venerdì 2 ottobre 2026

Paragonare i leader israeliani a Gengis Khan è un insulto ai mongoli - Reuven Amitai

(da Haaretz, 29 settembre 2026)

Gengis Khan fece le sue conquiste in modo brutale, ma strategico. I leader israeliani conducono una guerra senza fine, senza avere obiettivi chiari né i mezzi per raggiungerli. I mongoli, almeno, alla fine fecero pace con i propri nemici.

In un articolo che fa riflettere, pubblicato alla vigilia di Sukkot, l’analista militare di Haaretz Amos Harel ha citato ampiamente alcune osservazioni taglienti e preoccupanti del generale di brigata (in pensione) Assaf Orion, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’Università di Tel Aviv. Intervenendo all’università, Orion ha affermato:

«Abbiamo adottato una sorta di logica in stile Gengis Khan: [elimineremo] qualsiasi comunità a Gaza e in Libano vicina al nostro confine, in modo che i terroristi non possano nascondersi dietro i propri civili. Questo sta diventando la norma. L’obiettivo di questa guerra è stato fissato come una vittoria assoluta, simile a un orizzonte irraggiungibile. Il risultato è una guerra senza fine, politicamente vantaggiosa per il governo perché limita le proteste e le critiche con la scusa [del vecchio modo di dire israeliano]: ‘Silenzio, stiamo sparando’.”

Ora che il famoso conquistatore e fondatore del più grande impero terrestre contiguo della storia è stato evocato nel contesto israeliano, vale la pena esaminare più da vicino le sue imprese e quelle dei suoi discendenti. Hanno qualche rilevanza per gli avvenimenti attuali nel nostro angolo dell’Asia sud-occidentale?

Nessuno studioso serio dell’Impero mongolo del XIII e XIV secolo, o di Gengis Khan (sì, si scrive proprio così), minimizzerebbe la portata del massacro e della distruzione che spesso accompagnavano le conquiste mongole e l’espansione imperiale. Dietro una devastazione di tale portata c’era, in parte, un calcolo razionale: terrorizzare i nemici, accentuare la loro disperazione e renderli più disposti ad arrendersi.

Durante le sue campagne dal 1219 al 1221 in Asia centrale e nelle zone nord-orientali del «Medio Oriente» – nell’odierno Uzbekistan, Turkmenistan, Afghanistan settentrionale e Iran nord-orientale – Gengis Khan probabilmente intendeva creare una vasta «zona cuscinetto». Scarsamente popolata e privata di potere politico e militare, la regione non sarebbe stata in grado di interferire con le operazioni mongole su altri fronti. Sotto questo aspetto, forse, le zone di sicurezza di Israele in Libano, in Siria e, naturalmente, a Gaza presentano una certa somiglianza con quelle dei mongoli, sebbene non in termini di dimensioni.

Ma questa è solo una parte della storia. Gengis Khan e i suoi immediati successori, fino alla seconda metà del XIII secolo, diedero prova di una visione strategica eccezionale e in genere riuscirono a metterla in pratica. Erano profondamente consapevoli delle sfide logistiche che i loro eserciti, organizzati in unità di arcieri a cavallo, dovevano affrontare. Soprattutto, dovevano garantire pascoli e acqua per le centinaia di migliaia di cavalli che portavano nelle loro campagne.

Qui emerge chiaramente la differenza fondamentale tra i governanti della Mongolia e quelli di Israele. I mongoli eccellevano nel pensiero sistematico, razionale e a lungo termine. Il modo di pensare di Israele negli ultimi anni, al contrario, è stato privo di obiettivi chiari, plasmato da considerazioni estranee e avvolto in dichiarazioni altisonanti senza alcuna seria attenzione alla logistica. Le ambizioni a lungo termine di Israele non hanno alcuna relazione con le risorse finanziarie, umane e di altro tipo a sua disposizione. In termini strategici, quindi, trovo offensivo paragonare Israele sotto la sua attuale leadership all’Impero mongolo di Gengis Khan. I mongoli meritano più credito.

Torniamo a quella «zona cuscinetto» mongola, questa volta nel contesto dell’aspra guerra combattuta dal 1260 al 1320 tra i mongoli presenti in Iran e nei dintorni — il cui stato era noto come Ilcanato — e il Sultanato mamelucco d’Egitto e della Siria (che ovviamente includeva la Terra d’Israele). Il territorio lungo l’Eufrate e quello che oggi è il confine ufficiale tra Siria e Turchia costituiva una frontiera segnata da incursioni da entrambe le parti, spionaggio, agenti segreti che si muovevano in entrambe le direzioni, terrore e violenza. Ogni pochi anni, i mongoli lanciavano anche grandi campagne in Siria. Con una sola eccezione, i mamelucchi li sconfissero sempre e li respinsero.

Sulla riva orientale dell’Eufrate, da loro controllata, i mongoli crearono una «zona cuscinetto» dove città e paesi giacevano quasi interamente in rovina e rimanevano pochi abitanti. Le condizioni sul versante mamelucco erano molto migliori. Almeno in alcune città e paesi, la vita normale continuava, con persino un certo grado di prosperità. I mamelucchi, in altre parole, adottarono un approccio strategico diverso, che non si basava sul seminare distruzione e si rivelò efficace nel tempo.

Per varie ragioni, dopo circa 60 anni, la leadership mongola in Iran e nei territori circostanti alla fine «gettò la spugna» e cercò la pace con i Mamelucchi. Nel 1323 firmarono addirittura un vero e proprio trattato di pace. Israele, prendi nota: la distruzione nella zona cuscinetto non sembra aver rafforzato militarmente lo stato mongolo. Ha invece causato un declino sociale ed economico in una vasta regione, con conseguenze che si protrassero a lungo nel tempo.

È affascinante vedere come due acerrimi nemici alla fine si siano riconciliati nonostante tutta l’ostilità e i rancori accumulati nel corso di una lotta feroce durata diverse generazioni e che aveva assunto persino i contorni di una guerra santa da entrambe le parti. A mio avviso, ciò offre un barlume di speranza per la nostra situazione qui nel Levante. Immagino che molti mongoli oggi sappiano ben poco dei processi di pace tra i loro antenati e i Mamelucchi. Immagino che proverebbero soddisfazione nel venire a conoscenza di questo precedente storico di riconciliazione. Di certo non lo troverebbero offensivo.

Il Prof. Reuven Amitai studia la storia dei mongoli in Medio Oriente e dei loro rivali mamelucchi.

 

Traduzione a cura di AssopacePalestina

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