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domenica 5 marzo 2023

Ribellarsi è giusto - Alessandro Portelli

 

I tempi sono fuori sesto, diceva Amleto, e mi fa rabbia che tocchi a me rimetterli a posto. Solo in un tempo scardinato è possibile rispondere a un’aggressione fascista minacciando di sanzioni un’insegnante antifascista, o dare la colpa di una strage in mare a genitori snaturati che, chissà perché, hanno portato con sé i figli su una barca clandestina e precaria.

Per questo tocca a noi, con rabbia serena, rimetterli a posto scendendo in strada come antifascisti a Firenze e come antirazzisti a Milano. Che poi è la stessa cosa.
Nel 1939, una nave chiamata Saint Louis attraversò l’Atlantico cercando di portare in salvo 937 ebrei rifugiati dalla Germania nazista. Le autorità del nuovo mondo - a Cuba, negli Stati Uniti, in Canada - furono tutte concordi nel rifiutargli il permesso di sbarcare.
La nave dovette riattraversare l’oceano e tornarsene in Europa, dove almeno un terzo di quelle persone furono assassinate dei campi di sterminio nazisti.
Nel 2023, i rifugiati delle guerre, delle catastrofi climatiche, della povertà e della mancanza di futuro non hanno nemmeno una nave che provi a portarli in salvo. Devono attraversare il mare come possono, ma ancora una volta trovano i porti chiusi e se muoiono è colpa loro.
In questi tempi fuori sesto i criminali sotto processo sono Mimmo Lucano che aveva provato ad accoglierli, o il contadino francese Cédric Herrou.
Colpevole di solidarietà verso i migranti attraverso le Alpi.
Ha proprio ragione l’improbabile ministro Valditara: non c’è pericolo di un ritorno del fascismo. Da un lato, è’ improbabile che torni il fascismo del folklore, coi gagliardetti, gli slogan, i gerarchi in camicia nera che saltano nel cerchio di fuoco, il fez con la nappa. Dall’altro, non “tornerà”, perché non se n’è mai andato, il fascismo che chiudeva i porti ai rifugiati ebrei del 1939 e che adesso li chiude ai rifugiati africani e mediorientali col colore sbagliato e la pelle sbagliata. Per questo le due manifestazioni di oggi a Firenze e Milano sono la stessa cosa: è lo stesso fascismo quello che aggredisce chi non è d’accordo e quello che lascia morire chi non è uguale. L’ipocrita «prima gli italiani» di Salvini e complici e successori significa solo gli «italiani»: sono non-italiani e non hanno diritti i “clandestini” fuori dei confini; e dentro i confini sono «antitaliani» (questi sì proprio come nel ventennio) quelli che non si accodano disciplinatamente al consenso verso chi comanda.
Nel 1984 immaginato da George Orwell, il senso delle parole si rovesciava: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Nel 2023 in cui viviamo noi, abbiamo fatto molti passi avanti su quella strada. Antifascismo e solidarietà sono reati, le vittime sono colpevoli, i carnefici buoni samaritani, lasciar morire la gente è pietà. Nei suoi discorsi, Giorgia Meloni - madre, cristiana, ma soprattutto italiana - ci insiste ripetutamente. «Siamo umani, noi», proclama, «noi siamo quelli umani che si pongono il problema del destino di persone che stanno in difficoltà e per evitare che muoiano in mare con nostro grande dolore gli diciamo di non partire, vantando una politica di respingimento come un atto umanità e di buoni sentimenti.
In quanto madre, Giorgia Meloni non ha una parola umana per i ragazzi massacrati di botte dai fascisti a Firenze; in quanto cristiana, non ha niente di umano da dire sugli esseri umani morti per mancanza di soccorsi nel mare della Calabria. D’altra parte, è in nome di umani sentimenti paterni che il suo accolito Piantedosi dà ai loro stessi genitori la colpa della morte di bambini che sarebbe stato suo compito salvare. E non ci dimentichiamo che il suo alleato Matteo Salvini schedava i rom perché «non come ministro, ma come papà» voleva «salvare quei bambini che crescono nella schifezza» di campi che sarebbe stato suo dovere rendere vivibili.
Ma sarebbe stato, ed è, anche dovere nostro. Abbiamo senz’altro il cuore dalla parte giusta, ma non basta. Anche una solidarietà rassegnata rischia di risolversi in inerzia, che è una forma attenuata di indifferenza. Ho cominciato con Amleto, finirei con Yeats: le cose vanno in pezzi, scriveva, perché «ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata». Basta ascoltare i comizi di Giorgia Meloni per capire di che cosa parlava. Ebbene, è arrivato il momento di scrollarci ci dosso il torpore interiorizzato di chi si sente sconfitto, e di ritrovare le nostre convinzioni , le nostre passioni, la nostra intensità. Forse non è troppo tardi per provare a rimettere il mondo in sesto.

(Pubblicato su il manifesto del 4 marzo 2023 con il titolo completo Mondo alla rovescia. Rimettiamolo in sesto, ribellarsi è giusto)

da qui

lunedì 19 marzo 2018

L’Europa ha un problema con chi difende i diritti umani – Lorenzo Bagnoli



Nel 2018 fare attivismo politico – e soprattutto in difesa dei migranti – è un’impresa quasi impossibile. Dal 1998 a oggi, l’associazione Front Line Defenders registra l’uccisione di oltre 3.500 difensori dei diritti, 312 nel solo 2017; tra loro attivisti che si battevano per l’ambiente, avvocati impegnati nel denunciare multinazionali o pezzi corrotti del proprio Stato, oppositori politici che chiedevano giustizia. A questo dato si aggiunge un fenomeno che il delegato Onu per la difesa dei diritti umani Michael Forst definisce come “riduzione dello spazio pubblico”, ossia la diminuzione dei luoghi dove i militanti possano agire, rendendo fuori legge alcune attività.
In Europa ci sono Paesi che hanno messo al bando le Ong, altri che hanno cercato di depotenziarle. Tra questi ultimi, capofila è l’Italia, che nell’estate del 2017, attraverso l’introduzione di nuove norme, ha decimato di fatto le missioni in mare: dalle nove del giugno 2017, alle sole di tre oggi, come spiega La Voce.info. La narrazione dell’attività delle organizzazioni non governative impegnate nel salvataggio dei barconi alla deriva è diventata così quella dei “tassisti del mare” che, su chiamata dei trafficanti di esseri umani, avrebbero agito appunto da “passaggio” per quei migranti che volevano raggiungere le coste italiane.
In Europa questo fenomeno di criminalizzazione di chi è impegnato in attività di solidarietà riguarda soprattutto chi si muove in difesa dei migranti, aiutandoli ad attraversare un confine, sfamandoli, difendendoli in un’aula di Tribunale. L’ultimo rapporto di Forst, presentato a Ginevra il primo marzo scorso, è proprio dedicato alle violazioni sui difensori dei diritti umani che si occupano di “people on the move”. “Individui, gruppi e comunità impegnate nella difesa dei diritti dei migranti hanno affrontato enormi sfide,” scrive il delegato delle Nazioni Unite, “Hanno affrontato limitazioni senza precedenti, incluse minacce e violenze, denunce durante discorsi pubblici e sono stati criminalizzati. Coloro che hanno preso il mare per salvare i migranti sono stati arrestati, le loro navi confiscate e sono stati accusati di favorire l’immigrazione illegale.” Forst scrive che, ormai, chi si occupa di migranti in Europa è percepito come un “agente esterno” che favorisce “l’invasione”. L’effetto di questo stigma è la legittimazione di chi attacca i difensori dei diritti umani.
In questo momento in Europa ci sono decine di persone sotto processo per aver aiutato un migrante ad attraversare un confine o per avergli dato una coperta. Il fronte più caldo è il confine italo-francese. Il primo caso arrivato a sentenza riguarda Cédric Herrou, un contadino di Breil-sur-Roya condannato in agosto a quattro mesi di carcere con condizionale per aver aiutato e ospitato centinaia di migranti che volevano attraversare la frontiera tra Italia e Francia. In passato per quelle stesse azioni Herrou era stato premiato come cittadino dell’anno in Costa Azzurra e non ha mai avuto problemi a definire il suo aiuto ai migranti “un atto politico”.
Dopo di lui è toccato a Martine Landry, nizzarda di 73 anni, membro dell’associazione Anafe(Association nationale d’assistance aux frontières pour les étrangers) e responsabile di Amnesty International a Nizza. Il suo processo si celebrerà proprio nella città costiera l’11 aprile, dopo due rinvii. Landry è accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver agevolato l’ingresso in Francia di due ragazzi minorenni guineani senza documenti. Lei assicura invece di averli portati alla polizia di frontiera solo dopo che avevano attraversato la barriera, proprio come prevede la legge, per fare domanda di tutela sociale prevista per i minorenni.
Sullo stesso confine, nel 2016, quattro attivisti della rete No Borders di Ventimiglia ricevevano un foglio di via che ne limitava gli accessi ai comuni della provincia di Imperia proprio a causa delle loro attività a sostegno dei migranti. Questa decisione è stata poi annullata da una sentenza del Tar nel luglio 2017. Anche in altre città di frontiera italiane, come Udine e Como, sono avvenuti episodi simili, con operatori e volontari denunciati per aver aiutato dei migranti.
“Si può dare da mangiare, dare accoglienza e vestire degli stranieri senza problemi, a patto che ciò avvenga in uno spazio demarcato come umanitario (quando, in sostanza, si supplisca all’assenza dello Stato e della collettività) e senza che ci sia alcuna contropartita (nessuno scambio in denaro o materiale).” Lo scrivono i No border dell’Alta Savoia, in un post in cui cercano di dare strumenti di difesa ai volontari che continuano a supportare i migranti lungo il confine. Sempre tra Francia e Italia, gli attivisti hanno inoltre dato vita a una sorta di osservatorio dei crimini di solidarietà: Délinquants solidaires, un sito di un collettivo di associazioni transfrontaliere che organizza sit-in davanti ai Tribunali in occasione dei processi (il prossimo il 17 luglio, a Imperia), oppure eventi di sensibilizzazione in materia di crimini di solidarietà.
Questi procedimenti penali sono il prodotto di una fase cominciata in Europa nel 2015, una svolta nelle politiche europee sull’immigrazione. Alla fine del settembre 2017 è nata la Carta di Milano che definisce i valori comuni agli attivisti “solidali” con i migranti. Alla Carta è collegato un altro osservatorio permanente che raccoglie le denunce di violazioni contro chi si impegna in questa causa. Chi partecipa all’osservatorio sono i difensori dei diritti umani che condividono – di fondo – l’idea che i migranti vadano accolti e non respinti. In Italia, durante la campagna elettorale, dopo che per primo Silvio Berlusconi ha definito l’immigrazione una “bomba sociale”, la stessa formula è stata impiegata da PD e Movimento 5 stelle. Migrare è molto lontano dall’essere considerato un diritto.

Nel 2018 fare attivismo politico – e soprattutto in difesa dei migranti – è un’impresa quasi impossibile. Dal 1998 a oggi, l’associazione Front Line Defenders registra l’uccisione di oltre 3.500 difensori dei diritti, 312 nel solo 2017; tra loro attivisti che si battevano per l’ambiente, avvocati impegnati nel denunciare multinazionali o pezzi corrotti del proprio Stato, oppositori politici che chiedevano giustizia. A questo dato si aggiunge un fenomeno che il delegato Onu per la difesa dei diritti umani Michael Forst definisce come “riduzione dello spazio pubblico”, ossia la diminuzione dei luoghi dove i militanti possano agire, rendendo fuori legge alcune attività.
In Europa ci sono Paesi che hanno messo al bando le Ong, altri che hanno cercato di depotenziarle. Tra questi ultimi, capofila è l’Italia, che nell’estate del 2017, attraverso l’introduzione di nuove norme, ha decimato di fatto le missioni in mare: dalle nove del giugno 2017, alle sole di tre oggi, come spiega La Voce.info. La narrazione dell’attività delle organizzazioni non governative impegnate nel salvataggio dei barconi alla deriva è diventata così quella dei “tassisti del mare” che, su chiamata dei trafficanti di esseri umani, avrebbero agito appunto da “passaggio” per quei migranti che volevano raggiungere le coste italiane.
In Europa questo fenomeno di criminalizzazione di chi è impegnato in attività di solidarietà riguarda soprattutto chi si muove in difesa dei migranti, aiutandoli ad attraversare un confine, sfamandoli, difendendoli in un’aula di Tribunale. L’ultimo rapporto di Forst, presentato a Ginevra il primo marzo scorso, è proprio dedicato alle violazioni sui difensori dei diritti umani che si occupano di “people on the move”. “Individui, gruppi e comunità impegnate nella difesa dei diritti dei migranti hanno affrontato enormi sfide,” scrive il delegato delle Nazioni Unite, “Hanno affrontato limitazioni senza precedenti, incluse minacce e violenze, denunce durante discorsi pubblici e sono stati criminalizzati. Coloro che hanno preso il mare per salvare i migranti sono stati arrestati, le loro navi confiscate e sono stati accusati di favorire l’immigrazione illegale.” Forst scrive che, ormai, chi si occupa di migranti in Europa è percepito come un “agente esterno” che favorisce “l’invasione”. L’effetto di questo stigma è la legittimazione di chi attacca i difensori dei diritti umani.
In questo momento in Europa ci sono decine di persone sotto processo per aver aiutato un migrante ad attraversare un confine o per avergli dato una coperta. Il fronte più caldo è il confine italo-francese. Il primo caso arrivato a sentenza riguarda Cédric Herrou, un contadino di Breil-sur-Roya condannato in agosto a quattro mesi di carcere con condizionale per aver aiutato e ospitato centinaia di migranti che volevano attraversare la frontiera tra Italia e Francia. In passato per quelle stesse azioni Herrou era stato premiato come cittadino dell’anno in Costa Azzurra e non ha mai avuto problemi a definire il suo aiuto ai migranti “un atto politico”.

Dopo di lui è toccato a Martine Landry, nizzarda di 73 anni, membro dell’associazione Anafe(Association nationale d’assistance aux frontières pour les étrangers) e responsabile di Amnesty International a Nizza. Il suo processo si celebrerà proprio nella città costiera l’11 aprile, dopo due rinvii. Landry è accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver agevolato l’ingresso in Francia di due ragazzi minorenni guineani senza documenti. Lei assicura invece di averli portati alla polizia di frontiera solo dopo che avevano attraversato la barriera, proprio come prevede la legge, per fare domanda di tutela sociale prevista per i minorenni.
Sullo stesso confine, nel 2016, quattro attivisti della rete No Borders di Ventimiglia ricevevano un foglio di via che ne limitava gli accessi ai comuni della provincia di Imperia proprio a causa delle loro attività a sostegno dei migranti. Questa decisione è stata poi annullata da una sentenza del Tar nel luglio 2017. Anche in altre città di frontiera italiane, come Udine e Como, sono avvenuti episodi simili, con operatori e volontari denunciati per aver aiutato dei migranti.
 “Si può dare da mangiare, dare accoglienza e vestire degli stranieri senza problemi, a patto che ciò avvenga in uno spazio demarcato come umanitario (quando, in sostanza, si supplisca all’assenza dello Stato e della collettività) e senza che ci sia alcuna contropartita (nessuno scambio in denaro o materiale).” Lo scrivono i No border dell’Alta Savoia, in un post in cui cercano di dare strumenti di difesa ai volontari che continuano a supportare i migranti lungo il confine. Sempre tra Francia e Italia, gli attivisti hanno inoltre dato vita a una sorta di osservatorio dei crimini di solidarietà: Délinquants solidaires, un sito di un collettivo di associazioni transfrontaliere che organizza sit-in davanti ai Tribunali in occasione dei processi (il prossimo il 17 luglio, a Imperia), oppure eventi di sensibilizzazione in materia di crimini di solidarietà.
Questi procedimenti penali sono il prodotto di una fase cominciata in Europa nel 2015, una svolta nelle politiche europee sull’immigrazione. Alla fine del settembre 2017 è nata la Carta di Milano che definisce i valori comuni agli attivisti “solidali” con i migranti. Alla Carta è collegato un altro osservatorio permanente che raccoglie le denunce di violazioni contro chi si impegna in questa causa. Chi partecipa all’osservatorio sono i difensori dei diritti umani che condividono – di fondo – l’idea che i migranti vadano accolti e non respinti. In Italia, durante la campagna elettorale, dopo che per primo Silvio Berlusconi ha definito l’immigrazione una “bomba sociale”, la stessa formula è stata impiegata da PD e Movimento 5 stelle. Migrare è molto lontano dall’essere considerato un diritto.

Nel 2015 la Commissione europea introduceva l’”approccio hotspot” alla gestione dell’accoglienza, ovvero la creazione di centri di smistamento in cui gli operatori delle agenzie europee potessero registrare i dati personali dei cittadini stranieri appena sbarcati, fotografarli e raccoglierne le impronte digitali entro 48 ore dal loro arrivo, eventualmente prorogabili a un massimo di 72. Un giro di vite sui controlli, perché Italia e Grecia nel biennio 2013-2014 non hanno registrato le impronte di tutti i migranti, permettendo loro di entrare in Ue senza documenti. Così, nel 2015, entrava in vigore il nuovo Codice dei confini di Schengen: “La Commissione ritiene che l’afflusso incontrollato di un numero elevato di persone prive di documenti o non adeguatamente registrate e riconosciute al loro primo ingresso nell’Ue, possa costituire una seria minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna, e quindi giustificare l’applicazione di questa misura straordinaria disponibile sotto l’Sbc (il Codice delle Frontiere di Schengen).” È così che s’innesca la bomba dell’immigrazione, che prevede che chiunque aiuti il flusso, sia complice.
Yasha Maccanico, ricercatore di Statewatch, sta lavorando a uno studio in cui indica proprio in questa visione legislativa l’inizio della criminalizzazione di chi difende i diritti. Con l’introduzione degli hotspot, infatti, si è anche diluita la distinzione tra smuggling (traffico) e trafficking (tratta di esseri umani, due reati normalmente molto diversi).
Tra i difensori dei migranti più celebri che hanno risentito di questa nuova configurazione (e, quindi, percezione) del reato, c’è padre Mosé Zerai, il prete eritreo fondatore dell’agenzia Habeshia. Nata nel 2006 con lo scopo di denunciare le violazioni dei diritti umani dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Libia, Egitto, Tunisia, Eritrea e Israele, Habeshia ha rivelato il traffico di organi di cui erano vittima gli eritrei nel Sinai. Un risultato valso a don Zerai una candidatura al Nobel per la pace nel 2015.
Poi, però, arriva l’estate 2017, quando il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro annuncia al Comitato Schengen “l’analisi” del comportamento delle Ong: da allora inizia la caccia. Non è un’inchiesta giudiziaria eppure, a luglio, la nave della Jugend Rettet è sottoposta a sequestro preventivo. Il reato ipotizzato dalla Procura di Trapani è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Iscritto inizialmente contro ignoti, il procedimento passa nel giro di pochi giorni nel registro a carico di noti e, tra gli indagati, compare anche il nome di padre Zerai, accusato di essere dall’altra parte del telefono a rispondere ai migranti a rischio naufragio in mezzo al Mediterraneo.
“È una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti. Non ho mai avuto contatti diretti con la nave di Jugend Rettet e non ho mai fatto parte di alcuna chat segreta, come è stato riportato da alcuni giornali. Purtroppo, da mesi, si porta avanti una campagna mediatica e politica contro le Ong, e tutte quelle persone che manifestano una forma di solidarietà nei confronti dei migranti e dei profughi che cercano di raggiungere l’Europa. È un modo per indebolire l’azione umanitaria,” ha dichiarato il prete in un’intervista alla svizzera SwissInfo.
A parlare di lui, a febbraio, c’è anche Il Primato Nazionale, la testata di Casapound: don Zerai e l’attivista Meron Estefanos vengono citati come oppositori politici contrari all’interesse nazionale eritreo. Altra vittima dei blogger di destra è Elsa Chyrum, una militante eritrea ritenuta colpevole di sostenere le popolazioni in fuga dalla dittatura africana. E questa volta, contro di lei, si schiera anche Luca Donadel, collaboratore de Il Giornale diventato noto proprio per la sua campagna contro le Ong.
Per Frost, l’effetto della criminalizzazione della solidarietà “rischia di promuovere, nell’opinione pubblica e nell’arena politica, indifferenza verso migranti e rifugiati, posizioni razziste e nazionaliste”. Per quanto alle recenti elezioni le sigle di estrema destra abbiano collezionato degli “zero virgola”, a Macerata –  dove il militante di CasaPound Luca Traini, ex candidato leghista, ha sparato su tre migranti – la stessa Lega di Salvini ha conquistato il 21%, partendo da uno scarso 6%. Il giorno dopo le elezioni, a Firenze, un senegalese di 54 anni – Idy Aliou Diéne – è stato ucciso a colpi di pistola da un signore di 65 anni in difficoltà economiche, che voleva finire in carcere.
Il database di Cronache di Ordinario razzismo, sito che monitora episodi di discriminazione e violenza a sfondo razziale, nel 2017 ha registrato oltre 450 casi solo tra giugno e ottobre, in cui sono stati coinvolti difensori dei diritti degli stranieri. Eppure, a novembre, SWG misurava in un sondaggio la lontananza degli italiani dal razzismo, con risultati sbalorditivi: il 55% lo giustifica; allo stesso tempo, la crescente sfiducia verso le Ong, ovvero dei difensori dei diritti per antonomasia, registra al 71% il numero d’intervistati che crede in loro poco o nulla, come riporta SkyTg24.
Il libro degli orrori lo chiude l’Osce. In particolare, l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani, che nel suo ultimo rapporto – poi ripreso dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra)– denuncia come in diversi Stati membri vengano mosse accuse infondate nei confronti delle Ong impegnate sul fronte delle migrazioni con il solo scopo di metterle sotto processo e limitarne il raggio d’azione. L’esempio numero uno è quello dell’Ungheria degli identitari, dove si riportano accuse di diffamazione rivolte alle organizzazioni per metterle sotto processo. A febbraio, per altro, a Budapest è stata introdotta una legge sulle Ong che vuole mettere al bando chi si occupa di migranti, definita dallUnhcr “un’ingiustificata restrizione alla libertà di associazione”.
Anche l’ultimo risultato elettorale italiano è probabilmente la conferma di quanto la solidarietà non sia più un sentimento di moda. L’immigrazione è stato uno dei principali terreni di scontro, e i due candidati premier in pectore – Matteo Salvini e Luigi Di Maio – sono tra i principali sostenitori della tesi delle Ong come “taxi del mare”. In questo clima non certo favorevole si è aggiunta anche la profonda crisi reputazionale scatenata da episodi come lo scandalo Oxfam, avvenuto ad Haiti, dove il capo missione è stato protagonista di episodi di induzione alla prostituzione e di minacce.
Le circostanze sembrano perfette per la prosecuzione della campagna contro i difensori dei diritti, a qualunque latitudine.

lunedì 23 gennaio 2017

Non sarò complice del silenzio - Cédric Herrou

Vivo nella valle della Roya, all’estremo sud est francese, una valle che rispecchia l’immagine di un’Europa popolare, umana. La Bassa Roya è italiana e l’Alta è francese. Noi, gli abitanti della Roya, passiamo da un Paese all’altro senza prestare attenzione alla frontiera. Non sono né francese, né italiano, sono della valle della Roya. Lo Stato d’emergenza ha avuto un impatto senza precedenti per la nostra valle. Una razza, dei popoli, una religione sono stati stigmatizzati da una politica populista, una politica che manipola la massa, usando la paura nei confronti dell’altro, la paura della differenza.
Cercando di ricongiungersi, mariti, zii, sorelle, cugine, amiche … donne, bambini, famiglie cacciate dal loro Paese d’origine a causa della dittatura, la guerra, intrappolati, torturati, schiavi in Libia, tutti si incontrano alla frontiera francese.  In maggioranza d’origine africana, pensano di trovarsi nel Paese dei “saggi”, il Paese dei Diritti dell’Uomo, lì dove ci si prende cura dei bambini perduti. Ebbene, no! Giunti alla frontiera, esausti, spesso feriti dagli ostacoli incontrati lungo il cammino, si fanno cacciare come dei cani dall’esercito, la polizia. Secondo la legge francese, i bambini non accompagnati devono essere sostenuti dallo Stato francese ma non si rispetta nulla di tutto questo.

I “neri” sono privati di ogni diritto! La polizia francese riporta i bambini in Italia, o in treno senza titolo di viaggio, occultati alla polizia italiana, oppure all’interno di veicoli non identificati guidati da poliziotti in borghese, diretti verso la frontiera italiana. Circa trecento testimoni di questi fatti hanno sporto denuncia contro il Prefetto delle Alpi Marittime, il Presidente del Consiglio della Prefettura e il Presidente della Regione. Ma nessun provvedimento è stato preso dalla procura di Nizza, dal signor Pretre, Procuratore della Repubblica, che si rifiuta di ammettere l’ingiustizia e a causa della sua inerzia si rende complice della messa in pericolo di questi bambini.
La nostra associazione “Roya Citoyenne” si sente disarmata dinanzi a questi uomini che detengono tutto il potere. Per questi alti funzionari, rappresentanti della più alta autorità, i migranti non sono che cifre, un flusso, delle quote. Invece, noi, gli abitanti della Roya, li incrociamo e dobbiamo fare i conti con i loro sguardi. Loro sono lì, nella nostra valle, senza avere l’opportunità di nascondersi, se non con il nostro aiuto. Non c’è bisogno di una stella gialla, non c’è bisogno di nessuna etichetta per riconoscerli. Loro sono neri, il loro colore indelebile fa di loro un bersaglio, Il Bersaglio!
Sono la “valvola di sfogo” per tutti, li si accusa di essere dei potenziali terroristi, di rubare il lavoro ai francesi e di essere lì solo per approfittare del sistema sociale. La frontiera è stata ristabilita contro il terrorismo, ciò nonostante è sufficiente pagare 250 euro a un gruppo di trafficanti per oltrepassarla.I nostri politici mantengono uno stato di terrore, diffondendo l’idea che l’Europa sarebbe il bersaglio del terrorismo mentre la grande maggioranza degli attentati e delle morti avvengono in Paesi a predominanza religiosa musulmana, essendo i musulmani le prime vittime di questo abominio.

Il terrorismo si costruisce attraverso il terrore, la stigmatizzazione. Ed è contro questo che mi batto! Contro l’odio e la stigmatizzazione di una razza, di una religione, di un colore della pelle. Rischio otto mesi di prigione per aiutare delle persone che sono diventate mie amiche. Voglio precisare la mia provenienza: sono nato a Nizza, in un quartiere dove i miei compagni di classe erano neri, grigi, gialli, bianchi. Sono stato educato nell’indifferenza razziale ed è questo che mi si rimprovera oggi, di non fare la differenza, di non chiedere i documenti a un ragazzino prima di tendergli la mano.
Continuerò, fino al momento in cui non finirò in prigione, ad aiutare chi mi sembra una persona buona con o senza documenti perché amo la vita e la rispetto. Non soccomberò alla minaccia, alla pressione, non sarò complice né del silenzio, né dell’inerzia.

(Il post originale in francese è su https://goo.gl/zbiAUR. Traduzione di Manuela Antonucci, tratta da WOTS Magazine, che ringraziamo)


mi viene in mente una canzone francese: