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venerdì 11 settembre 2026

Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava? - Davide Grasso

 (da Dinamo Press)

Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento.

Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale.

Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche.

La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni».

Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie.

Rivoluzione e integrazione nello stato

La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi.

La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale.

Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa incarnava l’“autonomia democratica”.

Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati).

Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale.

Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da integrare in negoziati futuri, e così via.

Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo.

Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla?

La rivoluzione e le armi

Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg.

Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi.

L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri?

Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo.

Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili.

Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi.

L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole.

Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri.

Repressione internazionale di un’anomalia

Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico.

Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine.

Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale?

Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti.

Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale.

I limiti soggettivi del movimento confederale

La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale.

Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione.

Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina.

Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla competizione regressiva tra clan e strutture tribali.

Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome.

Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni.

da qui

domenica 22 giugno 2025

Deja Vu di guerra - Chris Hedges

Ci sono poche differenze tra le menzogne raccontate per scatenare la guerra con l'Iraq e quelle raccontate per scatenare una guerra con l'Iran. Le valutazioni delle nostre agenzie di intelligence e degli organismi internazionali vengono, come già accaduto durante le richieste di invadere l'Iraq, liquidate con disinvoltura come allucinazioni.

Tutti i vecchi luoghi comuni sono stati riesumati per spingerci verso un altro fiasco militare. Un Paese che non rappresenta una minaccia né per noi né per i suoi vicini è sul punto di acquisire un'arma di distruzione di massa (WMD) che mette in pericolo la nostra esistenza. Il Paese e i suoi leader incarnano il male puro. La libertà e la democrazia sono in pericolo. Se non agiamo ora, la prossima prova schiacciante sarà un fungo atomico. La nostra superiorità militare assicura la vittoria. Siamo i salvatori del mondo. I bombardamenti massicci, una versione aggiornata dello Shock and Awe, porteranno pace e armonia.

Abbiamo sentito queste falsità prima della guerra in Iraq del 2003. Ventidue anni dopo sono state riesumate. Chiunque sostenga i negoziati, la diplomazia e la pace è un tirapiedi dei terroristi.

Abbiamo imparato qualcosa dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, per non parlare dell'Ucraina?

Tutti i demoni che ci hanno venduto queste guerre passate con false pretese, come il conduttore conservatore di talk show Mark Levin, Max Boot – che scrive: «quell'imperativo strategico giustifica il bombardamento di Fordow», dove è sepolto il programma di arricchimento nucleare iraniano – David Frum, John Bolton, il generale Jack Keane, Newt Gingrich, Sean Hannity e Thomas Friedman, sono tornati a saturare le onde radio con allarmismo senza fiato.

Non importa che il loro grande piano di rovesciare i talebani in Afghanistan e poi invadere e sostituire i regimi in Iraq, Libano, Siria, Libia, Sudan, Somalia – e infine in Iran – sia fallito miseramente. Non importa che la loro brama di guerra abbia causato centinaia di migliaia, forse milioni di morti e prosciugato trilioni dal Tesoro degli Stati Uniti. Non importa l'assoluta idiozia delle loro argomentazioni. I loro megafoni sono al sicuro. Sono fedeli sostenitori dell'industria bellica, neoconservatori senza cervello e sionisti genocidi, che credono nella magica rigenerazione del mondo attraverso la violenza, ignorando catastrofe dopo catastrofe.

Dimenticate la valutazione annuale delle minacce della comunità dell'intelligence secondo cui “l'Iran non sta costruendo un'arma nucleare e il leader supremo Khomeini non ha autorizzato il programma nucleare che ha sospeso nel 2003”, cosa ribadita questa settimana dal direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) Rafael Grossi.

Dimenticate che Benjamin Netanyahu, per quasi tre decenni, ha avvertito senza sosta che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare. Dimenticate che l'attacco preventivo di Israele all'Iran è un crimine di guerra, per non parlare dei bombardamenti di un ospedale, di un'ambulanza e di giornalisti.

Dimenticate le centinaia di civili iraniani che Israele ha massacrato nelle sue ondate di attacchi aerei.

Dimenticate che Israele ha lanciato il suo attacco contro l'Iran proprio mentre era in programma il sesto round di negoziati sull'arricchimento nucleare tra Stati Uniti e Iran in Oman.

Dimenticate che è il primo ministro israeliano, e non il leader iraniano, ad essere oggetto di un mandato d'arresto, accusato di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Dimenticate che Israele, mentre sta conducendo una campagna di genocidio contro i palestinesi, possiede almeno 90 armi nucleari – costruite in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – e blocca le ispezioni dell'AIEA.

Dimenticate che Donald Trump ha strappato il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) nel 2018, un accordo per limitare il programma nucleare iraniano, che l'Iran stava rispettando.

Dimentichiamo che Washington e Londra hanno orchestrato il colpo di Stato del 1953 per rovesciare il governo democraticamente eletto dell'Iran, il primo nella regione, e hanno insediato al potere lo scià Mohammad Reza Pahlavi, più docile.

Dimentichiamo che gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno addestrato ed equipaggiato la SAVAK, la feroce polizia segreta dello scià.

Bombardate! Bombardate! Bombardate!


Il presunto programma nucleare iraniano è l'equivalente privo di prove delle mitiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e della sua alleanza con Al-Qaeda.

L'invasione e l'occupazione dell'Iraq, che hanno causato la morte di oltre 4.000 soldati e marines statunitensi e di centinaia di migliaia di civili iracheni, hanno provocato distruzione su vasta scala, instabilità regionale e dato vita a una serie di gruppi estremisti fanatici, tra cui lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS).

Le assicurazioni - che la nostra invasione avrebbe portato la democrazia a Baghdad, che si sarebbe poi diffusa in tutto il Medio Oriente, che saremmo stati accolti come liberatori e che i proventi del petrolio avrebbero pagato la ricostruzione - erano una fantasia immaginata dall'amministrazione di George W. Bush e dai think tank di Washington. 

Questi sostenitori della guerra senza fine non comprendono il meccanismo o le conseguenze della guerra. Sono culturalmente, storicamente e linguisticamente ignoranti riguardo ai paesi che attaccano. Iraq. Afghanistan. Libia. Siria. Iran. Dubito che siano in grado di distinguerli.

Questi sostenitori della guerra, una volta dimostrata la loro errata valutazione, sono abili nel rilasciare dichiarazioni di mea culpa. Ci assicurano delle loro buone intenzioni. Non era loro intenzione diffondere disinformazione. Volevano solo proteggere il mondo dai “malfattori” e salvaguardare la nostra sicurezza nazionale. 

Nessuno, nemmeno all'interno delle amministrazioni Bush e ora Trump, è intenzionalmente disonesto. Non è colpa loro se agiscono sulla base di informazioni errate. Il problema è di giudizio, non di virtù. Sono brave persone.

Ma questa, forse, è la bugia più grande. Le valutazioni dei servizi segreti utilizzate per giustificare la guerra contro l'Iraq sono state inventate da una cricca di neoconservatori pazzi e sionisti rabbiosi perché non gradivano le valutazioni della Central Intelligence Agency (CIA) e di altre agenzie di intelligence. Ora un'altra cricca, dominata dai sostenitori della politica “Israel first”, sta inventando valutazioni di intelligence fasulle per giustificare una guerra con l'Iran. Queste guerre non sono condotte in buona fede. Non si basano su una valutazione attenta e razionale di informazioni verificabili. Sono visioni utopistiche scollegate dalla realtà, in cui le nostre agenzie di intelligence vengono ignorate insieme agli organismi internazionali come le Nazioni Unite, gli ispettori delle armi di distruzione di massa o l'AIEA.

La storia dell'Iran moderno è la storia di un popolo che combatte contro tiranni sostenuti e finanziati dalle potenze occidentali. La brutale repressione dei legittimi movimenti democratici nel corso dei decenni ha portato alla rivoluzione del 1979 che ha portato al potere i religiosi iraniani. Il nuovo governo islamico dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini ha difeso l'Islam e ha sostenuto la necessità di opporsi alle potenze mondiali “arrogante” e ai loro alleati regionali, che opprimono gli altri - compresi i palestinesi - per servire i propri interessi.

" La storia centrale dell'Iran negli ultimi 200 anni è stata l'umiliazione nazionale per mano delle potenze straniere che hanno soggiogato e saccheggiato il Paese“, mi ha detto Stephen Kinzer, autore di ”All the Shah's Men: An American Coup and the Roots of Middle East Terror“ (Tutti gli uomini dello Scià: un colpo di Stato americano e le radici del terrorismo in Medio Oriente). ”Per molto tempo i responsabili sono stati gli inglesi e i russi. A partire dal 1953, gli Stati Uniti hanno iniziato ad assumere quel ruolo. In quell'anno, i servizi segreti americani e britannici rovesciarono un governo eletto, spazzarono via la democrazia iraniana e misero il Paese sulla strada della dittatura".

“Poi, negli anni '80, gli Stati Uniti si schierarono con Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, fornendogli attrezzature militari e informazioni che permisero al suo esercito di uccidere centinaia di migliaia di iraniani”, ha detto Kinzer. “Data questa storia, la credibilità morale degli Stati Uniti nel proporsi come promotori della democrazia in Iran è vicina allo zero”.


Come reagiremmo se l'Iran orchestrasse un colpo di Stato negli Stati Uniti per sostituire un governo eletto con un dittatore brutale, che per decenni ha perseguitato, assassinato e imprigionato gli attivisti democratici? 

Come reagiremmo se l'Iran armassero e finanziasse uno Stato confinante, come abbiamo fatto noi durante gli otto anni di guerra con l'Iraq, per muoverci guerra? 

Come reagiremmo se l'Iran abbattesse uno dei nostri aerei passeggeri come fece la USS Vincennes (CG49) – soprannominata causticamente “Robocruiser” dagli equipaggi delle altre navi americane – quando nel luglio 1988 lanciò missili contro un aereo commerciale pieno di civili iraniani, uccidendo tutti i 290 passeggeri, tra cui 66 bambini? Come reagiremmo se i servizi segreti iraniani finanziassero il terrorismo all'interno degli Stati Uniti, come fanno i nostri servizi segreti e quelli israeliani in Iran? 

Come reagiremmo se questi attacchi terroristici finanziati dallo Stato includessero attentati suicidi, rapimenti, decapitazioni, sabotaggi e “omicidi mirati” di funzionari governativi, scienziati e altri leader iraniani? 

Come reagiremmo se, come Israele, un paese ci attaccasse sulla base di un'ipotesi, un attacco illegale secondo la Carta delle Nazioni Unite, che vieta la guerra preventiva?

I mercanti di guerra che orchestrano questi fiaschi militari sono risorti ancora una volta dalla tomba. Migrano come zombie da un'amministrazione all'altra. Sono insediati in think tank - Project for the New American Century, American Enterprise Institute, Foreign Policy Research Initiative, The Atlantic Council e The Brookings Institution - finanziati da società, dalla lobby israeliana e dall'industria bellica. Sono burattini manovrati dai loro padroni, dotati di megafoni da media in bancarotta, che ci spingono avanti da un pantano all'altro.

I vecchi volti e le vecchie bugie sono tornati, esortandoci verso un altro incubo.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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domenica 8 giugno 2025

Russia e Turchia ridisegnano il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria - Giacomo Gabellini e Michelangelo Severgnini

 


Haftar e la Libia a fumetti del Corriere della Sera - Michelangelo Severgnini 

Quando qualche anno fa, tornato in Italia e stretto contatti con la Libia, ne cominciai a scrivere e raccontare, una delle convinzioni più radicate tra gli esperti italiani era che Haftar fosse un uomo della Francia.

Quando cominciò la campagna militare dell'Esercito Nazionale Libico per liberare Tripoli nell'aprile 2019, gli esperti di casa nostra erano tutti schierati con Tripoli.

Il ragionamento era: "Va bene, a Tripoli non saranno stinchi di santi, ma si sa, dai Libici che ti aspetti. L'importante è non perdere una seconda guerra in Libia contro la Francia. Siccome Haftar sta con i Francesi e noi qualche affare a Tripoli ce l'abbiamo, tutti contro Haftar".

Persino molti parlamentari filo-russi allora votavano finanziamenti a Tripoli, convinti di arginare la Francia.

Io trasecolavo: "E chi ve l'ha detto a voi che Haftar sta con i Francesi?". "Si sa...", la risposta.

Sono passati 6 anni e ieri il Corriere della Sera presentava un articolo allarmistico raccontando di come la Meloni e Macron, a margine del loro incontro due giorni fa, stiano cercando il modo di arginare la penetrazione in Libia della Russia, forte alleata di Haftar..

Ma come, non stava con i Francesi, Haftar?

Il Corriere della Sera dunque viaggia con 6 anni di ritardo quanto a informazione sulla Libia. Tutt'a un tratto Haftar è diventato uomo dei Russi, così, senza una spiegazione.

Anzi, si aggiunge che la Russia potrebbe addirittura puntare i suoi missili dalle basi nel sud della Libia verso l'Italia.

Che l'Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, stia impedendo le elezioni libiche dal dicembre 2021 per impedire a Saif Gheddafi di diventare Presidente? Non risulta.

Che la popolazione libica di Tripoli sia in piazza da 3 settimane per cacciare il premier fantoccio da noi sostenuto illegalmente? Non risulta.

Che l'Italia, ben ultima, stia andando però anche a chiedere l'elemosina a Bengasi sottobanco? Non risulta.

Che Tripoli sia armata dall'Italia da anni in un regime di illegalità, sostenendo gruppi militari jihadisti, altrimenti detti milizie? Non risulta.

Che il governo di Bengasi abbia chiesto legittimamente il supporto militare russo per gestire e mettere un freno all'occupazione militare straniera a Tripoli? Non risulta.

Che le installazioni militari russe nel sud della Libia siano orientate a sostegno dei Paesi del Sahel che si sono liberati dal giogo francese? Non risulta.

Per tutti gli altri, quelli che cercano un'informazione proveniente da fonti dirette e quindi più aggiornate, sanno dove trovarmi.

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domenica 29 dicembre 2024

La realtà dei conflitti mondiali oltre la propaganda e le rimozioni - Alberto Bradanini

 

1. Il deprimente riflesso dei media occidentali – ai quali ci sforziamo di sfuggire quanto possibile – ci condurrebbe alla più profonda depressione, se non fossimo soccorsi dalla fede nell’avanzare dell’autocoscienza dell’uomo nella storia, poiché nel tempo breve non v’è alcuna speranza di intravedere nemmeno l’ombra di un orizzonte più sereno. Più vivo – affermava G. B. Shaw – più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo. Ed è difficile dargli torto. Eppure, se occorre dar senso al tempo che rimane da vivere, esso è quello di distruggere con l’arma della verità tutto ciò che può essere distrutto.

Non passa giorno che Israele non uccida intenzionalmente giornalisti palestinesi a Gaza[1] (196 negli ultimi 14 mesi, tra i 45.000 palestinesi uccisi e 150.000 feriti!), mentre impedisce a chi è fuori di entrare nella Striscia per nascondere i disumani massacri di cui si rende colpevole davanti all’umanità, alla giustizia internazionale, all’etica delle nazioni e alla storia, protetto e armato dai loro complici occulti, gli Stati Uniti d’America.

In Siria, in contemporanea, l’esercito d’Israele, che insieme ai conniventi americani e turchi, ha dato il via libera ai tagliagole jihadisti, si espande oltre il Golan – che occupava illegalmente dal 1967 – e invade altre terre siriane (che B. Netanyahu dichiara non verranno restituite mai più!) nel garbato silenzio di Usa ed Europa, vocianti propugnatori del Diritto Internazionale. Non solo, mentre sulla carta firma il cessate il fuoco con Hezbollah, lo Stato Ebraico non smette di bombardare villaggi libanesi già martoriati, facendo ogni santo giorno decine di vittime. Tutto ciò sotto lo sguardo appagato della presidente della Commissione Ue, la tossica von der Leyen, caporal maggiore del cupo esercito Nato e la cui unica caratteristica degna di nota è l’obbedienza al globalismo atlantico. Nella Nato, si pensava di aver toccato il fondo con il tramonto di Jens Stoltenberg, dal nome altamente evocativo, ma non è così! Al suo posto quale Segretario Generale abbiamo ora tale Marc Rutte, anch’egli con un nome onomatopeico, che dispone per nostro conto di ridurre gli stanziamenti a pensioni e sanità per produrre armi destinate, secondo cotanta testa, a sconfiggere la Russia! Ecco, in un mondo coerente, la stirpe dei Rutte dovrebbe dare il buon esempio, abdicando alle cure dei superbi ospedali Nato, rinunciando sin d’ora a percepire le ricche pensioni che aspettano i camerieri come lui e partire subito per il fronte a salvare l’Europa!

Davanti a tale turpitudine, la replica dei nostri governanti è stata fiera e indignata. Essi hanno immediatamente reagito agli spropositi ruttiani, qualificando tutto ciò per quello che è, vale a dire un ulteriore affronto alla nostra Costituzione e alla nostra (ahimè perduta!) sovranità. Tanto più che, come qualcuno lassù ha affermato, l’Italia sa notoriamente badare a sé stessa. Un concetto che tradotto in linguaggio fattuale sta per: non c’è bisogno di un Rutte qualunque per impoverire la nostra gente e ingrassare i produttori di armi, sappiamo farlo da soli.

2. A dispetto del diluvio di propaganda, salta agli occhi che gli orchestrali di turno sono guidati dalla malata plutocrazia dell’impero, un impero in declino, ma ahimè non rassegnato. Il modus è collaudato: quando taluno si attenta a sollevare una domanda impertinente, questa è sbeffeggiata, screditata o semplicemente occultata. Se poi insiste a riemergere, viene sommersa da un effluvio di inutili notiziole che riempiono uno spazio che potrebbe essere occupato da interrogativi seri.

Nessuno discute nemmeno più di rispetto di minimo comun denominatore di una democrazia, che le evolute nazioni dell’Occidente concepiscono solo come una religione formale. I mezzi di disinformazione di massa aggrediscono rumeni, georgiani e moldavi, colpevoli solo di essersi svegliati dal Lungo Sonno, insieme ai venezuelani, che in mezzo a mille difficoltà, sanzioni e minacce, cercano a modo loro di uscire dal sottosviluppo senza piegarsi agli ordini imperiali. A proposito di Venezuela, il 17 dicembre scorso, la Presidente dell’impalpabile Europarlamento, Roberta Metsola, ha consegneto il Premio Sacharov 2024 per la libertà di pensiero a María Corina Machado e a Edmundo González Urrutia, quest’ultimo riconosciuto presidente legittimo e democraticamente eletto del Venezuela. Invece dei cittadini venezuelani, nel distopico pianeta Terra sono i parlamentari di altri continenti a decidere chi ha vinto le elezioni in un paese lontano che nessuno ha nemmeno visitato una volta. Ridicolo e oltraggioso! Forse qualcuno potrebbe sospettare che l’ostilità statunitense nei confronti della minacciosa nazione venezuelana abbia a che fare con tutto ciò. Si tratta solo di un sospetto, beninteso. In tale scena angosciante, d’altra parte, a nessuno importa qualcosa di Nazioni Unite, diritto internazionale, principio di coesistenza pacifica e non interferenza negli affari altrui.

3. Se persino bambini di cinque anni, per far felici i genitori, fingono di credere alle fiabe ascoltate prima di addormentarsi, resta un doloroso mistero irrisolto che milioni di individui adulti, in apparente salute mentale, possano piegare l’intelletto davanti alla montagna di menzogne che sfida quotidianamente le leggi della fisica. In un infinito elenco, proviamo a illustrane alcune.

Nel 2020, l’ex-futuro presidente degli Stati Uniti confessava con candore (l’intervista è ascoltabile sul web[2]) di aver ordinato alle truppe americane (in Siria dal 2011, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, del principio di non interferenza e di ogni norma immaginabile) di non abbandonare quella terra, perché lì c’era il petrolio! Chi legge ritiene forse che l’espressione sia esagerata, che la riflessione di quell’autorevole capo di stato fosse più articolata. Invece no, si è espresso proprio così. Anzi, per paura di non essere compreso, D. Trump ha ripetuto più volte petrolio, petrolio (!), affinché anche ai sordi fosse chiara la ragione per la quale i soldati americani venivano lasciati in Siria (dove si trovano tuttora, raddoppiati a 2000 unità).

Quel petrolio – dimenticava di precisare l’allora inquilino della Casa Nera (il colore bianco, nel nostro immaginario, si addice ad altri luoghi) – era di proprietà del governo siriano, un dettaglio insignificante, sfuggito al Principe Atlantico, nobile guida della sola nazione indispensabile al mondo (B. Clinton, 1999). Non fa meraviglia che la Siria – colpita da dure sanzioni sin dal 2011 – non sia stata in grado di difendersi dai terroristi armati e pagati dal reo-confesso saccheggiatore di petrolio altrui.

Sebbene fosse un paese multietnico e multireligioso, perla rara in Medioriente, la Siria di al-Assad non era certo una democrazia scandinava. E proprio per questo andava aiutata a progredire attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici e culturali. Nessuno può ora escludere che la storia si prenda la sua vendetta, tramutando in veleno la gustosa pietanza iniziale. I terroristi oggi diversamente colorati potrebbero rendere pan per focaccia agli invasori turchi (i mercenari si vendono al primo offerente!), agli israeliani (quanto potrà durare la tregua dell’odio che li anima contro i figli di Sion?) e agli americani (riusciranno questi a trattenere i turchi intenzionati a liberarsi una volta per tutte dei curdi del Rojava?). A sua volta, è plausibile sia coinvolto anche l’Iraq, un paese che ha già pagato con una guerra insensata e ingiustificata che ha fatto un milione di morti, una guerra voluta dagli Stati Uniti per servire insieme Israele e la loro patologia di dominio universale, una guerra che gli smemorati ambienti occidentali tengono nascosta sotto un vergognoso tappeto.

Pensavamo di essere vaccinati davanti a tante menzogne. Continuiamo invece a stupirci all’ascolto del megafono mediatico, le maschere interscambiabili della politica, i venerabili predicatori televisivi, le maggioranze silenziose, queste sempre inquiete, tuttavia. In un effluvio assordante di vocaboli e concetti, tra cause ed effetti, etica e realismo, storia e leggenda, si staglia maestoso il faro celestiale del Regno del Bene propugnatore di Pace, valori umani, Progresso, libertà di pensiero, difesa di Costituzioni proprie e altrui, e via angelicando.

Magari in tale mondo incantato, come riconoscono persino i suoi più ortodossi difensori, non manca qualche difetto, ma – vivaddio! – la perfezione non è di questo mondo. Sappiamo bene – echeggia quella Voce dall’alto – che il mondo non va nel migliore di modi e che dovrebbe andar meglio, ma attenzione, potrebbe anche andar peggio, anzi molto peggio, ed è una fortuna che lassù vi sia qualcuno capace di contenere caos e barbarie: l’amichevole consiglio è dunque quello di giudicare con moderazione le vicende del mondo e non agitarsi troppo!

Dal 2021, la Casa Nera ha poi avuto un nuovo inquilino (che lì rimarrà fino al 20 gennaio 2025), un anziano signore il cui idioma è compreso solo dagli esquimesi, se escludiamo gli studiosi di sanscrito, e che sarà ricordato dai posteri per le atrocità contro il popolo palestinese di cui è corresponsabile insieme a Israele, per la guerra contro la Russia con il sangue e il territorio ucraini, per le coperture delle furfanterie figliolesche, per l’inclinazione a inciampare sulla scaletta degli aerei e la perdita d’orientamento al termine delle conferenze-stampa. Ci scapperebbe un sorriso pacificatore, se non avessimo a che fare con morti e devastazioni, e se quell’anziano signore non fosse portatore di una valigetta che può mettere la parola fine al genere umano. Quando si solleva timidamente tale questione, i difensori dell’Impero del Bene replicano seccati che in realtà quella valigetta si trova nelle mani di persone con la testa sulle spalle. Ma se è davvero così, di grazia, chi sono costoro, chi controlla siffatti controllori, chi ha loro delegato tale gigantesca responsabilità? Interrogativi che restano drammaticamente senza risposta.

3. Un’altra tra le infinite perle del Padrone Unipolare ci conduce a tale Pompeo Mike, ex-direttore della CIA (2017-2018) e segretario di stato (2018-2021), che in un momento di inattesa verità ammette[3] pubblicamente che la CIA è pagata per rubare, ingannare, frodare. Ascoltando tale insolita confessione, il pubblico presente (Università del Texas!), invece di chiamare la forza pubblica, esplode in una empatica risata seguita da un affettuoso applauso. Di tutta evidenza, non solo per il reo-confesso, ma anche per l’etica accademica americana rubare, ingannare e frodare è considerato un prestigioso compito istituzionale di un corpo dello stato.

Tra le nazioni che a tutela della loro sicurezza fruiscono dei disinteressati servigi dell’Impero Occidentale troviamo beninteso l’Ucraina. Accantoniamo pure il complesso di onnipotenza insieme all’infantile rimozione che un paese entrato in guerra per la sua sopravvivenza e che dispone di 6500 testate nucleare, prima di essere sconfitto ricorrerebbe all’arma atomica. L’Ucraina resta comunque una nazione devastata, governata da un mediocre attore comico, vincitore di un’elezione con un programma di pace, appassionatosi poi alla guerra con il sostegno di una miracolosa polverina bianca. Costui, arresosi alle carezze nostalgiche di una neodemocrazia dalla croce uncinata, insieme ai nobili valori atlantici (i dollari), quando non è in crociera per il mondo vestito da furiere (al fronte è bene che ci vadano gli altri!) trascorre il tempo a intitolare piazze e strade ai veneratori del padre della patria ucraina, l’eroico massacratore di polacchi ed ebrei, Stepan Bandera. L’orologio batte tutto, la memoria svanisce, la coscienza tace.

Ma facciamo un passo indietro. Nel marzo 2007, Wesley Clark, ex-generale a quattro stelle, comandante NATO nella guerra in Kosovo, rilascia un’intervista[4] che andrebbe letta e meditata. Il 20 settembre 2001, dopo un colloquio con il Segretario alla Difesa Rumsfeld e il suo vice Wolfowitz, Clark viene informato (da un suo superiore di cui tace il nome) che gli Stati Uniti intendono attaccare l’Iraq. Al suo sconcerto: “Stiamo aggredendo l’Iraq? perché?”, gli viene risposto: “Non lo so, forse non sanno cos’altro fare”. “hanno trovato qualche prova che collega Saddam ad al-Qaeda?” “No, non c’è niente di nuovo. La decisione di andare in guerra con l’Iraq è stata presa perché, immagino non sappiano bene cosa fare dopo l’11 settembre. Se si ha a disposizione un martello, si vedono chiodi dappertutto”.

In un altro incontro, qualche settimana dopo, Clark chiede: “ma davvero faremo la guerra all’Iraq?” E l’altro: “Oh, è peggio di così” e allungando la mano sulla scrivania, prende un foglio di carta e dice: “Me l’hanno dato poco fa all’ufficio del Segretario alla Difesa. Si tratta di un memo che descrive come far fuori sette paesi in cinque anni, prima Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine l’Iran”. Prima di congedarsi, Clark chiede: “ma si tratta di un documento classificato?” e l’altro: “certamente”. “Beh, allora non farmelo vedere”. Dopo un anno, Clark incontra di nuovo quel generale e chiede: “Ti ricordi di quel promemoria?” e l’altro: “ma che dici? Non ti ho mai fatto vedere quel promemoria!”. Clark termina l’intervista affermando: “se ripenso a tale episodio e vedo quanto accade in Medioriente, beh allora tutto si chiarisce”.

Sei di quei paesi sono stati invasi/destabilizzati, milioni di morti, feriti e rifugiati, infrastrutture rase al suolo e un’ambiente sociale restituito alla mera sopravvivenza. Ne manca solo uno all’appello, l’Iran, e sentiamo già battere i tamburi. L’aggressione a quel paese, ammesso che Teheran non si doti prima dell’arma nucleare, incendierebbe il Medioriente, colpirebbe a morte le economie occidentali, farebbe milioni di morti, ma andrebbe a beneficio di chi siede in cima alla piramide e all’espansionismo coloniale israeliano, nell’orgoglio compiaciuto di una nazione, gli Usa, che in 250 anni è vissuta in uno stato di pace solo 16 anni e che con il 4,3% della popolazione mondiale intende dominare un pianeta di 8 miliardi di individui!

4. Quanto alla Libia, fino al 2011 per le Nazioni Unite quel paese era quello col più alto indice di sviluppo umano di tutta l’Africa. In quell’anno, il paese viene bombardato e destrutturato dalla Nato senza alcuna plausibile ragione e beninteso in barba al diritto internazionale, per di più contro gli interessi europei e in particolare dell’Italia, all’epoca legata da vantaggiose relazioni con M. Gheddafi, aprendo per di più la porta a un’immigrazione da allora fuori controllo. Per gli Usa quella guerra era in linea con il cosiddetto ordine basato sulle regole (rules-based order), principio che definire comico è un complimento, basato sulla quotidiana volubilità delle gerarchie imperiali e citato a manetta dall’algido blateratore di falsità, Blinken Antony – tra i peggiori segretari di stato che la storia americana ricordi, in coppia con il suo compagno di merende, il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan Jake, anche lui in fondo alla lista della sua categoria. Un ordine incantevole quello basato sulle regole, difesa anche dalla Presidente del Consiglio italiana in visita a Pechino alcuni mesi orsono, chissà, forse nel convincimento che i cinesi avessero l’anello al naso e prendessero sul serio il suo arguto ragionare di geopolitica mondiale.

Della cupa Unione Europea abbiam detto più volte, un’entità colonizzata e assuefatta alla violazione di rilevanti principi di etica pubblica e privata. Aiuta ad attenuare la depressione la circostanza che essa non sia più, da tempo, protagonista della scena internazionale. Quanto all’Italia, il solo aspetto degno di nota è la cura che i suoi dirigenti riservano nella lucidatura dei bottoni della livrea da maggiordomo, che indossano però, questo non può essere sottaciuto, con gran dignità! È motivo di relativa consolazione che il Sud nel mondo – le nazioni resistenti e/o emergenti – sia in ricerca di altri orizzonti, verso un mondo plurale e multipolare non più asservito alla finanza globalista guidata dalle corporazioni americane e dallo stato profondo e bellicista degli Stati Uniti. I Brics, la Sco, l’Unione economica eurasiatica, la Rcep e altri raggruppamenti continentali costituiscono un’incoraggiante manifestazione di recupero di quella sovranità di ciascun popolo che un giorno potrebbe proiettare una benefica influenza persino sull’Occidente.

Il trucco c’è, dunque, si vede ma non importa niente a nessuno! Distrazione, offuscamento dell’intelletto, confusione prefabbricata, affollamento di notizie, scetticismo pervasivo e altro ancora è tuttavia condito dal convincimento che la società è un dato immodificabile. E questo è un male.

Eppure, mentre una palingenesi della società americana non è alle viste, resta quindi la speranza di un bilanciamento che l’asse della resistenza potrà indurre attraverso il consolidamento della barricata di resistenza. Non possiamo anticipare i tempi, ma prima o poi gli uomini di buona volontà vedranno l’’alba di un nuovo orizzonte. Noi non ci saremo, pazienza. Sarà sufficiente il ricordo che anche noi abbiamo contributo.

Dove prevale la menzogna, la verità incute terrore, genera disordine, annienta l’illusione solipsista del Potere, emerge come un gigantesco salto nel buio. Essa resta d’altra parte imprescindibile per chi cerca la salvezza. Se l’uomo vorrà distruggere il mondo dei fabbricatori di morte e sopravvivere, non potrà sottarsi a quell’orizzonte. La verità annienterà quel che deve essere annientato. Lorsignori possono starne certi.

“A bloccare la via – affermava J. M. Keynes, il grande economista liberale del XX secolo, difensore di un’economia etica a favore del benessere condiviso e dei bisogni essenziali degli uomini.- vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.

In una società dove la maggioranza appare rassegnata alla schiavitù di un’alienazione pervasiva, narcotizzata nel torpore smartfonico e davanti a uno schermo televisivo, soccorre il pensiero salvifico di Franz Grillparzer: se poi il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare.


[1] https://www.caitlinjohnst.one/p/that-which-can-be-destroyed-by-the?utm_source=post-email-title&publication_id=82124&post_id=153183786&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=13lc4d&triedRedirect=true&utm_medium=email

[2] https://www.newsweek.com/donald-trump-us-troops-syria-oil-bashar-al-assad-kurds-wisconsin-rally-1482250

[3] https://www.youtube.com/watch?v=ZCjWAq7563I

[4] https://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166 https://genius.com/General-wesley-clark-seven-countries-in-five-years-annotated

 

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giovedì 26 dicembre 2024

Un Natale di combattimento in Siria: così si ridefiniranno i rapporti di genere - Davide Grasso

 

Questo Natale sarà un Natale di combattimento in Siria. Il Consiglio militare di Manbij, parte delle Forze siriane democratiche (Sdf) di orientamento secolare e pluralista, ha lanciato nelle scorse ore una controffensiva a ovest dell’Eufrate contro i gruppi islamisti dell’Esercito “nazionale” siriano diretto dalla Turchia. La città di Manbij, situata tra Kobane e Aleppo, è abitata da 300.000 siriane e siriani di lingua araba (in maggioranza) ma anche curdi, ceceni, turcomanni e circassi, e ben rappresenta il crogiolo di lingue e identità che compongono la nazione.

La battaglia in corso non è però primariamente legata al rispetto delle differenze linguistiche, pure importanti, ma alla definizione, nella nuova Siria, dei rapporti di genere. Le violenze delle milizie a Manbij hanno compreso l’assassinio di tre militanti dell’Associazione femminile araba Zenobia, Kamar El-Soud, Aysha Abdulkadir e Iman. Occupata da Daesh nel 2014, due anni dopo Manbij era stata liberata dalle Sdf create su iniziativa delle Ypg-Ypj curde con decine di battaglioni arabi dell’ex “esercito libero siriano”. Quella liberazione, che ho vissuto in prima persona e raccontato nel libro Hevalen, costò mille caduti tra le forze di liberazione e quasi il doppio tra i miliziani di Daesh.

Quando i miliziani fedeli alla Turchia hanno attaccato Manbij due settimane fa, il governo damasceno di Al-Jolani non ha condannato l’aggressione, rendendo chiaro che le sue “rassicurazioni” su un’evoluzione pacifica nel paese sono pura propaganda. Pochi giorni fa ha dichiarato che per le Ypg non c’è spazio nella Siria in cui il suo movimento ha assunto unilateralmente pieni poteri grazie a un beneplacito internazionale più che interno. Con la copertura aerea dell’aviazione turca le milizie hanno occupato la città e iniziato a mettere in atto esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi.

In seguito a questi eventi, la qabila (struttura familiare allargata o “tribù”) Bin Asid ha dichiarato di essere pronta a insorgere contro gli occupanti in città. Dopo che, il 22 dicembre, una bambina di sette anni è stata violentata dalla “Brigata Suleiman Shah” guidata dal criminale di guerra Abu Amsha (che ha una lunga storia di violenze sessuali alle spalle), un’altra importante struttura clanica della città, la qabila Al-Bubna, ha attaccato le milizie.

È in questo contesto che il Consiglio militare delle Sdf ha lanciato una controffensiva verso la città, liberando alcuni villaggi nonostante i bombardamenti turchi e l’assedio in corso a Kobane. La difesa di Kobane lungo la diga di Tishrin sull’Eufrate, e ora la controffensiva verso la vicina Manbij, vedono un ruolo cruciale delle Unità di protezione delle donne (Ypj), parte delle Sdf. Il Consiglio delle donne siriane (WJAS) ha dichiarato il 22 dicembre che mentre “celebriamo la caduta del regime Ba’ath, assistiamo a un allarmante aumento della violenza contro le donne”. Il comunicato ha ricordato l’occupazione di Manbij e “crimini efferati come le brutali uccisioni e decapitazioni di donne, come quelle avvenute a Tal Rifaat, da parte di fazioni armate sostenute dalla Turchia”.

L’appello si conclude con una serie di rivendicazioni per la nuova nazione, tra cui la chiusura dello spazio aereo siriano alle attività militari; la cessazione di tutti gli attacchi sul territorio siriano e il ritiro di tutti gli eserciti occupanti; la garanzia di un’equa rappresentanza delle donne e delle organizzazioni femminili di tutte le parti della Siria nella costruzione di una Siria democratica e nel nuovo Comitato Costituzionale; l’effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali, di attuazione e di responsabilità nell’adozione di queste misure; garantire la partecipazione libera e paritaria delle donne in tutti i meccanismi decisionali e nei settori della politica, dell’istruzione, della scienza e dell’economia; il riconoscimento legale del diritto delle donne all’autodifesa; la piena attuazione e garanzia dei diritti umani proclamati nelle convenzioni internazionali; l’istituzione di un comitato che lavori per l’inclusione della volontà delle donne nelle istituzioni pubbliche e politiche sulla base del principio della pari rappresentanza; l’istituzione di commissioni di giustizia per i bambini che hanno subito danni psicologici e fisici a causa della guerra e della violenza.

Queste rivendicazioni sono arrivate poche ore dopo le dichiarazioni di Obaida Arnout, portavoce del “governo transitorio” di Damasco, alla tv libanese Al-Jadeed. Riguardo al coinvolgimento delle donne nella nuova Siria, Arnout ha affermato che il momento è “prematuro” per parlarne, benché i “compiti della donna” debbano necessariamente essere “compatibili con il ruolo che può svolgere. (…) Può svolgere le stesse funzioni dell’uomo? Non può”. Il governo di Damasco mostra di avere tutta una sua teoria sulle donne: “La donna ha la sua natura biologica e psicologica, la sua unicità e la sua composizione che devono necessariamente allinearsi con determinati compiti; non è corretto che la donna utilizzi armi o si trovi in un determinato luogo che non si allinei con le sue capacità, la sua composizione o la sua natura”.

Il tono è rivelatore anche in rapporto all’educazione: “Certamente la donna ha diritto all’istruzione e all’apprendimento in qualsiasi campo della vita, ma per quanto riguarda l’assunzione dell’autorità giudiziaria da parte della donna, questo può essere un punto di ricerca o di studio da parte di specialisti, e vedo che è troppo presto per parlare di questo argomento”. Anche Al-Jolani insiste sempre sul fatto che i nuovi principi guida, e la stessa costituzione, devono essere definite da “esperti”; ma non è chiaro chi questi esperti dovrebbero essere, né in che senso sarebbero “esperti”, chi li sceglierebbe e soprattutto perché l’assemblea costituente debba essere formata dai suoi uomini senza prima procedere ad elezioni.

La scrittura della nuova costituzione in questa forma sarebbe il completamento del colpo di stato promosso da Al-Jolani all’interno del composito processo rivoluzionario, cui si oppongono le Ypj e le Sdf, come le donne scese in piazza a Damasco il 20 dicembre e a Qamishlo il 23 dicembre. Come ogni paese del mondo, la società siriana è divisa politicamente intorno a valori, interessi e principi, e nessun riferimento alla “cultura”, alla “natura” o alla “tradizione” è quindi scevro da una connotazione politica.

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