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domenica 20 agosto 2023

Alla fine qualcosa ci inventeremo – Gianluca Nicoletti

Gianluca Nicoletti è il padre di Tommy e racconta la vita del e col figlio autistico.

È la vita con un ragazzo che ha sempre bisogno di qualcuno, non riesce mai a diventare autonomo.

Il turbamento di un genitore, oltre il presente conosciuto è il futuro del ragazzo quando i genitori non ci saranno più.

Gianluca Nicoletti non nasconde niente, non si rinchiude nel suo dolore, non tace, gira l’Italia insieme a Tommy.

 

Bisogna prima creare le condizioni per una vita degna per chi resterà.

Il comportamento di una società civile verso i deboli dovrebbe essere la solidarietà, la partecipazione.

Ma da troppi anni si usa l’espressione nessuno resterà indietro, per fare tutto il contrario, in realtà nelle politiche degli stati e delle regioni, dietro gli slogan, la prassi è che le famiglie si arrangino, come nella sanità, che se hai soldi puoi provare a curarti, se no ti danno un’aspirina e a casa, a soffrire senza essere curato.

La cosa più terribile è come questa mancanza di solidarietà sia accettata senza problemi da quasi tutti, salvo rammaricarsi per casi singoli in occasione di eventi tragici, ma tutto resta come prima, cioè sempre peggio.

 

Buona (autistica) lettura, Gianluca Nicoletti e Tommy vi aspettano.

 

Ps1: in una pagina del libro appare Andrea Rocchelli

Ps2: su Raiplay, qui, si può vedere un ottimo film Hors normes (The specials - Fuori dal comune) - diOlivier Nakache ed Eric Toledano, protagonisti autistici francesi e i loro educatori.

Ps3; in fondo alla pagina alcune interessanti (come sempre) righe di Nick Hornby, anche lui ha un figlio autistico.

 

 

 

Il libro di svolta della società italiana, scritto da una grande personalità: Gianluca Nicoletti. Uomo di coraggio e di grande intelligenza che riserva un Amore grandissimo al figlio ed alla vita. Un libro di speranza per una società vera dove il rispetto del singolo sia un imperativo naturale, dove "ognuno" possa avere uno spazio. Da leggere. E da condividere.

da qui

 

Tommy ha da poco compiuto sedici anni. Vive l’età in cui tutti gli adolescenti cominciano a fare progetti sul futuro e i genitori si preparano a lasciarli camminare da soli. Ma Tommy è un adolescente speciale, Tommy è autistico, un dolcissimo, solitario ragazzone che senza l’aiuto di qualcuno difficilmente potrà percorrere le strade della vita. E se fino a un anno fa la sua gestione quotidiana – già tutt’altro che semplice – era pur sempre l’unico problema dei genitori, per loro è ora arrivato il momento di affrontare nuovi angoscianti quesiti: che ne sarà di Tommy domani? Con la lucidità, insieme disincantata e ironica, e la visionarietà che gli riconosciamo, Gianluca Nicoletti ci racconta (e si racconta) cosa succede “dopo”. Alla fine qualcosa ci inventeremo è un libro provocatorio e arrabbiato, ma anche struggente e pieno d’amore. Alternando il racconto di episodi vergognosi e buffi, imbarazzanti e commoventi, fa luce su una realtà che troppo spesso si preferisce tenere nascosta dietro le finestre di casa e soffocare nel silenzio.

da qui


 

 

scrive Nick Hornby:

…Pur avendo un figlio autistico, non leggo spesso libri sull’autismo. Nella maggioranza dei casi gli editori sembrano smaniosi di sentir parlare di autistici con qualità eccezionali, come in Rain Man (mio figlio, come gran parte dei bambini autistici e al contrario della vulgata, non ha nessuno spiccato talento, a meno di considerare tale la sua straordinaria capacità di udire l’apertura di un pacchetto di patatine a più isolati di distanza); o di genitori che credono di avere «salvato» o «curato» il loro figlio autistico (e non ci sono cure per l’autismo, anche se non mancano le storie strane, nessuna delle quali sembra pertinente allo stato di mio figlio). Così, tendenzialmente i libri sul tema mi fanno sentire estraneo, rancoroso, cinico o semplicemente perplesso. Proprio così: quasi ogni libro sull’autismo finisce per farmi questo effetto, ma credo che nel mio caso l’esperienza personale mi dia il diritto di sentirmi come mi pare. Ho letto il libro di Charlotte Moore perché avevo accettato di scrivere l’introduzione, e ho accettato di scrivere l’introduzione perché, in una serie di brillanti articoli sul Guardian, la Moore era riuscita non solo a raccontarci le cose come stanno, ma a farlo con uno humour e un’arguzia impagabili. Che ci crediate o no, George e Sam (la Moore ha tre figli, due dei quali autistici) è il libro più divertente che abbia letto quest’anno. Non sono sicuro che mi sarei divertito altrettanto sei o sette anni fa, quando fecero la prima diagnosi a Danny... l’autismo allora non era un argomento che mi facesse ridere; ma adesso che mi sono abituato a guardare fuori dalla finestra nelle sere fredde e piovigginose di novembre e vedere d’un tratto un bambino di dieci anni che salta nudo e giocondo sulla pedana elastica, so apprezzare le storie che tutti i genitori di figli autistici hanno da raccontare. Il vecchio cliché «non potevi inventarlo» è sempre scoraggiante per qualsiasi scrittore di romanzi: se non potevi inventarlo, probabilmente non vale la pena di parlarne o scriverne. Ma l’autismo è una cosa di cui val la pena parlare, non solo perché colpisce un numero crescente di persone, ma per la luce che la malattia getta su noialtri tutti. E benché sia prevedibile che i bambini autistici abbiano probabilmente dei comportamenti ossessivo-compulsivi particolari, i dettagli di tali compulsioni e ossessioni sono comunque sempre inimmaginabili, e spesso affascinanti nella loro stranezza. Sam, il minore dei due ragazzi autistici, ha l’ossessione degli essiccatoi per il luppolo: una volta è scappato per andare a esplorare un esemplare particolarmente bello a due chilometri e mezzo da casa sua. «Il proprietario, che stava facendo la siesta, è rimasto sbalordito alla vista di un bambino in stivali di gomma che si coricava sul letto accanto a lui.» Invece George ha la necessità di convincere tutti che non mangia niente, anche se in realtà mangia. Dopo avergli preparato la colazione, sua madre deve assicurargli che è per Sam, e voltargli la schiena finché non ha finito (il cibo deve essere introdotto a scuola clandestinamente, nascosto fra le cose del nuoto). Sam adora gli elettrodomestici, soprattutto le lavatrici, per cui durante un soggiorno di due settimane a Londra veniva accompagnato tutti i giorni in una lavanderia diversa, e quasi si incendiava per l’emozione; gli piace anche guardare i flaconi di detersivo da bagno attraverso il vetro smerigliato. George ripete a pappagallo frasi imparate dalle videocassette: recentemente ha detto al suo istruttore di pedana elastica: «Il Governo mi ha mollato» (chissà perché, le pedane elastiche sono un elemento importante delle nostre vite). In un’altra occasione ha commentato ermeticamente: «Questo farebbe sputare Ken Russell dall’invidia». Essiccatoi per il luppolo, lavatrici, fingere di non mangiare quando si mangia... capite? No, non è proprio roba che si possa inventare. Non voglio dare l’idea che nella vita con un bambino autistico sia tutto divertente. E anche se avete un figlio della varietà comune, non vi consiglierei di scambiarlo con uno (la maggioranza degli autistici sono maschi) affetto da ilarità ossessiva. Spero che sia superfluo aggiungerlo, ma ci sono delle cose che... be’, eufemisticamente, non sono proprio ilari. Voglio solo chiarire, come sta facendo la Moore, che se avete anche un vago interesse per la stranezza e la varietà e la bellezza del genere umano, in questa sindrome troverete molto di cui meravigliarvi. George e Sam è il primo libro sull’autismo da me letto che raccomanderei a chiunque desideri sapere di cosa si tratta: è ricco di buonsenso sull’educazione, la dieta, le possibili cause, praticamente tutto ciò che attiene alla quotidianità di chi deve fare i conti con la malattia. Ha anche rasserenato questo genitore riguardo ai compromessi a cui bisogna cedere: «Questa mattina George ha fatto colazione con sei After Eight [i «sofisticati» cioccolatini alla menta] e un po’ di orzata al limone. Io ero contenta – contenta – perché ultimamente non mangiava niente...» A casa nostra sono le patatine al gusto sale-e aceto. Immagino che George e Sam farà furore fra nonni, nonne, zii e zie abbastanza forti da voler conoscere la verità. Io l’ho letto mentre ascoltavo per la prima volta il bellissimo O di Damien Rice, e ho avuto un inatteso attimo di trascendenza: il libro colorava la musica, e la musica colorava il libro, e ho finito per sentirmi felice – senza ambiguità – che mio figlio sia quello che è: questi momenti sono preziosi. Spero che George e Sam trovi un editore in America.

(da Una vita da lettore, di Nick Hornby, p.37-39, Guanda)

 

sabato 25 luglio 2020

a proposito di cancel culture

il grande fotografo Gian Butturini e le gorilla anti-razziste – bortocal


Gian Butturini è morto 14 anni fa, ma la sua memoria non si spegne.

grandeggia il suo modo di fare fotografia; il suo unico film, Il Mondo degli Ultimi, può anche essere dimenticato, ma le sue foto rimangono un momento importante della cultura internazionale della seconda metà del Novecento.
ma il Bristol Photo Festival organizza una mostra delle sue foto e succede un indegno pandemonio, di cui vale la pena di parlare per renderci conto di come la stupidità domina il mondo, oramai irresistibilmente potenziata da internet che nei nostri sogni post sessantottini doveva essere il trionfo della cultura democratizzata e diventata di massa; peccato che democratizzando la comunicazione di massa, tra gli umani, diventi soltanto la stupidità.
. . .
nel 1969 Butturini, che aveva 34 anni, fece London, uno storico volume di fotografie sulla Londra di fine anni Sessanta (io ci arrivai pochi anni dopo, nel 1974, in una mitica spedizione di una decina di amici in FIAT 126, non so se mi spiego…).
il dramma attuale nasce dal fatto che in questo volume, oramai introvabile e ripubblicato pochi anni ci sono due foto

capite l’insulto che Butturini, maschio e bianco, per giunta, ha fatto a tutte le donne africane?
io no, sinceramente: è una metafora!
ma la metafora è morta da tempo, di questi tempi: c’è in giro e stra-parla troppa gente stupida che non è, semplicemente, in grado di capirla.
Mercedes Baptiste Halliday ha ricevuto «London», il libro di Butturini, in regalo per il suo diciottesimo compleanno e non ha potuto trattenere l’indignazione: «Ero totalmente disgustata e offesa», ha postato in rete.
ed è riuscita ad avviare una disgustosa campagna online che ha costretto il direttore artistico del festival a dimettersi e a cancellare la mostra: lui «rappresenta una generazione di uomini di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. È un’istituzione e siamo solo iniziando a smantellarla».
di peggio: come in un processo della rivoluzione culturale perfino lui ha fatto autocritica di fronte al tribunale del popolo e ha dichiarato pubblicamente, su twitter: «Sono profondamente imbarazzato per non avere visto un accostamento di immagini razzista. Credimi: è stato un mio errore di cui sono molto dispiaciuto. Non è una scusa, ma ho quasi settant’anni, sono bianco e inizio a capire che a volte non sono riuscito a vedere le cose in un’altra prospettiva. Voglio imparare e cambiare, spero anche di potere usare la mia posizione per fare qualcosa di buono a riguardo». 
ed è arrivato a chiedere la distruzione del libro.
. . .
idiota anche lui!
qui siamo in piena barbarie.
ho conosciuto Butturini, che era bresciano, anche se non siamo mai stati amici, lui aveva una proiezione esterna alla città che io non avevo; ma per quello che so di lui posso testimoniare con forza che la sua intenzione in quell’accostamento era il contrario esatto del razzismo che gli viene attribuito da menti troppo piccine per capire.
non serve a nulla che di queste due foto Butturini avesse parlato perfino nell’introduzione del suo libro: “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”.
la piccola non l’ha letta, e le menti piccine che le sono andate dietro non possono arrivare a queste finezze.
. . .
non se ne può più della stupidità al comando.
sono io, anche a nome di Butturini e della cultura degli anni Sessanta, offeso e disgustato da questi analfabeti del linguaggio e delle sue emozioni.


lunedì 17 settembre 2012

Io sto con Nicoletti - Franco Bomprezzi


“Melog” è uno dei programmi radiofonici di maggior suggestione. Condotto su Radio24 da un autentico prestigiatore del mezzo radiofonico, Gianluca Nicoletti. Una volta era Golem, su Radiorai. Là ci conoscemmo, virtualmente e non solo. Io sono stato, in quel periodo (attorno al 2003) il suo “golem a rotelle”, in un fortunato scambio di idee sulla disabilità e sulla sua rappresentazione virtuale. Ora succede che Nicoletti dedichi una puntata a “Disabitaly”, venerdì scorso, quarantadue minuti filati di parole, interviste, testimonianze, attorno a un concetto preciso: “Oggi a Melog – scriveva Nicoletti sulla pagina facebook del programma – faremo un punto sulle ansie e le legittime angosce di quanti sono disabili o ne hanno uno in famiglia e di fronte ai provvedimenti di riduzione della spesa pubblica potrebbe vedersi limitare risorse indispensabili alla sopravvivenza. Quello che per la maggior parte degli italiani è stringere la cinghia per un disabile significa essere strangolato”. Bene, durante il programma il giornalista riceve, tra i tanti, due sms. Il primo: “Nicoletti, se avessi avuto una figlia velina, avresti parlato tutti i giorni di f…?”. Il secondo: “Non le sembra di fare un uso privato della radio?”.
Succede. Anche in questo blog, ve ne sarete accorti, ogni tanto qualche risposta alle nostre riflessioni sulla disabilità attira commenti pesanti, irritati, grevi. Anche Nicoletti è abituato al massacro degli anonimi, che si celano dietro la comodità di un cinismo multimediale travestito da social network o da interattività radiofonica. Ma questa volta ha voluto rendere nota la sua amarezza, il suo fastidio. Non per sé, ma perché ha immaginato, in un istante, quante volte situazioni analoghe vengano vissute quotidianamente da chi rimane davvero “invisibile” e non ha la forza, e neppure la corazza, che lui e io, e Simone, e Claudio, e Pino, abbiamo collaudato nel tempo. Ecco perché oggi io sto con Nicoletti.
Perché è bello è importante che un giornalista bravo e con un forte seguito di ascoltatori dica con trasparente onestà di essere anche il padre di un ragazzo con sindrome autistica. Lo fa sapere dopo dodici minuti dall’inizio della puntata, in modo semplice: “Conosco bene il problema, ho un figlio disabile”. E’ Tommy, che vediamo nella foto. La sua disabilità è nascosta nei misteri del cervello, non è sgradevole o esposta fisicamente, ma n0n per questo è meno impegnativa, anzi.
Ma il punto è questo: perché non dovrebbe parlarne? Perché suscita ironia, o peggio, provoca commenti pesanti il fatto che una puntata su cento di Melog affronti un tema di bruciante attualità, senza pietismo, senza retorica, dando voce a persone pacate e ragionevoli che raccontano le difficoltà spesso drammatiche che caratterizzano, nel pieno della crisi della spesa pubblica, la vita delle famiglie in cui vivono persone con disabilità?...