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giovedì 7 gennaio 2016

La vache qui rit - Yousef Wakkas

La mia conoscenza de La vache qui rit risale ai tempi in cui frequentavo la scuola elementare, negli anni sessanta del secolo passato. Facevo la preghiera del mattino con mia madre, e mentre lei metteva il bricco del tè sul fornello di cherosene, io andavo dal droghiere accanto per comprare una scatola di formaggio che portava il marchio de La vache qui rit. Formaggini a forma di triangoli che spesso erano scaduti. Difatti, quando si toglieva la carta stagnola, emanavano un sentore pungente di muffa . Il droghiere  si giustificava attribuendo  il fatto al lungo viaggio che i contrabbandieri facevano  prima di portarceli.  Secondo il suo racconto di vecchio ed astuto mercante,  i contrabbandieri  attraversavano le frontiere di almeno sei stati e si trovavano costretti, a volte, a depositarli in caverne fatte apposta per sfuggire agli occhi dei doganieri e dei gendarmi. In ogni caso – aggiungeva – il formaggio ammuffito è ricco di penicillina! Questo preciso dettaglio scientifico lo aveva appreso dai film sonori che l’Organizzazione Mondiale della Sanità  proiettava sul muro nel retro dell’azienda elettrica.
Nonostante il suo odore nauseante, io e i miei fratellini, lo mangiavamo sognando la vacca che rideva. E quando le mandrie di bovini passavano dal nostro paese verso nuovi pascoli, le seguivamo augurandoci di vederne una che rideva come quella illustrata sulla scatola.
Dopo diversi tentativi, eravamo giunti alla conclusione che le vacche da noi erano diverse da quelle che vivono in Europa. Ovviamente, ciò non significava che le nostre fossero meno prolifiche di carne e di latte, ma semplicemente non avevano il senso dello humor.
Dopo avere finito il servizio di leva, immigrai in Europa, e mi sembrò di aver dimenticato completamente il caso, fin quando non incontrai un tunisino che cercava lavoro come me. Avevamo attraversato illegalmente il confine tra Italia e Francia e, dopo un cammino durato un’intera  nottata, eravamo arrivati a un villaggio che secondo il tunisino era il posto migliore per trovare lavoro: ” I piccoli centri di solito sono lontani dagli occhi dei gendarmi” – affermò sicuro di sé.
 Anche qui i contadini, come quelli di tutto il mondo, erano usciti di mattina presto al lavoro, ed uno di loro ci stava venendo incontro a capo di una mandria composta di cinque vacche. Lo abbiamo salutato, mettendo la mano sulla bocca, perché lo stomaco vuoto aveva incominciato ad emanare cattivi odori.
– Dunque, voi parlate francese? – chiese il contadino, esaminandoci attentamente.
Aveva capito che eravamo cittadini di una delle loro ex colonie.
– E credo che state cercando un lavoro? – Continuò.
La sua supposizione inclinava più alla certezza che ad un’ipotesi, e ciò rallegrò i nostri cuori. Gli uomini che hanno una veduta lungimirante, di solito si considerano anche saggi. D’altronde, eravamo molto giù di corda, e qualsiasi parola che accennava ad una speranza ci faceva toccare le stelle.
– Dunque, seguitemi!
Quando il contadino pronunciò quella frase, ebbi l’impressione che le mie forze diminuissero e che fossi sul punto di svenire;  non so perché in quel momento mi venne in mente che anche Abdulhadi stava pensando la stessa cosa. Aveva fatto qualche passo avanti e si mise a fissare le vacche una ad una.
– Didò …. Margò … Pettite Roche … Lilly …. E La vache  qui  rit 
– La vache qui rit ?! – replicai sconcertato.
-Sì, rispose Monsieur Guichard con fermezza, ed aggiunse: “Le sembra strano.
Dissi di no, anche se quel nome, per qualche motivo, mi suonava molto strano. Nei giorni seguenti, cioè dopo aver incominciato a lavorare nella fattoria dei Guichard, il mio interesse  verso quella vacca aumentò e non esitai, in parecchie occasioni, ad avvicinarmi a lei e a fissarla con insistenza negli occhi al punto da spingerla a correre terrorizzata, guardando dietro di sé con sospetto.  Madame Guichard  che sembrava aver visto quella scena, chiese spiegazione di questo mio singolare comportamento. Non lo chiese con noncuranza  ma invitandomi nell’ufficio contabilità. E dopo essersi seduta dietro la scrivania, mi chiese in tono gentile, ma non privo di quella durezza a cui non rinunciano i francesi:
-Allora, Monsieur Safwan, cosa sta succedendo qui?
Ovviamente, avevo capito cosa voleva sapere, ma  preferii giocare il ruolo dello stupido, poiché qualsiasi risposta avrebbe aumentato ulteriormente i suoi sospetti nei miei confronti: Perché si comporta così?!  Lei è qui per lavorare o per giocare con le vacche?!
– Ieri, sono andato a letto tardi, proiettavano “Il balordo” di Jean Paul Belmondo, in realtà …
– Monsieur Safwan, lei sa cosa intendo dire, vero? Si raddrizzò ed appoggiò le mani sul tavolo. La sua età avanzata, non le aveva tolto quella vivacità propria delle donne giovani.
– Chiedo scusa, è stata solamente una birichinata!
– È tutto lì?
– Sì.
A volte, il confessare davanti ad una donna, ti fa ritornare al periodo infantile: non lo farò più, mamma, te lo prometto  – pensai!
Durante il pranzo che consumavamo insieme una volta alla settimana, una domenica, Monsieur Guichard, e sono sicuro che l’avesse fatto su indicazione della moglie, ci raccontò la storia del cavallo stupido che imitava le risate degli esseri umani.
– Davvero stupido! – confermò Abdulhadi, interrompendolo e creando un momento carico di attesa.
– No! – Gridò Monsieur Guichard, calcando il coltello e la forchetta sulla bistecca dura – non era stupido come ci viene da credere, essi ci provano, per poi … Per poi …
E Qui, disegnò sulla faccia una smorfia che fece apparire la pelle ingrinzita come una maschera di cuoio consumata.
– E gli altri animali? Chiesi io con slancio infantile. Per un momento, regnò un silenzio muto, durante il quale credetti che la terra stesse scivolando sotto i miei piedi, e che un voragine enorme, come un pozzo senza fondo, stesse per inghiottirmi da un momento all’altro. Madame e Monsieur Guichard mi stavano fissando come se fossi una creatura giunta da un altro pianeta, mentre Abdulhadi, distratto, stava fissando il piatto con occhi spalancati.
– Cosa hanno gli altri animali? Chiese Monsieur Guichard ficcando la forchetta nella bistecca che finalmente era riuscito a dominare dopo una lotta sfrenata.
– Intendo dire … intendo dire ….
– Intende dire se anche essi ridono? Intervenne Madame Guichard, sfavillando gli occhi vivacemente.
– Sì.
– Guardi – disse Monsieur Guichard dopo essersi pulito la bocca con la tovaglia – abbiamo sentito spesso questa storia, da noi ed in altri paesi, come nel Sudafrica che abbiamo visitato io e Philomène l’anno scorso. E la prima domanda che ci venne in mente mentre discutevamo questo argomento con alcuni antropologi fu del perché mai gli animali sembrano ridere? Noi, secondo recenti studi sul comportamento umano, ridiamo per la disgrazia degli altri o quando assistiamo ad una scena diversa da ciò a cui eravamo abituati vedere, come la caduta improvvisa di una persona che cammina sul marciapiedi o la vista di un ubriaco che stramazza nel  mezzo di una piazza pubblica.
– O come capitato a te Gaubert, quando hai picchiato la testa in quel negozio a Parigi perchè il vetro era troppo pulito! Aggiunse Madame Guichard con un pizzico di rivendicazione.
– È vero – disse Monsieur Guichard – anche se non trovavo un motivo valido per tutte quelle risate intorno a me, perché l’urto fu forte e per un momento sentii come se la terra mi tremasse sotto i miei piedi. Aspettai che corressero da me per soccorrermi, ma ciò non avvenne, motivo per cui rimasi male.
Io e Abdulhadi cercammo di mostrarci dispiaciuti, ma Madame Guichard era più veloce di noi:
-Gaubert! Ti hanno soccorso,  non ti ricordi?
Monsieur Guichard la fissò per un attimo, poi riprese a mangiare.
-Tu ti ricordi l’incidente, ma non ti ricordi che ti abbiamo soccorso …
–  Monsieur, volevo chiederle se dobbiamo arare la terra domani? Chiesi io con voce esitante.
Monsieur Guichard scosse la testa senza spostare lo sguardo dal piatto, e bisbigliò:
– Sì che dobbiamo arare la terra … la terra ha bisogno di essere arata … Poi, perché non dobbiamo ararla? Lei crede che ci sia un motivo per non ararla? Prego, vorrei sentire da lei una risposta convincente.
– Il trattore è guasto …
–  Allora, prenderemo le vacche. M’interruppe bruscamente. Poi, aggiunse uscendo dalla stanza: riavranno un po’ della loro gloria passata, e voi farete una nuova esperienza e, in base a questa, possiamo capire quanto sia stata utile la vostra permanenza qui, perché incomincio ad avere dei dubbi!
Trovammo nella stalla tutto ciò che serviva per attrezzare le vacche, e non saprei dire se la mia scelta dellaVache qui rit fosse una semplice coincidenza o una resa incondizionata al mio subconscio. Avevo notato però – dopo l’arrivo di Monsieur Guichard – che le cose stavano prendendo una piega diversa da ciò che immaginavo.
– Allora è così?! Disse Monsieur Guichard in un tono canzonatorio che celava una rabbia al punto di esplodere da un momento all’altro.
– Cosa? Forse ho commesso qualche errore? Chiesi io, avvertendo  nell’aria una reazione indomabile.
– Errore?! È la pazzia in persona! urlò. Poi s’avvicinò alle due vacche e mise la mano sul collo de La vache qui rit – guarda cosa ha fatto?
E qui La vache qui rit esplose in risate squillanti,   risonanti che mi fecero impietrire, e tutto ciò che potei dire era: sta ridendo!!! …
– Certo che sta ridendo – annuì Monsieur Guichard – sì, sta ridendo dalla sua stupidità, dov ’è il nasiere in ferro? La campanella? E questo cos’è? Ha messo il giogo al contrario?! Andiamo! Che rullino i tamburi e  suonino i flauti …
Non sentii il resto delle sue parole, perché nella mia testa stavano ancora echeggiando le risate di quella vacca impazzita.
– Lasciate che i tamburi rullino e i flauti suonino, e a voi altri, cosa vi ha preso? Perchè non partecipate al ballo?  Va-la biò va-la bunì … Va-la biò va-la bunì …
L’ambulanza arrivò a mezzogiorno circa, e i quattro uomini che scesero in fretta e furia fecero molta fatica a caricarlo a bordo. Prima che chiudessero lo sportello, i nostri sguardi s’incrociarono.
– Sì – disse con voce rauca – sta ridendo … dille che sta ridendo … ti scongiuro di dirglielo  ….
Rimasi sbalordito, guardando con stupore  l’ambulanza che sfrecciava dal portone, lasciando dietro di sé una tempesta di polvere.
Il giorno seguente, Madame Guichard ci informò che le cose sarebbero potute andare peggio se avessi insistito sulla mia posizione.
– Ma adesso – aggiunse – come successo l’ultima volta, non troverà nessuno a sostenere la sua tesi, e quindi s’arrenderà e tornerà alla normalità, è questione di uno o due mesi.
Ci diede il resto della nostra paga, augurandoci  buona fortuna .
– Madame …
– No … no …, M’interruppe con fermezza, non sono disposta a credere ad una sola parola di ciò che lei mi vorrebbe dire. Si trattava semplicemente di un’illusione … O meglio di capricci infantili e niente altro … Buona fortuna!

Istanbul, 16/07/2015

sabato 2 gennaio 2016

Ritorno dalla Siria - Yousef Wakkas

Sono appena arrivato dalla Siria e mi piacerebbe soffermarmi un po’ su quello che sta succedendo nel mio paese  parlare di una guerra così efferata non è per nulla facile, dato le complicazioni geopolitiche e soprattutto i danni psicologici che noi individui abbiamo subito, assistendo direttamente o indirettamente a scene terribili di morte e distruzione.
Qui in seguito, vorrei fare un riassunto di quello che io ho chiamato, ma anche tanti altri come me, il viaggio della salvezza, rimandando, almeno ad un momento successivo, gli altri aspetti, tra cui la speranza di trovare un lavoro ed una sistemazione adeguata. In fin dei conti, si tratta sempre di un salto verso l’ignoto.
Dunque, ho intrapreso il mio viaggio alle tre di mezzanotte a bordo di un autobus colmo per lo più di anziani e bambini, e sono arrivato a destinazione, cioè al punto più vicino della frontiera con la Turchia, alle otto di sera, impiegando diciassette ore per attraversare un tratto di strada che prima della crisi, ci si faceva in meno di quarantacinque minuti.
Questo è dovuto al controllo ferreo imposto sia da parte del regime sia da parte dell’opposizione armata, e anche a causa degli scontri che scoppiano all’improvviso, facendoci vivere momenti carichi di tensione.
Ad ogni posto di blocco, che per la precisione erano cinquantatré, ci si provavano paure ed ansie che toccavano il punto del collasso, giacché, a parte il rischio di essere ricercato per un motivo o l’altro, c’era anche quello di essere omonimo di un’altra persona che si trovava sulla lista nera del regime o dei suoi oppositori.
Migliaia di persone sono spariti nel nulla, colpevoli soltanto di avere il nome e il cognome identici ad un’altra persona.
E il fatto che nessuno delle parti in lotta, era disposto di effettuare verifiche dettagliate, come la data di nascita oppure il nome del padre o della madre, potete immaginare le scene di disperazione delle famiglie mentre trascinavano via uno dei loro cari, che poteva essere il padre, il fratello, il figlio o il marito, sapendo che non l’avrebbero mai più visto, ne testimoniano le quarantacinquemila fotografie degli undici mila detenuti torturati fino alla morte nelle carceri del regime che Cesar, il nome in codice del fotografo dei servizi segreti militari, ha fatto arrivare in occidente.
Poi, c’è da aggiungere che incontrarsi anche per una sola volta con i miliziani dell’ISIS, ti lascia il segno per tutta la vita. Un trauma di cui sarà difficile guarire.
E Come Carmelo Bene che sognava di assistere al proprio funerale, ti viene spontaneo immaginare la tua testa mentre rotola tra i loro piedi!!!
Il sorriso beffardo che s’intravede dall’apertura della bocca del passamontagna, e le frasi brontolati in varie lingue, indicano provenienze diverse, ma anche un atto mancato, forse di un’integrazione rimasta a metà, o un odio ingerito fino all’ubriachezza chissà in quale periferia delle grandi metropoli del mondo.
È un approccio speculare, senza il minimo tentativo di provare l’opposto, e alla fine di un interrogatorio preso a prestito letteralmente dai tribunali degli inquisizioni, non potrai mai capire se il reato di infedeltà che ti hanno appena contestato, indica un’infrazione degli insegnamenti divini oppure delle regole terrestre!
Nel frattempo, mentre percorrevamo i paesaggi desolati, tra villaggi completamente distrutti e carcasse di mezzi militari, si poteva scorgere palesamene le scie di sangue che tracciavano con una simmetria impeccabile il percorso dei futuri oleodotti e gasdotti che dovrebbero partire dalla Penisola Araba e i paesi del golfo, fino alla sponda orientale del mediterraneo, ovvero la Siria.
Dunque, il gioco vale cinquecento mila morti, sei milioni di sfollati e cinque milioni di profughi dispersi fra i vari paesi del mondo?
Questa ed altre domande ti frullano in testa, ma la realtà non ti lascia andare oltre, eccoci di nuovo davanti ad un altro posto di blocco e di colpo regna un silenzio allarmante: sono I servizi segreti dell’aviazione, I più temibili di tutti. E lì che mi hanno levato la chiavetta dentro la quale conservavo tutti i miei scritti. Stai per lasciare la zona controllata dal regime e quindi non devi portare via qualsiasi cosa che potrebbe compromettere la sicurezza del paese!
Il giorno prima di lasciare Aleppo, sono sceso come al solito prima dell’alba per procurare il pane. Il rito che si ripete da quattro anni, è trasformato in un routine noioso.
Mi veniva in mente, quando salutavo i miei familiari ed uscivo di casa tra preghiere ed invocazioni mistiche perché ritornassi sano e salvo con i panini rotondi stretti al petto, altrimenti avrei perso la nomina di eroe del giorno, a meno che non fossi diventato il martire di turno, giacché le frazioni in lotta, erano solite   prendere di mira i pochi forni rimasti in funzione.
E lì, durante la lunga attesa per ottenere il pane quotidiano che puzzava di gasolio semiraffinato, gli occhi potevano essere colpiti da qualcosa di orribile: l’orrore di un mortaio sparato da una postazione vicina, o di un’autobomba guidata da un kamikaze spedito chissà di quale forza oscura!
All’inizio, quando scoppiò la cosiddetta Primavera Araba, colmi di speranze e prospettive promettenti, siamo scesi nelle strade inneggiando ad un sogno atteso per lunghi anni. Ma con la caduta dei primi ragazzi, sparati o malmenati fino alla morte da parte degli aguzzini del regime, abbiamo capito che ci attendevano giorni ancora più duri.
E così ebbero inizio massacri ed arresti di massa, specie tra gli studenti, con una maratona impressionante di condanne, accordi e riforme mai rispettati, ed inviati speciali che sembravano avere un unico compito, quello di prolungare la nostra agonia.
Poi, dinanzi all’impotenza della comunità internazionale, la guerra prese una piega molto pericolosa, perché oltre alle centinaia di migliaia di vittime civili e milioni di profughi, ha prodotto un fenomeno che il mondo finora non sa come affrontare, vale a dire il terrorismo.
Quando l’ISIS ha occupato il mio paese che si trova a ridosso del confine con la Turchia, la gente si è meravigliata nel vedere combattenti ben addestrati, con uniforme ed equipaggi degni di un esercito moderno.
Tutto questo è successo dal presupposto, come affermano i sociologi, che noi non ci sentiamo così vivi come nel momento in cui prendiamo parte ad una catastrofe senza subirne nel concreto conseguenze! Ma il fuoco, se non viene fermato in tempo, potrebbe estendersi fino a luoghi e posti impensabili.
Prima di lasciare il mio paese, ho riflettuto a lungo sul viaggio che intendevo fare. Ero rimasto solo, dormivo in una casa vuota, tranne poche cose per sopravvivere ed alcuni libri, tra cui i romanzi di Luigi Pirandello che stavo traducendo in arabo.
Mi sono soffermato spesso sul senso che può esserci nell’avere una passione e che forse tutto quello che si stava passando aveva un significato molto più profondo di quanto lo sia in realtà.
Difatti, un giorno, mentre raccontavo una storia appassionante ai miei nipoti, fummo travolti dalle schegge dei vetri e dei detriti caduti dal soffitto. Il missile era caduto a poco più di cento metri dall’abitazione dove eravamo radunati dopo avere lasciato la nostra casa in seguito ad un bombardamento simile.
E questo che senso ha? A che cosa servono le parole? Non forse per questo abbiamo perso tutto? I miei nipoti erano indignati, ma negli loro occhi vedevo la forza improvvisa di un lottatore, di una nuova emozione, schizzi di una passione che scuoteva l’intera loro esistenza, esattamente come mi era capitato quando avevo preso la penna in mano per scoprire la bellezza e la magia della parola, scegliendo la lingua italiana per comunicare col prossimo che, all’insieme, costituisce l’intera umanità.