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sabato 13 dicembre 2025

Perché non deve essere concesso l’ampliamento della fabbrica di bombe Rwm - Roberto Mirasola

 

In questi giorni i comitati impegnati in opposizione all’ampliamento della fabbrica di bombe RWM, hanno presentato alla Presidente Todde un’importante lettera.

Un contributo che fa ben capire il perché è stata corretta la posizione assunta nel chiedere un ulteriore approfondimento prima di pronunciarsi sulla richiesta di VIA. Si evidenzia che la sentenza del TAR che intima alla regione di pronunciarsi nel termine dei 60 gg. è una procedura amministrativa dovuta. La PA deve pronunciarsi non essendo possibile il suo silenzio. Viene, dunque, intimato un termine ma i giudici amministrativi giustamente non entrano nel merito della decisione politica che chiaramente è a carico della Presidente e della sua Giunta.

A nostro parere sarà difficile non tener conto degli importanti elementi che emergono dalla lettura del documento scritto dai comitati. Si fa notare ad esempio che “Il mancato coinvolgimento della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Ambientali in ogni atto e procedimento riguardante l’ampliamento della fabbrica RWM, pur in presenza di vincoli paesaggistici tali da rendere il parere della Soprintendenza necessario e vincolante”. Queste affermazioni derivano dall’attenta lettura del D.lgs. 42/04: il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Si tratta delle norme che tutelano la protezione, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale e paesaggistico. Ebbene i comitati evidenziano con dovizia di particolari tutte le omissioni della RWM tanto da far riportare che “L’istruttoria condotta dal Servizio VIA si è quindi conclusa senza che fossero acquisiti i necessari pareri in merito ai vincoli paesaggistici presenti nell’area di intervento, né da parte della Soprintendenza, che non è mai stata coinvolta, né da parte del Servizio tutela del paesaggio della Sardegna meridionale che non si è mai espresso in merito all’ampliamento dello stabilimento RWM nel suo complesso, come richiesto dalle sentenze del C.d.S.”

Altro aspetto importante riportato è la sottovalutazione da parte della RWM nel costruire gli insediamenti produttivi nonostante la presenza del Rio Figu. In particolare si legge “Si omette però di precisare che da tale analisi sia risultato un rischio di esondazione molto elevato per il Rio Figu (livello Hi4), il che comporta un rischio idraulico molto elevato in tutta l’area (livello Ri4, il massimo possibile…..Reparti produttivi, depositi, locali tecnici, strade e piazzali realizzati in quest’area si configurano quindi come abusi non sanabili”. Non possono non tornare alla mente tutti i disastri idrogeologici verificatisi in Sardegna quando si è costruito nel corso dei fiumi. Giusto per ricordare. Il ciclone Cleopatra nel 2013 causò perdite in vite umane e ingenti danni materiali, perché l’enorme quantità d’acqua non trovò spazio sufficiente nei canali a causa del fatto che diversi corsi d’acqua furono tombati o ristretti. Stesso discorso vale per l’alluvione del 2008 a Capoterra.

Ultimo aspetto che si fa notare è che nei documenti presentati dalla RWM alcuni edifici, si dice siano adibiti ad uso magazzinaggio quando in realtà il loro uso è ben diverso. Si legge: “L’unità esterna collocata in comune di Musei non svolge però la funzione di magazzino esterno, ma si tratta invece di un vero e proprio reparto produttivo nel quale si svolge l’assemblaggio delle loitering munitions (Droni Killer) della serie Hero prodotti su concessione della UVision Air Ltd, azienda israeliana del comparto militare-industriale”

In questi giorni diversi esponenti politici si sono espressi, alcuni mettendo in discussione il principio della libera impresa. In particolare si ritiene che l’eventuale decisione negativa della Regione limiterebbe irrevocabilmente l’iniziativa privata. L’articolo 41 della Costituzione riconosce la libera iniziativa economica privata, tuttavia la limita espressamente nel caso in cui rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute o all’ambiente.  Rischi alla salute e all’ambiente che per i motivi sopra riportati sono abbastanza evidenti che devono creare una grande preoccupazione. Ricordiamoci che parliamo di una fabbrica che utilizza esplosivi e le conseguenze sulla popolazione non devono essere sottovalutate.

Roberto Mirasola è il responsabile pace di Sinistra Futura

da qui

giovedì 16 maggio 2019

Alberto Negri - Perchè i giornali non sono credibili



Perché i giornali sono in difficoltà? Perché non sono credibili. Almeno su argomenti di cui mi occupo come la politica estera. Leggo per esempio che della Cina non ci si può fidare perché è un sistema opaco e autoritario. E’ in buona parte vero, siamo a trent’anni da Tienammen, giusto per citare un evento che tutti ricordano con i carri armati in piazza contro i dimostranti. Ma è anche vero che 40 anni fa questo Paese, di 1,4 miliardi di persone, lottava per una ciotola di riso e oggi è una superpotenza tecnologica e commerciale in ascesa: ha vinto la povertà e ora vanta con una classe media in grande espansione. Una storia di successo che non si raggiunge soltanto con l’autoritarismo.
Autoritarismo e opacità sono due termini che vedo ben poco menzionati a proposito dell’Arabia Saudita e delle monarchie assolute del Golfo: qui non c’è una costituzione, non si vota mai, il potere è tenuto in pugno da famiglie che tagliano la testa alla gente e propagandano un’ideologia retrograda che spesso è servita come base per il sostegno o il finanziamento del terrorismo internazionale. Arabia Saudita e Qatar, due dei nostri maggiori alleati, hanno appoggiato i jihadisti in Siria cioè coloro che hanno massacrato anche minoranze come i cristiani e gli yazidi. Ma noi facciamo finta di niente.
L’Arabia Saudita bombarda la popolazione civile in Yemen e il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo gli stessi rapporti della Cia, è stato il mandante del barbaro assassinio del giornalistae oppositore Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul.
Eppure all’Arabia Saudita l’Italia vende bombe italo-tedesche prodotte in Sardegna che Riad usa per massacrare i civili yemeniti. I sauditi sono i maggiori acquirenti di armi del mondo, fornite dall’Occidente e dagli Stati Uniti: è forse per questo che dei sauditi ci fidiamo e dei cinesi no? O forse ci fidiamo dei sauditi perché insieme a Israele sono i maggiori nemici dell’Iran?
A proposito di Iran. I giornali titolano che gli Usa mandano portaerei e cacciabombardieri nel Golfo per contrastare la “minaccia iraniana”? Quale minaccia? Gli Usa stanno strangolando l’economia iraniana con le sanzioni, nonostante Teheran abbia rispettato gli accordi internazionali sul nucleare del 2015 e ora hanno sospeso solo una parte quelle intese per sollecitare l’Europa a intervenire. Anzi per essere precisi l’Iran sciita ha lottato in Iraq e Siria contro il terrorismo dell’Isis prima di molte potenze occidentali. La realtà è che l’Iran non si piega agli Usa e non acquista le nostre armi. Se lo facesse probabilmente verrebbe additato come un ottimo cliente dell’Occidente.
A proposito: con le sanzioni americane l’Italia perde in Iran 27 miliardi di commesse infrastrutturali, una perdita che si aggiunge al disastro della Libia che con la fine di Gheddafi, voluta da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, ha visto inghiottire altri miliardi di lavori delle aziende italiane. Fate i vostri conti e giudicate chi ci minaccia davvero, oltre alla nostra ipocrisia.

domenica 13 gennaio 2019

LETTERA ALLA SOCIETÀ SARDA


(scritta da Confederazione Sindacale Sarda, Isde-Sardegna e Assotziu Consumadoris Sardigna – Onlus)

Il 2018 della Sardegna è stato appena consegnato agli annali e lì archiviato in compagnia di numerose altre annate non memorabili. Naturale, dunque, che la speranza in un domani migliore sia sempre più tenue. Non bisogna disperare, però! E nemmeno abbandonarsi a vuoti auguri o alle facili semplificazioni della politica. Oggi più che mai, per noi sardi è di vitale importanza comprendere gli errori del passato, interpretare correttamente il presente - squarciando il velo della menzogna che lo avvolge - e costruire insieme il futuro della nostra terra.

L'etica va in soffitta
Sul finire del 2018 si è verificato un fatto rilevante: il messaggio con cui i vescovi sardi hanno preso posizione contro la RWM Italia Spa, la fabbrica in cui vengono prodotte le bombe utilizzate dall'Arabia Saudita nell'atroce guerra dello Yemen. La richiesta della Chiesa e di una consistente fetta di società civile riunitasi a Villacidro in occasione della XXXII Marcia della Pace promossa dalla Diocesi Ales-Terralba è chiara ed ineludibile: l'etica deve tornare ad orientare le decisioni della politica e le scelte dell'economia. Un chiaro segno delle carenze della nostra classe politica.
Con il loro messaggio, i vescovi hanno chiesto ai lavoratori della RWM non di abbandonare il posto di lavoro ma di concepirsi come parte di un più ampio progetto: la conversione della fabbrica in un impianto che produca beni volti a migliorare la qualità della vita. In altri termini, mentre viene riconosciuta la condizione di fragilità socio-economica di questi individui - residenti in uno dei territori più poveri d'Italia -, si rivolge loro un appello affinché cooperino per realizzare un'economia di pace.
Com’è stato opportunamente notato, questo messaggio racchiude la prudenza dei pastori e il coraggio dei profeti. Esso nasce dalla coraggiosa presa di posizione del vescovo di Iglesias sostenuto dal Consiglio Presbiteriale della Chiesa Iglesiente nella cui città opera da anni il Comitato per la riconversione della RWM e lo sviluppo del territorio formato da 21 associazioni della società civile, del volontariato, della Confederazione Sindacale Sarda e del pluralismo religioso.
La prudenza dei pastori suggella una verità non scritta ma visibilissima, l'equazione, cioè, per cui alle difficoltà materiali corrisponde – o più facilmente può corrispondere – un'occupazione eticamente non sostenibile (ne consegue che ai lavoratori delle aree depresse è richiesto un grande sforzo per emanciparsi e contribuire ad emancipare la società dal giogo infernale della produzione di morte).I l concetto è semplice: si accetta di seminare distruzione e morte per accedere ad un reddito che consenta la vita.
Questa triste verità fornisce una preziosa cornice interpretativa all'interno della quale includere il problema della fabbrica delle bombe, senza fermarsi ad essa. D'altra parte, non è forse vero che una consistente fetta del sistema produttivo sardo ha generato e continua a generare degrado ambientale, diffondere malattie e seminare morte, ponendosi così al di fuori dell'etica?

Seminare morte per accedere al reddito
Partendo dai fantasmi dei minatori morti di silicosi che ancora affollano le gallerie sarde fino alle recenti indagini epidemiologiche che misurano eccessi di mortalità e un'elevata incidenze di patologie riconducibili all'inquinamento ambientale – tra i lavoratori dell'industria, presso le popolazioni dei S.i.n (Siti d'interesse nazionale per bonifica) o, ancora, nei dintorni dei poligoni militari – emerge con chiarezza che una parte dell'economia sarda si basa sull'inaccettabile ricatto dell'accesso al reddito in cambio della diffusione di morte.
La nostra Isola paga – come spesso accade – un tributo maggiore in termini di danni alla salute e all'ambiente. Un primo record negativo riguarda l'estensione delle aree inquinate: maggiore qui che altrove. Inoltre, nei territori di Cagliari, Sassari e Carbonia-Iglesias, dove, cioè, insistono le maggiori attività industriali e le più grandi città, il tasso di mortalità è più elevato, mentre l'area di Carbonia – Iglesias presenta gli stessi tassi di mortalità di Caserta, capitale della Terra dei Fuochi.
Nel dibattito politico, la crisi degli ultimi anni – cui risulta associato un forte aumento della povertà e della disoccupazione– viene utilizzata come giustificazione per il mantenimento delle lavorazioni impattanti già presenti e di nuovi progetti altrettanto nocivi. Qualsiasi nuovo investimento è bene accetto, se garantisce occupazione: è questa la posizione della stragrande maggioranza dei politici sardi.
Siamo, in altre parole, in presenza di un vero e proprio circolo vizioso messo in moto dalla costante crescita delle diseguaglianze sociali.
Le cronache industriali di oggi offrono una conferma a quanto qui sostenuto: ad esempio, ci informano della necessità della Portovesme srl di una nuova discarica per stoccare oltre 2 milioni di metri cubi di rifiuti industriali provenienti dalla lavorazione dei velenosi fumi d'acciaieria importati da mezza Europa.
Oppure ci parlano del rilancio dell'Eurallumina, un progetto che prevede lo stoccaggio di 16 milioni di tonnellate (sic!) di fanghi rossi nei prossimi 10 anni e la combustione di centinaia di migliaia di tonnellate di carbone, come evidenziato dalla CSS, Isde- Sardegna e Assotziu Consumadoris nelle osservazioni al progetto presentate all'Assessorato alla Difesa dell'Ambiente. Dall'assessore all'Industria ai maggiori sindacati italiani, sono tutti acriticamente favorevoli all'iniziativa, mentre le forze politiche impegnate nelle elezioni sarde o si schierano a favore – in alcuni casi difendendo a spada tratta l'utilizzo del carbone - o non hanno il coraggio di proferire parola per paura di perdere consensi.
L’allontanamento dal carbone come fonte energetica è un’ovvia necessità. Se dovessimo porre su una scala gerarchica il potere inquinante dei combustibili fossili ci sarebbero, senza dubbio, al primo posto carbone e pet-coke, all’ultimo il metano. Tuttavia, questo non significa affatto che la combustione del metano non sia inquinante e che non possa avere conseguenze ambientali e sanitarie rilevanti. La combustione di metano inquina, genera considerevoli quantità di gas serra e conseguenze sanitarie ed economiche misurabili e, soprattutto, in molti casi evitabili. Bruciare gas naturale riduce di circa il 50% le emissioni di CO2 rispetto al carbone, ma il 50% non è abbastanza. Lo stesso metano è un gas serra che più della Co2 nel favorisce l'innalzamento delle temperature. L’obiettivo al quale la comunità internazionale deve puntare (con rapidità) è la riduzione almeno dell’80% entro il 2050 e l’azzeramento entro fine secolo. Pertanto, puntare ancora sulla produzione di energia da fonti fossili (anche se le meno inquinanti) ritarda ancora il necessario sviluppo delle fonti rinnovabili, la vera strada verso un futuro. Un futuro può essere costruito sull’analisi oggettiva e globale dei problemi, sulla prevenzione primaria, sulla partecipazione e sul bene comune. Tutto questo, non passa, però, attraverso il modello previsto di “decarbonizzazione”.
Neanche gli allarmi - lanciati a più riprese dagli scienziati – sugli effetti del riscaldamento globale scuotono dunque i nostri politici, tutti favorevoli – seppure con diverse sfumature - al programma di metanizzazione della Sardegna del tutto sovradimensionato rispetto alle presunte esigenze dei sardi) promosso dalla Regione. Si tratta di una serie di interventi incompatibili con gli obiettivi di contenimento delle temperature e per nulla vantaggioso sul piano economico, come argomentato dalla CSS nelle osservazioni recentemente depositate nell'ambito del procedimento di valutazione ambientale del metanodotto. In altre parole, è del tutto fuorviante presentare il metano come un volano per l’industria sarda: l’energia elettrica ottenuta dalla combustione di questo fossile costa molto di più di quella ottenuta con le rinnovabili, mentre, per quanto riguarda la produzione di calore, esistono già delle valide alternative basate sulle rinnovabili, anche per gli usi industriali. Va certo detto che attraverso le rinnovabili non è possibile ottenere alte temperature, ma le alte temperature di processo corrispondono a quell’industria che dovremmo archiviare.

Un circolo vizioso che parte da lontano
Nel caso della Sardegna, gli effetti della recente crisi si sommano a quelli di una crisi strutturale determinata dalle fallimentari scelte eterodirette del passato. A ben vedere, dunque, il circolo vizioso all'interno del quale la Sardegna è caduta parte da lontano.
In tal senso, quello della grande industria impiantata a partire dagli anni '60 è un caso emblematico. Dall'inizio degli anni '80, con la riduzione del doping degli aiuti di Stato che aveva accompagnato la prima fase dell'industrializzazione, la percentuale dei lavoratori dell'industria è crollata dal 35% al 16% circa di oggi (da notare che poco più della metà di questo 16% risulta occupata nell'industria propriamente detta). I dati relativi all'occupazione non sono gli unici che debbano essere considerati: è infatti nota l'incapacità dell'industria sarda di generare valore aggiunto, aspetto a cui è legato un basso livello di investimenti: ecco un'altra ragione per cui l'industria non ha attecchito in Sardegna. Sindacati e politica sostengono che la maggiore causa del fallimento dell’industria in Sardegna sia l’elevato costo dell’energia. Non è vero: come messo in evidenza dalla procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea sugli aiuti di Stato destinati, tra gli altri ad Eurallumina, Portovesme srl e Syndial, non esiste nessuna evidenza di questi maggiori costi.
Parallelamente, negli ultimi 40 anni è cresciuta a dismisura la percentuale dei lavoratori occupati nel terziario, oggi oltre il 77% del totale degli occupati (in massima parte si tratta di terziario precario e non qualificato), mentre l'agricoltura impiega nel 2017 solo il 6,1% della forza lavoro occupata. La disoccupazione, invece, galoppa al 17% con picchi del 50% tra i giovani (un dato simile a quello greco). Un altro indicatore, non di carattere macroeconomico, come quello dello spopolamento delle zone interne ci aiuta a mettere a fuoco la gravità della situazione. Nessun'altra conclusione è dunque possibile: il modello di sviluppo trainato dalla grande industria ha fallito nel creare occupazione lavorativa e nel distribuire ricchezza. Eppure c'è ancora chi si ostina a difenderlo: per ragioni di consenso elettorale o perché vede nella dipartita dell'industria l'impossibilità di perpetuarsi come ceto. O ancora perché è convinto che gli investimenti in campo industriale possano risollevare il Pil della nazione. Non solo la promessa di crescita connessa al concetto di sviluppo non è sostenibile da un punto di vista ambientale e sanitario, la crescita è più che altro crescita di pochi a svantaggio dei più. Nell’attuale fase caratterizzata da un mercato sempre più globale, crescita, significa soprattutto aumento delle diseguaglianze. Il segmento maggiormente colpito è quello inferiore della classe media delle economie occidentali, operai e terziario scarsamente qualificato per intenderci.
È proprio su questi punti che la CSS, in qualità di sindacato della nazione sarda, vuole invitare alla riflessione. Il peggioramento di pressoché tutti gli indicatori economici dimostra che nel lungo periodo il modello economico su cui la Sardegna ha puntato e continua a puntare non ha fatto altro che aumentare la fragilità socio-economica dei sardi, allontanandoci da un'economia capace di sviluppare benessere. Veniamo, dunque, a trovarci avviluppati all'interno di una spirale di miseria materiale e morale che genera ulteriore impoverimento. Tornano alla mente le parole di Eliseo Spiga, fondatore della CSS: “L'idea dell'incessante progresso contiene la maledizione dell'eterna regressione”. È facile constatare che le diseguaglianze sociali generano diseguaglianze territoriali. Tanto più forte è la fragilità socioeconomica degli abitanti di un territorio quanto più questo territorio verrà sfruttato. Ed ecco perché la Sardegna oggi è ultima tra gli ultimi.
Accetteremo la trasformazione della nostra amata Isola in un'area di servizio al centro del Mediterraneo utilizzata per l'offerta e produzione di utilities? Siamo davvero disposti a stoccare rifiuti industriali provenienti da mezza Europa? A diventare un hub del metano conto terzi, contraendo una nuova servitù? A continuare a rifornire di energia il Continente, a mantenere puntato verso di noi il tubo di scappamento delle centrali a carbone e ad essere terra di conquista per i produttori di energia? In questa direzione va la proposta di Terna di realizzare un nuovo elettrodotto (oltre al Sapei e al Sacoi) sottomarino per collegare la Sardegna alla Penisola. Siamo, cioè, disposti ad essere capo e coda di un sistema che relega la Sardegna ai margini causandole incommensurabili danni, come sosteneva il compianto dott. Vincenzo Migaleddu, ex presidente Isde – Medici per l’Ambiente Sardegna? Sarebbero disposti gli operai sardi a perorare la causa dell'industria e a lavorare all'interno di gironi infernali che loro stessi riconoscono come tali, se sapessero che le alternative sono a portata di mano? E ancora, siamo disposti a diventare un popolo di camerieri? O a folklorizzare la nostra cultura per trasformarla ad uso e consumo del turismo di massa?

Cosa potremo fare?
Il 2019 si apre, dunque, con una serie di ineludibili domande: cosa potremo fare? Innanzitutto, i più forti antidoti contro la crescita delle diseguaglianze sociali sono l'istruzione e la ricerca, un'istruzione e una ricerca di alto livello che sappiano interpretare correttamente le esigenze delle nostre comunità. Una straordinaria concomitanza di fattori (la possibilità di accumulare l'energia attraverso gli impianti idroelettrici, la presenza di piccoli centri) rende la Sardegna una candidata naturale per ospitare una rivoluzione del sistema energetico. Perseguire gli obiettivi dell'efficientamento energetico, della chiusura delle grandi centrali a favore di una rete interconnessa di piccoli impianti da FER destinati all'autoconsumo/autoproduzione, dell'implementazione delle smart grid consentirebbe alla Sardegna di creare migliaia di posti di lavoro ed essere avanguardia nel mondo. Questo sì un programma – al contrario della metanizzazione - in grado di rimettere in moto un'economia etica capace di proiettarsi nel futuro!
La gestione dei rifiuti deve cambiare radicalmente: innanzitutto occorre privilegiare il riuso, in secondo, luogo, all'aumento della raccolta differenziata deve seguire la realizzazione in Sardegna di piattaforme per chiudere la filiera del riciclo in loco, evitando, dunque, di spedire i rifiuti differenziati nella Penisola. Il riciclo dell'alluminio e della plastica rappresentano valide alternative ai processi industriali dell'alluminio primario e del pet.
La cultura del riuso deve informare anche l'evoluzione dell'edilizia (che molto può avvantaggiarsi anche dalla radicale trasformazione del sistema energetico): non altro cemento, bensì ristrutturazione delle vecchie case, specie nei paesi dell'interno, su cui devono puntare le strategie di promozione turistica.
Occorre, poi, ridare nuova vita ai territori e alle produzioni locali, supportando la parte sana del nostro comparto primario, in primo luogo quella che si pone l'obiettivo di valorizzare la biodiversità.
Occorre non cedere ad una visione industrialista dell'agricoltura, e dare vita a reti alternative alla grande distribuzione, promuovendo anche la trasformazione dei prodotti. Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso un migliore utilizzo dei fondi del PSR e la previsione di adeguate misure di sostegno fiscale ai giovani che decidono di lavorare in agricoltura. I dati relativi allasuperficie agricola utilizzata, inoltre, rivelano che la Sardegna potrebbe puntare molto di più sulla produzione vitivinicola, sfruttando le sue eccellenze e intercettando una domanda mondiale in forte crescita. Occorre poi, una volta per tutte, liberare i pastori sardi dal giogo imposto loro dai grandi industriali, aiutandoli nel processo di differenziazione della produzione.
Inoltre, in Sardegna esistono delle eccellenze nel settore dell'artigianato non valorizzate.
Anche la rivoluzione culturale attesa dalla Sardegna può dare un grande contributo all'economia dell'Isola attraverso l'assunzione del corpo docente per l'insegnamento e la divulgazione della nostra lingua e il rinascimento dell'editoria in sardo.
Questa è un'idea di economica circolare che dovremo perseguire, nel nostro stesso interesse.
Vista l'assenza della politica, che ormai da tempo ha abbandonato il compito di costruire il futuro, è la società civile sarda che deve provare a fornire le risposte e a battersi perché si traducano in realtà.
Cagliari, 05/01/2019
da qui

sabato 3 febbraio 2018

scrivono da Domusnovas


Il secondo comunicato stampa della nuova alleanza Confindustria, Cgil e Cisl, quasi fotocopia del precedente, ci ha lasciato stupefatti. Ha dell’incredibile, infatti, che dei sindacati si fermino alla valutazione della regolarità formale di un’attività produttiva e non prendano in esame la sostanza dei fatti. Organizzazioni che fondano sul principio di solidarietà il loro agire sociale non possono non fermarsi a considerare che i lavoratori ed i cittadini dello Yemen, vittime delle produzioni belliche della fabbrica di Domusnovas sono compagni, fratelli, amici di quelli di Domusnovas e Ghedi e nulla hanno fatto contro di loro o contro il nostro Paese.
Nel Comunicato, giustamente, si afferma che la nostra area è “caratterizzata da una profondissima crisi economica”; ci autorizza forse la crisi che stiamo vivendo a rifarci su una popolazione innocente basando sulla sua distruzione i nostri guadagni? Gli Statuti della CISL e della CGIL, agli articoli 2, fanno entrambi riferimento all’importanza del perseguire rapporti con i lavoratori di tutto il mondo volti alla costruzione della Pace; è producendo bombe per bombardare civili, ospedali, case e bambini in Yemen (Ban Ki-Moon, 5 febbraio 2016) che promuoviamo rapporti di pace?
I rappresentanti locali delle tre organizzazioni sostengono che la riconversione non è praticabile. Noi pensiamo di si e fondiamo la nostra convinzione, oltre che sul buon senso, anche sul dettato della L.185/90 che, all’art.1 – c.3, prevede che il governo predisponga piani di riconversione delle industrie belliche. In ogni caso, se la strada della riconversione fosse troppo in salita, quella produzione non potrebbe comunque andare avanti, in quanto contraria alle norme morali, etiche e giuridiche.
O la RWM decide di cambiare filosofia aziendale e sospende le forniture ai paesi in guerra come previsto dalle leggi di tutti i paesi europei, oppure la fabbrica va chiusa e sostituita con altre attività. Certo è che lo Stato, la Regione e le forze sociali se ne dovranno far carico, come prevede la legge! Dopo aver illuso per anni i lavoratori che tutto fosse regolare.
Si rendano conto, sindacati e Confindustria, che, a livello internazionale, il vento sta cambiando: nelle ultime 3 settimane, 3 paesi europei sono entrati nel novero di quelli che hanno sospeso ogni fornitura militare all’Arabia Saudita prendendo atto dei crimini umanitari commessi nella guerra in Yemen: sono la Germania (la Merkel, in visita a Rhiad, ha chiesto la fine dei raid aerei sullo Yemen), il Belgio e la Norvegia. Recentemente si è pronunciato nello stesso senso senso il governo canadese del presidente Trudeau. Che farà l’Italia? Per quanto tempo potrà continuare a negare l’evidenza?
Se non si costruisce ora l’alternativa alle bombe, domani potrebbe essere troppo tardi ma le organizzazioni sindacali e datoriali, anziché occuparsi della salvaguardia dei lavoratori, si ostinano a sostenere una impresa di proprietà tedesca che viene a fare in Italia ciò che non gli è consentito in Germania. Ci si rende conto che Rheinmetall, dopo aver delocalizzato nel Sulcis-Iglesiente nel 2010, ora lo sta facendo in Sudafrica ed in Arabia e la chiusura potrebbe essere veramente alle porte?
Quanto poi alla sicurezza che sarebbe messa a rischio dalle azioni di quanti vogliono la riconversione, ci preme solo evidenziare che la libertà di opinione e di informazione sono ancora alla base della nostra democrazia, così come dovrebbero esserlo per ogni organizzazione di questo Paese.
Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa sono i portavoce del comitato riconversione RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente.

Pubblichiamo la lettera aperta di Arnaldo Scarpa, portavoce del Comitato Riconversione RWM alla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso. (red)
Compagna Susanna,
sono Arnaldo Scarpa, iscritto da lunga data alla CGIL, insegnante, da oltre 10 anni membro della RSU del mio Istituto, già componente del direttivo provinciale FLC del Sulcis-Iglesiente e del direttivo regionale della Sardegna.
Dal maggio scorso sono uno dei 2 portavoce del Comitato per la riconversione della RWM di Domusnovas-Iglesias, la fabbrica tristemente nota per produrre le bombe d’aereo che la coalizione saudita, dal 2015, sgancia sulle teste del popolo yemenita in una guerra che ha causato oltre 10.000 morti tra i civili ed una catastrofe umanitaria complicata da carestie e pestilenze, tanto da far affermare all’ONU che si tratta della maggiore emergenza verificatasi dal 1946 ad oggi.
Di tutto questo dolore siamo responsabili anche noi cittadini della Sardegna e dell’Italia, a causa delle scelte scellerate del governo che autorizza tali esportazioni mortifere e delle connivenze di parte delle forze politiche e sindacali.
Mi sconcerta assai e perciò chiedo il tuo autorevole intervento la posizione sull’argomento del mio Segretario generale territoriale e della segreteria FILCTEM in particolare. Il primo rifiuta ogni tentativo di dialogo sul tema della riconversione. La seconda ha, addirittura, firmato due comunicati insieme alla CONFINDUSTRIA (udite, udite!) ed alla CISL (non era di ispirazione cristiana?) nei quali si afferma che la produzione della RWM va tutelata in ogni modo in quanto perfettamente legale e necessaria per non deprimere ulteriormente i livelli occupativi del territorio.
Di fronte al comunicato stampa (che allego), mi chiedo e chiedo a te, Susanna, se il nostro Statuto valga ancora qualcosa. In particolare se l’articolo 2 che dichiara la “pace tra i popoli bene supremo dell’umanità”, la “conquista di rapporti internazionali in cui tutti i popoli vivano insieme nella sicurezza e in pace” ispiratrice dell’azione sindacale, la “solidarietà attiva tra i lavoratori di tutti i Paesi” … “fattore decisivo per la pace”, sia diventato solo carta straccia o un paravento che maschera ben altre pratiche.
Chi glielo dice agli yemeniti che muoiono sotto le nostre bombe, fatte ed esportate in barba alla Costituzione (cfr. art.11 e art.41) ed alla legge 185/90, che vogliamo essere solidali con loro? Che crediamo nella pace tra i popoli come bene supremo? Che siamo compagni, perché dividiamo il nostro pane, non solo tra di noi ma con tutti i lavoratori del mondo?
Non ritieni che sia il caso di iniziare all’interno del sindacato un urgente lavoro di revisione delle posizioni fin qui assunte dalle strutture territoriali ed anche dei silenzi del nazionale per recuperare quel minimo di coerenza senza la quale si perde in credibilità ma anche, in fin dei conti, in sostanza sindacale. Se il sindacato smette di perseguire il principio della tutela della dignità dell’uomo e si allea con chi, pur di fare del profitto, passa sopra ai più elementari principi etici, che cosa ci sta a fare? Da cosa si distingue rispetto a qualsiasi altra organizzazione lobbistica?
Nessun lavoratore della RWM si è mai espresso pubblicamente sulle scelte aziendali. Sono tutti “orgogliosi di lavorare nel settore della difesa”, come gli hanno fatto sottoscrivere su carta intestata della ditta? In che senso poi intendano la “difesa” sarebbe da spiegare ai compagni yemeniti.
Oppure siamo di fronte a persone tenute sotto ricatto dal padrone tedesco (in questo caso)? Che cosa ne pensa la RSU? E’ normale che nessuno si esprima personalmente o in gruppo? Che nessuno accetti di dialogare con noi che, prima che RWM delocalizzi, vorremmo che si creassero alternative valide per tutti i dipendenti.
Inoltre, da quale parte sta la CGIL rispetto alla questione degli armamenti esportati dall’Italia in tutto il mondo, perfino negli Stati dove sono più evidenti le violazioni dei diritti umani e, fra l’altro, prodotti, in larga misura, da società partecipate dallo Stato?
Ti sarei grato e ti saremmo grati in tanti iscritti – pronti anche a ritirare la delega se dovesse perdurare questa latitanza rispetto ad un punto fondante dello Statuto – se potessi rispondere fattivamente quanto prima.

venerdì 23 settembre 2016

Commissione Parlamentare d'Inchiesta su uranio e poligoni (a cura del cagliarisocialforum)

La Commissione della Camera sarà in Sardegna in gita di Stato nella prima settimana di ottobre, calendario e tappe del tour saranno resi noti dalla stampa.

16  settembre 2016
  

Quarta Commissione Parlamentare d’Inchiesta
Sardegna: poligoni, sindrome Golfo-Balcani-Quirra-Teulada-Capo Frasca

 “L’assenza di certezze scientifiche non deve servire da pretesto agli Stati per ritardare l’adozione di misure”  ONU, Protocollo di Rio.
“L’interesse nazionale cede di fronte al superiore interesse pubblico costituito dalla tutela della salute (…)” che ha “il valore dell’assolutezza, ciò significa che va protetta contro ogni iniziativa ostile da chiunque provenga e con la conseguenza che ha anche una valenza incondizionata. Tale tutela comprende le ipotesi in cui i rilievi scientifici non hanno raggiunto una chiara prova di nocività (..) occorre applicare il principio di minimizzazione che costituisce il corollario del principio di precauzione” (TAR Sardegna, sentenza di sospensiva all’installazione dei radar, 6/10/2011).

L’attuale quarta Commissione Parlamentare d’Inchiesta è chiamata a recepire e dare attuazione a risultanze e indirizzi della terza (art2 c.2 legge istitutiva), chiudere rapidamente e definitivamente l’inchiesta.
Parrebbe che le sia attribuita solo una funzione prettamente notarile o di braccio esecutivo delle decisioni della terza Commissione. La presidenza affidata all’on Scanu è garanzia di continuità.
Per capire le attività dell’attuale Commissione giova ricapitolare il lavoro delle precedenti. Va tenuto presente che le prime due hanno avuto circa un anno di vita, la terza circa quattro anni.

CRONISTORIA
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta è stata strappata nel 2005 dalla lotta avviata nel 1999 dal comitato antimilitarista Gettiamo le Basi, dalle famiglie sarde di militari e dalle associazioni nazionali di tutela dei militari. Per un decennio abbiamo contrastato i tentativi esterni e interni di affossamento e sabotaggio.

Prima Commissione (2005-06 parrebbe condannata alla damnatio memoriae per motivi inspiegabili o troppo spiegabili)
Amplia il ristretto mandato ed estende l’inchiesta alla Sardegna; riconosce ufficialmente il ruolo propulsivo delle associazioni di base che da anni documentavano il cluster di tumori nelle aree dei Poligoni Salto di Quirra e Teulada (seduta18/10/2005); trova rapida conferma delle anomalie sanitarie in Sardegna (10/11/2005, Audizione del Procuratore militare di Cagliari); elabora il “Progetto di biomonitoraggio sul rischio ecologico e sanitario per i militari e la popolazione” e il “Progetto di studio sulla salute dei militari e delle popolazioni esposte alle attività militari”, entrambi, complementari tra loro, appropriati per precedere, accompagnare e andare oltre la bonifica. I due tipi di monitoraggio non possono essere usati - come si è fatto, e si programma di fare - per dilazionare ed eludere le misure imposte dal principio di precauzione: l’obbligo dello Stato di imporre la moratoria alle attività a rischio anche solo ipotetico.

Seconda Commissione (2006-2008, governo Prodi):
Prende atto dei “dati inoppugnabili” di civili e militari colpiti in modo abnorme da patologie collegate all’inquinamento bellico; equipara i poligoni ai teatri di guerra, equipara i militari inviati nei teatri di guerra a militari e popolazioni delle aree adibite ai “giochi di guerra”. Fa gravare l’onere della prova sul ministero Difesa. Afferma la valenza del nesso probabilistico, pilastro della normativa italiana e internazionale[i]. Rigetta la corbelleria cara alle Forze Armate della dimostrazione  del nesso diretto causa-effetto, turpe furbata per evitare di risarcire le vittime, fuggire dalle responsabilità, salvare la faccia.
Di fatto stabilisce che anche Amministrazione Difesa e Forze Armate sottostanno alle leggi della Repubblica. Banale e allo stesso tempo innovativo! Sovverte, infatti, il regime di vecchia data che i militari definiscono “specificità”, l’attuale  Commissione “amministrazione domestica”, altri “vulnus allo Stato di Diritto inferto dal settore militare che si erge a Stato nello Stato”. Scardina il “diritto”  che gli Stati Maggiori si sono arrogati di non rispondere dell’uso della bassa truppa, ieri come carne da cannone, oggi carne da radiazione.  
Grazie all’impegno di alcuni parlamentari, in particolare del vicepresidente della Commissione, il senatore Mauro Bulgarelli, la legge 296/2006 stanzia i fondi, sia per attivare i due sistemi di monitoraggio sanitario e biologico-ambientale indicati dalla prima Commissione, sia per la bonifica dei poligoni, fondi incrementati dalla  Finanziaria per il 2008 in prospettiva triennale (dieci miliardi all’anno) e prontamente azzerati dal successivo governo Berlusconi  con il decreto legge 27/5/2008 n. 93 nel totale disinteresse e ignavia di tutta la classe politica sarda a tutti i livelli, dall’allora  sottosegretario alla Difesa Cossiga ai Comuni.
Fine 2007, il ministro alla Difesa, il sardo Parisi, avvia i due sistemi di monitoraggio che si concretizzano, gravemente amputati e snaturati, nella creazione del “Centro Prevenzione Controllo Malattie dei Militari” (l’attenzione alle popolazioni sparisce!) e nel monitoraggio del Salto di Quirra (sparisce il biologico!).
Febbraio 2008, cade il Governo, cade la Commissione e parte a velocità luce il Piano di monitoraggio ambientale del Poligono Interforze Salto di Quirra (PISQ). Macroscopica inadeguatezza, incongruenze, irregolarità sono prontamente segnalate dal vicepresidente della Commissione. L’ultimo scandaloso raggiro emerge nel 2012.

INCISO: “L’Operazione Trasparenza” top secret
Il monitoraggio è propagandato come “operazione trasparenza e verità”. Nel 2012, però, la Namsa/Nato oppone il “segreto Nato” alla richiesta della Procura di Lanusei di accesso agli atti della gara d’appalto (e il gup Clivio rigetta la richiesta della Procura di allegare l’altolà della Nato agli atti del processo Quirra).
L’attuale quarta Commissione ignora o finge d’ignorare la gravità del fatto?
L’esigenza di acquisire gli atti della gara d’appalto è stata posta anche da alcuni senatori della terza Commissione. La Commissione li ha formalmente richiesti? Li ha ricevuti? L’analoga richiesta del Comitato Territoriale - specchietto creato per dare ad intendere “la trasparenza e leale collaborazione” con gli enti locali, spacciati persino come coautori del Piano – è sempre stata evasa dai vertici militari.

Terza Commissione
I risultati sono sintetizzati da un commentatore politico specializzato in tematiche militari:“Scritti a quattro mani, due dei generali, due delle industrie di armi”. Concordiamo! Non è da attribuire a semplice negligenza o personali incapacità il disinteresse totale per la sottrazione dei fondi della bonifica e per il monitoraggio sanitario (CPCM). La Commissione “vede” il monitoraggio-bidone del Pisq a operazione conclusa, dopo l’intervento della Magistratura e l’attenzione dei media sardi e internazionali ed evita di entrare nel merito.   

Per il caso Sardegna la Commissione parte con la “verità” già in tasca, una strana “verità” in totale contrasto con i risultati delle due precedenti e con la forza dell’evidenza. La linea guida ribadita in quasi tutte le sedute “tranquillizzare i militari e la popolazione” è  puntualizzata con estrema chiarezza dal presidente Costa (seduta n. 42): “Contrastare alcuni ingiustificati allarmismi, alimentati in taluni casi anche dai toni sensazionalisti dei media” e “da antimilitarismo preconcetto e ideologico” come sempre precisa l’on. Scanu. Sorvoliamo sulla visione della razionalità prerogativa esclusiva di filo militaristi e guerrafondai. Invitiamo, però, a rileggere l’audizione del Procuratore militare di Cagliari (10/11/2005). Anche lui antimilitarista ideologico? Se così fosse avremo prova che l’antimilitarismo, finalmente, sta diventando pensiero egemone. 
L’obiettivo  di osteggiare “l’allarmismo preconcetto” contiene e anticipa i risultati del lavoro: il disastro ambientale e sanitario che ha come epicentro il poligono Salto di Quirra (Pisq), registrato dalla prima e seconda Commissione, comprovato dall’indagine del procuratore Fiordalisi (2011/12, meno di 15 mesi!) è un falso allarme, non deve esistere. La “verità” a priori, indipendente dall’esperienza, incompatibile con un serio lavoro inquirente e rigorosa verifica dei fatti, svela spudoratamente che l’inchiesta parlamentare è una farsa mirata a sedare la Sardegna. Infatti si offre ampio spazio alle sarde autorità da sempre ligie alla politica dello struzzo, a consulenti e auditi che minimizzano, spargono dubbi, disquisiscono di percezione alterata, deviano i sospetti dalle attività di guerra e, forse, forniscono false perizie.

PRECISAZIONE: professor Trenta
Dall’audizione (23/3/2016) del consulente prof. Trenta parrebbe che la quarta Commissione non sia a conoscenza della richiesta della Procura di Lanusei, avanzata in corso di udienza al giudice Clivio, di trasmissione degli atti del processo Quirra alla competente Procura di Roma e alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta per indagare sul “delitto di falsa perizia o falsa interpretazione” resa da prof. Trenta, in qualità di consulente, alla terza Commissione nella seduta del 19/6/2012 affermando che “l'irradiamento del torio, più blando, è ancora meno pericoloso di quello dell'uranio”.
L’attuale Commissione inquirente ha il dovere di pronunciarsi a prescindere dall’iter giudiziario. 

Le 170 vittime (168 agli atti del processo, più due respinte dal gup Clivio per scadenza di termini ) individuate dalla Procura e dalla Polizia di Nuoro non bastano alla Commissione. Non basta il dato incontestabile del 65% di pastori dell’area a mare e del 33% nell’area interna del Pisq colpiti da tumori e delle loro greggi devastate da alterazioni genetiche. Bisogna stabilire la significatività! La Commissione ricorre al collaudato stratagemma della “scienza-pretesto”, messo al bando dall’ONU. Demanda all’epidemiologia, la scienza più facilmente taroccabile, il compito di stabilire se i morti e i malati di Quirra siano insignificanti o significativi. Eppure sarebbe stato sufficiente raffrontare l’indagine epidemiologica dell’Asl 8 di Cagliari (2003) con l’indagine della Regione coordinata da professor Biggeri (2005-6): 90% di mortalità per linfoma non Hodgkin (70% a Villaputzu/Quirra), 75% per tumori linfoematopoietici concentrati a Villaputzu, Muravera e San Vito, in circa il 50% della popolazione dei 10 Comuni considerati.
Peccato che prof. Biggeri e Asl non si siano mai accorti del cluster da brivido! 
Sarebbe stato sufficiente un raffronto tra la percentuale degli uccisi dal Pisq con quella degli assassinati nei campi di sterminio nazisti. E’ da dubitare che le SS siano riuscite a raggiungere medie del 90% o del 65%.

Incredibilmente si delega all’epidemiologia persino la missione impossibile “dell'accertamento di un nesso di  causalità tra fattori patogeni ed insorgere delle malattie” (Scanu sedute 20,42). 

TEULADA
I Comandi militari, da decenni, riconoscono la devastazione ambientale in atti ufficiali, pubblici. La Commissione registra un ”grave degrado e criticità”. Paradossalmente da per scontato che il disastro ambientale non abbia effetti sulla salute. Eppure alcune informazioni, facilmente verificabili, le aveva. Nell’incontro a Cagliari (30/3/2011) Gettiamo le Basi ha consegnato, con richiesta di allegare agli atti, le schede di alcuni colpiti dalla contaminazione bellica: militari in servizio a Teulada, Capo Frasca, Pisq; 31 abitanti di Teulada (oggi ne contiamo 52); 25 abitanti di Escalaplano, 8 tra Perdasdefogu e Ulassai (area Pisq). Uno sguardo anche rapido e superficiale avrebbe risparmiato ai senatori la figuraccia di cascare dal pero all’audizione del procuratore Fiordalisi (8/5/2012) confermando che “chi non vuole trovare non trova”.

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Quarta  Commissione

Il presidente Scanu definisce la tranchc dell’inchiesta focalizzata sulle vertenze di risarcimento dei militari “il lavoro forte, quello importante, dal quale fare discendere una serie di proposte normative” (seduta N 22, 21/4/2016). Ne discende che il lavoro, ancora da avviare, sui poligoni che devastano la Sardegna è di poco conto, fatuo e infruttuoso. Si riconferma la direttiva dell’inchiesta farsa.

DISASTRO SANITARIO
Salto di Quirra (PISQ)
L’attuale Commissione è chiamata a validare le risultanze dell’indagine epidemiologica Musumeci-Biggeri - affidata nel 2011 a Regione e Istituto Superiore Sanità, conclusa il 13/9/2015-  che promuove l’area del poligono della morte Salto di Quirra a oasi felice di salubrità, come volevasi dimostrare.
Il Presidente Scanu, già nel 2011(15/12), ha elevato ufficialmente i risultati dello studio, allora in embrione, al rango di “Verità Assoluta”,  “Ultimativa”. Tralasciamo il fatto che la scienza ha ripudiato la ricerca di verità assolute già da alcuni secoli. L’orrore di Stati titolari di “verità scientifiche assolute”, ad esempio la superiorità/inferiorità delle razze, è impresso nella memoria collettiva. La classe politica stia alla larga dalla tentazione di “verità assolute, ultimative”!
Onestà intellettuale e decenza impongono di sottoporre lo studio a una valutazione in contradditorio con almeno un epidemiologo di fiducia delle associazioni che da troppi anni lottano per la corretta informazione sulla sindrome Golfo-Balcani che falcidia anche militari, popolazioni e animali nelle aree coinvolte dai poligoni di Capo Teulada, Capo Frasca, Salto di Quirra. Indichiamo il dr Valerio Gennaro, consulente della prima e seconda Commissione, consulente del Centro Prevenzione Controllo Malattie dei militari, coautore del “Progetto di studio sulla salute dei militari e delle popolazioni esposte alle attività militari” fatto proprio  dalla prima Commissione.
Gettiamo le Basi ribadisce la valutazione di indagine-pretesto sballata in partenza in considerazione di:
 criteri di aggregazione/disgregazione della popolazione esposta fondati su ipotesi palesemente errate (come peraltro “ipotizza” persino la dott.ssa Musumeci, dopo 4 anni di studio e a lavoro concluso!);
attenzione gravemente carente ai contaminanti dei sistemi d’arma e tipici dei poligoni; metodologia molto contestabile; precedente, discutibile indagine del prof Biggeri (2005/06).

  Poligono di Capo Teulada
La Commissione dovrà pronunciarsi sul disastro sanitario che ha come epicentro il poligono di Capo Teulada che la terza ha finto di non vedere e l’intervento della Procura di Cagliari ha reso ineludibile

 DISASTRO AMBIENTALE
Governo e Parlamento hanno risolto il problema con solerzia: la contaminazione è legalizzata per decreto (91/2014, ribattezzato “Inquinatore Protetto, Salva Quirra”) e per legge (116/2014) sollevando a dismisura i valori soglia dei contaminanti, come da italica prassi. Gli onorevoli, dimentichi dello “sdegno e vibrante indignazione” con cui avevano respinto la proposta del gen. Ludovisi di legittimazione dell’inquinamento (seduta 15/5/2012), sono scattati sull’attenti.
Nell’area del Pisq la sedicente bonifica pare consista in quella sorta di pulizia etnica ripetutamente raccomandata dalla terza Commissione: l’espulsione delle attività agricolo pastorali, la sistemazione di recinzioni e cartelli di divieto d’accesso.
Come s’intendono fermare nanoparticelle e polveri di veleni bellici in uscita?

MULTIFATTORIALITA’
La terza Commissione e l’attuale, incaricata di seguirne le orme, prestano scarsissima attenzione al cocktail di veleni (l’uranio è solo una goccia) disperso in Sardegna, quotidianamente, da ben oltre mezzo secolo. Eppure i contaminanti dei sistemi d’arma di routine, persino dei cosiddetti inerti, e i connessi effetti sulla salute sono noti, classificati nelle tabelle di legge, l’informazione è facilmente accessibile e di facile lettura così come lo è la contaminazione tipica di un poligono, purtroppo Quirra, Teulada, Capo Frasca sono in numerosa compagnia.  Per altro verso, con il forte supporto di  alcuni consulenti, si  focalizza l’attenzione su cause e concause che esulano dalle attività militari. Alcune le ricorda il signor Cancedda (seduta 18/5/2016)[ii] , le definisce“vilipendio ai morti, vilipendio alla famiglia”, concordiamo e aggiungiamo l’oltraggio all’umana intelligenza. Per il caso Quirra  i “multi fattori”  sono ancora più indegni e grotteschi. Ricordiamo la causa/concausa delle malformazioni genetiche dei bambini di Escalaplano che i portavoce  militari avevano ordine scritto di suggerire: l’incestuosità dei sardi. La più gettonata rimane la geologia-litologia, una correzione di tiro della precedente “verità scientifica di Stato e di Regione”, la solenne asineria che indicava la miniera d’arsenico di Bacu Locci madre di tutte le patologie dell’area Pisq.
Vedere pagliuzze inconsistenti e non vedere la trave emana forte sentore  di depistaggio, alimenta il sospetto che la multifattorialità sarà usata per deviare l’attenzione dalle attività militari, trovare attenuanti per l’Amministrazione Difesa, rovesciare tutta o parte di colpa sulle vittime o la geologia, quindi ridurre il risarcimento danni a cifre da elemosina.

RISARCIMENTI e INDENNIZZI alle vittime militari
Il riconoscimento di IARC e OMS delle nanoparticelle causa primaria di tumori ha chiuso la scappatoia del “nesso diretto causa-effetto”. Le condanne milionarie sempre più frequenti della Magistratura hanno reso disastroso per l’Amministrazione Difesa persistere nel bieco negazionismo ad oltranza, sia dal punto di vista economico, sia per il discredito che getta sulle Forze Armate.
Parrebbe che Amministrazione Difesa e vertici militari abbiano capito che è più conveniente risolvere le vertenze per via amministrativa, molto meno costosa e molto meno visibile dall’opinione pubblica, e più vantaggioso seguire l’esempio del Vaticano che dopo le condanne milionarie, partite dai tribunali USA per i casi di pedofilia, si è attivato per mettere freno al crimine infame sempre tollerato.

Autoincensamento e scoperta dell’acqua calda
Sconcerta l’ampio spazio che terza e quarta Commissione, in particolare l’on Scanu, dedicano al ripetitivo  auto elogio - accompagnato da malcelata denigrazione del lavoro delle precedenti Commissioni -  per il cambio di rotta (eventuale, ancora da codificare!) di AD e vertici militari e, soprattutto, per “avere maturato la convinzione unanime del nesso probabilistico e la pluralità di fattori che possono concorrere all’eventuale manifestarsi delle patologie”. La scoperta dell’acqua calda! E’patrimonio informativo acquisto già verso l’età di 5 anni, trasmesso dalla famiglia e rafforzato dalla scuola elementare. “Perché io mi sono ammalato e mia sorella e mio fratello no?” è una delle prime domande che pongono i bambini.
Che senso ha vantarsi ossessivamente della “scoperta”? Puro narcisismo, speculazione per carpire riconoscenza e voti delle vittime dello strapotere della casta militare oppure …?

CHIEDIAMO alla Commissione d’Inchiesta e all’intero Parlamento
 di confutare con i fatti  l’opinione dominante che il sistema più efficace per eludere problemi scottanti è istituire una Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Noi non desistiamo dall’esigere che Governo e Parlamento assumano le loro responsabilità, l’obbligo di fermare la strage di Stato e la devastazione della Sardegna, di ripristinare la legalità adottando le misure imposte dalle leggi, sintetizzate nell’acronimo SERRAI (CHIUDERE)

     S     Sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra;
     E     Evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimomanno-Capo Frasca, Quirra                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  
    R     Ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare;
     R     Risarcimento alle famiglie degli uccisi, ai malati, agli esposti, Risarcimento del danno inferto all’isola.
    A     Annichilimento, ripudio della guerra e delle sue basi illegalmente concentrate in Sardegna in misura iniqua;
 I       Impiego delle risorse a fini di pace.



CHIEDIAMO AL POPOLO SARDO, COMITATI e ASSOCIAZIONI di BASE di attivarsi per dare vita a una "Commissione POPOLARE di Inchiesta sui crimini ambientali, sanitari ed economici perpetrati da Italia/Nato”. Le risorse umane NON mancano di certo! Non siamo soli. Abbiamo esperienza diretta, in Italia e in molti Paesi del pianeta, della volontà e capacità di lotta per estirpare dalla propria terra e dalla Storia il mostro guerra, le sue armi, le sue basi, i suoi poligoni, i suoi arsenali. Molti sono da anni al nostro fianco, hanno sostenuto attivamente le nostre lotte e le loro lotte hanno dato preziosi input alla liberazione della Sardegna dal giogo militare, alla liberazione dell’umanità  dalla barbarie bellica. Ci vorrà tempo, ma basta solo dare impulso e favorire sinergie. Le risorse economiche non sono un problema, sono facilmente reperibili.


Comitato sardo Gettiamo le Basi, tel 3467059885
[1] L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica e fissa in tabelle livelli di probabilità e grado di certezza ( es. nanopartice causa primaria di tumori )
[1] Franco Nobile, consulente della terza e della quarta Commissione, indica cause e concause della sindrome: vaccini e abitudini “patogene” dei militari come uso di telefonini, tatuaggi, insetticidi, sigarette, alcool, in alcuni casi il bicchierino di superalcolici bevuto addirittura una volta al mese! ( “La prevenzione oncologica nei reduci dai Balcani” pag. 41,42,47,73).





[i] L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica e fissa in tabelle livelli di probabilità e grado di certezza ( es. nanopartice causa primaria di tumori )
[ii] Franco Nobile, consulente della terza e della quarta Commissione, indica cause e concause della sindrome: vaccini e abitudini “patogene” dei militari come uso di telefonini, tatuaggi, insetticidi, sigarette, alcool, in alcuni casi il bicchierino di superalcolici bevuto addirittura una volta al mese! ( “La prevenzione oncologica nei reduci dai Balcani” pag. 41,42,47,73).