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domenica 4 maggio 2025

Sanità malata

La Sanità o le Armi, come "Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?"

articoli di Giulio Cavalli e Gianluigi Trianni, con il documento Non possiamo restare in silenzio


Sanità pubblica: “Non possiamo restare in silenzio”

È di questi giorni il documento “Non possiamo restare in silenzio. La società civile in difesa della sanità pubblica”, predisposto da oltre 130 associazioni per «riaffermare valori e indirizzi comuni e individuare gli elementi fondamentali per il rilancio del Servizio sanitario nazionale, anche alla luce dell’attuale preoccupante dibattito politico e istituzionale». Il documento è frutto di un confronto e di un lavoro collettivo che si è sviluppato a partire da un appello diffuso nel novembre 2024, al fine di unire le tante forze che non vogliono arrendersi al declino del Servizio sanitario nazionale e sono pronte a partecipare a iniziative di mobilitazione e a sollecitare un eguale impegno da parte dei decisori e delle forze politiche.

Il documento si articola in due due parti, dedicate rispettivamente al rilancio del Servizio sanitario nazionale e alle ricadute sul sistema dell’Autonomia differenziata, e si apre con un elenco dei 10 punti chiave, non esaustivi ma necessari per avviare una inversione di tendenza rispetto alla situazione attuale. Questi, in sintesi i 10 punti:

  1. Il declino del Ssn non è irreversibile. L’assistenza cosiddetta “integrativa” dei fondi e delle assicurazioni non è la soluzione. Servono scelte coerenti con il dettato costituzionale, le priorità espresse dalla popolazione e le evidenze scientifiche.
  2. Il Ssn deve poter contare su risorse adeguate, per garantire il diritto “incomprimibile” alla salute, ridurre gli enormi divari rispetto ai principali paesi europei e colmare quelli al suo interno, ridare fiducia (e risposte) alla popolazione. Deve recuperare capacità di programmazione, indirizzo e controllo a tutti i livelli di governo e potenziare la produzione e l’erogazione diretta di servizi e percorsi di cura da parte delle strutture pubbliche, riducendo progressivamente il ricorso a erogatori privati.
  3. Le risorse devono essere destinate agli ambiti prioritari di intervento, in primo luogo al personale del Ssn di tutti i livelli, alla prevenzione, alle cure primarie e alla domiciliarità in particolare per le persone non autosufficienti e con disabilità. Le politiche del personale non possono continuare ad essere soggette a tetti di spesa anacronistici e causa di effetti perversi fin troppo noti. È necessario adeguare dotazioni e remunerazioni, migliorare le condizioni di lavoro, promuovere formazione e opportunità di crescita professionale e di carriera.
  4. I fondi sanitari devono essere riorientati all’interesse generale,prevenendo la creazione di iniquità ed inefficienze, limitando le agevolazioni fiscali ai fondi realmente integrativi e preservando il loro carattere non lucrativo anche nella gestione delle quote versate.
  5. È necessario lo sviluppo e una solida riorganizzazione delle Cure Primarie, articolata per Distretti sociosanitari, per un’assistenza di prossimità, contro l’epidemia di cronicità, che si prenda effettivamente cura delle persone in modo integrato e proattivo, con la partecipazione della popolazione attraverso le Case della Comunità e il governo del Distretto. L’attuazione della riforma dell’assistenza per le persone non autosufficienti non può essere ulteriormente rinviata.
  6. Il governo dell’assistenza farmaceuticarichiede la regolare revisione di prezzi e farmaci a carico del Ssn, l’adozione di rigorosi criteri per la valutazione dei farmaci innovativi, la promozione della appropriatezza nella prescrizione e nel consumo. È necessario sostenere a livello europeo la creazione di una infrastruttura pubblica per la ricerca e la produzione di farmaci e vaccini.
  7. One Health:la salute in tutte le politiche, per contrastare i determinanti sociali e commerciali della salute; potenziare la tutela della salute nei luoghi di vita e di lavoro; attivare azioni mirate ai rischi ambientali legati all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.
  8. La sentenza della Corte costituzionale n. 192 del novembre 2024 sull’autonomia differenziataha avuto un massiccio effetto demolitorio nei confronti della legge Calderoli. Il modello alternativo deve essere necessariamente di tipo “cooperativo” (e non duale) e deve tener conto dei principi inderogabili di solidarietà, perequazione, unitarietà delle politiche, parità del diritto all’accesso. Non si possono trasferire interi blocchi di materie o ambiti di esse, ma solo singole funzioni e solo dopo un’approfondita istruttoria che evidenzi i benefici recati alla collettività (e non alla singola regione). I Lep devono essere adeguatamente finanziati a garanzia dei diritti fondamentali in tutto il territorio nazionale. Le materia “No Lep” semplicemente non esistono.
  9. La sanità deve essere esclusa dall’Autonomia Differenziata.
  10. Dopo la sentenza 192/2024 è fondamentale il ruolo del Parlamento. Promuovere una proposta di legge per una corretta interpretazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

Qui il link per il testo integrale del documento.

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“Zero euro dalla Sanità alla Difesa”. Ma la Salute rischia il collasso - Giulio Cavalli

Il ministro nega tagli alla sanità, ma il M5s denuncia: “Piano di Riarmo da 800 miliardi, zero risorse in più per medici, cure e farmaci”

Alla Camera, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto al question time con la formula più rassicurante possibile: “Nessun dirottamento di risorse dalla sanità alla difesa”. Ha parlato di “strumentalizzazioni infondate” e “accostamenti fuorvianti” tra politica sanitaria e politica militare, rivendicando “una visione integrata” e “un impegno crescente per la salute degli italiani”. Ma la realtà, fuori dal perimetro del Parlamento, è molto meno rassicurante.

La sanità pubblica è in crisi strutturale. I medici e gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa. Gli ospedali chiudono reparti per mancanza di personale. Le liste d’attesa si allungano. Mezzo milione di persone in Italia – ha ricordato la deputata del M5s Gilda Sportiello – non ha più soldi per curarsi. Centomila sono bambini. E il governo, mentre lascia tutto questo sullo sfondo, ha accettato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro per i prossimi anni. È questa la sproporzione che il Movimento 5 stelle ha voluto denunciare.

Sanità sotto sforzo, ma i conti dicono altro

Sportiello non ha usato giri di parole: “Com’è possibile che dopo due anni di governo, di fronte al collasso del sistema sanitario pubblico, il ministro venga a dire che va tutto bene? Com’è possibile che il suo governo abbia accettato un piano di riarmo europeo da 800 miliardi e non trovi risorse per la sanità pubblica? Lei sa che le persone sono in apprensione perché non sanno se dovranno rinunciare alle cure perché non hanno soldi per curarsi?”. Domande nette, prive di contorno ideologico, che chiedono una risposta politica alle quali è seguita l’autodifesa istituzionale del ministro.

Schillaci ha ricordato l’aumento del Fondo sanitario nazionale: 5 miliardi in più nel 2024 rispetto all’anno precedente, 16 miliardi in più rispetto al 2020, e 20 nel 2026. Ma non ha detto che questi numeri non bastano. Non tengono conto dell’inflazione. Non colmano le lacune strutturali che da anni affliggono il sistema sanitario. Non servono a fermare l’emorragia di professionisti che abbandonano gli ospedali pubblici per emigrare all’estero o rifugiarsi nel privato.

Le priorità del governo non sono neutrali

Il ministro ha anche assicurato che la salute è “una priorità assoluta”. Ma intanto si accumulano le rinunce alle cure, le prestazioni negate, i ticket inaccessibili. In molte regioni si muore prima, semplicemente perché si nasce nel posto sbagliato. Il ministro ha promesso un aggiornamento dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, ma senza spiegare con quali fondi e in quali tempi. E senza dire come intenda garantire davvero l’accesso universale alle cure mentre la spesa sanitaria privata supera i 40 miliardi l’anno e la medicina diventa un lusso per chi può permettersela.

La questione posta dal M5s non è una provocazione, ma un punto politico. A fronte di un piano di riarmo da 800 miliardi e dei circa 30 miliardi che farebbero capo all’Italia – il più imponente della storia – il governo sostiene di non avere margini per assumere medici, costruire presidi territoriali, garantire farmaci salvavita. Se non è un dirottamento di risorse, è sicuramente una gerarchia di priorità.

La realtà è lì, nelle ambulanze che aspettano fuori dai pronto soccorso, nei pediatri che mancano, nei centri per le malattie rare lasciati a se stessi. E nei genitori che si chiedono se riusciranno a pagare la prossima visita specialistica.

Il ministro dice che le accuse sono “strumentalizzazioni”. Ma forse la vera strumentalizzazione è usare la parola “priorità” per descrivere un sistema che lascia indietro i più fragili e trova sempre nuove risorse per le armi.

da qui

 

La sanità tra finanziarizzazione ed economia di guerra - Gianluigi Trianni

È un anno, il 2025, caratterizzato dalla Terza guerra mondiale, che rischia di ampliarsi e deflagrare oltre quei “pezzetti”, che percepì e segnalò per primo, solo pochi anni fa, Papa Francesco e dalla svolta protezionistica dei dazi innescata dal presidente USA Trump, un passaggio epocale, paragonabile, per portata storica, agli accordi di Bretton Woods, alla bancarotta di Lehman Brothers e alla pandemia da Covid 19. Stiamo vivendo oggi una vorticosa accelerazione della crisi della globalizzazione neoliberista, cioè di quelle attività politico amministrative che hanno messo lo Stato al servizio del “mercato”, vale a dire della realizzazione del profitto, la cui genesi primaria è ormai finanziaria e in vorace estensione agli ambiti dei servizi pubblici, dell’ambiente e delle nuove tecnologie. Ciò è alla base delle guerre militari ed economiche in corso.

In questo contesto, in Italia si sente la mancanza non solo di un programma di governo alternativo per il futuro, ma anche e soprattutto di un programma di opposizione immediata, per l’oggi. Ad esempio, è inaccettabile che il Governo Meloni nei giorni scorsi abbia incontrato i rappresentanti degli imprenditori e abbia ipotizzato una manovra di oltre 30 mld di euro a sostegno delle imprese, e non abbia neanche finto di sentire la necessità di incontrare i rappresentanti dei lavoratori e dell’associazionismo civile. Nessuno parla, nessuno rivendica una alternativa, analoga, manovra da 30-31 miliardi – anzi di più ne servirebbero – a sostegno dei servizi pubblici e dei redditi delle classi subalterne, che soffrono l’ingravescente e poli decennale contrazione della spesa pubblica e del potere di acquisto in nome dell’austerity neoliberale. In sostanza, non si sente opporre alla consueta radicale politica neoliberale di sostegno alle imprese, una altrettanto radicale e alternativa politica di rilancio della domanda interna. Si tace sul fatto che – in un contesto UE che ha svincolato solo la spesa militare dai vincoli di bilancio, spacciandola per necessaria ai fini della pace (sic!) e utile ai fini del rilancio dell’economia (a vantaggio di chi?) – la politica di rilancio della domanda interna è, al contempo, necessaria a contenerne gli effetti nefasti della crisi della domanda globale e indispensabile per opporsi all’ulteriore “estrazione di valore” dai redditi delle classi lavoratrici, dei ceti popolari e del ceto medio pauperizzato, e alla distruzione dei servizi pubblici – SSN, Scuola, Università e Ricerca, Servizi sociali e pensioni – come esito del protezionismo dei dazi e delle immanenti svalutazioni monetarie.

Ma passiamo al tema più specifico della Sanità. A fronte del degrado del SSN, ampiamente denunciato da sindacati, amministrazioni regionali e del fenomeno, ad oggi incoercibile, delle liste di attesa, generati in primo luogo dal definanziamento, i processi di privatizzazione e di finanziarizzazione sono in ulteriore espansione, e costituiscono, anche in Italia, un rischio immanente. È di questi mesi, ad esempio, la notizia che CVC Capital Partners, società britannica di private equity, con sede nell’isola di Jersey e fondo di investimenti di 191 miliardi di euro, già in possesso del pacchetto di maggioranza nelle industri farmaceutiche Recordati e Doc Generici, sta trattando l’acquisto del 30-40%, quindi il controllo, del Gruppo San Donato (Bertolino F. Polizzi D., San Donato, il fondo Cvc pronto a entrare con il 40% nel gruppo degli ospedali, Corriere della Sera, 28 dicembre .2024), il principale gruppo ospedaliero privato in Italia, che a sua volta ha: siglato, nel 2023, un accordo con Generali Italia, per la realizzazione di un “network” di strutture sanitarie private sull’intero territorio italiano (alternativo e convenzionato con il SSN!); concluso, nel 2014, l’acquisizione del Gruppo privato polacco” Scanmed”, tramite il suo 70% del Gruppo American Heart of Poland (AHP) nonché presenze in Iraq e negli Emirati Arabi. E ciò avviene mentre il Governo Meloni va mettendo a punto un programma di “economia di guerra”, cioè di investimenti nella produzione bellica, nonostante l’opinione pubblica in gran parte sia contraria alle guerre in corso e al coinvolgimento italiano in esse. E il fatto che burocrati UE, Ministri della Difesa, CEO del complesso militare industriale in UE e in Italia, e editorialisti e opinion makers vari sparlino di impatto positivo della stessa sulla occupazione, una sorta di “keynesismo di guerra”, è un ulteriore tentativo di mistificazione che va ad aggiungersi alle reiterate affermazioni governative sul fatto che i servizi pubblici non sarebbero toccati!

L’economia di guerra è necessariamente in antitesi con il finanziamento del SSN. Non è un caso che il Documento di Finanza Pubblica 2025, appena approvato dal Governo, ne preveda il mantenimento all’asfittico 6,4% del PIL. In proposito segnaliamo che una imponente letteratura sovranazionale indica proprio la sanità pubblica come “antidoto” essenziale all’espandersi del asset manager capitalism e ai suoi molteplici effetti dannosi. È una situazione agevolmente individuabile anche in Italia. Ad esempio, in tema di “influenza sulle politiche e sui processi decisionali” Governo e maggioranza hanno appena stabilito il trasferimento dalle farmacie ospedaliere a quelle convenzionate della distribuzione di farmaci antidiabetici con conseguente aumento dei costi per il SSN (ed è solo una coincidenza che il settore distributivo dei farmaci sia ampiamente soggetto alla concentrazione dei capitali sostenuta dagli investimenti dell’asset manager capitalism? Al contrario, serve in Italia non ridurre ma estendere dalle farmacie ospedaliere al territorio, nelle “Case (pubbliche) della Comunità”, la distribuzione pubblica dei farmaci.

Più in generale non c’è altra alternativa che attuare l’art. 32 della Costituzione e la legge n. 833/1978, che, ispirata ai principi di universalità, equità, solidarietà, disegna una struttura pubblica autosufficiente e “autofinanziata” relegando il ricorso al privato al campo delle scelte non obbligate. Il privato anche in sanità, come segnalato da tempo, è soggetto nei fatti, sia nel settore della produzione che in quello del finanziamento, a una progressiva finanziarizzazione, cioè all’espandersi dell’asset manager capitalism, con i conseguenti effetti negativi per la salute pubblica, le casse dello Stato e i redditi dei cittadini

Su questi temi si distinguono, di recente, per efficacia comunicativa e documentazione le denunce di Gabanelli e Ravizza (Codice Rosso, Come la sanità pubblica è diventata un affare privato, Fuori Scena, MediaGroup SPA, ottobre 2024), la cui opera è costante sulle pagine di uno storico organo dell’imprenditoria e della finanza italiane e su un seguito media televisivo. Purtroppo, sul versante soluzioni (quando ad esse fanno cenno), esse prestano il fianco alle tesi speculative dell’insieme delle scuole neoliberiste italiane, anche della “sinistra” neoliberale, secondo cui è «necessario adottare un modello di co-programmazione (passando da una logica di government a una di governance) in grado di coinvolgere soggetti pubblici e privati sia nel finanziamento sia nell’erogazione, sulla base del precedente principio di universalismo proporzionale» (sic!). È una proposta che apre la strada al modello finanziarizzato del sistema sanitario USA, il cui fallimento assistenziale Gabanelli stessa e Tortora hanno segnalato al grande pubblico (M. Gabanelli e F. Tortora, Sanità europea e americana a confronto. Ecco perché il modello Usa è pericoloso, dataroom@corriere.it 26 marzo 2025).

In USA, e non solo, l’impatto delle società di “Private Equity” (una delle forme di “asset manager capitalism” caratterizzata dall’essere le attività finanziarie di acquisizione e vendita e perseguimento profitti fuori dai contesti borsistici) sui sistemi di “long care” o lungodegenza già prima della pandemia di Covid-19, ma anche nel suo corso, è stato ampiamente segnalato. Tale impatto è stato relativo sia agli “esiti” strutturali (livello di personale inferiore), che a quelli organizzativi (qualità dell’assistenza inferiore, deprivazione alimentare, condizioni igieniche precarie) che a quelli clinici (diffusione di infezioni, tassi di infezione di Covid-19 superiori del 25% e di decesso del 10,2% rispetto alla media). Come meravigliarsi che il modello assicurativo finanziarizzato USA sia – come è stato detto – “guidato dall’avidità” e “porti a inefficienza, disuguaglianza e negazione delle cure: una truffa colossale che ha scatenato la rabbia in tutta la nazione” (al punto da creare un clima in cui è maturato l’assassinio del CEO di UnitedHealthcare Brian Thompson)?

Da ultimo non si può oggi, nel 2025, parlare di sanità e rifuggire dal tema della guerra e della pace. Nonostante gli appelli del Presidente della Federazione Nazionale Ordini dei medici [“Si fermi ondata di terrore, si apra un tavolo di trattativa” (07.10.2024) e “Rispettare il diritto umanitario, malati e medici non diventino i bersagli dell’orrore” (29.03.2025)], nel paese di Gino Strada, guerra e pace sono nei fatti scandalosamente “sotto trattati”, o addirittura assenti, dai pronunciamenti e dalle rivendicazioni del “mondo” associativo e sindacale del settore. Eppure, la guerra, essa stessa terrorismo, e quella in corso anche a forte rischio di evoluzione in termonucleare, in quanto prassi di morte è la negazione della medicina, quindi della deontologia e della professione medica e di ogni altra professione sanitaria. Per di più per sostenerla vengono sottratte risorse fiscali dello stato all’insieme dei Servizi Pubblici! Non è il caso che il sindacalismo, confederale e no, in sanità e in generale, pensi a una mobilitazione costante e crescente sino a giungere a uno sciopero generale per una politica di pace, contro la politica e l’economia di guerra che va adottando il Governo in Italia? Prima che sia troppo tardi

Ringrazio per la collaborazione Aldo Gazzetti

da qui


venerdì 2 maggio 2025

La sanità tra finanziarizzazione ed economia di guerra - Gianluigi Trianni

 

È un anno, il 2025, caratterizzato dalla Terza guerra mondiale, che rischia di ampliarsi e deflagrare oltre quei “pezzetti”, che percepì e segnalò per primo, solo pochi anni fa, Papa Francesco e dalla svolta protezionistica dei dazi innescata dal presidente USA Trump, un passaggio epocale, paragonabile, per portata storica, agli accordi di Bretton Woods, alla bancarotta di Lehman Brothers e alla pandemia da Covid 19. Stiamo vivendo oggi una vorticosa accelerazione della crisi della globalizzazione neoliberista, cioè di quelle attività politico amministrative che hanno messo lo Stato al servizio del “mercato”, vale a dire della realizzazione del profitto, la cui genesi primaria è ormai finanziaria e in vorace estensione agli ambiti dei servizi pubblici, dell’ambiente e delle nuove tecnologie. Ciò è alla base delle guerre militari ed economiche in corso.

In questo contesto, in Italia si sente la mancanza non solo di un programma di governo alternativo per il futuro, ma anche e soprattutto di un programma di opposizione immediata, per l’oggi. Ad esempio, è inaccettabile che il Governo Meloni nei giorni scorsi abbia incontrato i rappresentanti degli imprenditori e abbia ipotizzato una manovra di oltre 30 mld di euro a sostegno delle imprese, e non abbia neanche finto di sentire la necessità di incontrare i rappresentanti dei lavoratori e dell’associazionismo civile. Nessuno parla, nessuno rivendica una alternativa, analoga, manovra da 30-31 miliardi – anzi di più ne servirebbero – a sostegno dei servizi pubblici e dei redditi delle classi subalterne, che soffrono l’ingravescente e poli decennale contrazione della spesa pubblica e del potere di acquisto in nome dell’austerity neoliberale. In sostanza, non si sente opporre alla consueta radicale politica neoliberale di sostegno alle imprese, una altrettanto radicale e alternativa politica di rilancio della domanda interna. Si tace sul fatto che – in un contesto UE che ha svincolato solo la spesa militare dai vincoli di bilancio, spacciandola per necessaria ai fini della pace (sic!) e utile ai fini del rilancio dell’economia (a vantaggio di chi?) – la politica di rilancio della domanda interna è, al contempo, necessaria a contenerne gli effetti nefasti della crisi della domanda globale e indispensabile per opporsi all’ulteriore “estrazione di valore” dai redditi delle classi lavoratrici, dei ceti popolari e del ceto medio pauperizzato, e alla distruzione dei servizi pubblici – SSN, Scuola, Università e Ricerca, Servizi sociali e pensioni – come esito del protezionismo dei dazi e delle immanenti svalutazioni monetarie.

Ma passiamo al tema più specifico della Sanità. A fronte del degrado del SSN, ampiamente denunciato da sindacati, amministrazioni regionali e del fenomeno, ad oggi incoercibile, delle liste di attesa, generati in primo luogo dal definanziamento, i processi di privatizzazione e di finanziarizzazione sono in ulteriore espansione, e costituiscono, anche in Italia, un rischio immanente. È di questi mesi, ad esempio, la notizia che CVC Capital Partners, società britannica di private equity, con sede nell’isola di Jersey e fondo di investimenti di 191 miliardi di euro, già in possesso del pacchetto di maggioranza nelle industri farmaceutiche Recordati e Doc Generici, sta trattando l’acquisto del 30-40%, quindi il controllo, del Gruppo San Donato (Bertolino F. Polizzi D., San Donato, il fondo Cvc pronto a entrare con il 40% nel gruppo degli ospedali, Corriere della Sera, 28 dicembre .2024), il principale gruppo ospedaliero privato in Italia, che a sua volta ha: siglato, nel 2023, un accordo con Generali Italia, per la realizzazione di un “network” di strutture sanitarie private sull’intero territorio italiano (alternativo e convenzionato con il SSN!); concluso, nel 2014, l’acquisizione del Gruppo privato polacco” Scanmed”, tramite il suo 70% del Gruppo American Heart of Poland (AHP) nonché presenze in Iraq e negli Emirati Arabi. E ciò avviene mentre il Governo Meloni va mettendo a punto un programma di “economia di guerra”, cioè di investimenti nella produzione bellica, nonostante l’opinione pubblica in gran parte sia contraria alle guerre in corso e al coinvolgimento italiano in esse. E il fatto che burocrati UE, Ministri della Difesa, CEO del complesso militare industriale in UE e in Italia, e editorialisti e opinion makers vari sparlino di impatto positivo della stessa sulla occupazione, una sorta di “keynesismo di guerra”, è un ulteriore tentativo di mistificazione che va ad aggiungersi alle reiterate affermazioni governative sul fatto che i servizi pubblici non sarebbero toccati!

L’economia di guerra è necessariamente in antitesi con il finanziamento del SSN. Non è un caso che il Documento di Finanza Pubblica 2025, appena approvato dal Governo, ne preveda il mantenimento all’asfittico 6,4% del PIL. In proposito segnaliamo che una imponente letteratura sovranazionale indica proprio la sanità pubblica come “antidoto” essenziale all’espandersi del asset manager capitalism e ai suoi molteplici effetti dannosi. È una situazione agevolmente individuabile anche in Italia. Ad esempio, in tema di “influenza sulle politiche e sui processi decisionali” Governo e maggioranza hanno appena stabilito il trasferimento dalle farmacie ospedaliere a quelle convenzionate della distribuzione di farmaci antidiabetici con conseguente aumento dei costi per il SSN (ed è solo una coincidenza che il settore distributivo dei farmaci sia ampiamente soggetto alla concentrazione dei capitali sostenuta dagli investimenti dell’asset manager capitalism? Al contrario, serve in Italia non ridurre ma estendere dalle farmacie ospedaliere al territorio, nelle “Case (pubbliche) della Comunità”, la distribuzione pubblica dei farmaci.

Più in generale non c’è altra alternativa che attuare l’art. 32 della Costituzione e la legge n. 833/1978, che, ispirata ai principi di universalità, equità, solidarietà, disegna una struttura pubblica autosufficiente e “autofinanziata” relegando il ricorso al privato al campo delle scelte non obbligate. Il privato anche in sanità, come segnalato da tempo, è soggetto nei fatti, sia nel settore della produzione che in quello del finanziamento, a una progressiva finanziarizzazione, cioè all’espandersi dell’asset manager capitalism, con i conseguenti effetti negativi per la salute pubblica, le casse dello Stato e i redditi dei cittadini

Su questi temi si distinguono, di recente, per efficacia comunicativa e documentazione le denunce di Gabanelli e Ravizza (Codice Rosso, Come la sanità pubblica è diventata un affare privato, Fuori Scena, MediaGroup SPA, ottobre 2024), la cui opera è costante sulle pagine di uno storico organo dell’imprenditoria e della finanza italiane e su un seguito media televisivo. Purtroppo, sul versante soluzioni (quando ad esse fanno cenno), esse prestano il fianco alle tesi speculative dell’insieme delle scuole neoliberiste italiane, anche della “sinistra” neoliberale, secondo cui è «necessario adottare un modello di co-programmazione (passando da una logica di government a una di governance) in grado di coinvolgere soggetti pubblici e privati sia nel finanziamento sia nell’erogazione, sulla base del precedente principio di universalismo proporzionale» (sic!). È una proposta che apre la strada al modello finanziarizzato del sistema sanitario USA, il cui fallimento assistenziale Gabanelli stessa e Tortora hanno segnalato al grande pubblico (M. Gabanelli e F. Tortora, Sanità europea e americana a confronto. Ecco perché il modello Usa è pericoloso, dataroom@corriere.it 26 marzo 2025).

In USA, e non solo, l’impatto delle società di “Private Equity” (una delle forme di “asset manager capitalism” caratterizzata dall’essere le attività finanziarie di acquisizione e vendita e perseguimento profitti fuori dai contesti borsistici) sui sistemi di “long care” o lungodegenza già prima della pandemia di Covid-19, ma anche nel suo corso, è stato ampiamente segnalato. Tale impatto è stato relativo sia agli “esiti” strutturali (livello di personale inferiore), che a quelli organizzativi (qualità dell’assistenza inferiore, deprivazione alimentare, condizioni igieniche precarie) che a quelli clinici (diffusione di infezioni, tassi di infezione di Covid-19 superiori del 25% e di decesso del 10,2% rispetto alla media). Come meravigliarsi che il modello assicurativo finanziarizzato USA sia – come è stato detto – “guidato dall’avidità” e “porti a inefficienza, disuguaglianza e negazione delle cure: una truffa colossale che ha scatenato la rabbia in tutta la nazione” (al punto da creare un clima in cui è maturato l’assassinio del CEO di UnitedHealthcare Brian Thompson)?

Da ultimo non si può oggi, nel 2025, parlare di sanità e rifuggire dal tema della guerra e della pace. Nonostante gli appelli del Presidente della Federazione Nazionale Ordini dei medici [“Si fermi ondata di terrore, si apra un tavolo di trattativa” (07.10.2024) e “Rispettare il diritto umanitario, malati e medici non diventino i bersagli dell’orrore” (29.03.2025)], nel paese di Gino Strada, guerra e pace sono nei fatti scandalosamente “sotto trattati”, o addirittura assenti, dai pronunciamenti e dalle rivendicazioni del “mondo” associativo e sindacale del settore. Eppure, la guerra, essa stessa terrorismo, e quella in corso anche a forte rischio di evoluzione in termonucleare, in quanto prassi di morte è la negazione della medicina, quindi della deontologia e della professione medica e di ogni altra professione sanitaria. Per di più per sostenerla vengono sottratte risorse fiscali dello stato all’insieme dei Servizi Pubblici! Non è il caso che il sindacalismo, confederale e no, in sanità e in generale, pensi a una mobilitazione costante e crescente sino a giungere a uno sciopero generale per una politica di pace, contro la politica e l’economia di guerra che va adottando il Governo in Italia? Prima che sia troppo tardi

Ringrazio per la collaborazione Aldo Gazzetti

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venerdì 26 marzo 2021

Per un’industria pubblica del farmaco (e del vaccino) - Aldo Gazzetti, Gianluigi Trianni

 

 

«La guerra dei vaccini che non possiamo perdere» (https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=93347), documentato e utilissimo contributo di Alice Cauduro sugli aspetti giuridici e politici dell’accesso ai vaccini antiCovid-19, ci induce a prospettare, in termini necessariamente generali, un punto di vista che la nostra associazione, il Forum per il Diritto alla Salute, propone nei suoi documenti/appello: quello dell’industria pubblica del farmaco in Italia.

In realtà il tema potrebbe meglio definirsi dell’ampliamento e del potenziamento dell’industria pubblica del farmaco.

Sì, perché Cauduro stessa opportunamente segnala che in Italia un’industria pubblica del farmaco esiste sin dal 1853. È lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare del quale cita lo storico intervento nella produzione di beni sanitari essenziali, come i vaccini (decisivo per la storia dell’innovazione sanitaria italiana per la cura di numerose malattie tra cui vaiolo, colera, malaria: cfr. chinino di Stato!), e richiama l’attuale produzione di farmaci orfani e di altri prodotti farmaceutici. Il suo, peraltro, è un ruolo marginale tanto che Cauduro osserva che «non abbiamo oggi esperienza nazionale di impresa farmaceutica pubblica, sebbene attraverso il finanziamento della ricerca scientifica vi sia un significativo intervento pubblico nella ricerca e nello sviluppo di farmaci», pur richiamando il fatto che il grande economista Federico Caffè, di orientamento keynesiano, già maestro del neo primo ministro Draghi, un anno prima dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, affermava «di non vedere la ragione per la quale non si dovesse nazionalizzare almeno l’industria farmaceutica». Come dissentire?

Ci spingono in questa direzione sia il presente del mancato rispetto, da parte di Big Pharma, dei contratti di fornitura sia la storia del rapporto tra imprenditorialità privata, nazionale e internazionale, e bisogni di salute. In questi giorni sulla stampa e da Filctem Cgil della Rsu di Gsk di Siena, sono state ricostruite le fasi della svendita e delle delocalizzazioni (offshoring) dell’industria italiana del farmaco e dei vaccini e il tentativo e l’interesse successivi al “rientro a casa” in Italia (reshoring), tutto all’insegna della ricerca della redditività (costi di produzione inferiori anche del 25%) e senza alcun profilo di “responsabilità sociale dell’impresa”, come definita nella Costituzione (art. 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»), e della sua interazione con l’art. 32! «Il Paese sconta decenni di assenza di una politica industriale di settore e il disastro Enimont che negli anni ‘90 portò allo spezzatino e poi alla cessione a Big Pharma del leader nazionale, la senese Sclavo» segnala N. Borzi su Il Fatto quotidiano del 5 marzo (Da Enimont in poi: come l’Italia perse i suoi vaccini, con significativo sottotitolo Spezzatino. La Sclavo era un’eccellenza, eppure fu ceduta [anche dai Marcucci] a gruppi esteri). «Farmaci, piano da 1,5 miliardi per riportare le filiere in Italia» segnala a sua volta N. Ronchetti lo scorso 21 gennaio su Il Sole 24Ore, richiamando il progetto del Cluster Alisei [con Farmindustria, Egualia (associazione di oltre 50 aziende produttrici di generici, con un fatturato che supera i tre miliardi e un export a quota 39%) e Federchimica Aschimfarma (associazione di circa 50 aziende produttrici di principi attivi per un fatturato di quasi 3,5 miliardi con una esportazione del 90%)] «di trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie dal settore della ricerca multidisciplinare a quello dell’industria farmaceutico-biomedicale, nonché di favorire l’attrazione di capitale pubblico e/o privato, indispensabile per lo sviluppo di progetti innovativi». Il risultato di tutto ciò è che in Italia non abbiamo vaccini al contrario di Cuba (industria pubblica collegata ai centri di ricerca universitari) e di Usa, Cina, Russia (con gli imprenditori privati finanziati da enti governativi centrali). Noi siamo stati sino allo scorso anno alla regionalizzazione del (micro)finanziamento alla ricerca privata (= autonomia regionale differenziata)!

Nei giorni scorsi il Governo Draghi, con il titolare del MEF Giorgetti, è intervenuto sul tema, ma scartando qualsiasi ipotesi, anche parziale, di nazionalizzazione dell’industria dei vaccini e dei farmaci e del coinvolgimento dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, come suggerirebbero invece sia le tesi in materia di F. Caffè sia la stessa storia della gestione di successo delle grandi epidemie della sanità pubblica italiana. Verificata infatti, esclusivamente tramite Farmindustria (?!), la disponibilità delle aziende italiane a provvedere a tutte le fasi della filiera produttiva ‒ dai bulk all’infialamento dei vaccini anti-Covid ‒ il Governo ha ribadito la volontà di sviluppare un polo nazionale per la ricerca di farmaci e vaccini con investimenti pubblici (sino a 500 milioni di euro, per adesso) e privati (?) e «una maggiore collaborazione fra pubblico e privato» per rilanciare l’economia nazionale. Nonché l’adesione al Piano Hera Incubator della Ue, che ripropone la stessa grande alleanza tra pubblico e privato in Europa. Il tutto con la decisione comune con Farmindustria «di mantenere il massimo riserbo sulle aziende che saranno coinvolte nel processo di verifica in corso» (cfr. comunicato MEF del 3 marzo), come se le denunce di Manon Aubry al Parlamento europeo e alla Presidente U. Von der Leyen di essersi piegati di fronte a Big Pharma europei («i grandi leader farmaceutici hanno stabilito la legge per lei», «nessuna informazione sui negoziati», «tutte le informazioni più importanti come prezzo, programma di consegna, o anche i dettagli delle clausole di responsabilità sono nascoste») non costituissero un impressionante e sinistro precedente e non valessero per l’Italia.

Ma c’è di più. Consultando il web sono affiorate due notizie che non sembrano aver avuto spazio adeguato nei dibattiti in materia sui media e che invece costituiscono altrettanti quesiti cui il Governo Draghi (e i vertici militari e parlamentari, le autorità accademiche universitarie e le fondazioni bancarie) dovrebbero rispondere:

1) già nelle audizioni in Senato nel 2018 per la stesura del disegno di legge n. 770 (Disposizioni in tema di prevenzione vaccinale) lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, unità produttiva della Agenzia Industrie Difesa, venne esaminato in relazione alle sue potenzialità di sito di produzione di vaccini con la conclusione che abbisognasse di circa 20 milioni di euro e di adeguamento di personale per avviare produzioni di vaccino (cfr. Fascicolo Iter DDL 770 del 07.03.2021 del Senato della Repubblica);

2) l’11 gennaio 2020 è stato presentato l’Accordo di collaborazione tra la Fondazione Toscana Life Science (TLS) e l’Agenzia Industrie Difesa (AID) per il coinvolgimento di una sua Unità Produttiva, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (SCFM) di Firenze, nella realizzazione di un programma integrato di ricerca e sviluppo per la produzione di vaccini e anticorpi. L’accordo è di cinque anni, si estende «alla realizzazione di alcuni asset produttivi innovativi con i quali produrre, sia in condizioni ordinarie che nell’emergenza, farmaci e vaccini essenziali per rispondere a eventuali pandemie, come gli anticorpi monoclonali sviluppati da TLS oppure gli antidoti contro gli aggressivi chimici» e «apre la strada alla possibile creazione di un polo dedicato alla ricerca biomedica e farmaceutica per far fronte a eventuali rischi pandemici, sviluppando nuove tecniche di produzione per vaccini e anticorpi innovativi con particolare attenzione a target come virus, batteri resistenti agli antibiotici, influenza e microorganismi patogeni emergenti».

Perché non si è proseguito su queste strade? Esse consentirebbero la ricostituzione di un’industria pubblica del farmaco di sicuro affidamento per il servizio sanitario nazionale e la tutela della salute (e dell’indipendenza politica) dei cittadini italiani e non sarebbero in contrasto né con la partecipazione al progetto europeo di gestione comune dell’emergenza vaccinale e del diritto alla salute in generale, né con l’obbligo di necessità e solidaristico di concorrere al diritto globale alla salute quale uno dei principali driver della politica estera di pace dell’Italia. Tutt’altro.

L’alternativa, sfidante e più sicura della collaborazione pubblico-privato su cui si continua a proseguire nonostante gli acclarati fallimenti, è sotto i nostri occhi: un Network nazionale pubblico per la produzione e la distribuzione dei farmaci, vaccini e farmaci salvavita compresi. Tale Network sarebbe, senza alcun vincolo di riservatezza, sotto il controllo di congruità politica del Parlamento e, finanziato dal bilancio dello Stato, vi concorrerebbero il Servizio Sanitario Nazionale e le Università pubbliche, nonché le Forze Armate, e sarebbe vincolato all’attuazione del dettato costituzionale. Le forme specifiche di tale Network possono essere varie e vanno definite nelle sedi competenti. Non sono da escludersi società di scopo a proprietà unica del Ministero Economia Finanza, con il coinvolgimento nelle funzioni di controllo di merito e contabile anche di altri organismi istituzionali e pubblici oltre al MEF e/o la previsione nel Consiglio di amministrazione e in altri organi statutari dei Ministeri della Ricerca e Università, della Salute, della Difesa e di Agenas, dell’Istituto Superiore di Sanità e delle Università. A fronte della impellente necessità di finanziare adeguatamente tale Network per non subire i condizionamenti e gli imprevisti del PNRR o di altri finanziamenti europei né caricare subito sul bilancio dello Stato i finanziamenti necessari si potrebbero attingere fondi dalla Cassa Depositi e Prestiti o addirittura dall’INAIL.

Non sarebbe male che su questi temi si attivassero esponenti delle associazioni di professionisti che operano in sanità, esponenti del mondo accademico e cultori delle varie discipline il cui contributo è indispensabile a definire questa ipotesi, esercitando una facoltà critica dei limiti e dei vincoli, molto più cogenti delle apparenti “opportunità”, del modello neoliberista e incostituzionale di privatizzazione della ricerca e dei suoi frutti. Ci si prova?

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/23/per-unindustria-pubblica-del-farmaco-e-del-vaccino/