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venerdì 1 luglio 2022

La lunga traversata di Yehoshua - Gideon Levy

Molti mentono, ma nel profondo del loro cuore sanno che non ci saranno mai due veri stati tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Yehoshua è stato quasi l’unico a riconoscerlo.

Lo scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua era il sognatore dello stato unificato.
Non è un caso che questo punto fondamentale del suo pensiero sia stato rimosso dai molti elogi funebri pronunciati dopo la sua morte, avvenuta il 14 giugno all’età di 85 anni.

Yehoshua era l’unico della sua generazione e della sua statura che osò varcare il Rubicone. Non ha finito la sua traversata, e forse non l’avrebbe mai fatto, perché la strada era ancora molto lunga, ma ha osato cominciarla.
Al contrario del suo caro amico Amos Oz, e della sinistra sionista in generale, ha avuto il coraggio di ammettere il fallimento della soluzione dei due stati e di riconoscerne pubblicamente l’inconsistenza.

Il resto dei suoi amici di sinistra ha continuato e continua a essere impantanato in questa soluzione per calmare la propria coscienza. Come se ci fosse una soluzione e l’unica cosa da fare fosse prenderla da uno scaffale. Ma quello scaffale non c’è, la soluzione non c’è e probabilmente non c’è mai stata.
Sprofondando nel loro falso sogno, queste persone non fanno altro che allontanarsi da qualsiasi soluzione e rafforzare l’occupazione israeliana.
Molti mentono anche a se stessi, perché nel profondo del loro cuore sanno, ovviamente, che non ci saranno mai due veri stati tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Yehoshua è stato quasi l’unico a riconoscerlo. È stata questa la sua grandezza.

All’inizio era molto diverso. Leggendo la prima intervista che gli ho fatto trentacinque anni fa nella sua casa di Haifa (pubblicata su Haaretz il 15 maggio 1987), nel periodo in cui fu pubblicato il suo romanzo Cinque stagioni (Einaudi 2007), sembra un’altra persona, un portavoce della sinistra sionista al suo peggio.

Yehoshua paragonava l’ascesa al governo del partito di destra Likud alla notte in cui scoppiò la guerra dello Yom kippur: “Un odore di sangue, qualcuno è ferito, qualcuno è straziato. Come se i paracadutisti egiziani fossero atterrati sul colle di Mitla. Come se i piloti egiziani stessero bombardando i campi dell’aviazione israeliana. Il mondo è crollato”. Secondo lo Yehoshua di allora un cambio di governo avvenuto nel corso di elezioni legittime e democratiche era la fine del mondo, la fine del suo mondo.

Li detestava davvero e non esitava a dirlo: “Ero al culmine del mio odio per i sostenitori del Likud. Quando li vedevo, mi venivano le convulsioni”. Già allora Yehoshua era uno dei leader spirituali dello schieramento illuminato, quello che ancora oggi si definisce “ebreo e democratico”. Ancora oggi queste persone sono sicure che esista un enorme abisso tra la loro grandezza e l’inferiorità degli elettori del Likud, e che il ritorno di quest’ultimo al governo significhi la fine della civiltà.

Yehoshua era maturato anche da questo punto di vista. Il 15 giugno Benny Ziffer ha scritto su Haaretz che Yehoshua voleva incontrare Benjamin Netanyahu prima di morire.

Nel 1987 lo scrittore parlava ancora di “separazione dai palestinesi” e di “visione dei due stati”, come facevano tutte le persone come lui a quei tempi. È stato affascinante osservare il passosuccessivo. Nel dicembre 2016 Yehoshua aveva proposto di dare la cittadinanza israeliana a centomila palestinesi che vivevano nell’area C, una zona che comprende più del 60 per cento della Cisgiordania occupata e in cui Israele ha il pieno controllo. Pur parlando ancora di due stati, voleva “ridurre il livello di male”. Due anni dopo arrivò il momento decisivo: in due articoli pubblicati su Haaretz (il 12 e il 16 aprile 2018) dichiarò il suo divorzio. Serviva un piano per fermare l’apartheid: era giunto il momento di dire addio all’idea dei due stati.

Yehoshua ha lasciato le inevitabili conclusioni a chi verrà dopo di lui. Non era più abbastanza forte per passare alla fase successiva, l’inevitabile distacco dal sionismo. Se era arrivato il momento dell’allontanamento dall’idea dei due stati, ci sarebbe dovuto essere anche quello dallo stato ebraico oppure dallo stato democratico. Era impossibile avere entrambi.

Cos’aveva scelto Abraham B. Yehoshua? Alla fine dei suoi articoli del 2018 scrisse: “Ora non è in pericolo l’identità ebraica e sionista di Israele, ma la sua umanità. E l’umanità dei palestinesi che sono sotto il nostro dominio”.

L’uomo che aveva dedicato il suo pensiero alla questione dell’identità ebraica, che ricordava a tutti che il suo popolo non aveva mai immaginato di emigrare in quella zona durante tutti i secoli in cui avrebbe potuto, preferendo la nostalgia e le lamentele, aveva trovato qualcosa di più importante dell’identità ebraica e sionista: l’umanità. Addio, caro amico, e grazie per tutte  le belle conversazioni che abbiamo avuto .

 

da Internazionale 24/30 giugno 2022 n. 1466 • anno 29

 

 

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martedì 28 giugno 2022

Abraham B. Yehoshua recensisce La metamorfosi

 

Perché Franz Kafka aveva il terrore che la prima edizione della Metamorfosi fosse accompagnata da un’illustrazione dello scarafaggio?

Interpretazione psicoanalitica di una tragedia familiare

Il venticinque ottobre del 1915 Kafka scrive al suo editore Kurt Wolff una lettera in merito alla copertina del racconto La metamorfosi, in corso di pubblicazione. Questo il tenore della lettera: “Egregio signore, ultimamente Lei mi scrisse che Ottomar Starke avrebbe disegnato la copertina de La metamorfosi. Mi sono preso un piccolo, probabilmente inutile spavento. Inutile stando a ciò che conosco di quell’artista in Napoleone. Mi è venuto in mente, siccome Starke è un vero illustratore, che forse potrebbe voler disegnare l’insetto. Questo no, per favore, questo no! Non voglio limitare la sua libertà d’azione, voglio soltanto avanzare una preghiera derivante dalla mia conoscenza, ovviamente migliore, della storia. L’insetto non può essere disegnato. Ma non può neppure essere mostrato da lontano. Se questa intenzione non sussiste, se, dunque, la mia richiesta è ridicola, tanto meglio. A Lei sarei grato se volesse trasmettere il mio desiderio. Se potessi fare una proposta per una illustrazione, sceglierei scene come: i genitori e il procuratore dinanzi alla porta chiusa o, ancor meglio, i genitori e la sorella nella stanza illuminata, mentre la porta che dà nella stanza attigua, totalmente oscura, è aperta…”. Allora, io proverò qui a delineare lo scarafaggio e capire di conseguenza come mai Kafka fosse così spaventato dall’idea che qualcuno lo raffigurasse.

Non è neppure il caso di cominciare ad addentrarsi nell’immensa ricchezza di significati attribuiti a questo racconto di Kafka. Qui, infatti, la proverbiale ambivalenza ontologica di Kafka giunge all’apice, e non è sbagliato dire che siamo di fronte a uno fra i racconti più studiati nella letteratura del ventesimo secolo, se non il più studiato di tutti. Nella selva di significati spicca ovviamente quello psicoanalitico, che non di rado suscita opposizione proprio per la sua ambizione ad essere totale, e perché presenta la propria interpretazione come ultima, definitiva. In effetti, un’interpretazione psicoanalitica non ha bisogno di alcun supporto storico, sociologico o filologico, è persino autonoma dai dati biografici dell’autore. I personaggi delle tragedie di Sofocle, Shakespeare o Molière sono, in tale contesto, presi per quello che sono, e sotto questo profilo è lecito analizzare loro e i loro complessi come se vivessero qui, accanto a noi. Kafka per parte sua è ben noto alla psicoanalisi. In un certo senso l’ha ispirata, perché tutto ciò che scriveva poteva essere interpretato in un senso psicoanalitico. Tenterò qui soltanto una delle possibili interpretazioni psicoanalitiche, che si fonderà esclusivamente sul testo, senza alcun rapporto con i dati biografici di Kafka, osservando solo l’agente di commercio Gregor Samsa e la sua famiglia così come compaiono nel racconto.

La domanda che mi guida è la seguente: che cosa è esattamente l’insetto descritto nella storia? Dobbiamo prenderlo solo come una metafora, come un oggetto allegorico, o è possibile conferirgli una qualche pregnanza, per lo meno nella stessa misura in cui diamo concretezza alle cose nei sogni, che hanno magari un’alta carica simbolica ma anche una nitida concretezza? Se questo insetto viene interpretato esclusivamente come simbolo metaforico o allegorico, un simbolo generale di disumanizzazione, allora perdiamo secondo me qualcosa di importante in questo racconto che, al di là di tutto ciò che riguarda l’insetto, tiene bene testa a un approccio realistico generale.

Kafka aveva evidentemente in mente qualcosa di molto concreto, non soltanto un simbolo metaforico. Così scrive a Yanok a proposito di questo racconto: “E’ un sogno terribile, è una concezione terribile. Il sogno svela la realtà, mentre l’idea ne è una risultanza. E’ la mostruosità della vita, la natura terrifica dell’arte”. Torneremo su queste parole di Kafka a proposito del racconto; quanto a me, m’incoraggiano lungo la via che cerco.

 


Scenario: la famiglia compressa

Gregor viene da una famiglia borghese, dove troviamo un padre forte (in primo luogo fisicamente, ma la sua forza si rivela assai più sostanziale, generale). Questo padre ha avuto guai finanziari, forse a causa dei suoi istinti prepotenti. Gregor ha deciso di tirare fuori suo padre dalle avversità economiche andando a fare l’agente di commercio nella ditta in cui suo padre aveva fallito. Il fatto che il figlio vada a risollevare le sorti del padre nello stesso luogo in cui questi aveva fallito, e non altrove, ha un significato particolare: con ciò si enfatizza e intensifica il dato della “sostituzione” del padre, e se ne svela ulteriormente il fallimento. Quel posto di lavoro Gregor non lo ama, e in ditta nessuno nutre particolare simpatia per lui. La gente lo tratta con somma diffidenza e in una certa misura lo umilia, memore com’è del fallimento paterno. Il duro lavoro del figlio non serve solo per pagare il debito del padre: se questo fosse l’unico scopo, la durata del lavoro sarebbe stata assai più breve, e anche il padre sarebbe stato in una certa forma mobilitato, per collaborare alla restituzione del debito. Ma il fallimento del padre serve a creare la dipendenza della famiglia da Gregor, a fargli prendere il posto del padre stesso. Prima di tutto il padre smette di lavorare, senza una ragione precisa. Sta di fatto che dopo la metamorfosi di Gregor in scarafaggio il padre torna al lavoro e dimostra che ne sarebbe stato capace, in tutti quegli anni di ozio. Gregor per parte sua mantiene la famiglia non certo al livello di ristrettezze di chi si trova sommerso dai debiti: vivono in una casa grande che richiede molte spese (dopo la morte di Gregor la famiglia decide di trasferirsi in un appartamento più piccolo ed economico). Durante tutti quegli anni di lavoro per restituire il debito, i genitori mettono da parte del denaro. In altre parole, Gregor ha trasformato il fallimento del padre in un pretesto per ereditare il suo posto (un motivo analogo si trova, fra l’altro, nel racconto Il verdetto, scritto prima de La metamorfosi), e ha impedito al padre di partecipare allo sforzo di risanamento della famiglia, perché egli vuole sostituirsi a lui e con ciò rendere ancora più profondo il suo fallimento. Così il padre si indebolisce (benché questa debolezza si sveli in seguito come fittizia, e temporanea), e la scena classica che si evidenzia è più o meno questa: “Le stoviglie della colazione coprivano il tavolo in gran quantità, perché la colazione era per il padre il pasto più importante della giornata, che egli protraeva per ore leggendo diversi giornali” (p. 85). L’immagine del padre fannullone che prolunga la prima colazione, di fronte a quella del figlio sottotenente con la spada e la divisa, bene esemplifica il tipo di relazioni che vigeva in famiglia. Con la maschera della sollecitudine per i propri cari, con la risoluta decisione che il fallimento del padre non può intaccare il processo di riabilitazione della vita familiare, Gregor finisce (consapevolmente o meno) per asservire a sé la famiglia.

In effetti, malgrado sia un agente di commercio, Gregor non pare minimamente interessato al mondo esterno, e sono proprio i suoi frequenti viaggi a esprimere il profondo legame libidico che intrattiene con la famiglia. Il suo vero interesse emotivo è rivolto esclusivamente verso la casa. Quando in uno dei suoi lunghi viaggi riceve le lettere della sorella, in cui lei parla del padre che legge il giornale a voce alta (che notizia sconvolgente!), Gregor ha la sensazione che la casa sia piena di gioia e allegria. Anche la madre descrive al procuratore l’attrazione di suo figlio per la casa e la sua assoluta fedeltà alla famiglia, in questi termini: “Quel ragazzo non ha in testa altro che la ditta. Io mi arrabbio quasi, perché alla sera non esce mai; ora è stato otto giorni in città, ma è rimasto a casa tutte le sere. Sta seduto con noi al tavolo e legge in silenzio il giornale, oppure studia gli orari ferroviari” (p. 80). Non è la famiglia a pretendere che lui stia lì, piuttosto è lui che è attratto dalla famiglia come una specie di padre privo di interessi libidici al di fuori di essa. In effetti, facendo l’agente di commercio, Gregor avrebbe l’opportunità di una vita eccitante, fuori. Invece è vero il contrario: tutto il mondo esterno in cui passa gran parte del suo tempo si riassume conseguentemente in “due, tre amici di altre ditte, una cameriera di un albergo di provincia, un dolce, fuggevole ricordo, la cassiera di un negozio di cappelli, alla quale – seriamente, ma con troppa lentezza – aveva fatto la corte” (p. 109). Tutti i suoi impulsi libidici si concentrano infine sull’immagine di una donna impellicciata che egli ha ritagliato da una rivista illustrata, come un timido sbocco della libido: e per serbare questa innocente immagine lotterà anche quando sarà ormai un insetto...

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mercoledì 15 giugno 2022

A.B. Yehoshua: «L’annessione è Apartheid. È tempo di uno Stato unico» - Michele Giorgio

  

Dialogo con lo scrittore israeliano divenuto sostenitore di uno Stato per ebrei e palestinesi insieme. «In Cisgiordania – spiega Yehoshua – nello spazio di un chilometro trovi gli abitanti di una colonia israeliana con pieni diritti e quelli di un villaggio palestinese che invece diritti non ne hanno. Non è accettabile»

 

Il Tunnel di A.B. Yehoshua non è un romanzo a sfondo politico, o almeno non lo è nella sua finalità originaria. Il protagonista, Zvi Luria, è un ingegnere che fa i conti con il declino delle sue facoltà mentali e che deve trovare un compromesso con la sua malattia. Il racconto, con tratti autobiografici, di Yehoshua tuttavia include due episodi con un significato politico.

Nel primo Luria va al kibbutz Sde Boker a visitare la tomba di David Ben-Gurion, uno dei principali leader sionisti e padre fondatore di Israele. Nel secondo, trovandosi di fronte a una famiglia palestinese che vive sul percorso della strada che sta costruendo nel deserto del Negev, pensa che non vada espulsa e di dover costruire un tunnel sotto quell’abitazione.

La visita di Zvi Luria alla tomba di Ben Gurion è un omaggio o un addio al Sionismo classico che l’83enne Yehoshua ha abbracciato per quasi tutta la sua vita? Il tunnel alternativo all’espulsione della famiglia palestinese è il segnale di strada diversa che lo scrittore propone per il rapporto con i palestinesi in Israele e nei Territori occupati?Yehoshua non risponde direttamente questi interrogativi durante la conversazione telefonica che abbiamo avuto con lui sul tema dell’annessione unilaterale a Israele di una larga porzione di Cisgiordania palestinese al centro del programma del nuovo governo Netanyahu (il progetto fu poi accantonato).

«Spero che Netanyahu non muova questo passo (l’annessione), finirebbe per rafforzare l’apartheid che già esiste in Cisgiordania», ci dice lo scrittore, uno degli autori israeliani più conosciuti e tradotti all’estero. «Ci sono Bantustan palestinesi» prosegue «non so come altro potrei definirli. In Cisgiordania nello spazio di un chilometro trovi gli abitanti di una colonia (israeliana) che godono di pieni diritti e quelli di un villaggio palestinese che diritti invece non ne hanno. E questo non è accettabile».

Apartheid, Bantustan, termini che Yehoshua usa sempre più spesso da qualche tempo a questa parte. Una netta frattura rispetto al passato recente in cui lo scrittore è stato un accanito sostenitore della «separazione» tra ebrei e arabi e che inizialmente vide nel Muro fatto costruire da Ariel Sharon in Cisgiordania parte della soluzione dei problemi.

Oggi pensa che la soluzione invece sia uno Stato unico, binazionale, per ebrei e palestinesi su tutta la Palestina storica, unica possibilità per evitare l’apartheid. «Israele di fatto è già uno Stato binazionale» spiega «due milioni di palestinesi sono cittadini di Israele, lavorano negli ospedali come medici e infermieri, svolgono tutte le attività professionali, sono ovunque pur soffrendo delle discriminazioni. E 72 anni dopo (dalla nascita di Israele, oggi è l’anniversario, ndr), sulla base di questa lunga esperienza, dico che come i palestinesi in Israele anche quelli della Cisgiordania possono e devono ottenere residenza e cittadinanza. Possiamo vivere insieme in un unico Stato, senza annullare le nostre rispettive identità».

Yehoshua peraltro non esclude che nello Stato unico che ha in mente un palestinese possa diventare premier di Israele: «Perché no?» ci dice.

Lo Stato per ebrei e arabi di Yehoshua non è uguale a quello che è oltre il Sionismo, il nazionalismo, il colonialismo che teorizzano l’accademico Ilan Pappé e altri intellettuali, studiosi e attivisti ebrei e palestinesi. Ma senza dubbio è una voce autorevole fuori dal coro del sostegno acritico a qualsiasi politica di Israele nei confronti del territorio e dei palestinesi. E contro il mantra della soluzione a Due Stati, Israele e Palestina.

«Quell’idea è morta – conclude lo scrittore – l’hanno uccisa le tante colonie (israeliane) che sono state costruite negli ultimi decenni con l’approvazione degli Stati uniti. L’Europa protesta, eppure sino ad oggi non ha fatto nulla di concreto, proprio nulla, per fermare la colonizzazione israeliana».

da qui

sabato 14 aprile 2018

La doppia morale degli ebrei bravi - Gianni Lixi



Una parola sul titolo prima di iniziare. Questo è un titolo che si presta ad essere attaccato dai demagoghi dell’antisemitismo. Si tratta di sionisti privi di argomenti che utilizzano lo spauracchio dell’antisemitismo senza che questo c’entri un fico secco. Fa parte dell’armamentario oratorio che ogni sionista deve conoscere, messo a punto dalla Hashbara (propaganda) israeliana. C’è una brava professoressa israeliana, Nurit Peled, che ha fatto uno studio dettagliato sui libri di testo dei ragazzi delle scuole medie ed inferiori israeliane. Da questo studio emerge che la deumanizzazione ed il disprezzo del popolo arabo inizia proprio dai banchi di scuola. Se consideriamo che il popolo arabo è un popolo semita allora ne consegue che uno dei popoli dove il sentimento antisemita è più diffuso è proprio il popolo israeliano. Ora veniamo all’argomento di cui mi volevo occupare.
C’è forse una cosa che mi indigna più del leggere della deportazione dei profughi di cui si sta parlando ora in Israele ed è l’appello di Amos Oz , David Grossman, Abraham Yehoshua, per condannarlo. Insieme ad altri 32 intellettuali israeliani scrivono: “Vi chiediamo di agire moralmente, umanamente e con compassione, degni del popolo ebraico. E vi chiediamo di fermare, prima che inizi, la deportazione dei rifugiati nell’inferno da cui provengono. Altrimenti non avremo nessuna ragione di esistere”.
Questi tre esponenti della cultura israeliana sono gli stessi animi sensibili che appartengono a un popolo che sta costringendo la popolazione palestinese che abita in quelle terre occupate a vivere un “inferno” che loro giorno dopo giorno gli costruiscono? Sono gli stessi compassionevoli signori che appartengono a una nazione senza confini, perché i suoi confini cambiano ogni giorno a secondo della terra che riesce ad occupare?
Perché non provano lo stesso tormento del “non aver ragione d’esistere” anche per i fratelli palestinesi che hanno a qualche centinaia di metri da casa loro? Dov’è la moralità, l’umanità e la compassione del popolo ebraico? Parlo del popolo ebraico perché Israele si definisce stato ebraico. Grossman, Oz , Yehoshua appartengono a quello stato ebraico e non si battono contro esso. La loro credibilità quando parlano di morale, di umanità e di compassione è pari allo zero.
La religione ebraica è stata strumentalizzata per avallare la decisione sionista di fondare un paese sulla terra dove viveva un altro popolo. La memoria di 3000 anni fa (memoria un pò forzata visto che erano un popolo minoritario in quelle terre, e dopo che i cristiani li hanno cacciati sono stati riaccolti dai mussulmani)  impedisce il ricordo. Il ricordo, ben più recente della memoria, di alcuni decenni fa, quando i miei amici palestinesi, ed intendo amici reali, non ideali, sono stati cacciati via dalle proprie case. La memoria sì, il ricordo no. La strumentalizzazione è talmente stridente che sembra anche solo assurdo scriverci sopra.
I cattolicissimi e cristianissimi europei non sono da meno. Sanno perfettamente chi è l’oppresso e chi è l’oppressore in Palestina. L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini proprio in questi giorni ha accolto Abu Mazen con grandi abbracci promettendogli solidarietà, ma poi le sue dichiarazioni sono state di una ignavia degna delle nostre migliori tradizioni italiche. Ha sì detto che per l’Europa Gerusalemme non sarà la capitale di Israele (anzi in verità non ha neanche detto questo ma ha detto che sarà la capitale di Israele e della Palestina) ma senza neanche minimamente ipotizzare delle sanzioni a Israele . Vale a dire: Israele, che continua a considerare il diritto internazionale carta straccia e mette una pietra tombale sulle trattative di pace in una delle zone più delicate del pianeta non merita, secondo l’Alto rappresentante europeo, non solo delle sanzioni, ma neanche la minaccia che queste vengano applicate. Per meno, ma molto molto meno, hanno mandato i nostri ragazzi ad ammazzare persone in Irak, Afghanistan, Libia.Tutto questo in ossequio a quella lorda parola che è la real politik.
La real politik è quella cosa che giustifica tutto in barba ai principi e alla morale. Viene anche tradotto con “pragmatismo politico”un termine che serve a darle un significato più positivo. Insomma: sino a quando l’America avrà bisogno di quella portaerei messa così bene nel Mediterraneo (la Palestina storica), possiamo toglierci dalla testa discorsi di legalità e giustizia internazionale e, men che meno, di moralità.
Mentre scrivo arriva sul mio telefonino una notifica del giornale israeliano Haaretz: il vice presidente americano Pence, in visita ufficiale in Israele ha appena detto che ora le trattative di pace sono nelle mani palestinesi. Questo dopo che ieri, alla Knesset, il parlamento israeliano, ha detto che l’America accelererà le pratiche per spostare l’ambasciata a Gerusalemme, perché Gerusalemme da 3000 anni è la capitale di Israele. È proprio vero che alla strafottenza ed all’indecenza non c’è limite!
No, non sono le religioni che possono salvare i popoli oppressi e tantomeno il “pragmatismo politico”. Anzi sembra sia vero il contrario!
Il popolo palestinese e tutti i popoli oppressi li potrà salvare solo chi crede veramente nella libertà e nella dignità dell’uomo e per queste  lotta. Non ci sono scorciatoie.