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venerdì 28 giugno 2019

Stupidi e cattivi, ma più stupidi - Daniele Lugli




Ho la sgradevole sensazione di essere circondato da persone stupide e cattive. Ho l’impressione che il loro numero cresca e crescano sia in stupidità che in cattiveria. Lo attestano le cose che dicono, che scrivono, che leggono, il loro modo di fare i conti e di votare, tutti i loro comportamenti insomma.

Si è aggiunta la convinzione di essere pure io, giorno dopo giorno, più stupido e cattivo. D’altro canto se è un’epidemia perché dovrei esserne esente? È l’associazione di stupidità e cattiveria che mi preoccupa. Provo a vederle separatamente.
Due cose stima Einstein essere infinite, la stupidità umana e l’universo, con qualche dubbio sul secondo. Non potrò che sfiorare l’argomento. Lo faccio iniziando da un classico: Il discorso sulla stupidità, tenuto a Vienna l’11 marzo del 1937 da Robert Musil, con successo tale da replicarlo la settimana successiva.
Per dare il giusto risalto ai contorni del concetto di stupidità, va innanzitutto indebolito il giudizio secondo cui la stupidità sarebbe esclusivamente o prevalentemente un deficit intellettuale. La stupidità autentica è un po’ dura di comprendonio, come si dice… Non analizza né sottilizza. Sue sono niente di meno che le rosee guance della vita! In una parola, è la cara “limpida stupidità” che, se non fosse a volte così credulona, confusionaria e addirittura incorreggibile testona, da portare alla disperazione, sarebbe addirittura graziosa.
Molto più preoccupante è la stupidità pretenziosa: non è una malattia mentale ma una malattia dello spirito, la più pericolosa per la stessa vita. Ciascuno di noi dovrebbe certamente stanarla in se stesso, senza aspettare di riconoscerla dalle grandi esplosioni storiche. Ma come riconoscerla? Quale marchio a fuoco imprimerle che renda impossibile non riconoscerla? Questo è un punto molto importante, date le condizioni di vita attuali, così complicate, difficili e confuse che la stupidità occasionale del singolo diventa facilmente la stupidità costituzionale della collettività. Ciò alla fine porta l’indagine fuori dal campo delle qualità personali verso l’idea di una società spiritualmente difettosa… Si potrebbe da più punti di vista parlare di “imitazione sociale di difetti spirituali”. Gli esempi ci invadono.
Anche io ho la sensazione di un’invasione. E sono preoccupato perché, come Musil, so che quando gli uomini si trovano in tanti si permettono tutto ciò che è proibito ai singoli. Inoltre non c’è praticamente nessun pensiero importante che la stupidità non sia in grado di utilizzare, essa è mobile in tutti i sensi e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha solo una veste in ogni occasione, e solo una via, ed è sempre in svantaggio.
Un consiglio il conferenziere ce lo offre: con sforzo abbiamo imparato a mantenere gli errori entro limiti noti e occasionalmente a migliorare le stime, sino al punto da correggere le nostre azioni. Nulla vieta di trasferire questo modo esatto e orgogliosamente umile di giudicare e di fare ad altri campi. Saremmo già a metà strada verso una forma di vita piena di speranze.
Qui Musil si arresta: E con il piede sul confine dichiaro di non essere più in grado di proseguire.
Un passo più in là e usciremmo dal dominio della stupidità, che anche dal punto di vista teorico è molto vario, e metteremmo piede nel regno della saggezza, un territorio inospitale e in generale evitato.
Esattamente un anno dopo questa conferenza l’Austria sarà invasa dalla Germania hitleriana alla quale non è sufficiente avere un vicino alleato clerico-fascista, ma lo vuole nazista. Musil, con la moglie ebrea, si rifugerà in Svizzera, come era tornato in Austria da Berlino quanto Hitler aveva preso il potere.
Dietrich Bonhoeffer, in attesa di essere impiccato (lo sarà giusto mentre la guerra finisce) riflette sulla stupidità. Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.
Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni, nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate situazioni gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. È una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni. 
Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane – ad esempio quelle intellettuali – ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti, ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.
Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido.
Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall’atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nell’autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini.
Io mi ritrovo provvisto sia della stupidità limpida che di quella pretenziosa individuate da Musil. La prima mi appare accompagnare, come altri malanni, più le rughe della vecchiaia che le rosee guance della vita. Quanto alla forma pretenziosa non osservo il consiglio del conferenziere. Non sono orgogliosamente umile, ma orgoglioso e basta, con ben scarsi motivi. Spesso ripeto come precetti idee, che sono state per me apertura e scoperta e sono ora chiusura alle ragioni degli altri. Non ascolto e parlo. Senza ascolto è solo chiacchera.
Che fare quando è impossibile non riconoscerla dalle grandi esplosioni storiche, che Musil vide e noi vediamo? Ci aiuta Bonhoeffer, rientrato dagli Usa in Germania, allo scoppio della guerra, per opporsi anche più attivamente. Ci dice che è il contesto a renderci stupidi, quando ci porta al confronto, piccoli e inermi quali siamo, con potenze smisurate. Sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Del contesto, però, siamo tutti responsabili. Chi detiene più potere più degli altri. Ma intanto non dobbiamo farci derubare di quel po’ di potere che spetterebbe a ciascuno – un sessantamilionesimo come italiano, un quattrocentomilionesimo come europeo, un settemiliardesimo come cittadino del mondo – per partecipare alla liberazione, unica via possibile e necessaria, per chi non voglia consegnarsi a capitani volgari e pericolosi. Una strada, diversa dalla stupidità, per evitate la fatica di pensare e di imparare, è sperimentare assieme il piacere di pensare e di imparare. Vale la pena di provarci.
Le due opere citate, Discorso sulla stupidità e Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, editi in anni vicini, si trovano facilmente.

venerdì 31 maggio 2019

Le quattro liberazioni dal fascismo oggi necessarie – Pasquale Pugliese




Nel nostro Paese, per liberarci definitivamente dal fascismo, sempre ritornante sotto mentite spoglie, ci sono alcune fondamentali liberazioni preliminari ancora da realizzare.

La prima è la liberazione dall’ignoranza. Regolarmente il nostro Paese viene indicato dalle ricerche degli organismi internazionali come profondamente e tecnicamente ignorante. L’ultima di queste è l’annuale classifica dell’Index of ignorans a cura dell’organismo di ricerca internazionale Ipsos Mori che, a proposito de “i pericoli della percezione” – ossia della distorsione percettiva della realtà – indica negli italiani persistentemente i più ignoranti d’Europa rispetto alla conoscenza dei dati reali della società nella quale viviamo, in riferimento alle informazioni di base relative, per esempio, agli immigrati, alla criminalità, agli attentati terroristici ecc. Del resto, come certifica regolarmente l’ISTAT siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione laureata e l’unico Paese in cui i laureati sono meno del 20% della popolazione. Dati che si intrecciano a quelli, ormai classici e strutturali, dell’OCSE che indicano l’Italia come penultima in Europa, dietro alla Turchia, per analfabetismo funzionale e quart’ultima al mondo: ossia, almeno un italiano su tre – pur essendo andato a scuola – non è in grado di decodificare e comprendere un testo minimamente complesso. Come questo articolo, per esempio.

La seconda liberazione, strettamente collegata alla prima, è quella dalla paura. Siamo in una fase storica in cui la paura dell’altro, chiunque esso sia, sembra giungere al parossismo. “Sicurezza” è diventata la parola magica per vincere le elezioni in un Paese impaurito, in nome di essa si inventano leggi e decreti dai nomi improbabili – dal “decreto sicurezza e immigrazione” alla “legittima difesa”, entrambi di sicura incostituzionalità – che, invece di risolvere, aumentano e diffondono insicurezza e paura. Eppure, i dati forniti anno dopo anno dal Ministero dell’Interno ci raccontano un Paese opposto a quello che chi guida – indegnamente – quel ministero vuole far apparire: i reati contro le persone sono costantemente in calo. Chi, come me, si ricorda le stagioni del terrorismo e delle stragi di mafia, sa che fino ai primi anni ’90 i morti ammazzati in Italia erano migliaia all’anno, nel 2012 erano già calati a 555, nel 2018 a 319. Nello stesso periodo le rapine sono calate del 35,8% e i furti del 24,2% Dal punto di vista dei reati violenti l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa e del mondo, eppure la narrazione politica e mediatica corrente racconta esattamente il contrario, facendo scaturire dalla paura l’odio e la violenza. Alla ricerca continua di nuovi capri espiatori da colpire.

La terza liberazione, collegata alle precedenti, è quella dalle armi. Il nostro Paese è tra i primi dieci produttori al mondo di armi. Spende una parte consistente del bilancio pubblico dello Stato – circa 25 miliardi di euro all’anno – in armamenti e difesa militare, sottraendolo agli investimenti per l’istruzione e la cultura (cioè, precisamente, alla liberazione dall’ignoranza e dalla paura) ed esporta materiali bellici in tutto il mondo, anche ai Paesi in guerra. Contravvenendo alla Costituzione ed alla legge. Le armi cosiddette “leggere” sono l’export più fiorente della nostra economia i cui produttori vogliono oggi dilagare anche sul mercato interno, portando almeno un’arma in ogni casa, spingendo su questo il più compiacente dei governi. Che alimenta l’ignoranza e la paura degli italiani inducendoli ad armarsi, fino a diffondere immagini del ministro degli interni – ospite fisso ed acclamato di tutte le fiere delle armi – con il mitra in mano. In piena propaganda eversiva di stile fascista.

Ed eccoci arrivati alla quarta liberazione, quella definitiva dal fascismo. Ma se realizziamo davvero la liberazione dall’ignoranza, dalla paura e dalla armi, quella dal fascismo – che è la somma di queste oppressioni – viene da se. Questa è la nuova e necessaria resistenza. Che oggi si chiama nonviolenza.

venerdì 29 giugno 2018

Il gioco sporco sui rifugiati - Lorenzo Guadagnucci



Il 20 giugno è la Giornata internazionale del rifugiato ed è l’occasione per rammentare a opinioni pubbliche distratte (quelle dei paesi occidentali e benestanti) che nel mondo circa 68,5 milioni di persone si trovano costrette a vivere lontano da casa perché costrette alla fuga (un abitante del pianeta ogni 110). Un rapido esame delle cifre offre informazioni che sembrano confliggere con l’idea corrente dei flussi migratori: l’85% dei rifugiati si trova nei paesi del sud del mondo (di solito limitrofi a quelli di origine); oltre 40 milioni sono sfollati interni;  due terzi provengono da soli cinque stati: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Somalia e Myanmar, cioè paesi devastati da guerre pluriennali, più l’ex Birmania alle prese con la tragedia del popolo rohingya. 
Dunque l’Europa non è affatto il cuore dei flussi migratori, nonostante la drammatizzazione politica in corso da tempo. Basta alzare lo sguardo per constatare che siamo parte di un mondo complesso e che dovremmo considerare questa materia senza dimenticare che la Giornata cade il 20 giugno per un preciso motivo: ricordare la firma nel 1951 della Convenzione Onu per la protezione, appunto, dei rifugiati, un documento che è parte integrante del sistema di tutela dei diritti umani scaturito dalla carneficina della seconda guerra mondiale.
In Europa stiamo celebrando – diciamo così – questa ricorrenza civile con gesti violenti e regressivi quali la chiusura dei porti alla nave Aquarius e un dibattito politico ormai a senso unico, volto cioè a blindare le frontiere esterne dell’Unione. E’ una regressione che costituisce di per sé un arretramento delle nostre democrazie, sempre meno disposte a onorare i princìpi fondanti della civiltà giuridica occidentale di cui tanto – a parole – andiamo orgogliosi, in testa l’uguaglianza fra le persone e tutto quanto ne consegue.
La Giornata è anche l’occasione per mettere a nudo una mistificazione corrente nel discorso pubblico. Si sta cercando di affermare l’idea che ci siano due categorie di immigrati: i potenziali “rifugiati” in quanto richiedenti asilo perché in fuga dalle guerre e/o perseguitati politicamente – non proprio graditi ma in qualche modo “buoni” – e gli emigranti economici, per definizione “cattivi” perché in Europa non ci sarebbe posto per loro. Il nostro governo in questi giorni fornisce anche delle cifre – 10% i primi, 90% i secondi – che però non corrispondono a quelle ufficiali di Unhcr e altri enti (i richiedenti asilo sono in realtà il 40% del totale). 
Questa distinzione somiglia a un’altra pretesa separazione fra “buoni” e “cattivi” in voga fino a poco tempo fa: “clandestini” da una parte, “regolari“ dall’altra. Sono linee di demarcazione utili ad alimentare la retorica xenofoba che ben conosciamo ma del tutto inadatte a descrivere la realtà della vita. Così come tutti i “regolari” buoni sono stati in precedenza “clandestini” cattivi per la semplice ragione che none esistono in Italia sistemi di accesso legali per gli stranieri, così la distinzione fra rifugiati veri e rifugiati falsi è irrealistica e falsata da premesse sbagliate.
 A sentire i nostri ministri (in particolare un ministro) i rifugiati “veri” sarebbero esclusivamente le persone in fuga da guerre guerreggiate (grossomodo da Siria e Afghanistan): solo loro, si sostiene, possono ambire al diritto asilo, quindi alla condizione tecnica di rifugiato. Quest’accezione è in realtà riduttiva e ormai superata. Da un lato è ormai molto difficile distinguere le motivazioni dell’esodo di persone che vivono in paesi non solo dilaniati dai conflitti bellici, ma anche con economie e società distrutte da crisi ambientali e sistematica predazione economica; dall’altro lato, va considerato che alla nozione iniziale di rifugiato si sono aggiunti almeno altri due status: la “protezione sussidiaria” e la “protezione umanitaria”, allargando quindi le maglie dell’accoglienza. Negli anni ’50 l’idealtipo del rifugiato corrispondeva all’esule politico, al dissidente (specie nei paesi del blocco sovietico), poi la storia ha determinato un necessario aggiornamento, fino alla magmatica condizione odierna.    
In definitiva certe distinzioni hanno senso solo per chi vuole utilizzarle per limitare diritti e opportunità. Si dice: possiamo arrivare ad accettare gli uni, che sono oltretutto pochi (i “regolari”, i “rifugiati veri”) ma dobbiamo respingere gli altri, che oltretutto sono molti (i “clandestini”, i “migranti economici”). Su questa mistificazione si gioca – oggi, nella lotta politica di queste settimane e mesi – il nostro futuro e quello della stessa Europa. 
Si tratta di capire che tipo di società e di democrazie vogliamo, quanto le immaginiamo vicine all’idea di solidarietà transnazionale implicita nella Convenzione del 1951 o quanto, viceversa, siamo disposti a costruire muri fisici e normativi per chiudere i nostri piccoli mondi.

lunedì 23 aprile 2018

A chi ha finito le parole - Mauro Presini




A chi ha finito le parole,
a chi le insegna nelle scuole.
A chi inventa quelle nuove, 
a chi le sente e si commuove.
A chi le trova nel cassetto,
a chi le butta sotto il letto. 
A chi le usa per odiare, 
a chi sa far innamorare.
A chi le dice per ferire,
a chi parla per guarire.
A chi ci gioca per pensare,
a chi ci gode a provocare.
A chi coltiva le parole,
come fosser delle aiuole.
A chi pensa che il coraggio 
debba uscire dal linguaggio.
A chi spera che il domani 
ci ritrovi un po’ più umani.
A chi crede, in onestà,
all’uomo che migliorerà.
Le parole, anche amare,

son condizioni per pensare.

domenica 22 aprile 2018

La Prima Guerra Mondiale continua ancora nel vicino Medioriente - Adel Jabbar



Adel Jabbar ci racconta delle influenze della prima guerra mondiale sugli attuali assetti nel Vicino e Medio Oriente

L’area del vicino oriente (comunemente e erroneamente chiamato medioriente) è stata uno degli scenari principali della Prima Grande Guerra. L’intervento dell’Impero Ottomano – che al tempo controllava quei territori a fianco dell’Impero Austro-ungarico e della Germani (gli Imperi centrali) – determinò enormi cambiamenti che ridisegnando nuovi asseti statuali e nuove aree di influenze.
All’interno dell’establishment ottomano c’erano tre orientamenti riguardanti la scelta che avrebbe dovuto prendere l’impero relativamente alla propria collocazione nella guerra: la neutralità, l’adesione allo schieramento delle Potenze Alleate (sostenuta da esponenti che hanno avuto di esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna) Entrambe le posizioni erano minoritarie mentre la maggioranza, che rappresentava la terza posizione, era propensa a far parte delle Potenze Centrali di conseguenza l’Impero ottomano scelse di aderire a questo secondo schieramento.
Su tale scelta pesò l’elite che ha studiato nelle accademie militari di Berlino. Inoltre l’Impero ottomano aveva dei forti conflitti sia con la Francia che aveva occupato le provincie ottomane del Maghreb Alarabi (Algeria, Tunisia) e con La Gran Bretagna che occupò L’Egitto. Si tengano in considerazione anche la relazioni storicamente conflittuali con il vicino Impero Russo.
I motivi dell’adesione agli Imperi Centrali
   1 - L’impero ottomano considerava la Germania un paese in crescita, forte e avanzato, in grado di vincere la guerra e in tale caso sarebbe stato possibile recuperare Il territorio egiziano occupato dall’Inghilterra nel 1882.
   2 - L’influenza esercitata dalla potenza militare della Germania sui generali ottomani e in particolare sul allora ministro della guerra Anwar Basha.
   3 - Gli accordi di reciproca assistenza a difesa stipulati tra i due paesi.
    4 - L’alleanza dell’Impero Russo, nemico storico degli ottomani, con la Francia e la Gran Bretagna.
L’andamento della Guerra
Le forze armate ottomane erano impegnate nei combattimenti su quattro fronti.

   1- Il fronte del Caucaso lungo il confine russo. Su questo fronte l’esercito ottomano attaccò per primo le linee russe avanzando all’interno del territorio dell’Impero senza però riuscire a occupare e controllare il territorio. Tuttavia l’esercito russo dopo essersi organizzato riuscii a far indietreggiare le forze ottomane entrando e occupando parte del territorio nemico, da cui si è ritirato solo dopo la rivoluzione di ottobre.
   2 -   Il fronte iracheno che era minacciato dalla penetrazione delle forza armate del Regno Unito stanziate in India. Su questo fronte si trovavano i giacimenti petroliferi intorno alla città di Bassora nel sud Iraq e in Iran. La città venne occupata dagli inglesi che mentre cercavano di dirigersi verso Baghdad si scontrarono con reparti dell’esercito ottomano guidati dal generale tedesco Von Dier Goltz. In questi scontri gli inglesi subirono una pesante perdita. Nel 1917 l’esercito del Regno unito riprese la sua offensiva arrivando fino alla città di Mosul nel nord dell’Iraq, costringendo i generali ottomani a firmare una tregua secondo le condizioni dell’Inghilterra.
   3 - Il fronte dei Dardanelli, di fatto l’unico luogo in cui si registrò una vittoria delle forze ottomane. La Marina della Gran Bretagna aveva tentato di riaprire lo stretto dei Dardenelli per poter ripristinare i collegamenti con l’alleato russo. Il tentativo prevedeva l’occupazione della Capitale Istanbul al fine di spingere definitivamente l’Impero ottomano ad uscire dalla guerra. Tale tentativo fallì grazie alla resistenza dell’esercito ottomano che aveva alla guida un altro generale tedesco, Liman Von Sanders. La battaglia causò una grande perdita alle Forze Alleate.
   4 - Il fronte del Sinai da cui partirono le truppe ottomane con l’intento di conquistare il Canale di Suez, capeggiate dal Generale Jamal Pasha, a capo dell’esercito di stanze in Siria e Palestina. Questa iniziativa militare tendeva, in caso di successo, a interrompere i collegamenti delle forze alleate con la Penisola arabica. Su questo fronte le operazioni belliche videro prevalere le forze armate alleate sostenute dalle marine franco-inglese, le quali inflissero grandi perdite alle truppe ottomane, così costrette a ritirarsi fino a Gaza. Questa situazione indusse l’esercito britannico ad avanzare per poi occupare la Palestina e l’intera Siria. Tali operazioni furono condotte in collaborazione con gli alleati arabi guidati dall’Emiro Faysal Ibn Alsharif Hussien e dal suo assistente inglese Thomas Edward Lawrence.
Le conseguenze dell’entrata in guerra furono:
l’interruzione delle vie di comunicazione tra la Russia e gli alleati resero difficile il rifornimento di materiale bellico o di altri mezzi necessari per le operazioni militari;
la minaccia ai collegamenti britannici attraverso il canale del Suez cosi come ai rifornimenti petroliferi dai giacimenti in Iran;
l’occupazione della città di Bassora da parte della truppe inglese;
la dichiarazione da parte del Regno Unito che dichiara l’Egitto un protettorato inglese.
Una delle conseguenze principali della sconfitta dell’Impero ottomano fu la l’accordo segreto tra la Francia e Il Regno Unito per la spartizione dei territori dell’Impero denominato Sykes-Picot. L’accordo venne firmato il 16 maggio 1916 e cambiò definitivamente l’assetto geopolitico del vicino oriente, istituendo nuove configurazioni statuali che ancora oggi sono caratterizzate da forte fragilità politica e debolezza istituzionale.
Alla fine della guerra dei territori ottomani non rimase che la Turchia attuale, la quale abrogò il Calliffato proclamando la Repubblica e intraprese un radicale scelta laica per la vita politica e sociale.
Gli arabi e la guerra
Nel momento della partecipazione dell’autorità ottomana alla guerra il Sultano di Istanbul dichiarò al-Jihad contro gli alleati. Diversi fasce della popolazione araba aderirono ai proclami del Sultano volenti o nolenti. Si verificarono anche manifestazioni di disobbedienza, soprattutto nell’area siriana, causate dai tentativi di turchizzazione coercitiva della popolazione araba perpetuata dal governatore turco Jamal Pasha. Serpeggiava un sentimento nazionalista arabo anti turco, utilizzato poi dagli inglesi al fin di tessere una alleanza con Asharif Hussien e i suoi figli Faysale e Abdullah, che portò il 5 giugno 1916 alla rivoluzione araba sulla base della promessa dell’autorità britannica, mai mantenuta, di creare una grande regno arabo nei territori del vicino oriente. Ciò causò una divisione tra chi aveva scelto di schierarsi con gli alleati e che era rimasto a fianco degli ottomani.
Alla fine della guerra gli arabi dovettero confrontarsi con una deludente realtà, frutto di giochi decisi da altri e che rispecchiavano gli interessi e le prospettive delle potenze vincitrici: la Francia e la Gran Bretagna. Gli arabi non poterono che rassegnarsi a questo progetto, che li riportò a diverse entità statuali, divise per area di influenza: Giordania, Iraq e Palestina per l’Inghilterra, Siria e Libano per la Francia. Entità nate deboli e tali rimaste, dove l’unica permane da sempre l’instabilità che ancora oggi rappresenta la caratteristica prevalente.
In definitiva, guardando a quanto sta accadendo oggi in quell’area, crediamo che non sia azzardato affermare che la Grande Guerra in qualche modo continua a svolgersi nel vicino Oriente.
da qui

giovedì 5 aprile 2018

Il massacro di Pasqua a Gaza non è stato affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese - Neve Gordon



Per decenni i sionisti hanno imputato ai palestinesi la prosecuzione del progetto coloniale di Israele: “Se solo i palestinesi avessero un Mahatma Gandhi,” molti progressisti israeliani hanno esclamato, “allora l’occupazione finirebbe.”
Ma se si volessero realmente trovare dei Mahatma Gandhi palestinesi basterebbe vedere le immagini dei notiziari sui manifestanti di venerdì notte. Palestinesi, stimati in 30.000, si sono uniti nella “Marcia del Ritorno” nonviolenta, che intendeva piazzare alcuni campi a qualche centinaio di metri dalla barriera militarizzata che circonda la Striscia di Gaza. Il loro obiettivo era protestare contro la loro incarcerazione nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, così come contro la massiccia espropriazione della loro terra ancestrale – dopotutto il 70% della popolazione di Gaza è composta da rifugiati del ’48 le cui famiglie sono state proprietarie di terre in quello che è diventato Israele.
Mentre gli abitanti di Gaza marciavano verso la barriera militarizzata, stavo seduto con la mia famiglia, recitando l’Haggadah [testo ebraico che ricorda l’esodo degli ebrei dall’Egitto, ndt.] per la festa di Pesach, che ci dice che “in ogni generazione c’è il dovere di guardare se stessi come se fossimo noi stessi usciti dall’Egitto”. In altre parole, mentre i soldati sparavano proiettili letali contro manifestanti pacifici, ai genitori di quei soldati veniva chiesto di immaginarsi cosa significhi vivere a Gaza e che cosa ci vorrebbe per liberarsi da una simile prigionia. E quando la mia famiglia ha iniziato a cantare “Non devono più faticare in schiavitù, lasciate che il mio popolo se ne vada,” i siti di notizie riferivano che il numero di palestinesi morti aveva raggiunto i 17, mentre parecchie centinaia erano stati feriti.
L’accusa che i palestinesi non hanno adottato metodi di resistenza non violenta e quindi condividono la responsabilità della continua oppressione e espropriazione da parte di Israele non solo nega completamente la notevole asimmetria delle relazioni di potere tra il colonizzatore ed il colonizzato, ma, cosa non meno importante, non prende in considerazione la storia politica e le lotte anticoloniali, non ultima proprio quella palestinese. Inoltre ignora totalmente il fatto che il progetto coloniale di Israele è stato condotto attraverso una violenza ususrante, prolungata e diffusa e che, a differenza di quello che certi mezzi di informazione occidentali propongono, i palestinesi hanno sviluppato una forte e persistente tradizione di resistenza non violenta. Oltretutto, la richiesta di adottare un’ideologia non violenta ignora completamente la storia di altre lotte di liberazione: dall’Algeria al Vietnam, fino ad arrivare al Sud Africa.
Nonviolenza palestinese
La “Marcia del Ritorno” nonviolenta di venerdì e la risposta israeliana non sono affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese. La marcia è stata organizzata in coincidenza con l’anniversario del “Giorno della Terra”, che commemora quel tragico giorno del 1976 in cui le forze di sicurezza israeliane affrontarono uno sciopero generale e una protesta di massa organizzata dai cittadini palestinesi di Israele, la cui terra era stata confiscata. In quella protesta pacifica sei palestinesi vennero uccisi e altre centinaia feriti dall’esercito israeliano.
In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza le cose sono sempre andate molto peggio, dato che ogni forma di resistenza palestinese non violenta è stata un diritto vietato dopo la guerra del 1967. Tenere incontri politici, sventolare bandiere o altri simboli nazionali, pubblicare o distribuire articoli o disegni di carattere politico o persino cantare o ascoltare canzoni nazionaliste – per non parlare dell’organizzazione di scioperi e manifestazioni – sono stati illegali fino al 1993 (ed alcuni lo sono ancora nell’Area C [oltre il 60% dei territori occupati, sotto totale controllo di Israele in base agli accordi di Oslo, ndt.]). Qualunque tentativo di protestare in uno di questi modi è stato inevitabilmente affrontato con la violenza.
Appena tre mesi dopo la Guerra del 1967, i palestinesi lanciarono con successo uno sciopero generale delle scuole in Cisgiordania: i docenti rifiutarono di presentarsi al lavoro, i ragazzini occuparono le strade per protestare contro l’occupazione e molti commercianti non aprirono i propri negozi. In risposta a questi atti di disobbedienza civile Israele mise in atto severe misure poliziesche, dal coprifuoco notturno ad altre restrizioni alla libertà di movimento, fino all’interruzione delle linee telefoniche, all’arresto di dirigenti e a crescenti maltrattamenti nei confronti della popolazione. Questo, in molti modi, diventò il modus operandi di Israele quando dovette affrontare la continua resistenza nonviolenta dei palestinesi.
Eppure sembra che vi sia una generale amnesia sociale riguardo alla reazione di Israele alle tattiche gandhiane. Quando i palestinesi lanciarono uno sciopero del commercio in Cisgiordania, il governo militare chiuse decine di negozi “fino a nuovo ordine”. Quando tentarono di emulare lo sciopero dei trasporti di Martin Luther King, le forze di sicurezza bloccarono completamente le linee dei bus locali. Inoltre durante la Prima Intifada i palestinesi adottarono strategie di disobbedienza civile di massa, compresi scioperi dei negozianti, boicottaggio dei prodotti israeliani, una rivolta fiscale e proteste quotidiane contro le forze di occupazione. Israele rispose con l’imposizione del coprifuoco, la limitazione della libertà di movimento e arresti di massa (per citare solo alcune delle misure violente). Tra il 1987 e il 1994, per esempio, i servizi segreti interrogarono più di 23.000 palestinesi, uno ogni cento abitanti della Cisgiordania e di Gaza. Ora sappiamo che molti di loro vennero torturati.
Quindi il dramma è che questo massacro di Pasqua non fa che unirsi a questa lunga lista della resistenza nonviolenta che è stata storicamente affrontata da Israele con la violenza e la repressione.
“Le sommosse sono il linguaggio di chi non viene ascoltato”
Immaginiamo per un momento cosa significhi vivere in una prigione a cielo aperto, anno dopo anno. Immaginiamo di essere i prigionieri e che il carceriere abbia il potere di decidere quanto cibo possiamo mangiare, quando possiamo avere l’elettricità, quando possiamo ricevere trattamenti sanitari specialistici e se possiamo avere abbastanza acqua da bere. Immaginiamo anche che ogni volta che camminiamo nei pressi della barriera diventiamo bersaglio delle guardie. Quali azioni di resistenza nonviolenta sono effettivamente a nostra disposizione? Andreste pacificamente ad attraversare la barriera? Migliaia di palestinesi l’hanno coraggiosamente fatto e molti hanno pagato con la vita.
Anche se Gaza è, da molti punti di vista, unica, storicamente le popolazioni indigene si sono trovate in situazioni simili. Ciò è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, quando hanno affermato “la legittimità della lotta dei popoli per la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dalla sottomissione ad altri con ogni mezzo possibile, compresa la lotta armata.” Lo stesso Gandhi pensava che in certe circostanze la violenza fosse una scelta strategica legittima: “Io credo”, scrisse, “che dove c’è solo la scelta tra la vigliaccheria e la violenza io raccomanderei la violenza…Pertanto io sostengo anche l’addestramento all’uso delle armi per quelli che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il proprio onore piuttosto che diventasse o rimanesse vigliaccamente testimone impotente del proprio disonore.”
Si potrebbe sperare altrimenti – ed io sicuramente lo faccio -, ma nessun progetto coloniale è terminato senza che i colonizzati abbiano fatto ricorso alla violenza contro i loro oppressori. Chiedere o persino domandare con rabbia la liberazione non è mai stato efficace.
Ironicamente questo è anche uno dei messaggi fondamentali della festa della Pasqua ebraica. La storia dell’Esodo racconta come Mosè si rivolse varie volte al faraone, chiedendogli di liberare i figli di Israele dalla schiavitù. Eppure ogni volta il faraone rifiutò. Fu solo dopo che una terribile violenza venne scatenata contro gli egiziani che gli israeliti vennero liberati.
Questa di certo non è una cosa che possiamo mai augurarci, ma quando si guarda la risposta di Israele alla marcia non violenta dei palestinesi, quello che è chiaro è che dobbiamo urgentemente trovare un modo per capovolgere la domanda sionista per evitare futuri bagni di sangue. Piuttosto che chiedere quando i palestinesi produrranno un Mahatma Gandhi, dobbiamo domandarci: quando Israele produrrà un dirigente politico che non sostenga l’oppressione dei palestinesi attraverso l’uso di una violenza omicida? Quando, in altre parole, Israele finalmente si libererà di questa etica da faraone e comprenderà che i palestinesi hanno diritto alla libertà?

Neve Gordon ha conseguito una borsa di studio “Marie Curie” ed è professore di Diritto Internazionale alla Queen Mary University di Londra.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
da qui

giovedì 22 settembre 2016

Il Movimento Nonviolento sulla Marcia Perugia-Assisi 2016

La Marcia Perugia-Assisi è la storica manifestazione del movimento pacifista italiano, nota in tutto il mondo.

Prologo
Questo documento affronta una vicenda che ci sta a cuore; non giudica le scelte di altre associazioni; non denuncia divisioni nel movimento pacifista; vuole semplicemente esprimere il nostro pensiero per rispondere alle amiche e agli amici che ci chiedono: “Perché il Movimento Nonviolento non partecipa alla Marcia PerugiAssisi 2016 ?”

Premessa
La Marcia Perugia-Assisi è la storica manifestazione del movimento pacifista italiano, nota in tutto il mondo. La sua immagine evocativa e simbolica trae alimento e forza dalla prima edizione del 24 settembre 1961, ideata e voluta da Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza e fondatore, con Pietro Pinna, recentemente scomparso, del Movimento Nonviolento.
Il percorso da Perugia ad Assisi è carico di significato. Capitini “libero religioso”, come lui stesso si definiva, volle iniziare la Marcia da Perugia, città laica, e concluderla ad Assisi in omaggio a Francesco “che è santo per tutti”.
Capitini ideò quella Marcia in un momento internazionale di forte contrapposizione Est-Ovest, con lo spettro dell’olocausto atomico, per unire le masse popolari italiane, cattolici e comunisti, laici e religiosi, nel comune desiderio di pace per il mondo. Ma alla generica aspirazione alla pace, Capitini volle aggiungere “il lancio dell’idea del metodo nonviolento”.
Dopo la morte di Capitini il Movimento Nonviolento ne raccolse l’eredità: fu Pietro Pinna a proseguirne l’opera e nel 1978, a dieci anni dalla morte di Capitini, ripropose la Marcia come strumento di azione del movimento per la pace e lo fece anche negli anni successivi con precisi obiettivi politici: nel 1981 contro l’installazione dei missili nucleari, nel 1985 per il blocco delle spese militari.
Poi però la Marcia si è “istituzionalizzata”, assunta dagli Enti locali umbri e da un comitato promotore permanente, che l’ha resa periodica, convocandola ogni due anni. Ne sono state realizzate 16 edizioni, più o meno partecipate, con o senza obiettivi specifici, ma raccogliendo sempre la volontà di partecipazione di tanta parte dell’associazionismo organizzato o di singole persone. La Marcia negli anni è divenuta patrimonio comune, un appuntamento importante, ma con il rischio della ritualità e della genericità.
Già nel 1988 Pietro Pinna sulle pagine di Azione nonviolenta ne denunciò “la genericità delle sue parole d’ordine prive di un qualsiasi obiettivo di immediata azione comune”.
Dopo la Marcia del cinquantesimo anniversario nel 2011, cui partecipammo attivamente come co-promotori, chiedemmo pubblicamente una riflessione profonda e critica sul senso della Marcia oggi, come forma collettiva di azione nonviolenta orientata a precisi obiettivi politici, ma gli organizzatori hanno preferito proseguire acriticamente con una riproposizione ripetitiva.

Contenuti
Queste riserve le ribadiamo ancor oggi, in vista della prossima edizione della Marcia della pace e della fraternità 2016.
L’appello si caratterizza “Contro la violenza e l’indifferenza” e dice che la Marcia vuole “fermare le guerre, le stragi e i violenti; contrastare le idee e le politiche che alimentano le paure e le divisioni; gettare le basi per una società di pace”. Ai partecipanti viene chiesto aiuto per “abbattere i muri dell’indifferenza, della rassegnazione e della disinformazione” e l’Appello si conclude così: “Facciamo in modo che la PerugiAssisi sia la marcia di coloro che si oppongono a questa realtà, che si indignano, la rifiutano e si impegnano quotidianamente a trasformarla costruendo pace, accoglienza, solidarietà, dialogo, nonviolenza e fraternità”.
Francamente ci sembrano affermazioni troppo generiche, prive di qualunque impegno e obiettivo politico stringente all’altezza della tragica realtà dei nostri tempi. Titolo, contenuti e documento della Marcia sono stati comunicati come un dato di fatto. A tutti si chiede solo di aderire e partecipare. La gestione, l’organizzazione, l’immagine della Marcia restano in mano al cosiddetto “comitato promotore” che, sempre con la stessa firma personale, appare come un organo monocratico.

Considerazioni
Noi pensiamo che non sia utile convocare una Marcia (è stata annunciata più di un anno fa) indipendentemente dal contesto internazionale nella quale viene a “cadere” e dai percorsi di elaborazione politica collettiva del “popolo della pace”. L’Appello non affronta quanto di drammatico e disastroso sta accadendo oggi in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan e in decine di altre zone del mondo, con una comunità internazionale impotente o complice, dentro una nuova corsa agli armamenti. Gli attentati del terrorismo internazionale anche nel cuore dell’Europa e la risposta bellica che anche il nostro governo avalla, richiedono analisi, iniziative, proposte (che pure il movimento per la pace, nelle sue varie articolazioni, ha elaborato) ben più complesse di quanto contenuto nei generici appelli della Marcia che purtroppo nella sua voce corale non riuscirà ad esprimere di meglio. Ne risulterà, per l’opinione pubblica, un movimento per la pace inadeguato, autoreferenziale, inconcludente, non all’altezza delle sfide quotidiane. Da parte nostra assecondare questi equivoci e ambiguità non ci sembrerebbe un buon servizio alla causa comune. Farlo sarebbe un errore politico.

Proposta
Riteniamo che oggi il movimento per la pace non debba essere riportato alla genericità degli slogan retorici, buoni per ogni stagione, ma che non spostano in avanti il processo di disarmo e di costruzione delle alternative alla guerra, alle armi ed agli eserciti, strumenti che l’alimentano e la rendono possibile. La Marcia, come scriveva Aldo Capitini, non può essere “fine a se stessa”; la Marcia è un mezzo nonviolento di azione: tra i requisiti fondamentali vi è quello di dover proporre obiettivi politici specifici e chiari, “onde che vanno lontano”, che impegnino responsabilmente ciascuno dei marciatori.
Ad esempio noi pensiamo che la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, con la proposta dell’approvazione di una Legge che riconosca e renda istituzionalmente operativa la difesa civile non armata e nonviolenta, avrebbe potuto essere un obiettivo politico importante e qualificante della Marcia, sui cui le associazioni e i singoli marciatori avrebbero potuto essere chiamati ad impegnarsi. Ma così non è stato.
Dopo più di 50 anni, sarebbe il momento di fare una valutazione collettiva ed anche ripensare ai modi di comunicazione e di espressione del più vasto movimento. Marciare in corteo da Perugia ad Assisi nel 1961 era un fatto assolutamente innovativo e rivoluzionario; continuando a farlo ogni due anni si corre il rischio della ripetitività ed assuefazione. Così come nelle forme organizzative anche nelle modalità comunicative ci vuole un adeguamento al rapporto mezzi – fini.

Conclusioni
Per queste ragioni e per queste mancanze il Movimento Nonviolento ha ritenuto che non vi siano le condizioni per poter aderire alla Perugia-Assisi del 2016.
Tuttavia, essere alla Marcia è un momento importante per chi vi partecipa. Dal giorno dopo la Marcia chi vorrà continuare un impegno serio, consapevole e quotidiano per la costruzione della pace attraverso la nonviolenza, potrà trovarci nelle decine di Centri territoriali del Movimento Nonviolento in tutta Italia: c’è bisogno ogni giorno del lavoro di tutti.
Ciò che abbiamo voluto evidenziare con questo documento, rivolgendoci soprattutto alle Reti con le quali convocammo l’Arena di Pace e Disarmo e con le quali conduciamo la comune Campagna “Un’altra difesa è possibile”, è che l’unità del movimento la si costruisce quotidianamente impegnandosi a fondo sui contenuti: il Movimento Nonviolento non fa mai mancare la propria aggiunta nonviolenta a chi sinceramente opera per la pace.

Movimento Nonviolento
www.nonviolenti.org www.azionenonviolenta.it
19 settembre 2016


martedì 20 settembre 2016

Buon anno scolastico a chi insegna e non si rassegna – Mauro Presini

Sta per cominciare un nuovo anno scolastico e, come al solito, i politici di governo si attribuiscono i miglioramenti che vedono solo loro e respingono i peggioramenti sotto gli occhi di tutti.
Parte un nuovo anno scolastico e, come sempre, le aspettative dei genitori e degli studenti sono alte come è giusto che sia.
Un nuovo anno scolastico è alle porte e, mai come ora, le incertezze fra il personale della scuola sono tante.
Inizia un nuovo anno scolastico e dopo i 34 anni già fatti, io frequenterò la seconda elementare.
Dopo tutto questo tempo, immagino che l’anno che sta per avviarsi sarà nuovamente intenso, faticoso e pesante nonostante molta gente creda che insegnare sia facile e alla portata di tutti, quasi come comporre la formazione della nazionale di calcio.

Credo però che possa diventare anche un anno istruttivo, interessante e divertente se noi insegnanti vogliamo davvero che lo diventi; infatti una fra le cose belle del mestiere dell’insegnare è che si può imparare sempre: basta ascoltare, osservare, progettare, studiare, con la consapevolezza che noi docenti siamo anche “allevatori di speranze”, “artigiani di relazioni”, “meccanici del cambiamento”, “manovali di futuro”.
Lo vedo che, fra noi, ci sono molti insegnanti bravi e preparati e pochi che sono scansafatiche ma sostengo che servirebbe occuparsi seriamente della formazione di tutti piuttosto che premiarne pochi, cosiddetti “meritevoli”, sperando che col miraggio di qualche spicciolo i meno “meritevoli” si impegnino per migliorarsi.
Lo ammetto: io sono convinto, a dispetto di chi la vuol vendere per “buona”, che questa nuova scuola sia molto “cattiva”. 
Giocando con le parole, credo che la cosiddetta 
SCUOLA “renzusconiana” cominci con la “S” di SBAGLIO: infatti è nata: SLEALE, SPREZZANTE, SMEMORATA, SOVRAFFOLLATA, STERILE,SCADENTE, SELETTIVA, SGARRUPATA, SUPERFICIALE, SGARBATA E SGONFIA. 
In una sola parola è una 
SCUOLA SBAGLIATA.
È una 
SCUOLA SCIOCCA perché crea un clima di SOSPETTO fra professionisti, perché gioca alloSCARICABARILE delle responsabilità, perché ricatta il personale in cambio di una scarsa SABADINA (Piccola cifra di denaro solitamente consegnata di sabato dai genitori ai figli per le piccole spese settimanali), perché dipende da un preside SCERIFFO che può decidere da solo, perché propone agli studenti un’alternanza scuola-lavoro che è una forma di  SFRUTTAMENTO, perché non risolve il problema delle SUPPLENZE e delle SOSTITUZIONI del personale, perché continua ingiustamente a tagliare sui SOSTEGNI agli alunni con disabilità, perché SOVVENZIONA le scuole private a SVANTAGGIO delle scuole statali.
Ma io sono convinto anche che, per quanto questa scuola sia “cattiva”, noi insegnanti dentro le nostre classi, insieme ai nostri studenti, possiamo fare la differenza dimostrando che una scuola buona è possibile ma è un’altra cosa dalla cosiddetta “buona” scuola.
Infatti il clima relazionale che riusciremo ad instaurare con gli studenti dipende da noi.
Il tipo di rapporto che potremo creare con i genitori dipende da noi.
Il modello di comunità che saremo in grado di realizzare dipende da noi.
La qualità degli apprendimenti che trasmetteremo ai nostri ragazzi dipende da noi.
Le conoscenze e le competenze che acquisiranno gli studenti dipendono da noi.
I saperi che faremo conquistare ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze dipendono da noi.
Ecco perché nessuna legge, per quanto ingiusta e “sbagliata”, ci impedirà di impostare il nostro lavoro con impegno, esperienza, empatia, passione e spirito democratico, facendo del nostro meglio per dimostrare che i cambiamenti si realizzano dal basso partendo dalla comunità-classe, a prescindere da tutti i disincentivi che invece ci vengono imposti dall’alto.
Quindi il mio augurio sincero di un buon anno scolastico va a tutti coloro che credono che dipenderà anche dal loro contributo se la scuola sarà veramente buona, indipendentemente che essi siano studenti, genitori, collaboratori, assistenti, dirigenti o insegnanti.
Perciò buon anno scolastico a chi insegna e non si rassegna, a chi elabora e a chi collabora, a chi lotta e a chi boicotta, a chi è diffidente e a chi è studente, a chi progetta ma non si assoggetta, a chi è dirigente e sta in mezzo alla gente, a chi arriva potenziato e a chi è già demotivato, a chi ora sta seduto mentre prima ci ha creduto, a chi tiene le scuole aperte e proprio per questo si diverte; ma soprattutto buon anno scolastico a chi ha vissuto il crollo ma poi si è detto: “Io non mollo”.
da qui