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giovedì 27 agosto 2026

ricordando Fortebraccio

Fortebraccio scrisse una volta sull’Unità: “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia.”

Oggi potrebbe scriversi lo stesso di Piantedosi, ministro della Paura del governo Meloni.

Piantedosi sarà ricordato per quattro motivi:

 1 per i suoi sforzi per conferire la cittadinanza agli extracomunitari:

Andy Diaz  ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 su proposta del ministro Matteo Piantedosi dopo che era stata avviata la procedura dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati conseguiti nel salto triplo.

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 2 per i suoi sforzi di accrescere l’occupazione in Italia (per storie di letto, naturalmente)

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 3 per gli straordinari risultati ottenuti dalla chiusura delle frontiere con la Spagna

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 4 il Caronte del mar Mediterraneo a protezione delle milizie assassine libiche ostacola oltre la decenza le ONG che salvano i naufraghi

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come sarebbe bello un naufragio del governo italiano, con figli e nipoti, in una tempesta nel mar Mediterraneo, senza nessun soccorso, se non quello delle ONG, così, per vedere l’effetto che fa.

 

Fortebraccio scriverebbe “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Matteo Piantedosi, che a differenza di Antonio Cariglia, ha un sacco di morti nel suo curriculum e nella fogna della storia ha un posto assicurato”.


domenica 22 settembre 2024

Controcanto al ddl sicurezza, elogio del conflitto - Alessandra Algostino

 

Il disegno di legge 1660 approvato alla camera punta a negare il conflitto. Hanno deciso di sopprimere qualsiasi dissenso, che sia per le devastazioni ambientali e climatiche, che sia portato avanti da chi è schiacciato dalla povertà o da chi protegge la libertà di movimento. Si illudono di poter eliminare il conflitto, ciò che da sempre apre crepe nella storia scritta dall’alto. E la cui gestione resta anche la più importante antitesi alla guerra

 

Il disegno di legge (n.1660) “Piantedosi” è l’ennesimo provvedimento in materia di sicurezza, espressione della fascinazione per il populismo penale e la criminalizzazione di dissenzienti, poveri e migranti, che ha attratto nel corso degli anni in modo multipartisan le forze politiche. È un canto delle sirene irresistibile per gli amanti delle soluzioni autoritarie come per i patrocinatori delle agende neoliberiste: consente di archiviare le politiche sociali, delegittimando, espellendo e punendo la marginalità sociale come la contestazione politica. Un connubio perfetto per un neoliberismo, la cui aggressività e competitività contempla la normalizzazione della guerra, per una società dominata dal TINA (There is no alternative) e da logiche identitarie dicotomiche, e una destra (in)-culturalmente intollerante a limiti e critiche.

La divergenza politica e sociale, gli eccedenti, sono dunque i nemici; tanti gli effetti collaterali utili: il conflitto sociale non esiste e non ha titolo di esistere; le radici delle diseguaglianze sociali e della devastazione ambientale sono oggetto di un transfert che le addossa a chi le subisce e a chi le contesta; si crea uno stato di permanente emergenza e distrazione. Il nuovo provvedimento è emblematico in tal senso. Due esempi: le difficoltà abitative sono “risolte” con l’inasprimento delle pene per le occupazioni, indicando i movimenti per il diritto all’abitare come i colpevoli della situazione; le condizioni disumane in carcere e nei CPR scompaiono perché rese invisibili dall’impossibilità di mettere in atto qualsiasi tentativo di chi vi è rinchiuso di farsi sentire.

È un modus operandi, che, ancor prima degli specifici profili di incostituzionalità delle singole misure, è contro il progetto della Costituzione, che si propone, muovendo dalla consapevolezza dell’esistenza delle diseguaglianze esistenti, di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’emancipazione personale e sociale, mentre la sostituzione dello stato sociale con lo stato penale occulta, trasfigura e strumentalizza gli ostacoli.

Su il manifesto il disegno di legge è stato analizzato e criticato nella sua ratio e nelle sue disposizioni, vorrei ancora insistere su un punto. Il fil noir che lo attraversa è la negazione del conflitto, represso e surrogato con la figura del nemico; non è inutile allora ricordare qual è il senso del riconoscimento del conflitto. Il conflitto consente l’espressione dei subalterni, degli oppressi, delle vite di scarto (Bauman), dei dannati della terra (Fanon), ne riconosce l’esistenza e la legittimazione a lottare per la propria dignità e autodeterminazione. Il conflitto, dunque, produce riconoscimento, inclusione ed emancipazione. È emancipazione in sé e veicola emancipazione. Il conflitto è il motore che anima la dialettica della storia. La storia è «storia di lotta di classi», «di oppressori e oppressi», che «sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx); «sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello de’ grandi», «tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro» (Machiavelli). Il conflitto è un elemento dinamico, che veicola trasformazione. Chi avversa il conflitto tende a mantenere lo status quo, le relazioni di dominio e di diseguaglianza esistenti. È attraverso i conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano.

Il conflitto è anche il fondamento della democrazia; insieme ad una visione all’insegna della complessità, rende vivo il pluralismo; con la mobilitazione e l’attivismo che reca con sé sconfigge l’apatia, l’indifferenza, la passività, favorendo la partecipazione, che della democrazia è il cuore.

Preciso: il conflitto si pone in antitesi alla guerra. Si situa nell’orizzonte della complessità e della differenza, del riconoscimento reciproco, della discussione e della convivenza, mentre la guerra tende alla semplificazione identitaria, a una artificiale e coartata omogeneità, alla delegittimazione del nemico, e, in definitiva, alla sua eliminazione.

Il disegno di legge Piantedosi mira a negare il conflitto e si situa nello spazio della guerra contro il dissenso, i poveri, i migranti. L’orizzonte della trasformazione è sostituito dalla repressione; l’immaginazione e la pratica del cambiamento soffocati a colpi di reati; la democrazia diviene un mero simulacro che copre una gestione autoritaria e blinda un modello economico-sociale strutturalmente diseguale.

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sabato 27 aprile 2024

Il Tribunale di Crotone rottama il Decreto Piantedosi: disobbedire ai libici è legittimo - Fulvio Vassallo Paleologo

 

1. Nella stessa giornata in cui, dopo che il governo aveva chiesto di costituirsi parte civileil Giudice dell’Udienza preliminare di Trapani chiude il processo Iuventa, dichiarando che “il fatto non sussiste”, rendendo evidente la montatura imbastita contro i soccorsi umanitari, il Tribunale civile di Crotone, dopo avere ascoltato le parti, conferma la sospensione del fermo amministrativo della Sos Huamnity, riconoscendo allo stato degli atti, come riferisce l’ANSA, che “quella della guardia costiera libica era un’operazione di salvataggio “insussistente” e quindi “nessuna condotta ostativa è riscontrabile” nei riguardi della Humanity 1 “la quale, in tale, contesto, è risultata l’unica imbarcazione ad intervenire per adempiere, nel senso riconosciuto dalle fonti internazionali, al dovere di soccorso in mare dei migranti”. In attesa dell’udienza di merito che si terrà il 26 giugno, secondo l’ordinanza del Tribunale di Crotone, “non può ritenersi che l’attività perpetrata dalla guardia costiera libica sia qualificabile come attività di soccorso per le modalità stesse con cui tale attività è stata esplicata. Costituisce infatti circostanza incontestata e documentalmente provata che il personale libico fosse armato e che, in occasione di tali attività, avesse altresì esploso colpi di arma da fuoco; parimenti, costituisce circostanza evincibile dalla corrispondenza in atti che nessun luogo sicuro risulta essere stato reso noto dalle stesse autorità libiche intervenute per coordinare sul posto le operazioni di recupero dei migranti”.

Il giudice del Tribunale di Crotone, richiamando la Convenzione sui soccorsi in mare (SAR) di Amburgo, il Memorandum tra il governo italiano e il governo provvisorio di Tripoli del 2 febbraio 2017, ed i rapporti ONU del 2021, afferma che “allo stato attuale non è possibile considerare la Libia un posto sicuro ai sensi della Convenzione di Amburgo, essendo il contesto libico caratterizzato da violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani e non essendo stata mai ratificata la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati da parte della Libia”. Dunque, “stante l’insussistenza di una operazione di salvataggio concomitante perpetrata dalla guardia costiera libica, nessun ordine di allontanamento è giustificabile nei confronti dell’unica imbarcazione che ha posto in essere condotte in adempimento del dovere assoluto di soccorso in mare”.

Come nel caso Iuventa a Trapani, dove si procedeva in sede penale, e sono emerse falsità evidenti nelle contestazioni dell’accusa, nel caso della SOS Humanity la sanzione pecuniaria e la misura accessoria del fermo aministrativo erano state stabilite sulla base di prove ritenute in questa fase di giudizio non attendibili. Secondo quanto dichiarato dalla presidente dell’Associazione Sos Humanity, gli operatori umanitari della nave erano stati i primi a rispondere alle segnalazioni di emergenza e ad arrivare sul punto nel quale si trovavano tre imbarcazioni in situazioni di evidente distress (pericolo). I soccorsi erano già avviati, dunque, quando sopraggiungeva all’imptovviso un gommone libico, A quel punto, per quanto riferito dalla stessa rappresentante, “sostanzialmente persone armate hanno preso il controllo di due imbarcazioni in difficoltà con manovre spericolate, costringendo le persone a cadere o a saltare in acqua. La cosa grave è che hanno sparato dei colpi in acqua vicino ai gommoni. E in ultimo l’equipaggio è stato minacciato con i fucili e costretto ad abbandonare la scena che fino a poco prima era sotto controllo”. Al contrario di quanto affermato dal governo, attraverso i suoi organi periferici, e dall’avvocatura dello Stato , il Tribunale di Crotone riconosce a tale riguardo che tra la situazione di pericolo nella quale versavano i naufraghi e la condotta degli operatori della SOS Humanity non c’è alcun “nesso di causalità”.

2. L’ordinanza del Tribunale di Crotone appare di particolare importanza perchè richiama tra le motivazioni la nota giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n.6626/2020 sul caso Rackete) secondo cui “ non si potrebbe ritenere, come argomenta il ricorrente, che l’attività di salvataggio dei naufraghi si fosse esaurita con il loro recupero a bordo della nave. L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla Convenzione internazionale SAR di Amburgo, non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (cd. place of safety)”.

Per il Tribunale di Crotone, anche ammettendo che le attività di intercettazione in acque internazionali della sedicente Guardia costiera “libica” si possano qualificare come attività di ricerca e salvataggio (SAR), si deve riconoscere come “nessun ordine di allontanamento formulato possa ritenersi legittimo, sia a livelo nazionale che a livello sovranazionale”, in quanto la stessa Guardia costiera non è in grado di garantire lo sbarco in un porto sicuro.

L’ordinanza del giudice di Crotone colpisce il punto nodale del Decreto Piantedosi che si riverbera nelle motivazioni più ricorrenti nei provvedimenti di fermo amministrativo adottati nei confronti delle navi delle ONG. basati sull’accusa di avere creato una situazione di pericolo per non avere interrotto le loro attività di ricerca e salvataggio, a seguito dell’arrivo della motovedetta libica di turno, in assenza di un vero coordinamento unificato dei soccorsi. Che le autorità di Tripoli, con il loro centro congiunto di coordinamento (JRCC), non sono evidentemente in grado di garantire, senza il supporto continuo degli assetti aerei di Frontex, impegnati nel tracciamento delle imbarcazioni, e senza le comunicazioni comunque garantite dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana (IMRCC) di Roma, su indicazione del Nucleo centrale di coordinamento interforze (NCC) del Ministero dell’interno. E’ infatti da Roma, dopo le richieste di intervento nelle attività di soccorso in acque internazionali, in quella che si assume come zona SAR “libica”, che partono le indicazioni di rivolgersi alla sedicente Guardia costiera “libica”. Ma la situazione rilevata dalla Corte di cassazione con riferimento al caso ASSO 28 nel 2018 oggi non è affatto migliorata. Lo confermano i più recenti rapporti della missione UNSMIL al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Appare ancora oggi evidente come la Libia, che non ha neppure ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, non possa garantire porti sicuri di sbarco.. Questo dato non può essere contraddetto dal preteso carattere illegittimo delle attività di ricerca e salvataggio operate in acque internazionali dalle ONG. Le sentenze della Corte di Cassazione sul caso Rackete (n.6626/2020) e le numerose archiviazioni dei procedimenti penali intentati contro le ONG impediscono di considerare quelli che sono doverosi eventi di ricerca e salvataggio (SAR) come meri “eventi connessi al fenomeno migratorio” se non come “eventi di immigrazione illegale”, come li qualifica ancora oggi il ministero dell’interno. Si tratta invece, come sta emergendo nei procedimenti cautelari in sede civile che si concludono con la sospensione dei provvedimenti di fermo amministrativo, di situazioni nelle quali le persone a bordo dei barconi partiti dalla Libia, o dalla Tunisia, si trovano già in distress (pericolo grave ed attuale) conclamato, di fronte alle quali non ci si può limitare alla mera comunicazione, al comandante della nave soccorritrice, della competenza delle autorità libiche per coordinare gli interventi di soccorso, magari per attendere l’arrivo della motovedetta tripolina che intima la sospensione delle attività di ricerca e salvataggio sparando colpi di arma da fuoco.

https://www.pressenza.com/it/2024/04/il-tribunale-di-crotone-rottama-il-decreto-piantedosi-disobbedire-ai-libici-e-legittimo/

mercoledì 10 aprile 2024

Il fermo della Mare Jonio scoperchia la necropolitica - Domenico Gallo

Coloro che periscono fra i flutti, a differenza delle vittime di bombardamenti, offrono il vantaggio di morire silenziosamente e di scomparire in quel grande cimitero liquido che è il Mediterraneo, senza bisogno di sepoltura e annunci di gazzetta.

In questo tempo buio in cui assistiamo ad un corsa alla disumanità che raggiunge sempre nuovi traguardi, in cui il trionfo della morte a Gaza viene rivendicato come un successo dal potere politico che governa lo Stato d’Israele, in cui le autorità politiche europee “normalizzano” la guerra come strumento della politica ed istigano il potere politico che governa l’Ucraina a proseguire il bagno di sangue che sta svenando due popoli fratelli, la strage dei migranti che si consuma silenziosamente nel Mar Mediterraneo potrebbe apparire poca cosa. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) i morti negli ultimi dieci anni hanno toccato quota 26 mila. Coloro che periscono fra i flutti, a differenza delle vittime di bombardamenti, offrono il vantaggio di morire silenziosamente e di scomparire in quel grande cimitero liquido che è il Mediterraneo, senza bisogno di sepoltura e annunci di gazzetta. A meno che non abbiano il cattivo gusto di annegare proprio sulle nostre coste, come hanno fatto quegli sciagurati che sono naufragati a Cutro fra il 25 e 26 febbraio del 2023, suscitando un effimero moto di compassione nell’opinione pubblica, immediatamente smorzato dal Ministro Piantedosi che ha incolpato le madri e i padri della morte dei propri figli.

La destra al potere ha fatto un motivo di vanto della promessa stroncare gli sbarchi, minacciando improbabili blocchi navali, mentre la Meloni e la Von der Layen si affannano ad esternalizzare le frontiere dell’Unione Europea, affidando, dietro pagamento, alla Tunisia e all’Egitto il compito di fermare le partenze. Ciononostante continua il flusso di coloro che si imbarcano su mezzi di fortuna per cercare una speranza di vita degna sull’altra sponda e rimane il problema di tutelare la vita umana in alto mare. La presenza di navi ingaggiate da organizzazioni umanitarie, dopo il ritiro di missioni pubbliche di soccorso come Mare Nostrum, è stata sempre avversata come un ostacolo per la gestione dell’immigrazione. Contro quest’attività di soccorso si sono scagliati, anche in passato, coloro oggi si trovano sul ponte di comando. Ricordiamo un tweet dell’On. Meloni che, il 26 giugno 2019 inveiva contro la Sea Watch, chiedendo che l’equipaggio venisse arrestato e la nave venisse affondata per il grave delitto di aver salvato dei profughi che rischiavano di annegare. Dopo che l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato rinviato a giudizio a Palermo per sequestro di persona in relazione alla mancata autorizzazione allo sbarco dei naufraghi salvati dalla nave spagnola Open Arms, è divenuta impraticabile l’opzione di impedire lo sbarco dei naufraghi salvati in alto mare.  Non è venuta meno, però, l’attitudine a ostacolare l’attività di soccorso effettuata dalle navi umanitarie. Nel tempo del Governo Meloni, quest’attitudine si è concretizzata con il decreto legge 1/2023 (convertito nella legge 15/23), che reca disposizioni urgenti in materia di transito e sosta nelle acque territoriali delle navi non governative impegnate nelle operazioni di soccorso in mare. Il decreto pone una serie di vincoli e restrizioni che ostacolano l’attività di soccorso e consentono di applicare il fermo amministrativo della nave per 20 giorni ed una multa che va da 2.000 a 10.000 euro. Violazioni ripetute possono portare alla confisca della nave. Praticamente tutte le navi impegnate in operazioni di salvataggio sono state sanzionate con il fermo amministrativo, la Sea-Watch 5, la Sea-eye 4, la Ocean Viking e la Mare Jonio. Quasi tutti questi fermi amministrativi sono stati annullati dai Tribunali, però è stato raggiunto lo stesso l’obiettivo di tenere queste imbarcazioni il più possibile lontane dal mare e di svuotare il Mediterraneo di testimoni indesiderati. Il 4 aprile Mare Jonio, ha effettuato un drammatico intervento di salvataggio. E’ stato diffuso un video in cui si vede l’intervento della Motovedetta Fezzan, generosamente donata dall’Italia alla Libia, che cerca di ostacolare il salvataggio aprendo il fuoco contro naufraghi e soccorritori. Nello stesso video si vedono alcune persone a bordo della Motovedetta che si gettano in acqua per farsi recuperare dalla Mare Jonio. Appena la nave è giunta nel porto di Pozzallo, è stato notificato al comandante e all’armatore il provvedimento di fermo amministrativo e la multa di 10.000 euro, con l’accusa di “di aver istigato la fuga dei migranti per sottrarsi alla guardia libica”. Questa vicenda scoperchia i due filoni più disumani della politica meloniana di gestione dell’immigrazione: il primo riguarda l’opzione di tenere il più possibile l’alto mare sgombro di navi di soccorso e di testimoni, con l’effetto di lasciare perire fra i flutti quelli che non ce la fanno a raggiungere le coste italiane, il secondo è quello di affidare alla Libia il lavoro sporco di intercettare i migranti e di ricondurli verso i lager da cui sono fuggiti, attività penalmente illecita se compiuta da navi italiane (Cass. Pen. n.4557/2024).

In questo tempo di violenza disumana e di necropolitica, il contributo dei nostri Meloni, Salvini e Piantedosi, può apparire modesto, ma vicende come quella della Mare Jonio dimostrano che anche noi siamo in corsa per garantirci uno spazio di morte nel ballo in maschera del potere.

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sabato 16 marzo 2024

La salma sul ponte e il porto lontano. «Disumano» - Giansandro Merli


 

Il Viminale voleva mandare la Sea-Watch 5 a Ravenna. Solo dopo un tira e molla assegnato Pozzallo. A bordo, sul ponte, il 17enne spirato due ore dopo la prima richiesta di evacuazione medica

 

Sul ponte della Sea-Watch 5, all’aperto, c’è il corpo di un 17enne chiuso in una body bag, il sacco per i cadaveri. Gli involucri di plastica sono due, in mezzo hanno il ghiaccio. Ogni quattro ore, a turno, l’equipaggio della nave umanitaria lo cambia. Prova a conservare in questo modo un minimo di dignità almeno per la salma, visto che il ragazzo da vivo se l’è vista negata.

ERA FUGGITO dalle coste libiche di Sabratha con altre 55 persone, nella notte tra martedì e mercoledì, su un barcone di legno azzurro a due piani. Lui è finito in quello di sotto dove probabilmente si è intossicato con i fumi del motore. La Sea-Watch 5 lo ha trovato tra dieci e dodici ore dopo la partenza, stava già molto male.

Secondo la ricostruzione della Ong, dal ponte di comando la prima richiesta di evacuazione diretta al centro internazionale radio medico parte alle 14 italiane. Stanno male in quattro (poi si aggiungerà una quinta persona). In quel momento la nave si trova nella zona di ricerca e soccorso (Sar) libica, ovvero l’area su cui Tripoli, se fosse un porto sicuro e disponesse di un vero centro di coordinamento del soccorso marittimo, avrebbe il dovere di salvare vite. Lì le autorità italiane non intervengono più.

Per questo nei casi di emergenza le navi Ong devono virare verso nord, portare i motori al massimo e incrociare le dita. Spesso va bene, stavolta no. «La morte è stata dichiarata due ore e cinque minuti dopo la prima richiesta di evacuazione, alle 16.05», dice Luca Marelli, di Sea-Watch.

NEL FRATTEMPO le autorità italiane, maltesi, tunisine e tedesche (Stato di bandiera della nave) si sono rimpallate il caso. «È avvenuto in area di responsabilità Sar libica, a circa 30 miglia dalle coste libiche, a 25 miglia dalle coste tunisine e a 120 miglia dalle coste di Lampedusa», ha scritto la guardia costiera italiana in un comunicato. Secondo Roma la nave doveva andare a Tunisi. «Anche il centro di coordinamento dei soccorsi in mare dello Stato di bandiera dava indicazioni di dirigere verso la Tunisia, Stato costiero più vicino e quindi in grado di intervenire più rapidamente», si legge ancora.

Dalla Sea-Watch, però, raccontano un’altra storia: le prime telefonate alle autorità del paese nordafricano sono state inutili. Dall’altro capo del telefono l’ufficiale non parlava né inglese, né francese. Successivamente ha declinato qualsiasi responsabilità perché il soccorso era avvenuto nella Sar libica.

IERI LA PROCURA di Ravenna aveva annunciato l’apertura di un fascicolo per omicidio. È lì che sarebbe dovuto arrivare il corpo, tra lunedì e mercoledì. Nonostante il maltempo previsto nell’Adriatico nei prossimi giorni, infatti, il Viminale aveva assegnato un porto lontano oltre 1.500 chilometri. Tutto questo per 51 persone, visto che quattro naufraghi in cattive condizioni fisiche erano stati trasbordati mercoledì sera dalle motovedette italiane nei pressi di Lampedusa.

Motovedette che però non hanno voluto il cadavere. «Ragioni logistiche non dipendenti dal Corpo», hanno fatto trapelare anonimamente le autorità. Solo al termine di un tira e molla, condito da un’aspra polemica politica, ieri sera da Roma hanno accordato la possibilità di sbarcare la salma a Pozzallo. Più tardi il via libera è arrivato anche per tutti gli altri naufraghi.

«È il punto più basso raggiunto dalla disumanità di Meloni e Piantedosi. Chiediamo che riferiscano quanto prima in aula», afferma il deputato e segretario di +Europa Riccardo Magi. Un’altra interrogazione è stata presentata da Alleanza verdi sinistra affinché, dice il senatore Peppe De Cristofaro, «i ministri di Interno e Infrastrutture chiariscano i motivi dei ritardi nei soccorsi e di quelle scelte crudeli».

INTANTO ieri la Sea-Eye 4 ha salvato 84 persone denunciando che durante l’intervento la sedicente «guardia costiera libica» ha puntato le armi contro i soccorritori. Le è stato assegnato il porto di Ancona.

Meta che originariamente il Viminale aveva indicato alla Geo Barents di Medici senza frontiere, che ha portato al sicuro 260 naufraghi in due interventi. Poi da Roma è arrivata un’altra indicazione: non uno ma ben due luoghi di sbarco, Livorno e Genova. Quasi fosse una crociera nel Tirreno.

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lunedì 4 dicembre 2023

Milano: la vergogna del Cpr di via Corelli. Niente cure e cibo scaduto - Roberto Maggioni

 

L’ispezione della Guardia di finanza al cpr di via Corelli a Milano nell’ambito dell’indagine per frode in pubblica fornitura. Sotto accusa la società salernitana La Martinina srl che gestisce il centro per conto della Prefettura di Milano e del ministero dell’Interno. L’inchiesta della Procura di Milano parte anche dalle segnalazioni dell’ex senatore De Falco che fece due ispezioni: «Il gestore del centro ha tutto l’interesse a trattenere il maggior numero di persone perché è pagato per quello. Se nessuno controlla può succedere qualsiasi cosa, e infatti succede»

Ora si accende anche il faro della Procura sul Cpr di via Corelli a Milano. A far scattare l’indagine dei magistrati hanno contribuito le innumerevoli denunce pubbliche fatte in questi anni da attivisti antirazzisti, giornalisti e alcuni politici.

Nelle carte infatti c’è tutto il corollario di cose dette in questi anni da coloro che si sono occupati dei centri di permanenza per il rimpatrio: trattamenti disumani, cibo scadente, abuso di farmaci, impossibilità di comunicare con l’esterno, assistenza sanitaria negata. I Cpr sono questo e ora su quello di Milano c’è anche la parola dei magistrati.

NELL’INCHIESTA VIENE citata la visita effettuata dall’associazione Naga e dalla rete Mai Più Lager-No ai Cpr il 2 marzo 2023 e l’ispezione del 29 maggio 2022 dell’ex senatore del M5S Gregorio de Falco.

L’indagine è dei pm Giovanna Cavalleri e Paolo Storari che ieri mattina hanno mandato i militari della Guardia di finanza a perquisire il centro. L’ipotesi di reato è frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta nei confronti degli amministratore della società La Martinina srl che gestisce il Cpr per conto della Prefettura di Milano e del ministero dell’Interno. A ottobre 2022 la società aveva vinto la gara d’appalto da 4,4 milioni di euro per gestire il centro per un anno dopo alcuni passaggi societari sui cui i magistrati vogliono fare chiarezza.

A settembre 2021 il bando era stato vinto dalla Engel Italia di Salerno, il 10 ottobre 2022 era passato alla Martinina di Pontecagnano, sempre con sede a Salerno. A novembre 2022 la Engel Italia finiva in concordato e si fondeva nella Martinina srl. Le quote delle due società fanno capo alla stessa persona, Paola Cianciulli, moglie del gestore del Cpr milanese Alessandro Forlenza, figlio dell’amministratrice della Martinina srl Consiglia Caruso.

Dall’indagine emerge che la società vincitrice del bando aveva promesso di tutto per aggiudicarsi l’appalto: dal cibo biologico ai mediatori culturali, dall’assistenza sanitaria di qualità alle attività religiose, sociali e ricreative. E invece nulla di tutto ciò è stato fatto. Nell’assenza di controlli e di occhi indipendenti, in quei luoghi di segregazione può avvenire di tutto. E avviene.

Da oggi però sappiamo che, almeno qui a Milano, le denunce pubbliche fatte da attivisti, associazioni e da quei pochi parlamentari che ispezionano i centri non sono cadute nel vuoto.

SCRIVONO I PM che «il presidio sanitario con medici e infermieri era assolutamente inadeguato», mancavano medicinali e visite di idoneità alla vita nel centro per chi aveva «epilessia, epatite, tumore al cervello» e altre gravi patologie. Il supporto psicologico e psichiatrico era «largamente insufficiente e fornito da personale che non conosceva la lingua» degli immigrati trattenuti. Le camere erano «sporche», i bagni «in condizioni vergognose», il cibo «maleodorante, avariato e scaduto».

La Martinina srl avrebbe anche prodotto documenti «contraffatti». Dagli esponenti della maggioranza di governo, che vorrebbe moltiplicare e esternalizzare oltre i confini nazionali i Cpr, non sono arrivati commenti.

SI DIRÀ CHE QUESTI gestori di via Corelli sono delle mele marce e si proverà a difendere l’indifendibile. Dal centrosinistra in tanti hanno chiesto la chiusura del centro o la riconversione in struttura d’accoglienza, dal Pd, all’Alleanza Verdi Sinistra, a Rifondazione Comunista, al Patto Civico lombardo.

«Da tempo chiedo la chiusura del Cpr di via Corelli, come peraltro ha fatto mesi fa il consiglio comunale di Milano» ha commentato il responsabile nazionale del Pd per le politiche migratorie Pierfrancesco Majorino.

Quando era assessore al welfare a Milano Majorino era riuscito a convincere l’allora governo a convertire il Cpr in centro d’accoglienza. Per gli attivisti e le associazioni che si oppongono ai Cpr il problema è politico e riguarda tutte le strutture aperte in Italia.

Dice Riccardo Tromba del Naga: «Ci aspettiamo che i magistrati abbiano trovato quello che denunciamo da tempo, in quel centro non c’era nulla di quanto promesso dal gestore. Noi ci opponiamo da sempre al trattenimento dei migranti, dal 1998 quando li istituì un governo di centrosinistra».

Per la rete Mai Più Lager-No ai Cpr «la situazione di Corelli non è isolata, questo tipo di controlli andrebbero fatti a tappeto in tutti i centri che purtroppo sono ancora aperti in Italia. Le responsabilità vanno ricercate a tutti i livelli, quindi non solo nei disservizi causati dagli inadempimenti dei gestori, ma anche nelle prefetture che selezionano i candidati vittoriosi dei bandi e dovrebbero monitorarne l’attività, come anche in chi, sapendo e vedendo, tace».

RESPINGE LE ACCUSE la Prefettura di Milano: «Nei mesi scorsi erano emerse criticità gestionali, era quindi stato avviato a carico dell’ente gestore un procedimento amministrativo ed era stata informata la Procura».

De Falco: «Nel cpr vidi il degrado, colpa della gestione privata e dello Stato che nasconde»

Gregorio De Falco, quando è stato senatore del M5S nel Cpr di via Corelli ha fatto due ispezioni. L’inchiesta della Procura di Milano parte anche dalle sue segnalazioni, cos’ha pensato questa mattina?

Finalmente. Perché fin dall’esito della prima ispezione, quella del 5-6 giugno 2021, avendo fatto un esposto alla Procura della Repubblica mi aspettavo che qualcosa succedesse. Poi c’è stata la seconda ispezione, quella del 29 maggio 2022. Era chiara la condizione di assoluto abbandono nella quale vivevano e vivono tutt’ora le persone trattenute all’interno e mi aspettavo che qualcuno avviasse indagini. Oggi quindi dico: finalmente la giustizia si muove.

Qual era l’obbiettivo delle sue ispezioni?

Era quello di verificare le condizioni di vita dei trattenuti e quindi se lo Stato, attraverso le sue funzioni amministrative come la Prefettura, esercitasse il trattenimento con criteri minimi di dignità e umanità. Quello che abbiamo visto è stata invece una condizione diffusa di degrado. Le persone vengono trattenute in modo brutale perché senza aver commesso reati sono costrette a stare in un centro equivalente al carcere, ma a differenza dei carcerati a loro non è concesso il diritto di difesa, non possono fare nulla. Spesso le visite mediche sono fatte da operatori pagati dalle società di gestione, non va bene. Il gestore del centro ha tutto l’interesse a trattenere il maggior numero di persone perché è pagato per quello. Se nessuno controlla può succedere qualsiasi cosa, e infatti succede. Dal cibo avariato, all’abuso di farmaci, all’impedimento a comunicare con l’esterno. E lo Stato tiene nascosto tutto ciò.

Il controllo del lavoro delle società che vincono gli appalti di gestione dei Cpr spetterebbe al ministero dell’Interno e alle prefetture. Avviene?

Guardi, in quegli anni ho fatto interrogazioni parlamentari all’allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e le risposte che ho avuto sono sempre state sconfortanti. Una volta avevo chiesto di entrare nel Cpr di Roma insieme a una mia collaboratrice. All’epoca il prefetto di Roma era Matteo Piantedosi. Bene, mi fu negato il permesso perché Piantedosi aveva fatto fare delle indagini sulla mia collaboratrice e non risultava essere la mia assistente legislativa parlamentare. Ma io avevo chiesto proprio a lei di accompagnarmi perché era una persona che parlava l’arabo e si occupava di immigrazione. E invece no, Piantedosi impiegò il suo tempo per fare indagini sulla mia collaboratrice e negarmi l’ingresso al Cpr.

Oggi Piantedosi è ministro dell’Interno di un governo che i Cpr li vuole moltiplicare, persino fuori dai confini nazionali…

Moltiplicare ed esternalizzare. Con l’idea di costruire Cpr fuori dal territorio nazionale vogliono evitare che i parlamentari possano esercitare la loro funzione di controllo su queste strutture. È gravissimo, ma penso che il piano del governo sia fallimentare perché ancora c’è una Costituzione che anche loro devono rispettare. Il livello di civiltà non può tornare indietro.

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lunedì 19 giugno 2023

Altreconomia fa il punto sui CPR

 

Ors, Ekene, Engel, Badia Grande: le “regine” dell’affare milionario dei Cpr - Luca Rondi

 

Un nuovo rapporto Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) pubblicato a inizio giugno approfondisce, dati alla mano, i guadagni e la gestione problematica da parte di cooperative e multinazionali dei Centri per il rimpatrio attivi in Italia. Una “partita” da oltre 56 milioni di euro tra 2021 e 2023 in cui a perderci sono “solo” i reclusi

L'Affare Cpr è il nuovo report della Coalizione italiana libertà e diritti civili, pubblicato a inizio giugno 2023

 

Per il triennio 2021-2023 il ministero dell’Interno ha messo a bando 56 milioni di euro per la gestione dei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio attivi nel nostro Paese, luoghi dove vengono recluse le persone “irregolari” in attesa di espulsione. La gestione (o meglio, la malagestione) di queste strutture è nelle mani di diversi soggetti: dalle multinazionali Gepsa e Ors alle società come Engel srl alle cooperative come Edeco-Ekene e Badia Grande come ha ricostruito in dettaglio la Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) nel nuovo rapporto “L’Affare Cpr, il profitto sulla pelle delle persone migranti”, pubblicato a inizio giugno 2023. E che sottolinea come sempre più spesso si verifichino due tendenze: da un lato la “minimizzazione dei costi da parte del pubblico”, quindi il ministero dell’Interno tramite gli uffici territoriali, dall’altro la “massimizzazione dei profitti da parte dei privati” che si traduce negli scadenti servizi offerti ai trattenuti. “L’affidamento ai privati comporta il rischio di ‘diluire’ le responsabilità delle autorità pubbliche -si legge nel report– consentendo ai privati di speculare sulla pelle delle persone detenute”.

Dati di bilancio, bandi di gara, contratti di aggiudicazione e inchieste giudiziarie alla mano i sei autori del rapporto (Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda, Federica Borlizzi, Eleonora Costa e Oiza Q. Obasuyi) tratteggiano il “mostruoso stato di eccezione” che caratterizza la vita di reclusione all’interno dei Cpr e ricostruiscono gli affari delle società e delle multinazionali che gestiscono queste strutture in Italia. Già, perché al fianco delle cooperative (stabilmente coinvolte dal 2011 in avanti) solo negli ultimi dieci anni hanno cominciato a inserirsi sul mercato anche grandi realtà del mondo profit attratte dalla “filiera molto remunerativa” del trattenimento dei migranti. Una filiera in cui i bandi delle prefetture vengono quasi sempre vinti dai privati con offerte al ribasso proprio per massimizzare il profitto. Solo in pochi caso gli importi finali sono stati dichiarati alla Cild: i 56milioni di euro stimati su tre anni (iva esclusa) sono quindi una cifra indicativa, perché conteggiano le cifre indicate in base d’asta delle gare d’appalto, ma non quelle di aggiudicazione. In ogni caso, a questi costi vanno sommati quelli del personale di polizia e quelli relativi alla manutenzione delle strutture.

Una delle principali protagoniste del settore è Organisation for refugees services (Ors), società con sede in Svizzera a Zurigo, che sul proprio sito internet si presenta come “leader nei settori dell’accoglienza e della detenzione amministrativa dei migranti in tutta Europa” da oltre trent’anni. Un colosso con più di 1.400 dipendenti che nel 2021 gestiva oltre cento strutture tra Svizzera, Austria, Germania e appunto Italia. L’ingresso nel mercato del nostro Paese è avvenuto con dinamiche “particolari”: Ors Italia, società a responsabilità limitata interamente controllata dalla casa madre elvetica, risulta iscritta nel registro delle imprese dal 25 luglio 2018, meno di due mesi dopo l’insediamento del Governo Conte I con Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Ma l’azienda da avvio alla propria attività economica, si legge nel report, solo a gennaio 2020: un inizio “prodigioso” perché Ors Italia riesce ad aggiudicarsi la commessa da oltre 572mila euro per la gestione del Cpr di Macomer, in Sardegna, nel dicembre 2019, quando era ancora inattiva.

Un dettaglio che non sfugge né ad Erasmo Palazzotto, che in un’interrogazione parlamentare presentata a metà maggio 2020 chiede al ministero dell’Interno come sia possibile che una società senza alcuna concreta esperienza sia ritenuta idonea alla gestione del centro; né al Tar del Friuli-Venezia Giulia. Già, perché l’attenzione di Ors Italia, un mese dopo essersi aggiudicata il bando per il Cpr sardo, si concentra su Trieste dove la neonata società vince anche quella indetta dalla prefettura per “Casa Malala”, un centro di accoglienza chi arriva dalla rotta balcanica, con un ribasso del 14% (pari a 788mila euro) sulla base d’asta. Il Consorzio italiano rifugiati (Ics), secondo in graduatorio non ci sta e presenta ricorso: il 17 dicembre 2020 è il Tribunale amministrativo regionale a escludere dalla gara Ors Italia sottolineando come “lo stato di inattività di un’impresa sia preclusivo alla possibilità di concorrere a una gara per l’aggiudicazione di un pubblico appalto”. A Macomer, però, nulla cambia: in un cortocircuito per cui un tribunale dichiara che una società non è idonea a gestire una struttura mentre, in un’altra Regione, questa può continuare a svolgere il proprio lavoro.

Gli affari di Ors Italia non si fermano alla Sardegna. In meno di due anni la società si aggiudica la gestione di due strutture di accoglienza a Bologna (settembre 2021) e Milano (ottobre 2021) cui seguono il Cpr di Ponte Galeria a Roma (dicembre 2021) e quello di Torino (febbraio 2022). Gli affari girano, insomma, anche grazie all’attività di lobby svolta dalla società di consulenza” Teleos analisi e strategie”, con cui l’azienda elvetica ha siglato un accordo nel 2020. “Non c’è niente di illegale in tutto questo -si legge nel report– ma è interessante notare come Ors sia l’unica tra le cooperative e società multinazionali che hanno gestito o gestiscono un Cpr ad avere consulenti che rappresentano i suoi interessi alla Camera dei deputati”.

Il tratto comune della gestione di Ors, da Nord a Sud, dai Cas al Cpr è il massimo ribasso nei servizi per vincere, a qualunque costo, i bandi di assegnazione. Basti pensare che per “Casa Malala” aveva proposto tre pasti al giorno a meno di cinque euro pro-capite. “Non appare difficile immaginare -scrivono i ricercatori di Cild- come questa corsa al ribasso possa incidere sui diritti delle persone accolte o trattenute nei centri gestiti da Ors”. Intanto, la casa madre ha fatto il “salto”: nel settembre 2022 è stata acquisita da Serco Group plc, gruppo britannico che offre numerosi servizi tra cui il “trasporto e controllo della circolazione stradale in aree pubbliche e private, aviazione, contratti militari e armi nucleari, gestioni di centri di detenzione e prigioni”.

Dal settore turistico al business dell’accoglienza e del trattenimento dei migranti. È questa la parabola seguita invece da Engel Italia Srl, società nata nel 2012 e con sede legale a Salerno, città nella quale sorge il primo resort di proprietà. Un albergo che, ben presto, è stato trasformato in centro di accoglienza. Le difficoltà economiche incontrate negli ultimi mesi dall’azienda non hanno fermato la partecipazione alle gare d’appalto bandite dalle prefetture: dopo aver ottenuto l’affidamento del Cpr di Palazzo San Gervasio (in provincia di Potenza), recentemente è riuscita anche ad acquisire la gestione del Centro per il rimpatrio di via Corelli a Milano per un importo stimato di quasi cinque milioni di euro. Lo ha fatto attraverso la controllata Martinina Srl, a cui nel gennaio 2022 ha ceduto un ramo d’azienda.

Da Potenza al capoluogo lombardo, le criticità nella gestione sono comuni: violazione del diritto alla salute e alla difesa legale dei migranti rinchiusi nelle due strutture, cui viene impedito anche di comunicare liberamente con l’esterno. Due ex operatrici di via Corelli hanno raccontato che “l’ente non garantisce ai trattenuti acqua calda per lavarsi, riscaldamento, coperte, oltre a rifiutarsi di pagare molti farmaci (tranne le benzodiazepine, gli unici farmaci che permetteva di comprare). Le stesse hanno riferito che non sono mancati i maltrattamenti nei confronti delle persone trattenute, che sembra venissero definite ‘merde’ o ‘bestie’ o con un numero”. A questo si aggiungono le pessime condizioni di lavoro dei dipendenti. “Le operatrici denunciano come perfino i medici del Centro, così come chi si occupava del servizio mensa, non ricevessero lo stipendio per mesi, e, conseguentemente, diversi prendevano la decisione di dimettersi”, si legge nel report

Tra i colossi della detenzione amministrativa nel nostro Paese non si può non citare la multinazionale Gepsa (società controllata dal colosso energetico Engie) che in Francia gestisce i servizi ausiliari di diversi istituti penitenziari e che nel 2011 ha iniziato ad affacciarsi anche in Italia, affermandosi nel settore dell’accoglienza con una “strategia aggressiva”: “Per mesi ha continuato ad aggiudicarsi appalti offrendo un ribasso sui prezzi a base dell’asta dal 20 al 30% inferiori a quelli dei suoi concorrenti”, si legge nel report. Ottenendo così la gestione dei Cpr di Roma (2014-2017), Torino (2015-2023) e Milano (2014-2017).

Affari milionari che proseguono ancora oggi. Gepsa, infatti, ha gestito il Cpr di corso Brunelleschi a Torino (oggi chiuso a seguito delle proteste dei reclusi che hanno reso inagibile le strutture) fino al marzo 2023: “In questo periodo si sono verificate due morti e numerosi casi di autolesionismo e rivolta”, osservano i curatori del rapporto. Inoltre, si sottolinea come “le visite di idoneità al trattenimento effettuate, non dal medico del Sistema sanitario nazionale, come richiesto dalla normativa, bensì da personale sanitario convenzionato con l’ente gestore”. Un evidente conflitto di interessi che caratterizza tutto il sistema Cpr: il datore di lavoro, società o cooperativa che sia, guadagna sulle presenze effettive (quindi per ogni persona che è nel centro e non per il singolo posto messo a bando), avrà interesse nel tenere reclusa la persona e non rilasciare anche se per ragioni sanitarie.

È “italianissima”, invece, la cooperativa Badia Grande nata nel luglio 2017, leader nel settore soprattutto nel Mezzogiorno, dove ha gestito hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Messina), Centri per l’accoglienza straordinaria (Cas) e negli ultimi anni anche Cpr. La cooperativa è al centro di diverse inchieste giudiziarie. A Bari, dove Badia Grande si è aggiudicata per cinque milioni di euro la gestione del Cpr, l’accusa dei giudici è “frode nell’esecuzione del contratto di affidamento servizi e forniture relativi al funzionamento del Cpr” con specifico riferimento alla “fornitura del servizio di assistenza sanitaria”. Accuse simili arrivano anche in merito al funzionamento del Cpr Trapani Milo tra il 2017 e il 2019.

I processi riguardano Antonio Manca, l’allora rappresentante legale della cooperativa, rinviato a giudizio dalle procure di Trapani e Bari problematizzando le modalità di gestione dei centri. Proprio queste inchieste, a maggio 2023 hanno fatto fare un “passo indietro” alla Prefettura di Trapani che nell’aprile 2022 aveva assegnato nuovamente a Badia Grande la gestione del Cpr attivo in città con un capienza di 204 posti per una base d’asta di cinque milioni e mezzo di euro. Sette mesi dopo, l’ufficio del governo ha però escluso la cooperativa della gara per “omissione informativa” rispetto alle pendenze in corso che interessano i membri di Badia Grande. Questa ha poi perso il ricorso al Tar contro questa decisione. L’avviso di conclusione delle indagini, notificato a Manca nel luglio 2021, non ha fermato la cooperativa neanche nel partecipare alla nuova gara per l’hotspot di Lampedusa avvenuta pochi mesi dopo e vinta con un ribasso del 18% rispetto alla base d’asta. Anche questa esperienza, però, è stata disastrosa e nel giugno 2023 è subentrata la Croce Rossa Italiana.

A fronte di questo triste quadro, Cild sottolinea come la detenzione amministrativa in Italia “lungo tutto l’arco della sua non-nobile storia si è caratterizzata per l’essere un autonomo binario punitivo di cui possono essere destinatari i soli migranti e cui corrispondono livelli di garanzie differenti rispetto a quelli attribuiti al resto della cittadinanza”. Anche per questo motivo, un eventuale passaggio di gestione nelle mani dello Stato, come previsto dal governo del decreto cosiddetto Cutro varato a metà maggio 2023, non cambierebbe le sorti di questi luoghi. “La detenzione amministrativa è un sistema drammaticamente inumano e non rispettoso della dignità delle persone recluse -concludono i curatori- […]. Una gestione totalmente pubblica non cambierebbe lo stato delle cose e ci riporterebbe esattamente nel luogo da dove siamo partiti: in un buco nero”.

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Abuso di psicofarmaci nei Cpr: perché la versione del ministro Piantedosi non sta in piedi - Luca Rondi e Lorenzo Figoni

 

Intervistato da Piazzapulita sulle terribili condizioni dei trattenuti nei Centri, il titolare del Viminale ha provato a confutare i risultati della nostra inchiesta “Rinchiusi e sedati”. Ma le sue tesi non reggono: dalla presunta richiesta dei reclusi all’ipotizzata presenza solo di persone con reati commessi durante la loro permanenza in Italia

 

Giovedì 25 maggio su La7 la trasmissione Piazzapulita il servizio di Chiara Proietti D’Ambra ha mostrato immagini inedite sulle condizioni di vita delle persone recluse nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani (Cpr). Il lavoro si è concentrato sulle strutture di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) e palazzo San Gervasio (Potenza) dando conto anche dei risultati dell’inchiesta “Rinchiusi e sedati” pubblicata da Altreconomia ad aprile e che per la prima volta ha quantificato, dati alla mano, l’abuso di psicofarmaci in cinque delle nove strutture detentive attualmente attive in Italia.

Le immagini e i dati sono stati mostrati anche al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che ha risposto alle domande della giornalista Roberta Benvenuto. Risposte lacunose, giunte tra l’altro prima in televisione rispetto alle quattro interrogazioni parlamentari presentate più di un mese fa da diversi senatori e deputati e tuttora rimaste inevase.

Il ministro ha spiegato di “escludere nella maniera più categorica che vi sia un orientamento della gestione dei Centri finalizzata alla sedazione di massa. C’è una richiesta da parte degli ospiti. Fare il confronto tra le prescrizioni all’esterno e all’interno delle strutture non ha senso perché è più facile che nei Cpr si concentrano persone per cui quel tipo di prescrizioni si rivela normale”. Come descritto nella nostra inchiesta, presentata alla Camera dei Deputati a inizio aprile con Riccardo Magi e Ilaria Cucchi, l’utilizzo di psicofarmaci rispetto a un servizio dell’Asl che prende in carico una popolazione simile è però spropositato: 160 volte in più a Milano, 127,5 a Roma, 60 a Torino e così via.

Il confronto è nato esattamente dalla necessità di quantificare un utilizzo di cui neanche le prefetture hanno contezza per partire da un dato di realtà che vada oltre le testimonianze dei reclusi. Piantedosi dichiara che non è significativo questo confronto perché il “sovrautilizzo” è dovuto al fatto che all’interno dei centri vi sono delle persone per cui quei farmaci sono necessari. Ma nell’inchiesta abbiamo riscontrato un largo utilizzo di Quetiapina, Olanzapina o Depakin, indicati nel­la terapia di schizofrenia e disturbo bipolare; Pregabalin (antiepilettico); Akineton, utilizzato per il trattamento del morbo di Parkinson (30mila compresse in due anni a Caltanissetta); Rivotril.

Se questi farmaci sono forniti tramite prescrizioni e non somministrati al di fuori di quanto previsto dal foglio illustrativo, significa nei centri si trovano persone con patologie psichiatriche gravi. Ma nel maggio 2022 una direttiva dello stesso ministero dell’Interno aveva specificato che la visita d’ingresso nel Centro per valutare l’idoneità alla “vita” in comunità ristretta nella struttura deve escludere “pato­logie evidenti come malattie infettive contagio­se, disturbi psichiatrici, patologie acute o croni­co degenerative che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette”. Delle due l’una: o le persone non possono stare nei Centri per la loro condizione sanitaria, oppure i farmaci vengono forniti off-label, senza cioè seguire un preciso piano terapeutico…

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“Perché i Centri di permanenza per il rimpatrio devono indignare” - Giulia Vicini

 

L’avvocata Giulia Vicini, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, conosce bene i Cpr e le condizioni di vita di chi vi è trattenuto. In particolare in quello di via Corelli a Milano. Luoghi di privazione della libertà, con garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere. Stigmi cittadini. Il suo racconto

 

Cpr. A dispetto del nome e dei nomi che lo hanno preceduto -Centro di permanenza temporanea (Cpt), Centro di identificazione ed espulsione (Cie), e ora l’acronimo sta per Centro di permanenza per il rimpatrio- si tratta di un luogo di privazione della libertà personale. La stessa struttura di questi centri lo dimostra: alte mura, filo spinato e telecamere sul perimetro. Presidio costante di almeno quattro corpi di forze dell’ordine: esercito, carabinieri, polizia di Stato e Guardia di Finanza.

I francesi hanno trovato un nome per diversificare la privazione della libertà personale dei cittadini stranieri in attesa di rimpatrio dalla detenzione nelle carceri ed è “retention”. In Italia si parla di trattenimento amministrativo. Come lo si voglia chiamare, si tratta della stessa privazione della libertà personale a cui sono sottoposti coloro che sono stati condannati per avere commesso dei reati. Chi sta nel Cpr non può andare da nessuna parte e risponde a regole che sono proprie del carcere, nonostante siano diversi i presupposti per il trattenimento e anche le garanzie e le tutele del trattenuto.

I trattenuti nel Cpr sono cittadini stranieri in attesa dell’espletamento delle procedure di esecuzione di un rimpatrio forzato. Tra i presupposti (quantomeno quelli previsti dalla legge) per il trattenimento presso il Cpr vi è quindi anzitutto di non avere o non avere più un titolo per soggiornare regolarmente nel territorio nazionale, un permesso di soggiorno. Prendendo in prestito uno degli alienanti nomi in voga nel dibattito pubblico, chi può essere trattenuto al Cpr è “irregolare”. O, peggio ancora, “clandestino”. Ma, sempre in forza delle norme di legge, l’irregolarità non è sufficiente perché si possa applicare la misura del trattenimento presso il Cpr. È anche necessario che lo straniero sia “espellibile”, che possa essere destinatario di un provvedimento di rimpatrio. Questo perché l’ordinamento nazionale prevede delle ipotesi in cui il cittadino straniero, pur non avendo un permesso di soggiorno, non può essere allontanato dal territorio nazionale. È il caso dei minori, delle donne in stato di gravidanza e -quantomeno fino alla recente riforma della protezione speciale- di coloro che avevano maturato in Italia dei legami famigliari o sociali significativi e degni di protezione.

Ulteriore presupposto perché le autorità di pubblica sicurezza possano ricorrere al trattenimento è che il provvedimento di rimpatrio comminato possa essere eseguito con la forza. L’uso della forza e il trattenimento sono infatti previsti come ultima ratio per garantire l’esecuzione del rimpatrio. L’ordinamento disciplina delle misure alternative, meno afflittive della libertà personale, quali ad esempio l’obbligo di firma e il ritiro del passaporto.

Questi i presupposti di legge. L’esperienza però ci mostra che nei Cpr vengono spesso trattenute persone inespellibili o che potrebbero avere accesso a misure alternative. Quello che è certo è che chi è trattenuto presso il Cpr non ha commesso alcun reato, o quantomeno non è trattenuto per avere commesso un reato. Il suo trattenimento è unicamente finalizzato a consentire alle autorità di pubblica sicurezza di rimuoverlo forzatamente dal territorio.

Che il trattenimento nel Cpr non sia conseguenza di alcun reato è tanto più evidente se si considera che anche chi vi è trattenuto dopo avere espiato una pena in carcere non lo è per “pagare” una pena -appunto già pagata altrove- ma per essere identificato, in un sistema che si rivela incapace, o forse disinteressato a procedere all’identificazione e al riconoscimento durante la (spesso lunga) permanenza in carcere.

Per riassumere, della popolazione del Cpr fanno parte coloro che entrano nel territorio senza un titolo per l’ingresso o il soggiorno o che entrano con un titolo trattenendosi però oltre la sua scadenza. Coloro che perdono un titolo di soggiorno spesso per cause non a loro imputabili, quali la perdita dell’occupazione. Ma anche i richiedenti asilo. Coloro che chiedono protezione internazionale perché in fuga da persecuzioni e guerre.

Il decreto legge 20/2023 convertito in legge 50/2023 ha peraltro reso il trattenimento del richiedente asilo la norma ogni qualvolta la domanda è presentata “in frontiera”. Dove il concetto di frontiera si amplia a dismisura ricomprendendo territori scelti senza alcuna apparente ragione (si pensi ad esempio Matera) con la conseguenza che alla domanda di protezione presentata in questi territori seguirà un trattenimento. Le direttive europee prescrivono che il trattenimento del richiedente protezione debba rappresentare una misura eccezionale e che si debbano distinguere i luoghi di trattenimento perché diversi sono i presupposti e diverse le procedure e le garanzie. Nondimeno i richiedenti asilo possono essere trattenuti fino a dodici mesi negli stessi luoghi dei cittadini stranieri in attesa di esecuzione del rimpatrio.

Quando e quanto si può essere trattenuti nel Cpr? Sul quando, si è già detto, lo straniero che viene portato al Cpr non è solo quello che è appena entrato in Italia ma anche quello che si trova nel territorio da moltissimi anni e che nel territorio ha costruito un percorso di vita. Sul quanto vale la pena interrogarsi perché la disciplina degli stessi termini del trattenimento dimostra l’esclusiva funzionalità alla conclusione di un procedimento -quello di espulsione- che molto spesso le autorità non portano a termine. La proroga del trattenimento, dopo i primi trenta giorni, può infatti essere consentita dal Giudice di pace solo se “l’accertamento dell’identità e della nazionalità ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà”. Il trattenimento può essere prorogato per altri trenta giorni solo se risulta probabile che il rimpatrio venga eseguito. Il trattenimento non solo è funzionale all’esecuzione del rimpatrio ma anche spesso determinato da inefficienze o ritardi della Pubblica amministrazione.

Dove si consuma il trattenimento ai fini del rimpatrio? Nonostante le nostre preoccupazioni e la nostra indignazione riguardino spesso, legittimamente, i Cpr, gli stranieri destinatari di misure di rimpatrio vengono trattenuti anche negli aeroporti. In quella Malpensa in cui i titolari di passaporto italiano transitano senza alcun ostacolo e in cui i cittadini stranieri a cui si contesta di “non avere i documenti in regola” al momento del loro arrivo vengono trattenuti anche fino a otto giorni, in aree sterili, senza vedere la luce del giorno e senza avere accesso ai loro oggetti personali, e poi vengono “accompagnati” all’aereo che li riporta a casa. Dall’entrata in vigore del decreto legge 113/2018 è inoltre possibile trattenere presso dei locali all’interno delle questure in attesa di rimpatrio. E negli uffici di via Montebello della questura di Milano questi locali esistono e vengono comunemente utilizzati.

Infine, quello che forse più deve indignare è come si svolge il trattenimento. Ai trattenuti nel Cpr sono riconosciute garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere, tanto nel procedimento che porta alla privazione della libertà, quanto nelle condizioni materiali di tale privazione. Il caso dell’utilizzo della forza pubblica per l’esecuzione del rimpatrio di cittadini stranieri è l’unico per cui -in alcune ipotesi- la legge nazionale esclude la necessità di una convalida giudiziaria. Questo vale per i respingimenti “immediati” ai valichi di frontiera e anche, con l’entrata in vigore del decreto legge 20/2023, per chi è destinatario di misure di espulsione di carattere penale. Anche dove una convalida giudiziaria è prevista, la stessa è molto al di sotto degli standard del giusto processo, con udienze che si svolgono da remoto, senza concedere ai legali adeguato tempo per conferire con l’assistito, e hanno una durata complessiva di poco più di un quarto d’ora. Nel procedimento di convalida, inoltre, opera spesso un’inversione de facto dell’onere della prova in cui lo straniero deve offrire prova documentale di tutto quello che deduce mentre sulle dichiarazioni rese dalla Questura, parte istante, si fa cieco affidamento.

Quanto alle condizioni, l’ampia reportistica risultante dai sopralluoghi effettuati presso i Cpr è più che eloquente. Lo straniero trattenuto non riceve alcuna informativa sui diritti e sui servizi a cui ha titolo. Significativo è che lo stesso venga identificato e arrivando nella sala colloqui con l’avvocato si identifichi con un numero. Quando si iniziano a identificare le persone con i numeri la storia ci insegna che non si arriva mai a nulla di buono.

Giulia Vicini, avvocata, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

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