Quando un governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto trentasette pagine e allo stato degli atti i gravi indizi di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa.
Oggi è un
giorno di lutto nazionale.
Piangono
Sallusti, Senaldi, Porro, Giordano e compagni di merende, e piange soprattutto
lei, la Giorgiona nazionale. Youssef Siher è tornato libero e a Palazzo Chigi
l'hanno presa come fosse morto un familiare.
Il copione
lo conosciamo.
A Milano ha
stato Putin. Poi ha stato la camorra. Poi ha stato Youssef. Ora che Youssef è
fuori serviva un quarto colpevole, ed eccolo: ha stato la toga rossa.
Meloni parla
di decisione «vergognosa». Tajani dice che la scarcerazione mette in pericolo
la sicurezza del Paese, Salvini chiede se la giudice pagherà di tasca sua i
danni dei cortei di venerdì. Fidanza, di FdI, sostiene che la giudice sembra
condividere l'ideologia di Siher, e poi è saltata fuori la sua firma sotto
l'appello dei giuristi per Gaza. Quindi il problema è la tessera. Il Tribunale
di Milano ha risposto che quelle dichiarazioni sono irricevibili e mostrano una
scarsa conoscenza dello Stato di diritto, reale o farsa che sia, l'Anm ha
parlato di intimidazione.
Quando un
governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente
è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto
trentasette pagine e la sostanza è questa: allo stato degli atti i gravi indizi
di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa. Rifiutare le
credenziali del telefono non prova una fuga, è un comportamento neutro e
nemmeno insolito. Per l'istigazione a delinquere servono un pericolo concreto e
reati precisi, e scrivere «dichiariamo guerra a questo presente infame» è
aspro, generico ma non è reato. La guida per la difesa in piazza non invita a
nessuna violenza. Quanto al terrorismo, la Corte costituzionale chiede
un'azione di dimensioni macroscopiche, e una chat che convoca cortei
settimanali non lo è. Poi ci sono le date, che a Palazzo Chigi nessuno ha voluto
guardare. Meloni dice che quella pagina incitava le manifestazioni finite nella
devastazione dei negozi milanesi. Il canale Telegram nasce domenica 18 ottobre
alle 19:58, a saccheggi già finiti. Siher non poteva istigare quello che era
già successo, e la stessa Procura non gli attribuisce quei disordini. Sostiene
che li abbia usati per convocare le piazze del 24. Un'accusa molto più piccola
di quella che ha fatto il giro dei giornali, dove per quattro giorni è stato
«l'ayatollah dei maranza» e «la mente delle rivolte». Intanto stava in una
cella singola dell'alta sicurezza. È inconcepibile, lo so.
In questo
Paese esiste ancora una magistratura che non si presta ai teatrini della
politica. Non si può più prendere un povero cristo, meglio se arabo, e sbatterlo
in prima pagina come fosse il demonio incarnato. Ma dove andremo a finire?!?
Hanno pianto
Giorgia e Salvini. Piantedosi ha convocato questori e prefetti per far sapere
che la scarcerazione non lo convince. Sarà che senza il capro espiatorio di
turno qualcuno potrebbe arrivare a una conclusione scomoda: nessuna mente,
nessun burattinaio, solo gente che si è rotta il ca**o di pagare la linea
politica di questo governo. Il gasolio raddoppiato, una manovra da 26 miliardi
con l'Irpef al 33% fino a 55mila euro e le tredicesime tassate. E se poi la
violenza è scoppiata, magari la colpa non sta tutta da una parte. Sta anche nel
ministro che quelle piazze doveva gestirle, nelle cariche della polizia, in
quella Citroën C3 bianca che a Torino ha tagliato piazza Castello a velocità
sostenuta in mezzo ai manifestanti. Secondo diverse ricostruzioni era un'auto
civetta della Digos (c’è anche un’interrogazione di Grimaldi, Avs, ad
avvalorare questa lettura). Dell'ordine pubblico risponde il ministro
dell'Interno. Forse a dimettersi dovrebbe essere lui, Piantedosi l'inetto.
Invece no, ha stato la magistratura.
E meno male
che parliamo di questo, perché altrimenti toccherebbe parlare di quella manovra
di bilancio, del gas sopra i 100 euro, di uno sconto ridicolo sulle accise di 4
centesimi che dura dieci giorni. E chi ha voglia di leggere questi numeri con
Youssef in prima pagina? Lo stesso schema vale per il resto del mondo. Ieri la
“più grande democrazia del Medio Oriente” ha votato tra il genocida di fiducia
e uno nuovo di zecca. Gli exit poll non danno la maggioranza a nessuno e i
nostri giornali ci hanno riempito le pagine. Degli agricoltori e degli
autotrasportatori arrivati a Roma dal Sud, invece, resta poco. Circa 800
persone che si sono tassate trenta euro a testa per il pullman. Sotto
Montecitorio hanno cantato contro Meloni mentre un gruppetto di maggioranza li
guardava da lontano, ridacchiando. E il problema sarebbe la giudice? Sipario.
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