU.
Israele sa che la memoria dei profughi è il suo più grande nemico, e così, quando la dirigenza palestinese ha richiesto che Israele permettesse ai profughi di Yarmouk di trasferirsi in Cisgiordania, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo una condizione: rinunciare al loro diritto al ritorno. I palestinesi hanno rifiutato. La storia ha dimostrato che i palestinesi sopporterebbero sofferenze indicibili, e non abbandonerebbero i loro diritti in Palestina. Il fatto che Netanyahu abbia posto questa condizione, non è soltanto una testimonianza della paura che ha Israele della memoria palestinese, ma dell’opportunismo politico e della pura crudeltà del governo di Israele.


L’Autorità Palestinese (AP)
L’AP è stata istituita in Siria nel 1994 ed era basata su una carta chiara dove in piccolo gruppo di palestinesi “ritornava” nei territori occupati, creava delle istituzioni e spillava   miliardi di  di dollari di aiuti internazionali in cambio dell’abbandono del diritto o del  ritorno per i profughi palestinesi, e della rinuncia a qualsiasi rivendicazione sulla reale sovranità e status di nazione autonoma. Quando la guerra civile in Siria ha iniziato a travolgere rapidamente i profughi, e sebbene ci si dovesse aspettare  tale realtà, l’autorità del Presidente Mahmoud Abbas ha fatto così poco, come se la faccenda non avesse alcuna rilevanza per il popolo palestinese nel suo insieme. E’ vero, Abbas ha fatto qualche dichiarazione chiedendo di risparmiare ai profughi  quella che era essenzialmente una lotta siriana, ma non molto di più. Quando l’IS ha preso il campo, Abbas ha inviato in Siria il suo ministro del lavoro, Ahmad Majdalani che ha fatto una dichiarazione che le fazioni e il regime siriano si sarebbero uniti contro l’IS – il che – se vero, è probabile che avrebbe assicurato la fine di molti altri.
Se Abbas avesse investito il 10% dell’energia che ha speso nella battaglia dei media del suo ‘governo’ contro Hamas oppure una piccola parte del suo investimento nel vano “processo di pace”, avrebbe potuto almeno  guadagnare  la necessaria attenzione e appoggio internazionale per trattare la difficile situazione dei profughi palestinesi  a Yarmouk, in Siria,  con un certo grado di urgenza. Invece sono stati lasciati morire da soli. 


Il regime siriano
Quando i ribelli si sono impadroniti di Yarmuk nel dicembre 2012, le forze del Presidente Bashar al-Assad hanno bombardato il campo senza pietà mentre i media siriani non hanno mai smesso di parlare della liberazione di Gerusalemme. Le contraddizioni tra parole e fatti quando si tratta della Palestina, sono una sindrome araba che ha tormentato ogni singolo governo e governante arabo da quando la Palestina è diventata la “”questione palestinese” e i palestinesi sono diventati “il problema dei profughi”.
La Siria non fa eccezione, ma Assad, come suo padre Hafez prima di lui, è particolarmente furbo  nell’utilizzare la Palestina come uno sloga  mirato soltanto a legittimare il suo regime e allo stesso tempo  a porsi come una forza rivoluzionaria che combatte il colonialismo e l’imperialismo. I palestinesi non dimenticheranno mai l’assedio e il massacro  di Tel al-Zatar (dove i profughi palestinesi in Libano sono stati assediati, massacrati, ma anche fatti morire di fame, come conseguenza di un attacco e di un massacro compiuto dalle milizie libanesi di destra dall’esercito siriano nel 1976),  come non dimenticheranno o non perdoneranno quello che sta avvenendo oggi a Yarmouk.
Molte delle case di Yarmouk sono state trasformate in  macerie a causa delle ‘barrel bomb * e degli attacchi aerei.


I ribelli
Il cosiddetto  Esercito Siriano Libero (FSA) non sarebbe mai dovuto entrare a Yarmouk,  indipendentemente da quanto  disperato bisogno avessero di un vantaggio nella loro guerra  contro Assad. Era una cosa vergognosamente irresponsabile, considerando il fatto che, al contrario dei rifugiati siriani, i palestinesi non avevano nessun posto dove andare e nessuno a cui rivolgersi.  L’FSA  ha suscitato  la collera del regime e non ha potuto neanche controllare il campo che è caduto nelle mani delle varie milizie che stanno complottando e  contrattando  tra di loro per sconfiggere i loro nemici che potrebbero probabilmente diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battaglie nelle strade per avere il controllo sul campo.
L’accesso  a Yarmouk che l’Isis ha guadagnato si dice che sia stato facilitato dal Fronte al-Nusra che è nemico dell’IS in tutti i luoghi tranne che a Yarmouk. Nusra ora spera di usare l’IS per sconfiggere la maggior parte dell’opposizione locale nel campo, che è organizzata da Aknaf Beit al-Maqdis, prima di cedere di nuovo le redini del campo assediato al gruppo affiliato ad al-Qaida. E mentre le bande criminali stanno complottando e  barattando, i rifugiati palestinesi stanno morendo in massa.
Per avere il controllo sul campo e nelle strade e probabilmente  diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battaglie.

L’ONU e la Lega Araba
Grida di aiuto sono riecheggiate per anni da Yarmouk, e tuttavia nessuna è stata ascoltata. Di recente, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso di tenere un incontro e di discutere la situazione lì come se il problema non fosse una priorità già anni fa. A parte dichiarazioni della stampa fatte con ostentazione  e preoccupazione, l’ONU per lo più ha abbandonato i rifugiati. Il bilancio per l’UNRWA (L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) che cura i quasi 60 campi palestinesi in tutta la Palestina e il Medio Oriente, si  è ridotto  così  tanto, che l’agenzia spesso si trova sull’orlo della bancarotta.
L’agenzia dell’ONU per i rifugiati, finanziata meglio e attrezzata per occuparsi delle crisi, fa poco per i rifugiati palestinesi in Siria. Le promesse di fondi per l’UNRWA che francamente avrebbe potuto fare di meglio per sensibilizzare e affrontare la comunità internazionale riguardo al loro disprezzo per i rifugiati, vengono raramente mantenute.
La Lega Araba è ancora più responsabile. La Lega era stata in gran parte istituita per unire gli sforzi dei paesi arabi per replicare alla crisi in Palestina, e si supponeva che fosse un difensore fedele dei palestinesi e dei loro diritti. Anche gli arabi, però, hanno disconosciuto i palestinesi dato che sono concentrati con attenzione su conflitti per interessi più strategici: creare un esercito arabo con chiare intenzioni settarie e mirato in gran parte a sistemare una vecchia questione.


Molti di noi 
Il conflitto siriano ha introdotto grande polarizzazione  all’interno di una comunità che una volta sembrava unita per i diritti palestinesi. Coloro che stavano dalla parte del regime siriano non ammettevano neanche per un momento che il governo siriano  avrebbe potuto fare di più per ridurre le sofferenze nel campo profughi. Coloro che sono contro Assad insistono  che tutte  le azioni cattive sono opera sua e dei suoi alleati. 
Entrambi questi gruppi sono responsabili  di aver perso tempo, di aver confuso la discussione e di avere sprecato energie che si sarebbero potute usare  per creare una campagna internazionale bene organizzata per  sensibilizzare, per creare fondi e meccanismi pratici di supporto per aiutare in particolare Yarmouk, e i rifugiati palestinesi in generale.
Dovremmo però ricordare che ci sono ancora 18.000 persone intrappolate a Yarmouk e organizzarci a nome loro in modo che, anche se in modo intempestivo,  è necessario fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
*“Le barrel bomb sono barili di nafta – ma per confezionarle va bene qualsiasi contenitore metallico, anche un vecchio scaldabagno – riempiti di esplosivo (di solito TNT e combustibili liquidi o fertilizzanti come il nitrato di ammonio) e di ferracci (“shrapnel” si dice in gergo militare, come quelli usati dalla Raf nella Seconda Guerra Mondiale) – trucioli, bulloni, pezzi. Vengono sganciate dagli elicotteri: nei primi utilizzi la detonazione era avviata da micce accese prima dello sgancio, negli ultimi modelli è stato inserito un fusibile ad impatto. Ai danni dell’esplosione, si aggiungono quelli derivanti dal lancio di quei proiettili incandescente.” (Da: http://www.danemblog.com/2014/01/barrel-bomb-molto-peggio-delle-armi.html)
Ramzy Baroud – www.ramzybaroud.net è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, è consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri 
e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Attualmente sta completando i suoi studi per il dottorato all’Università di Exeter. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:  http://zcomm.org/znet/article/dfo-something-anything-naming-and-shaming-in-yarmouk
B Originale: non  indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

lunedì 6 aprile 2015

Siria. Voci dall'assedio di Yarmouk - Fouad Roueiha

"Siamo soli, ancora una volta. Ci hanno abbandonati tutti, come è successo a Sabra e Chatila e a Tal Al Zaatar ": è questo che ci raccontano i palestinesi del campo di Yarmouk, a Damasco. 

“Siamo soli, ancora una volta”. Questa frase sconsolata, riferitaci da un operatore umanitario a lavoro nel campo di Yarmouk, riassume al meglio le impressioni che ci giungono parlando con la gente del campo.
Dal 1°aprile scorso i 18mila civili intrappolati dentro quella che era la capitale della diaspora palestinese, il campo profughi di Yarmouk nel sud di Damasco, devono affrontare l’assalto di Daesh (il sedicente “Stato Islamico”) oltre all’assedio che va avanti da circa tre anni e che da 200 giorni li ha privati persino dell’acqua corrente. 
L’assedio che affama i palestinesi di Yarmouk e che ha causato la morte di stenti di oltre 170 persone non ha però impedito ai terroristi dalle bandiere nere di accedere al campo dal lato sud, dalla parte di Hajar Al Aswad, aiutati dagli ex commilitoni di Jabhat Al Nusra (JAN), la branca siriana di Al Qaeda da cui Daesh ha divorziato oltre un anno fa a suon di decapitazioni e sgozzamenti reciproci. 
La prima ondata d’invasione di Daesh gli ha consentito di controllare quasi tutto il campo; le milizie soprattutto palestinesi presenti a Yarmouk sono riuscite in un primo momento a ricacciarle nella zona meridionale, ma già dal 3 aprile le bandiere nere hanno ripreso a sventolare su buona parte del campo e gli scontri sono stati continui, costringendo i civili a chiudersi in casa mentre ormai i bidoni di acqua potabile ed i pacchi alimentari da cui dipendono le famiglie sotto assedio sono finiti o stanno finendo.
Ad opporsi a Daesh e JAN sono soprattutto i palestinesi di Aknaf beit el Maqdes, una milizia storicamente vicina a Hamas ma in cui in questi giorni sono confluiti i palestinesi di ogni credo politico che vogliono difendere Yarmouk, debolmente assistiti da piccole milizie vicine all’Esercito Libero Siriano come Jaish Al Ababil che, mentre scriviamo, è riuscito a riprendere il controllo del centro culturale e da lì continua a combattere sul fronte sud. 
Le altre milizie rivoluzionarie o sedicenti tali attive nel sud di Damasco, pur dichiarando ufficialmente di sostenere la lotta dei palestinesi, si sono fermate sui confini del campo per evitare lo scontro aperto con JAN che impedisce loro di accedere.
“Ci hanno abbandonati tutti, come è successo a Sabra e Chatila, come a Tal Al Zaatar o nella guerra dei campi” ci ha detto un residente di Yarmouk che abbiamo raggiunto via Skype.
Parla a condizione che non si renda noto il suo nome e ci chiede di non registrare la conversazione, ha paura persino a nominare Daesh. “Ci dicono di tener duro e di resistere, nei comunicati ufficiali lodano la nostra eroica resistenza e il fatto che restiamo qui, ma la maggior parte di noi non resta qui per resistere, siamo intrappolati qui dentro. Se potessi scapperei in Europa oggi stesso. Ci descrivono come combattenti fieri e senza paura, ma questo fa parte della loro mitologia. Noi siamo gente normale, vorremmo solo vivere”.
Da tre giorni sia l’UNRWA, l’agenzia ONU dedicata ai profughi palestinesi, che le organizzazioni umanitarie come la Jafra Foundation non possono distribuire aiuti, la distribuzione sarebbe dovuta avvenire venerdì 3 per cui la gente non ha provviste.
Finora gli “arresti” compiuti da Daesh sono almeno 75, tra cui due sorelle rapite da casa propria, le “esecuzioni” almeno 7 di cui tre per decapitazione. Tra le vittime anche il coordinatore della Jafra Foundation all’interno del campo, di soli 21 anni.
Oltre a queste vittime ci sono quelle dei bombardamenti dell’artiglieria di Daesh e del regime di Asad che hanno provocato un gran numero di feriti e la morte anche di un noto mediattivista ed un altro attivista civile molto conosciuto.
Le cure mediche, già scarsissime a causa dell’assedio del regime di Damasco, sono ormai inesistenti e l’ospedale Palestina, principale avamposto medico, è sotto il controllo di Daesh e nel mirino del regime stesso che nella sola serata del 4 aprile ha sganciato almeno 7 barili bomba intorno alla struttura già martoriata da precedenti bombardamenti. 
I civili non riescono a fuggire, nonostante numerosi appelli alla Croce Rossa Internazionale, all’UNRWA, all’UNHCR e all’OLP perché intervengano per spingere verso la creazione di corridoi sicuri per uscire dal campo, l’ultimo dei quali lanciato dalla Lega della Società Civile Palestinese in Siria (tradotto qui da Frontiere News).
“Alcune decine di civili sono riusciti ad uscire dal campo e li abbiamo accolti. Molti non mangiavano ne’ bevevano da giorni, sono feriti ed in pessime condizioni. Altri che hanno provato a scappare sono stati colpiti dai cecchini o sono rimasti coinvolti nei combattimenti”, riferiva la sera del 4 aprile un altro operatore della Jafra Foundation a Radio Yarmouk 63, una piccola emittente online che sta raccontando passo passo gli scontri da qualche scantinato del campo.
“Non possiamo prenderci la responsabilità di dire ai civili di provare a scappare, non ci sono vie sicure ed è estremamente pericoloso. Ma assicuriamo che se qualcuno riesce ad uscire verrà accolto e curato, abbiamo anche istituito delle linee verdi per assistere la gente”. Mentre scriviamo giunge la notizia, riportata da AFP, che i civili fuggiti dal campo sarebbero 2mila. 
Il 3 aprile c’è stata una riunione organizzata da Jabhat Al Nusra a cui hanno partecipato molti dei notabili civili del campo. In questa occasione Abu Hasan, uno dei capi di Al Nusra a Yarmouk, ha comunicato che la presenza di Daesh è solo temporanea ed ha dettato le condizioni per il ritiro: il campo deve rimanere sotto il controllo di JAN e i combattenti di Aknaf beit el Maqdes devono consegnarsi. 
Condizioni rifiutate dai combattenti palestinesi che, sempre dai microfoni di Radio Yarmouk 63, hanno dichiarato che combatteranno fino alla liberazione del campo, anche se sono da soli o quasi nel farlo. Del resto pare che l’assalto sia dovuto proprio all’arresto e all’uccisione da parte degli Aknaf  di dirigenti di Al Nusra e Daesh avvenute nelle ultime settimane e al fatto che JAN stava perdendo posizioni nel campo. 
Ancora alla radio del campo ha parlato anche la celebre cantautrice palestinese Rim Banna, che a Yarmouk è stata più volte prima della rivoluzione siriana tenendo anche un concerto. La Banna si è fatta portavoce dell’uomo comune palestinese dichiarando tutto il suo sconforto di fronte al fallimento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP nel difendere il campo.
Le istituzioni palestinesi sono state sostanzialmente silenti sull’assedio pluriennale imposto da Asad al campo, ad eccezione di un paio di settimane a cavallo del vertice di Ginevra 2, quando le immagini dei primi bambini morti per fame avevano risvegliato il pubblico sdegno ed indotto queste istituzioni a cercare di intercedere con il dittatore siriano, ottenendo che alcune sparute carovane umanitarie raggiungessero Yarmouk, pur sotto il fuoco dei cecchini. 
Anche nei comunicati pubblicati in questi giorni, oltre ad appellarsi alle parti in conflitto perché consentano l’uscita dei civili, OLP ed ANP continuano a ribadire il principio di “non intervento negli affari interni degli altri Stati arabi” e promettono di visitare il campo.
Una retorica che non basta più alla società civile palestinese, che invece ha organizzato varie manifestazioni di fronte alle sedi dell’OLP, della Croce Rossa e dell’UNRWA in varie parti dei Territori Occupati, in territorio israeliano e all’estero, in collaborazione anche con molti movimenti pro-palestinesi che pure in questi anni avevano del tutto ignorato la situazione dei siro-palestinesi. 
“Nella serata del 4 aprile è stato diffuso un appello in molte lingue e ci sono state anche proteste elettroniche, attraverso il cambio delle immagini di profilo sui social network ed i cosiddetti tweet-storm”, ci ha riferito l’attivista palestinese di Ramallah Lema Nazeh “mentre nei prossimi giorni sono previste altre mobilitazioni per fare pressione sulle nostre istituzioni. Siamo terribilmente in ritardo ed avremmo dovuto fare molto di più in questi anni. Non è possibile che serva la presenza di Daesh perché qualcuno si ricordi dei nostri fratelli e sorelle intrappolate a Yarmouk”.
Nell’appello c’è la richiesta di intervento e pressioni rivolta alle grandi organizzazioni umanitarie e quello rivolto ai media, quelli palestinesi in testa, perché informino su quanto avviene a Yarmouk. Gli hashtag adottati sono #SaveYarmouk e ‪#‎Yarmouk_will_not_fall , "Yarmouk non cadrà“. 
“Se cade Yarmouk è la fine della causa palestinese, perché se cade Yarmouk, la capitale della diaspora palestinese e il simbolo del diritto al ritorno, sarà la fine del diritto al ritorno e cos’è la causa palestinese se non, innanzitutto, la rivendicazione di quel diritto?”. 
Queste sono le parole che ci ha affidato un altro cittadino del campo, quando gli abbiamo chiesto cosa vorrebbe dire ai movimenti pro-palestinesi in Italia e nel mondo.
Non possiamo che unirci a questo auspicio che Yarmouk non cada. Intanto però su Youtube circolano i video di miliziani di Daesh che calpestano la bandiera palestinese dicendo che “questa è la bandiera che sventola chi vuole dividerci, dei politici che ci spingono alla fitna (caos, forte frattura all’interno della umma,ndr) tra i musulmani per tenerci sotto controllo” ed ordinano che solo il loro tristemente noto stendardo nero sventoli sul campo di Yarmouk, dove solo 18mila degli oltre 150mila palestinesi che vivevano qui nel 2011 sono rimasti.
Mentre un’altra pagina nera della storia palestinese viene scritta col sangue in queste ore.
da qui

sabato 31 gennaio 2015

Il piano leggendario di Yarmouk - Moe Ali Nayel

di Yarmouk si era venuti a conoscenza per una foto diventata il simbolo di una campagna, un anno fa, dell'Unrwa (#SAVEYARMOUK)






cosa ne è stato oggi del pianoforte, del pianista Aeham Ahmad, dei cantanti e di tutta quella povera gente? - franz

 


The legendary piano of Yarmouk - Moe Ali Nayel 

C’è un piano che continua a sopravvivere fra i Palestinesi del campo profughi assediato di Yarmouk, vicino a Damasco.
All’inizio di quest’anno (il 2014) il piano è apparso in un video YouTube, era la prima volta che ne sentivo qualcosa. Uno dei miei strumenti preferiti, le mie orecchie erano incantate e i miei occhi seguivano ogni battuta sui tasti.
Quel pianoforte decrepito da Yarmouk è apparso sullo schermo davanti a me come un essere vivente, una cosa che respira. Mentre guardavo, il pianoforte ha cantato, guidato da dita fredde e asciutte che sembravano quasi fossilizzate.
Un giovane pianista palestinese di Yarmouk chinava la testa sulla tastiera e la sua musica ha parlato. La melodia che veniva dal piano non ha avuto lo stesso effetto del piano di solito innesca nella mia psiche; la melodia ha creato una sensazione di disagio, mani sudate e un'ansia sorda, facendomi stringere i denti per tutti i quattro minuti del video.


La mia solita gioia per il piano ha lasciato spazio alla malinconia, appena ho visto una realtà distopica apparire nel video: cinque giovani uomini stanno spalla a spalla di fronte al pianoforte; cantano nonostante il freddo pungente che faceva tremare i loro corpi malnutriti. Si mettono le mani in tasca e cantare insieme alle note arrabbiate del pianoforte: "Tornino i profughi , il viaggio è stato troppo a lungo."




Il pianoforte di Yarmouk riemerse sui social media il 3 ottobre, in un video intitolato "Blue".
Proprio come la prima volta, il mio secondo incontro con il pianoforte era per caso mentre navigavo senza meta su un social media. Prodotto da Bidayyat e Rad Fael (Reaction), il breve video è una storia personale narrata dal suo direttore, Abo.
Il video inizia su una strada grigia nel campo profughi di Yarmouk con sirene urlanti di un'ambulanza. La fotocamera accompagna lo spettatore attraverso la triste realtà del campo assediato e si ferma sul pianista che è accompagnato da alcuni giovani che cantano "Promesse, promesse, promesse! Mentre la nostra gente sta morendo. "


Al  minuto 09:39, durante una scena che mostra una processione funebre, la fotocamera si ferma su un cartello scritto a mano appeso al parabrezza di un'ambulanza, dove è scritto: "Sono l’ottantesima persona a morire di fame a causa dell'assedio senza fine di Yarmouk." Il video si conclude con una nota che recita: "Il campo di Yarmouk è stato sotto assedio per gli ultimi 450 giorni", seguito da Aeham Ahmad che suonava il suo pianoforte, con le rovine sullo sfondo.



continua qui



il Post ne aveva parlato qui