Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro
sguardo eurocentrico — o
meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui
contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è
tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità
collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri,
attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure,
considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra
non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli”
europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati
solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa,
nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra
non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento
permanente. Come
osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di
accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di
riproduzione.
L’Atlante
delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi
coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono
32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del
2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22
aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara
Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si
contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun,
Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del
Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è
dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale
contemporaneo e del modo di produzione capitalistico.
Guerra e
accumulazione del capitale
Come Karl
Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è
semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un
modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo
sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque
di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa
funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la
violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma
come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa
continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse,
forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx
stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il
nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In
particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica
all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è
descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del
capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di
produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al
lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un
nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi
cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.
Rosa Luxemburg
dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno
strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non
ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie
contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo
non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo
monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra
Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra
imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David
Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per
espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato
coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione
della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione
delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la
violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha
istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir
Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è
una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee
del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e
della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson
mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso
una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica,
finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi
integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto
l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia
architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci
e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata,
anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei
confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma
non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui
invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni
il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da
Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei
fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi
riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei
movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione,
oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa,
l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più
avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo
l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi
pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e
intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o
minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land
grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente
espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza
lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle
cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee.
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