mercoledì 28 ottobre 2026

Youssef Siher torna a casa

 



La Russa, il Giovedì nero e il senso per la Storia. Noi storici non siamo al servizio dei potenti - Michela Ponzani

Non ho mai attribuito al presidente del Senato responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale

Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.

La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.

Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l’assenza di una condanna non equivale all’inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.

I fatti

Già il 13 aprile 1973 l’Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell’uccisione dell’agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell’epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall’Archivio Flamigni.

Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L’atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all’incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.

Ma quelle carte esistono. E non diventano meno autentiche perché la loro lettura può risultare sgradevole a chi oggi ricopre un’alta carica della Repubblica. Come noto, il 27 maggio 1975 la Corte d’assise di Milano condannò Vittorio Loi a ventitré anni, Maurizio Murelli a vent’anni e Nico Azzi a tre anni. Le pene furono successivamente ridotte in appello e confermate dalla Cassazione nel febbraio 1978.

Un processo costellato di fatti inquietanti come l’incendio nel palazzo di Giustizia di Milano che la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1977, distrusse parte degli atti di alcuni processuali, compreso quello contro Loi e Murelli. Documenti unici, frammenti di verità giudiziaria, consegnati per sempre alla cenere. È anche per questo che gli archivi non sono mausolei ma luoghi essenziali della democrazia, nei quali la società continua a interrogare sé stessa.

Trovo dunque singolare che il presidente del Senato abbia scelto di rispondere alle mie parole annunciando un’azione giudiziaria. E ancora più singolare (mi sia concesso) è il riferimento al «monitoraggio» delle dichiarazioni altrui. Come a dire, “colpirne uno per educarne cento”.

 

Monitoraggio. George Orwell, col suo 1984, ci aveva del resto avvertito: «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». La storia, però, non è un ufficio stampa al servizio del potere e gli storici non sono tenuti a chiedere scusa perché un fatto documentato risulta politicamente scomodo. Se una mia ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano documenti, si confrontino le fonti. È così che si affronta una controversia storica in una democrazia. Non chiedendo allo studioso un gesto di contrizione.

Dunque, presidente La Russa, lei ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione, (diritto peraltro concesso a qualsiasi altro cittadino, persino a una “signora” come me). Come storica però io ho anche un dovere professionale, ovvero quello di interrogare il passato, anche quando riguarda le più alte cariche dello Stato. Erano, un tempo, i sovrani a pretendere genealogie impeccabili e cronache rispettose. E gli storici di corte (scribacchini proni al potere) avevano il compito di celebrare, non di interrogare. Così le biografie dei potenti venivano aggiustate, le sconfitte trasformate in vittorie, le responsabilità dissolte nella retorica della ragion di Stato.

La Repubblica italiana, fortunatamente, è nata per rompere con quella tradizione. Non è un caso che l’articolo 33 della Costituzione stabilisca che l’arte e la scienza siano libere e libero ne sia l’insegnamento. E attenzione, non si tratta di una concessione graziosamente accordata agli studiosi. Ma di una garanzia costituzionale, conquistata dopo vent’anni di dittatura, durante i quali anche la storia era stata trasformata in uno strumento di educazione all’obbedienza.
«Da sudditi siamo diventati cittadini», diceva Teresa Mattei, partigiana e madre costituente. «Perché abbiamo strappato la sovranità a un re traditore, a una casa Savoia traditrice e ce la siamo ripresa. Da quel giorno ognuno di noi è depositario di un pezzetto di sovranità».

Ecco il punto. Quella sovranità non fu riconquistata perché qualcuno potesse tornare a esercitarla come un privilegio personale, come se ci trovassimo nell’anticamera di un sovrano, in attesa di essere ammessi al suo cospetto, magari col capo cosparso di cenere, pronti a implorare clemenza per aver turbato la quiete di Sua Eccellenza. Quella sovranità fu conquistata affinché nessun cittadino dovesse più chiedere il permesso di pensare, di parlare, di studiare.
E soprattutto di ricordare. Perché i sovrani passano e i presidenti anche. La storia, invece, resta. E non chiederà mai il permesso di essere raccontata. Nemmeno ai potenti di turno.

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“Vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con Marcuse, Horkheimer, Habermas e l’intera Scuola di Francoforte per essere morti prima di questa scadenza perché altrimenti, come Youssef Siher, sarebbero tutti imputati di incitamento alla rivoluzione“. Sono le parole pronunciate a L’aria che tira, su La7, dal giornalista Antonio Caprarica, che ricorre al sarcasmo per commentare il caso del 30enne fermato nell’inchiesta sui canali social del “Movimento 17 ottobre”.
L’intervento prende spunto da un cartello mostrato durante la trasmissione, nel quale vengono riepilogati i principali dubbi sull’inchiesta. A Siher non vengono contestati reati materialmente commessi durante gli scontri del 17 ottobre, le pagine social di cui è ritenuto ideatore e amministratore insieme alla moglie risultano create soltanto dopo la conclusione dei disordini del 18 ottobre, non emergono messaggi violenti scritti personalmente dal trentenne, mentre la contestazione della finalità di terrorismo si fonda anche sul “timore cagionato nella popolazione”.

Caprarica osserva: “Tra gli altri reati che vengono contestati a questo giovane c’è anche quello di incitamento alla rivoluzione, che peraltro figura in alcuni tra i principali testi della filosofia e della sociologia occidentale. Fino a prova contraria l’incitamento alla rivoluzione non rappresenta un reato, giacché, come è noto, un reato implica la commissione di un fatto atto a rovesciare le istituzioni in maniera violenta. Verrà fuori? Quando verrà fuori e se c’è questo, ne prenderemo atto”...

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Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto: una lettura decoloniale del caso Youssef Siher - Angela Lano*

Il caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.

Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale.

Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.

È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.

La distinzione cronologica ha conseguenze sull’interpretazione pubblica del caso. Amministrare canali sorti dopo gli scontri non dimostra di aver organizzato gli avvenimenti precedenti, e tantomeno emergono finora collegamenti diretti tra Siher, sua moglie e gli autori degli scontri e dei saccheggi di quel fine settimana.

L’episodio si inserisce anche in un ampliamento delle misure di sicurezza. Il 24 ottobre si sono svolte manifestazioni in diverse città italiane sotto una forte presenza delle forze di polizia, con migliaia di identificazioni e centinaia di persone accompagnate in questura. Le mobilitazioni attribuite al Movimento 17 ottobre non si sono concretizzate come erano state annunciate.

Una lettura decoloniale interroga su ciò che accade quando questo scenario eterogeneo comincia a essere interpretato principalmente attraverso il linguaggio della minaccia. Il costo della vita, l’incertezza sul futuro e la crisi della rappresentanza possono perdere spazio a favore di una narrazione che concentra la spiegazione su leader occulti, influenze straniere o identità percepite come esterne alla comunità nazionale. Ciò significa ridurre gli avvenimenti a un problema di ordine pubblico e di repressione.

In questo processo, l’origine marocchina di Siher, la sua attività negli ambienti musulmani e la sua solidarietà alla Palestina possono essere pubblicamente accostate come se formassero una continuità esplicativa e costituenti una minaccia. Tale accostamento merita di essere contestato: un percorso intellettuale e politico non rappresenta una prova di finalità terroristiche. Il rischio di razzializzazione emerge precisamente quando le informazioni biografiche cominciano a conferire verosimiglianza a un’accusa prima che siano dimostrati i collegamenti pertinenti. Il modo in cui è stato presentato il suo percorso professionale rafforza questa questione.

Merita di essere esaminata anche la notizia secondo cui i procuratori avrebbero collegato le sue conoscenze informatiche alla capacità di sviluppare una strategia rivoluzionaria. Si tratta di un’argomentazione attribuita all’accusa, la cui pertinenza dipende dagli atti e dagli elementi concreti presentati. Competenza tecnologica, capacità organizzativa e critica politica non dimostrano un progetto terroristico e, inoltre, non vi sono elementi sui presunti contatti con hacker filorussi, ipotesi che circolava nella precedente copertura mediatica. La distinzione tra congettura ed evidenza è indispensabile per impedire che associazioni successive producano una colpevolezza per accumulo di sospetti.

Il contesto amplia, pertanto, la portata della riflessione sull’islamofobia istituzionale. La questione riguarda la possibilità che un cittadino italiano identificato come arabo e musulmano venga trasformato in una figura esplicativa di una crisi sociale più ampia. L’analisi decoloniale deve seguire il modo in cui questa rappresentazione viene costruita, quali differenze di trattamento produce e se influenza le decisioni istituzionali. Collocare il caso in questo scenario significa sostenere un’esigenza democratica concreta: indagare sulle condotte senza trasformare le appartenenze culturali in indizi, riconoscere le dimensioni sociali delle mobilitazioni e garantire che la risposta statale rimanga vincolata alla dimostrazione dei fatti. La cittadinanza di Siher non può essere messa tra parentesi a causa della sua origine familiare, così come la legittimità della critica politica non può dipendere dalla sua conformità alle aspettative del governo.

Una prospettiva decoloniale interroga le condizioni attraverso le quali determinate persone diventano più facilmente riconoscibili come minacce. Si domanda chi possa esprimere indignazione senza che venga messa in discussione la sua appartenenza nazionale, quali soggetti ricevano il beneficio del dubbio e quali identità vengano mobilitate per conferire plausibilità pubblica a un’accusa. Nel caso di Siher, questo approccio permette di esaminare i meccanismi attraverso i quali origine familiare, riferimenti culturali, partecipazione politica e produzione intellettuale possono essere riuniti in una narrazione del sospetto. Gli elementi pubblicamente disponibili, tuttavia, non bastano a stabilire che il procedimento giudiziario sia stato motivato da discriminazione religiosa o razziale. Consentono invece di analizzarne criticamente l’inquadramento pubblico e i rischi di riproduzione istituzionale dell’islamofobia.

L’islamofobia può funzionare come razzismo perché non si limita all’ostilità nei confronti di una dottrina religiosa. Trasforma le persone percepite come musulmane in appartenenti a una categoria presumibilmente omogenea, alla quale vengono attribuite caratteristiche come incompatibilità culturale, dubbia lealtà o propensione alla violenza. In questa operazione, nome, ascendenza, aspetto e legami comunitari possono contare più delle effettive convinzioni di ciascun individuo. L’identità attribuita comincia a orientare anticipatamente l’interpretazione delle sue parole e azioni.

È in questo senso che l’espressione “italiano di seconda generazione”, ripetuta nella copertura mediatico-politica su Siher, merita attenzione. Sebbene possa descrivere un percorso familiare, può anche produrre una cittadinanza permanentemente accompagnata da riserve. Alcuni cittadini appaiono semplicemente come italiani; altri devono portare con sé, a ogni esposizione pubblica, il ricordo di un’origine considerata esterna. Il confine nazionale viene così riprodotto all’interno della cittadinanza stessa. Il servizio biografico della Rai, la televisione di Stato italiana, sottolinea tanto la sua origine marocchina quanto il suo percorso accademico e la sua partecipazione all’organizzazione studentesca musulmana. Questi dati non costituiscono indizi di reato e devono rimanere chiaramente separati dalle condotte effettivamente oggetto d’indagine.

La colonialità del potere (Quijano, Grossfoguel) aiuta a comprendere questo confine interno. Il concetto permette di pensare la persistenza di gerarchie che distribuiscono in modo diseguale autorità, credibilità e appartenenza. Applicata al dibattito italiano, questa prospettiva mette in discussione una rappresentazione nazionale nella quale la presenza araba e musulmana continua a essere trattata come un elemento esterno, soggetto a ricorrenti dimostrazioni di integrazione. Un cittadino razzializzato può studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica e, ciò nonostante, vedere messa in discussione la propria legittimità quando assume una posizione politica di contrapposizione.

In questo contesto, la figura del ricercatore musulmano politicamente attivo può produrre una tensione particolare. La sua presenza contraddice l’aspettativa secondo cui il soggetto razzializzato debba apparire soprattutto come destinatario di integrazione, assistenza o sorveglianza. Quando produce conoscenza e organizza discorsi propri, rivendica l’autorità di interpretare la società in cui vive. Una lettura decoloniale esamina precisamente il passaggio attraverso il quale questa autonomia intellettuale può essere rappresentata come capacità di manipolazione o pericolo.

La definizione di Siher come “mente” del movimento deve essere discussa in questa prospettiva. La parola suggerisce comando, pianificazione e responsabilità centrale, potendo conferire un’apparenza di conclusione a un’ipotesi investigativa. Esiste, inoltre, una questione cronologica rilevante: secondo la Rai, i canali amministrati da Siher sono stati creati dopo gli scontri del 17 ottobre. Questa posteriorità impedisce che l’amministrazione delle pagine venga assunta automaticamente come prova della direzione degli avvenimenti precedenti. Ogni responsabilità deve essere dimostrata mediante elementi specifici.

La dimensione istituzionale del problema emerge quando categorie prodotte dall’indagine circolano come verità accertate tra autorità politiche e mezzi di comunicazione. Nel materiale pubblicato dalla Rai, le dichiarazioni di esponenti del governo presentano l’identificazione dell’indagato come dimostrazione dell’efficacia statale e associano il suo percorso professionale all’episodio. Un’interpretazione decoloniale può leggere questo inquadramento come un’aspettativa di gratitudine: le opportunità di studio e lavoro appaiono implicitamente come concessioni che dovrebbero produrre conformità. Tuttavia, diritti, formazione e partecipazione pubblica non costituiscono favori la cui contropartita sia il silenzio politico.

L’origine geografica di un riferimento politico non ne dimostra la natura terroristica; né basta individuare un linguaggio politicamente antagonico per risolvere la questione della responsabilità penale: l’esame critico deve domandarsi che cosa sia stato effettivamente proposto, contro chi, con quali mezzi e attraverso quali collegamenti dimostrabili.

Qui si pone una questione di giustizia epistemica: i riferimenti politici arabi ricevono lo stesso trattamento interpretativo riservato ad altre tradizioni di contestazione? Quando viene evocata un’esperienza di mobilitazione, ne viene analizzato il contenuto oppure la sua provenienza culturale produce già una presunzione di pericolo? Queste domande mirano a impedire che la conoscenza delle società arabe e musulmane venga trasformata, per associazione, in un segnale di adesione alla violenza.

Un’analisi decoloniale deve anche evitare la confusione tra categorie distinte: essere arabo, essere musulmano, studiare l’Islam politico e partecipare alla solidarietà con la Palestina non costituiscono prove di partecipazione criminale. Quando queste dimensioni vengono concatenate senza dimostrare i collegamenti pertinenti, si forma un sospetto cumulativo: ogni elemento biografico sembra confermare gli altri, sebbene l’insieme possa continuare a non provare la condotta contestata.

È in questa trasformazione dell’identità in indizio che il razzismo islamofobico acquisisce un potenziale istituzionale. Può operare senza dichiarazioni esplicitamente ostili, attraverso criteri apparentemente neutrali che attribuiscono pesi diversi a comportamenti simili.

La questione centrale, pertanto, è la possibilità di una cittadinanza senza tutela razziale: le persone italiane di origine araba o identificate come musulmane devono poter produrre conoscenza, organizzarsi e contestare le politiche pubbliche con le stesse garanzie assicurate alle altre. L’attribuzione di responsabilità per eventuali reati deve fondarsi su condotte dimostrate; l’origine familiare, la religione e la solidarietà politica non possono colmare lacune probatorie.

Alla luce delle informazioni disponibili al 26 ottobre 2026, il caso di Youssef Siher consente una critica decoloniale dei meccanismi di razzializzazione presenti nel dibattito pubblico e dei rischi della loro incorporazione nell’azione istituzionale.

*Storica, docente universitaria e giornalista.

 

Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Almeida, Silvio. Racismo estrutural. São Paulo: Pólen, 2019.

Bonilla-Silva, Eduardo. Rethinking racism: toward a structural interpretation. American Sociological Review, v. 62, n. 3, p. 465–480, 1997.

Bonilla-Silva, Eduardo. Racism without Racists: Color-Blind Racism and the Persistence of Racial Inequality in America. Lanham: Rowman & Littlefield.

Du Bois, W. E. B. The Souls of Black Folk. Chicago: A. C. McClurg, 1903.

Feagin, Joe R. Systemic Racism: A Theory of Oppression. New York: Routledge, 2006.

Grossfoguel, Ramo?n. Para descolonizar os estudos de economia política e os estudos pós-coloniais: transmodernidade, pensamento de fronteira e colonialidade global. Coimbra:

Revista Critica de Ciencias Sociais n. 80, mar. 2008,

https://journals.openedition.org/rccs/697

Quijano, Anibal. Colonialidade do poder.

https://it.scribd.com/document/982795777/Colonialidade-Do-Poder-Anibal-Quijano

https://www.scielo.br/j/inter/a/wbtt55LdndtrwkfkvRN5vqb/?format=html&lang=pt

SAID, Edward. Orientalismo, 1978

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