C’erano aerei militari in volo e uomini armati pronti a salire a bordo. Il
rapporto circolato questa primavera tra le forze armate statunitensi, in piena
guerra con l’Iran, diceva che una nave cinese in Medio Oriente stava
trasportando componenti necessari all’implementazione di un programma bellico
nucleare. A partire da queste informazioni, i militari si erano subito messi a
pianificare l’intercettazione, secondo quattro fonti a conoscenza dell’episodio
raggiunte da Cnn. Solo poco prima dell’operazione,
un benemerito analista si è fatto venire il dubbio e ha fatto quello che
chiunque usi l’AI per lavoro ormai sa benissimo: sempre meglio controllare che
la macchina non abbia preso un grosso, grossissimo granchio. Il rapporto era
stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e il chatbot usato
dall’analista aveva identificato male il carico. Secondo una delle fonti il
rapporto era completamente falso e ha quasi scatenato una guerra, perché
qualunque operazione americana contro una nave cinese si sarebbe potuta
trasformare in uno scontro armato tra i Paesi e, potenzialmente, in un
conflitto mondiale.
L’analista che ha quasi scatenato la Terza guerra mondiale, secondo le
ricostruzioni giornalistiche, avrebbe interrogato un chatbot sui rapporti di
intelligence relativi al manifesto di carico della nave cinese in questione,
informazioni raccolte dal Comando operazioni speciali del Pacifico, che ha sede
alle Hawaii. Il chatbot, nella sua risposta, ha mescolato informazioni di
pubblico dominio a intercettazioni riservate in possesso del governo degli
Stati Uniti, arrivando, ancora non è chiaro secondo quale percorso logico, alla
sua (gravissima) conclusione. Poi l’analista ha usato di nuovo
l’intelligenza artificiale per trasformare il risultato in un rapporto
d’intelligence standard, il formato a cui i militari sono abituati e di cui si
fidano, e lo ha passato lungo la catena di comando. Non è chiaro se il
chatbot fosse commerciale o governativo, e secondo un ex alto funzionario la
differenza conta poco perché gli strumenti interni, dice «sono per lo più copie
di quelli commerciali, con una patina di novità messa sopra». Una delle fonti
sostiene che allucinazioni (si chiamano così gli errori grossolani che talvolta
le AI commettono) di questo tipo non sono un caso isolato da quando questi
strumenti si sono diffusi negli apparati militari.
Già a gennaio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva presentato
la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, promettendo di
dare libero sfogo alla sperimentazione, eliminare le barriere burocratiche e
mettere i modelli americani nelle mani di tutti i tre milioni di dipendenti
civili e militari del dipartimento. Lo sforzo però è frammentato: ogni
parte del governo usa strumenti propri con regole di sicurezza proprie, e non
esiste uno standard unico su come verificare quello che questi sistemi
producono. Nel frattempo, l’uso per individuare i bersagli è in forte aumento,
dice un’altra fonte, senza vere linee guida su come l’intervento umano possa
evitare vittime civili o fuoco amico. Alcuni funzionari di lunga data,
favorevoli in generale all’intelligenza artificiale in ambito militare,
raccontano che la tecnologia spinge gli analisti a produrre più in fretta, e
che i più giovani, cresciuti con questi strumenti, tendono a fidarsene senza
controllare.
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