La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 6 ottobre 2026
martedì 29 settembre 2026
sabato 6 gennaio 2024
Vergogne made in Italy - Fabio Marcelli
Se qualcuno all’epoca mi avesse detto che avrei rimpianto Andreotti e Craxi l’avrei mandato a quel Paese, scrive desolatamente il giurista Fabio Marcelli, ma l’infimo livello della politica estera e interna di questi giorni è frutto precisamente della totale assenza di ogni pur vago sentimento di dignità e autonomia. Dalle complicità nel genocidio dei Palestinesi e nella guerra infinita in Ucraina al traffico legale di armi verso chiunque spari allo sterminio dei migranti nel Mediterraneo e all’islamofobia di Monfalcone, lo spettacolo che mette in scena la politica italiana, sul territorio nazionale e in politica estera, mostra una triste decadenza da ogni punto di vista e segnala una crisi verticale sul piano economico, politico, culturale e soprattutto morale.
Di questi tempi c’è davvero da vergognarsi di essere italiani.
Ho partecipato qualche giorno fa a una riunione sulla politica estera italiana
degli Anni Ottanta organizzata da Risorgimento Socialista alla presenza di
vecchie glorie dell’epoca, e qualcuno ha ricordato che in quel periodo il
passaporto italiano era spesso motivo di benvenuto e
apprezzamento ovunque uno andasse. Oggi grazie a Meloni. Salvini e Tajani
(senza dimenticare Di Maio e Letta junior) ci sputerebbero tutti in un occhio e
i bambini palestinesi cantano “l’Italia ci ha abbandonato”.
Se qualcuno all’epoca mi avesse detto che avrei rimpianto Andreotti e Craxi
l’avrei mandato a quel Paese, ma l’infimo livello della politica estera e
interna di questi giorni è frutto precisamente della totale assenza di
ogni pur vago sentimento di dignità e autonomia nazionale ed europea. Altro
che sovranismo. Avvinta come l’edera all’avvizzito e tremulo Biden,
la tremendamente insulsa Meloni è il ritratto fedele di un Paese, il nostro, in
assoluta decadenza da tutti i punti di vista e in crisi verticale sul piano
economico, politico, culturale e soprattutto morale.
Quest’ultimo è a ben vedere il settore più devastato e inquietante. Il
nostro governo è complice attivo del genocidio del popolo
palestinese che è in corso, come della continuazione dell’immane macello
ucraino. In entrambi i casi la complicità italiana si esplica nell’invio e/o
transito di armamenti e nella totale assenza di iniziative
volte nel primo caso ad attenuare le indicibili sofferenze di
milioni di persone bombardate, affamate, assetate, private della possibilità di
trovare un rifugio, di essere medicate e di partorire.
La negazione del diritto alla vita dei palestinesi si è spinta, con Giorgia
Meloni e i suoi accoliti, fino al codardo voto di astensione sulla
risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva il cessate
il fuoco. Ogni sentimento sia pur vago e generico di umanità è stato
sacrificato sull’altare degli interessi militari immediati del genocida Netanyahu,
impegnato in una guerra che non può vincere, perché è una guerra contro un
intero popolo, e di quelli strategici del caporione imperialista Biden,
anche lui alle prese coll’impossibile compito di contenere l’irrefrenabile
declino dell’Occidente nel momento storico della sua fine come egemone del
pianeta.
Da entrambi i punti di vista Meloni e i suoi alleati di governo, come pure
i finti oppositori annidati soprattutto nelle file del Pd, non solo si
collocano sul lato sbagliato della storia, ma annientano senza alcuna pietà
ogni sentimento di solidarietà umana. Specialmente di questo non potremo mai
perdonarli.
Queste sono le radici ideologiche ed etiche del vero e proprio fascismo
2.0 che si va delineando, mentre procede sul piano normativo e
istituzionale l’eliminazione di ogni possibile controllo e contrappeso, a
cominciare da quello fondamentale dell’informazione libera e democratica; e la
miseria dei molti si accompagna alla ricchezza e allo strapotere dei pochi
intenti a saccheggiare senza vergogna la cosa pubblica a proprio esclusivo beneficio
e a consegnare il Paese alle lobby degli armamenti e del fossile,
guidate rispettivamente da Leonardo ed Eni.
Più che mai “serva Italia di dolore ostello”, per citare un grande poeta
che un politico di destra dai riferimenti culturali alquanto incerti e proprio
per questo – si suppone – nominato ministro della Cultura ha frettolosamente e
immeritatamente ascritto al proprio campo ideologico, rendendolo in modo del
tutto caricaturale addirittura “il fondatore del pensiero di destra” nel nostro
Paese.
Serva Italia di dolore ostello che sparge la desolazione non solo
all’interno dei suoi confini ma anche all’esterno, riducendo a ingranaggio di
morte il proprio complesso militare-industriale saldamente controllato da
un’alleanza bipartisan che vede la presenza determinante di soggetti
riconducibili al Pd, e finanche le Forze Armate che dovrebbero
ispirarsi all’art. 11 della Costituzione repubblicana e che sono oggi invece
trascinate in avventure militari dal futuro incerto e imprevedibile nel
Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Mediterraneo e ai confini coll’Ucraina.
Forte coi deboli e debole coi forti, quest’Italia che non ci appartiene
tollera il transito sul nostro territorio di armamenti destinati ad alimentare
guerre e genocidi e si astiene scrupolosamente da ogni
iniziativa a favore dell’umanità e della pace. Al tempo stesso continua a
favorire l’annegamento dei migranti in prossimità delle nostre
coste e a negare ogni diritto a quelli che vivono in Italia, supportando ormai
buona parte dell’economia, come avviene a Monfalcone dove la popolazione
operaia di origine bangladese, che costituisce oltre un terzo degli abitanti
complessivi, è ridotta dall’amministrazione leghista a una condizione di apartheid senza
neppure la possibilità di professare il proprio credo religioso.
Questa l’Italia disumana dei nostri giorni, questo il regalo che il governo
Meloni e i suoi adepti palesi ed occulti fanno al popolo italiano in questo
Natale privo di calore e di dignità.
Questo articolo è uscito anche sul blog di Fabio Marcelli ne Il Fatto quotidiano
venerdì 2 settembre 2022
Eni rivende il gas russo 10 volte più caro rispetto al prezzo a cui lo acquista - Francesco Cappello
La minaccia di sanzioni ha stranamente fatto aumentare
la quantità di gas russo importato…
Eni compra a
poco dai russi e rivende a prezzi da 10 a 15 volte più alti agli italiani con
la protezione e l’avallo del governo. La colpa degli aumenti viene addebitata a
Putin. Gli extra profitti in forma di dividendi vengono distribuiti agli
azionisti tra cui i grandi fondi di investimento
Che io
sappia il primo a parlarne è stato Carlo Cottarelli in un intervento su la
Stampa dello scorso 14 marzo, chiamando in causa il governo che ha fatto
orecchie da mercante… Il caro bollette secondo Cottarelli è dovuto alle
speculazioni sul prezzo del gas indicizzato a quello che ci commercializza
finanziariamente presso la borsa di Amsterdam. Cottarelli aveva già chiamato in
causa il governo che si è guardato bene dall’intervenire.
Salvatore
Carollo (ex dirigente Eni), intervistato nel corso di una trasmissione
televisiva (Non è l’arena), andata in onda ad aprile scorso, alla domanda del
gionalista sul rapporto tra guerra in Ucraina e prezzo del gas
rispondeva: fondamentalmente nessun rapporto con la guerra perché
non c’è stato un solo metro cubo di gas che è mancato. La
stessa quantità allo stesso prezzo.
L’unico
luogo dove il prezzo è cambiato (attualmente si registra un aumento di più di 15
volte nda) è stato alla borsa di Amsterdam che però
abbiamo deciso noi di usare come riferimento per la vendita di gas al
consumatore italiano, una scelta politica che noi abbiamo fatto.
Chiede
l’intevistatore se ENI, ENEL, EDISON, ecc. comprino a 100 per poi
rivendere a 500. Carollo conferma che è quel che succede affermando che i
numeri esatti andrebbero verificati aggiungendo che dovrebbe
essere lo Stato italiano a chiedere trasparenza su questi numeri ma lo
Stato non lo fa. Cingolani ha detto che non è riuscito ad avere questi
numeri (prezzo di acquisto e di rivendita nda). Lo Stato
dovrebbe dire: visto che è una mia scelta politica e sono io che decido il
prezzo allora lo cambio, allora chiedo la trasparenza alle aziende che
importano gas altrimenti gli tolgo la concessione.
Continua
Carollo affermando che il Gas liquefatto statunitense è di proprietà delle
compagnie private petrolifere americane. Esso costa più caro ed in più dobbiamo
competere con gli altri paesi offrendo un prezzo più alto per aggidicarcelo. È
questa la realtà del mercato. E continua denunciando:
Abbiamo riserve
di gas nazionale che non utilizziamo perché abbiamo dato priorità alle
importazioni. I
contratti take or pay (se non prendi paghi lo stesso)
stabiliti con la Russia servivano a garantire al produttore il recupero degli
investimenti necessari alla costruzione del gasdotto. Se si volesse
interrompere prima della scadenza la fornitura devi pagare lo stesso. Alla fine
il risultato sarebbe che noi prendiamo gas alternativo (leggi gas
liquefatto nda) pagandolo molto di più e in più dovremmo pagare
quell’altro quindi tornando alla bolletta questo sarebbe uno scenario comunque
disastroso per l’economia del Paese.
Recentemente
hanno ripreso l’argomento Giovanni Zibordi in un articolo dello scorso 19
agosto
ENI fa pagare 10 volte il gas russo o algerino ora
alle aziende fingendo di comprarlo al TTF
Zibordi
commenta la bolletta energetica di un’azienda che si è vista infliggere una
bolletta con un aumento pari a 8 volte:
Questo
aumento di quasi otto volte del gas non lo incassa la Gazprom o la società
algerina che il gas lo fanno pagare circa come prima per ora.
Esiste, è
vero, ora una quota del gas, quello liquefatto per nave e poi
rigassificato, che proviene dal famoso mercato in Olanda di cui parlano ora
sempre i giornali il “TTF”, che è aumentata di 10 o 12 volte. Questa
quota del gas consumato che arriva per nave è solo un 5% circa del totale del
gas che arriva in Italia, per cui quando si guarda la bolletta di ENI alle
aziende il suo costo non giustifica certamente un aumento di 8 volte..
Predicare
bene e razzolare male
Avete capito
bene. Non ci arriva meno gas dalla Russia (vedi nota (1)). Ne compriamo anzi di
più e ad un prezzo bassissimo rispetto a quello liquefatto che viene venduto
alla borsa olandese ma lo vendiamo, per criminale decisione politica del
governo Draghi, al prezzo del gas liquefatto (GNL) che è è passato in poco
tempo da 20 euro a megawattora agli attuali 340. Ricordiamo che il GNL è una
percentuale bassissima (il 5% del gas commercializzato) del gas che i
rivenditori italiani ENI in primis commercializzano. In conclusione Putin
funziona da capro espiatorio a copertura degli aumenti che metteranno, se non
vengono fermati in tempo, in ginocchio il sistema produttivo italiano e i
bilanci delle famiglie.
A conferma
un indizio importante è l’utile del semestre di ENI che sale a 7,39 miliardi.
Il Governo però protegge anche fiscalmente gli extra profitti di ENI. Cancella,
infatti, la tassa sulle compagnie energetiche. Gli utili di Eni sono intoccabili…
Fuori
l’Italia dalla guerra
Draghi era
direttore generale del Tesoro quando ENI fu privatizzata e ceduta a soggetti
esteri. Nazionalizzare ENI che non è più una società italiana ma internazionale
che non fa gli interessi dell’Italia ma dei suoi azionisti (blackrock [10 mila
miliardi], Vanguard, Statestreet … 35,45 % di azionisti esteri e poi tanti
fondi sarebbe una delle prime cose da fare. Eni oggi è una società a
partecipazione statale in cui lo Stato lascia fare limitandosi a incassare
dividendi. In alternativa alla nazionalizzazione si potrebbe creare una società
pubblica che compri il gas e lo rivenda a prezzi equi alle aziende e alle
famiglie italiane. È pure evidente che bisogna smetterla di mandare armi e
risorse logistiche e finanziarie in Ucraina ma diplomatici alla ricerca della
ricostruzione delle condizioni della Pace ristabilendo nel contempo i rapporti
commerciali del nostro Paese con la Russia. L’Italia non favorisce la guerra.
L’Italia ripudia la guerra.
Ascoltiamo
infine questo applauso oceanico al salvatore della Patria. Meritato, vero!? O
no?
Note
(1) Capiamo anche perché mentre si addebita alla
scarsità di Gas il suo alto prezzo, in realtà se ne importa una quantità
maggiore in modo da massimmizzare dividendi e profitti a discapito degli
italiani. Alla luce di quanto sopra risulta chiaro anche il ruolo della filiera
del gas liquefatto e l’uso strumentale della guerra per ridimensionare,
propagandisticamente e di fatto, il ruolo dei gasdotti. Snam ha abbandonato il
GALSI (gasdotto dall’Algeria). È stato bloccato il South Stream e più
recentemente il Nord Stream 2. Oggi i livelli di stoccaggio, secondo i dati del
GIE (Gas Infrastructure Europe) sono al 70,54%, più della media degli ultimi
cinque anni (70,32%) e cosa incredibile, secondo i dati del ministero dello
Sviluppo economico (Mise), rielaborati da Altreconomia, tra gennaio e maggio,
sono stati venduti all’estero 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc),
significa 578% in più rispetto ai 254 milioni di Smc del 2021. Un volume che
supera le esportazioni degli ultimi 15 anni più grande della produzione interna
(a quota 1.368 milioni di metri cubi equivalenti).
Ricordiamo che ENI, Edison ed ENEL non sono più
imprese pubbliche ma delle SPA. Tra i proprietari delle azioni i soliti noti:
Blackrock, Vanguard, State Street…
venerdì 25 febbraio 2022
Spie, dittatori, faccendieri: così Eni e Shell si sono presi il petrolio della Nigeria - Enrico Mingori
(dal
blog https://www.tpi.it/)
L’intrigo
internazionale che ha portato le due multinazionali europee a mettere le mani,
senza gara, su uno dei più ricchi giacimenti petroliferi dell’Africa. Facendo
perdere alla popolazione locale 6 miliardi di dollari
Ci sono le
ex spie inglesi e russe che lavorano nell’ombra per le multinazionali degli
idrocarburi, c’è il ministro di un dittatore africano che assegna a se stesso –
ovviamente a un prezzo stracciato – un giacimento petrolifero da miliardi di
dollari, ci sono i faccendieri italiani che provano a pilotare l’affare per
prendersi anche loro una fetta della torta. E poi ci sono case presidenziali,
bottiglie di champagne, hotel di lusso, fiumi di denaro che fanno giri immensi
fino a sparire nella nebbia, e due misteriosi trolley con dentro 50 milioni di
dollari che forse nessuno ha mai visto davvero. Sembra un film di spionaggio, e
invece è la ricostruzione quello che è stato definito «il processo del secolo»:
due grandi oil company, Eni e Shell, accusate di aver pagato una super mazzetta
da oltre un miliardo di dollari – la più grande tangente della storia
giudiziaria italiana, secondo i pm milanesi – per accaparrarsi il ricchissimo
giacimento petrolifero Opl 245, in Nigeria.
In primo
grado tutti gli imputati sono stati assolti con formula piena («Il fatto non
sussiste»): per i giudici del tribunale di Milano non c’è stata corruzione. In
attesa del giudizio d’appello, tuttavia, ciò che emerge chiaro e tondo,
ricostruendo questa storia, è che – tangente o no – qui due multinazionali
europee hanno messo le mani, senza nessuna gara pubblica e a condizioni
economiche e fiscali estremamente vantaggiose, su uno dei più preziosi tesori
naturali della Nigeria, un Paese dove il 41 per cento della popolazione (81
milioni di persone) vive in condizioni di povertà estrema. Non solo: di quel
miliardo di dollari versato da Eni e Shell su un conto corrente del Governo
federale di Abuja (per la precisione 1,092 miliardi), appena 180 milioni sono
rimasti nelle casse dello Stato. Per il resto, i soldi dell’Opl 245 sono finiti
nelle tasche di imprenditori, politici e faccendieri vari. Secondo l’Ong Global
Witness, il popolo nigeriano ci ha perso complessivamente 6 miliardi di
dollari, una cifra pari a oltre quattro volte la spesa sanitaria del Paese nel
2020.
Come spiega
Giovanni Carbone, responsabile del programma Africa dell’Ispi (Istituto Studi
di Politica Internazionale) e professore all’Università di Milano, «l’interesse
internazionale per la straordinaria ricchezza energetica e mineraria
dell’Africa subsahariana ha da sempre esposto i Paesi della regione a una certa
vulnerabilità nelle relazioni con i Paesi ricchi e le multinazionali». Parliamo
di «economie ancora complessivamente povere, con governanti in posizioni
strutturalmente svantaggiate nel negoziare i termini contrattuali dello sfruttamento
di queste risorse da parte di soggetti esterni».
Il bisonte e
gli olandesi
Ma adesso riavvolgiamo il nastro indietro di ventiquattro anni. È il 1998 e la
Nigeria è governata dal regime militare del generale Sani Abacha. L’Opl 245 –
dove Opl sta per Oil Prospecting Licence – è un mega-blocco petrolifero
inesplorato al largo del delta del fiume Niger: si stima che là sotto possano
esserci fino a 9 miliardi di barili di oro nero (oggi la stima è stata
affinata: mezzo miliardo di barili, livello comunque considerevole). Ministro
del Petrolio è Dan Etete, 54 anni, politico navigato proveniente dal sud del
Paese, soprannominato “il bisonte” per la stazza massiccia e la passione per la
caccia. Il 29 aprile 1998 il ministro, senza indire nessuna gara, assegna la
licenza a esplorare l’Opl 245 alla Malabu Oil and Gas Limited, una società
fondata appena cinque giorni prima, in cambio di un bonus di firma da 20
milioni di dollari: somma che, come vedremo tra poco, equivale a un vero e
proprio regalo. Piccolo particolare: soci occulti della Malabu sono lo stesso
ministro Etete e il figlio del generale Abacha. Il “bisonte” e il dittatore già
si fregano le mani, ma ecco un imprevisto: l’8 giugno il generale Abacha muore
in circostanze misteriose. E per la Nigeria si apre una nuova fase.
L’anno
successivo si tengono le prime elezioni libere da tre lustri. Vince Olusegun
Obasanjo, che aveva già governato il Paese negli anni Settanta. Anche lui è un
militare, ma democratico: sotto il regime di Abacha era stato condannato a
morte e si era rifugiato in Colombia, dove aveva stretto amicizia con
l’ambasciatore russo, Ednan Agaev (segnatevi questo nome). Il presidente
Obasanjo conferma l’assegnazione dell’Opl 245 alla Malabu. Ed Etete cede per 18
milioni di dollari il 40% della licenza agli olandesi di Shell. Poi, però, il
Governo cambia idea: revoca la concessione e indice una gara pubblica. Nel
maggio 2002 il giacimento è assegnato alla stessa Shell in cambio di un bonus
da 200 milioni di dollari, dieci volte tanto quello che era stato fissato per
la Malabu ai tempi del regime.
Etete va su
tutte le furie e impugna la revoca. In primo grado il suo ricorso è respinto.
Ma prima che si arrivi alla sentenza d’appello – e siamo ormai a fine 2006 – il
ministro della Giustizia, Bajo Ojo, annuncia una decisione clamorosa: la
licenza Opl 245 è espropriata alla Shell e riassegnata al 100% alla Malabu.
Motivo? Qui ci sono due versioni. Quella ufficiale – ritenuta attendibile
dai giudici di Milano che esamineranno il caso una decina d’anni più tardi – è
che il Governo, sulla base di un parere legale, era certo di perdere in appello
e ha quindi voluto evitare la condanna, con annesso obbligo di risarcimento
danni in favore della Malabu. Secondo i pm milanesi (la cui tesi non è stata
però condivisa dal Tribunale) la vera spiegazione va ricercata invece in un
bonifico da 10 milioni di dollari che Etete destinerà nel 2010 a Ojo: per i
magistrati, in altre parole, Malabu ha corrotto il ministro. Etete, da parte
sua, ha sempre giustificato il versamento come il corrispettivo di una
consulenza legale datata 2009. Comunque sia andata, grazie a quel dietrofront
del Governo, il “bisonte” rimette le mani sull’Opl 245. Ed è a questo punto che
entra in scena Eni.
Ecco gli
italiani
Nel gennaio 2007 il fratello di Etete propone alla compagnia italiana di
acquistare una quota della licenza petrolifera: il cane a sei zampe è
interessato, tanto che il 23 febbraio firma con la Malabu un accordo di
riservatezza. A quell’epoca amministratore delegato di Eni è l’esperto Paolo
Scaroni, manager vicentino scuola McKinsey, chiamato dal Governo Berlusconi a
occuparsi di idrocarburi dopo aver guidato per tre anni l’Enel (oggi è
presidente del Milan). Il suo braccio destro è Claudio Descalzi, direttore
della divisione Exploration & Production (sarà proprio lui, nel 2014, a
succedere a Scaroni come amministratore delegato del gruppo). Meneghino doc,
Descalzi è un Eni-boy da oltre vent’anni: ha lavorato a lungo in Africa, dove
ha anche trovato moglie: Marie Magdalena Ingoba, imprenditrice congolese, oggi
indagata a Milano per un giro d’affari tra alcune sue società e la stessa Eni.
Ma torniamo
alla nostra storia. Nel 2007 sul fronte nigeriano avvengono due fatti
importanti: a fine gennaio è eletto presidente della Repubblica Umaru Adua,
delfino di Obasanjo; e a inizio novembre Dan Etete è condannato in Francia a 3
anni di carcere per riciclaggio nel processo sullo scandalo Bonny Island
(impianto di estrazione di gas che era co-gestito dalla Snamprogetti, società
del gruppo Eni). Questa condanna è un passaggio chiave anche per la vicenda
245, perché fa del “bisonte” un soggetto con cui è meglio evitare di avere
rapporti commerciali. Ma Etete non si ferma: vuole rivendere una o più quote
della licenza petrolifera per fare cassa.
Champagne
ghiacciato
Dopo aver approcciato Eni, il titolare occulto della Malabu prova a riannodare
i fili con Shell, con cui i rapporti si erano guastati dopo il tiramolla degli
anni passati. Ci vuole tempo, ma la manovra dà i suoi frutti: il 15 ottobre
2009 Etete riunisce intorno a un tavolo il mediatore Bryant Orjiako e il
responsabile commerciale di Shell in Nigeria, Peter Robinson. Ma all’incontro
partecipano anche il parlamentare Umar Bature e soprattutto John Copleston, ex
spia dei servizi segreti britannici, per anni capo dell’MI6 in Nigeria e ora
advisor di Shell. L’ex 007 segue nell’ombra le trattative sull’Opl 245 e si
scambia spesso aggiornamenti con l’ex collega di intelligence Guy Colegate,
anche lui ora a libro paga degli olandesi. Nove mesi prima dell’incontro
organizzato da Etete, in una mail datata 5 gennaio 2009, Copleston parla con
Colegate e Robinson della possibilità che la multinazionale compri una quota
della licenza petrolifera, e senza usare metafore scrive «Etete si lamenta che
tratterrà soltanto 40 milioni dei 300 che gli stiamo offrendo, il resto andrà
per pagare tangenti in giro». Evidentemente l’ex spia non voleva essere
frainteso… Fatto sta che nella riunione del 15 ottobre il “bisonte” si accorda
verbalmente per cedere il 40% della licenza a Shell.
In quegli
stessi mesi si registrano movimenti tellurici ai fianchi di Eni. Tutto parte da
Lugano, dove abita un intermediario veneto sulla quarantina, Gianluca Di Nardo.
Quest’ultimo un giorno prende il telefono e chiama Luigi Bisignani, forse il
più famoso faccendiere d’Italia, ex giornalista con importanti entrature, da
Andreotti a Berlusconi, da Montezemolo a Licio Gelli. Di Nardo gli segnala che
in Nigeria c’è un affare che scotta: il blocco 245, appunto. Che c’entra
Bisignani? Semplice: è amico di Scaroni dagli anni Settanta – i due fanno pure
le vacanze insieme all’Argentario – e Di Nardo vuole sondare l’eventuale
interesse di Eni per il giacimento. Il senso di quella telefonata lo spiegherà
successivamente lo stesso Bisignani ai magistrati: «Se l’affare fosse andato in
porto, Di Nardo avrebbe lucrato una mediazione, e anche io sicuramente avrei
avuto la mia parte». L’intermediario italo-svizzero raccomanda anche un proprio
referente nigeriano che avrebbe già in tasca un mandato dalla Malabu per
vendere una quota della licenza: si chiama Emeka Obi ed è un rampante uomo
d’affari basato a Londra, soprannominato il “ragazzo” perché ha poco più di
trent’anni. Bisignani prende nota e informa Scaroni, che a sua volta contatta
Descalzi. Dopo una serie di mail tra Obi ed Eni, il 28 dicembre si tengono le
presentazioni ufficiali: davanti a una bottiglia di champagne ghiacciato, Etete
riceve a casa sua il “ragazzo” e Vincenzo Armanna, importante manager del cane
a sei zampe in Africa. Poche settimane dopo, il 4 febbraio 2010, ritroviamo Obi
ed Etete a Milano, seduti al ristorante dell’hotel Principe Savoia di Milano
insieme al numero due di Eni, Descalzi. Allo stesso tavolo c’è anche un russo,
Ednan Agaev. Questo nome lo avete già sentito: era l’ambasciatore di Mosca in
Colombia durante l’esilio del presidente nigeriano Obasanjo (ricordate?).
Agaev, uomo vicino a Putin, segue l’affare 245 come intermediario tra Malabu e
Shell e ha frequenti contatti con il generale Aliyu Gusau, considerato
l’«eminenza grigia dei servizi segreti nigeriani».
A casa del
presidente
Nel frattempo ad Abuja c’è l’ennesimo cambio di governo. E per Etete ci sono
ottime notizie: il nuovo presidente è Goodluck Jonathan, ex insegnante privato
dei suoi figli; il ministro della Giustizia è Adoke Bello, suo avvocato; e la
ministra del Petrolio è Alison Diezani, sua ex assistente (nonché ex manager di
Shell). Considerate queste premesse, la Malabu ha gioco facile nel vedersi
confermata la licenza del 100% sull’Opl.
Nei mesi
successivi le manovre vanno avanti. Shell dà il suo ok all’ingresso ufficiale
in partita degli italiani. E il 13 agosto 2010 Scaroni e Descalzi vengono
ricevuti da Jonathan nella residenza presidenziale. Qualche giorno dopo, Peter
Robinson, capo di Shell in Nigeria, annota che «il presidente è motivato a
concludere in fretta la questione (245, ndr), spinto dalle aspettative circa i
profitti che Malabu riceverà e i contributi politici che ne deriveranno». Una
frase che i pm di Milano leggeranno come indizio di uno schema corruttivo.
Quel che è
certo è che il nuovo Governo nigeriano segue le vicende del giacimento offshore
molto da vicino. Tanto che Di Nardo si allarma: «Ci hanno scavalcato», dice al
telefono con Bisignani. Il timore è che Eni stia trattando direttamente con
Etete e il Governo senza passare attraverso Obi. Bisignani contatta subito
Descalzi, che però lo rassicura. E infatti il 30 ottobre 2010, all’hotel
Bristol a Parigi, il “ragazzo” consegna a Etete per conto di Eni un’offerta per
il 100% dell’Opl 245: sul piatto 1,2 miliardi di dollari (Eni è d’accordo con
Shell, a cui poi darebbe il 50% della licenza). Ma la risposta del “bisonte” è
negativa: «Voglio almeno 2,2 miliardi». La fase di impasse, peraltro, dura
poco. Passano appena quindici giorni e il ministro della Giustizia, Adoke
Bello, prende in mano la situazione: convoca nel suo ufficio i manager di Eni,
Shell e Malabu e nel giro di un paio d’ore, magicamente, risolve tutto. Non c’è
un verbale di quell’incontro, ma sappiamo quel che Roberto Casula, capo
dell’area subsahariana di Eni, scrive a Descalzi al termine della riunione:
«Dopo intensa discussione con telefonate continue al venditore (cioè Etete,
ndr), questi ha accettato di chiudere a 1,3 miliardi». Descalzi gira subito la
notizia a Scaroni, che commenta: «Ottimo». Sembra insomma che d’improvviso sia
stata trovata la quadra…
lunedì 13 dicembre 2021
padron Eni ordina e intimidisce
|
|
|
|
|
|
|
lunedì 8 marzo 2021
Vel-ENI (ben piazzati) al ministero degli Esteri - Re:Common
Re:Common lancia oggi la sua pubblicazione “Tutti gli uomini del Ministero” nella quale l’associazione rivela l’esistenza di un protocollo tra l’Eni e il ministero degli Affari Esteri che permette al gigante petrolifero italiano di stanziare i propri uomini presso il dicastero per un periodo illimitato di tempo. Il tutto per facilitare un “raccordo” tra l’azione diplomatica italiana e gli interessi dell’azienda.
Il documento, di cui Re:Common è entrata in
possesso, risale addirittura al 2008. Il fatto che non sia mai stato reso
pubblico ribadisce da un lato il peso rilevante sulla politica estera del
nostro Paese di cui gode Eni, tanto che la protezione dei suoi asset
petroliferi ha motivato persino alcune delle missioni militari tutt’ora in
corso, dall’altro come i meccanismi attraverso cui la società esercita questa
influenza sugli apparati diplomatici italiani siano molto opachi. Un vuoto
informativo che limita lo spazio di confronto su una materia di vitale
importanza per la vita democratica dell’Italia, che racchiude temi come
sicurezza, immigrazione, diritti umani, energia e clima.
A partire dal 2009 sono stati tre i manager
del cane a sei zampe acquartierati al ministero degli Affari esteri: Giuseppe
Ceccarini, Alfredo Tombolini e Sandro Furlan. In coincidenza con il loro
impiego, al ministero sono state prese importanti decisioni sugli investimenti
italiani in paesi sui quali i manager avevano una precedente competenza
specifica, segnatamente Russia e Mozambico.
Vale poi la pena rammentare l’enorme
importanza rivestita dalla Farnesina in merito alle politiche energetiche,
tanto che all’interno dello stesso ministero sono presenti due cabine di regia
proprio per indirizzare l’azione del nostro Paese in materia di energia,
assicurando così un pieno coordinamento con la politica estera nazionale. È in
queste cabine di regia che si discute il posizionamento dell’Italia nell’ambito
dei vertici internazionali sul clima come la COP 26 e il G20. La presenza di
Eni e delle altre compagnie fossili italiane all’interno di questi organi di
coordinamento è notevole. Durante l’ultima riunione della Cabina di regia “Ambiente
e Clima” erano presenti tre rappresentanti di Eni, due di Snam, due di Saipem,
e uno di Enel.
«Quello in corso sarà un anno fondamentale per
la politica energetica italiana. Il nostro Paese avrà la co-presidenza della
prossima COP 26 e quella del G20. Un tema chiave sarà proprio quello dei
finanziamenti pubblici a nuovi progetti fossili. Alla luce di quanto abbiamo
scoperto, viene da chiedersi però quali siano le possibilità concrete che
l’esecutivo smetta di finanziare i devastanti progetti di Eni, fintanto che la
compagnia godrà di una posizione privilegiata all’interno della stessa Cabina
di regia incaricata di coordinare la posizione dell’Italia nell’ambito di
questi negoziati» ha affermato Alessandro Runci, campaigner di Re:Common e
autore del rapporto.
(*) da www.recommon.org dove è possibile
scaricare il pdf della pubblicazione
da qui
venerdì 18 settembre 2020
Eni Nigeria: Abuja chiede risarcimento da un miliardo di dollari a Eni e Shell - Lorenzo Bagnoli
Quella del 9 settembre è un’altra udienza storica, a Milano. Il governo della Nigeria, parte civile nel procedimento per corruzione internazionale in merito alla presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari pagata da Eni e Shell per ottenere la licenza petrolifera Opl 245, ha formulato la sua richiesta di danni di fronte al Tribunale di Milano.
A quanto
chiesto dai pm, ai quali la parte civile si associa, aggiunge il pagamento di
una provvisionale – una sorta di risarcimento anticipato,
immediatamente esecutivo – pari al prezzo della presunta tangente, più un
ulteriore ammontare da calcolare in sede civile.
Lucio Lucia, l’avvocato che nel processo di
Milano rappresenta il governo della Nigeria come parte lesa nella presunta
vendita corrotta del blocco petrolifero, ha incentrato il suo intervento sul
fatto che i ministri della Nigeria che hanno partecipato alla
trattativa, più che al bene del Paese, hanno pensato al proprio
tornaconto personale.
Opl 245: quanto vale la licenza al centro del processo
per corruzione
Ne è la
dimostrazione lo stesso prezzo pagato da Eni e Shell per il giacimento, dice
l’avvocato Lucia: 1,3 miliardi di dollari. L’esperto ingaggiato
dalla parte civile ha riscontrato che il valore “di mercato” di
Opl 245 sarebbe superiore ai 3 miliardi di dollari. Non è la
prima volta che in aula si fa riferimento a questa cifra, ricorda l’avvocato.
Durante
l’udienza del 26 giugno 2019 l’imputato Ednan Agaev, ex diplomatico
russo vicino ai servizi segreti che la Procura ritiene intermediario di
Shell per la trattativa con il governo nigeriano, aveva dato la stessa
stima per il valore del 100% del blocco. Aveva aggiunto che Peter
Robinson, ex vice presidente dell’area dell’Africa sub-sahariana in Shell,
ne era al corrente.
Tra valore e prezzo pagato «non può esistere una differenza così enorme» è
l’argomento di Lucia, che aggiunge come segnale allarmante che l’assegnazione è
avvenuta senza una gara.
Il prezzo che le due compagnie
petrolifere erano disposte a pagare era già stato per altro prestabilito
nel corso del 2010, altro segnale che secondo l’avvocato di parte civile
indicherebbe un negoziato poco trasparente tra il governo e gli acquirenti.
Avevano entrambi accesso, tramite una fitta rete di intermediari – e, in Eni,
anche ai contatti personali dell’attuale amministratore delegato di Eni,
anche lui indagato, Claudio Descalzi – fino all’ufficio del presidente
Jonathan, sottolinea l’avvocato.
Eni Nigeria: signature bonus «a
prezzo di favore»
Degli 1,3
miliardi di dollari pagati da Shell ed Eni, 207 milioni circa sono
erogati come signature bonus, ossia un forfait pagato dalle
aziende petrolifere al governo o a società veicolo a esso collegate al momento della
firma della concessione di un giacimento petrolifero. È la prima forma
di incasso per la cessione della propria risorsa naturale.![]()
Secondo la
cronologia di Lucio Lucia, il valore della signature bonus per Opl 245 è di 20
milioni di dollari fino al 2001, anno nel quale subisce un rimbalzo
fino a oltre 200 milioni di dollari. Da allora resta costante,
nonostante – dice la parte civile – ulteriori esplorazioni abbiano aumentato le
stime della possibile produzione di barili del giacimento.
Nell’interpretazione
della parte civile anche questo sarebbe un prezzo di favore per Eni e
Shell, come confermano la licenza concessa a Chevron nel 2015 dal governo
nigeriano e quella pagata 900 milioni di dollari nel 2006 al governo
dell’Angola per un altro blocco. La cifra, secondo quanto disposto da Eni e
Shell, è corrisposta al governo nigeriano dalla società petrolifera
anglo-olandese.
La versione di Eni sull’affare Opl 245 in Nigeria
I riscontri
della parte civile sono in netto contrasto con quanto scrive Eni nel suo sito dedicato alla vicenda Opl 245.
Secondo la società petrolifera italiana il bonus da 210 milioni di dollari
«rappresenta ancora oggi il bonus di firma più alto mai incassato dallo
Stato nigeriano per una licenza petrolifera».
In merito al
prezzo della licenza, la società precisa quanto «l’offerta economica sia in
realtà congrua e ragionevole, se si considera il valore del campo
esplorativo 245 e degli investimenti necessari per poterlo mettere in
produzione».
Il motivo è
spiegato da Openeconomics, consulente di Eni. Secondo i calcoli
dell’agenzia, il prezzo minimo accettabile per il governo nigeriano è di 1,241
miliardi di dollari.
Il prezzo
corrisposto da Eni
e Shell, tuttavia, secondo Openeconomics è superiore ai 1,3 miliardi di
dollari pagati “cash” dalle aziende. Infatti va aggiunta l’opzione
“back-in” riservata al governo nigeriano all’interno dell’accordo finale che ha
sancito la cessione del giacimento: si tratta della possibilità di rientrare in
un investimento a seguito di un evento che ne muta il valore, come può essere
la scoperta di nuove riserve petrolifere all’interno di un giacimento.
Utilizzando
sei parametri – sottostante, prezzo di esercizio, durata, tasso di interesse,
dividendo, volatilità – i consulenti stimano in 402 milioni di dollari
il suo valore, da considerarsi come parte del prezzo pagato.
In sostanza,
quindi, il prezzo pagato da Eni e Shell è di 1,702 miliardi di dollari,
perché ai soldi effettivamente pagati va aggiunto il valore dell’opzione back-in.
I consulenti
di Eni, sulla base dell’accordo siglato tra i concessionari e il governo
nigeriano, stimano poi un «valore attuale netto più probabile», cioè
quanto può valere Opl 245 una volta operativo. I loro calcoli assegnano il 76%
del valore al governo nigeriano, mentre il 24% ai concessionari.
Eni Nigeria: le ong fanno i conti in modo diverso
Alla
consulenza di Eni ha risposto Resources Development Consulting, agenzia
che ha svolto uno studio per conto delle ong che hanno presentato l’esposto del
2013 da cui è partita l’inchiesta (la nigeriana Heda, Re:Common, Global
Witness e Corner House). Il risultato è totalmente
diverso: l’agenzia non calcola l’opzione di back-in come un valore in
più dell’accordo che ha sancito la cessione a Eni e Shell, ma solo come un
costo da pagare per il governo nigeriano, che comunque per
usare l’opzione dovrebbe versare 870 milioni di dollari, il 50% del valore
della licenza.
Anche nel
caso in cui il governo nigeriano dovesse decidere di attivare il back-in,
con gli accordi attuali, si approprierebbe di un flusso di cassa
inferiore a situazioni contrattuali precedenti. Per quanto tecnico, questo
elemento è chiave per capire l’entità dell’eventuale danno alle casse pubbliche
della Nigeria.
Processo Eni Nigeria: i destinatari delle presunte
tangenti
Nelle
conclusioni della parte civile un passaggio importante è riservato a Mohammed Adoke Bello, all’epoca dei fatti ministro della
Giustizia, Alison Diezani-Madueke, allora ministro del Petrolio, e
al loro presidente Jonathan Goodluck. Sono loro tre i personaggi
che si sono arricchiti alle spalle dell’erario nigeriano,
secondo la parte civile.
Il loro
coinvolgimento nella trattativa è certificato, secondo l’avvocato Lucia, da diverse comunicazioni
via email, a partire dal 2009. Queste comunicazioni dimostrano in primis la
vicinanza a Dan Etete, il proprietario della licenza Opl 245 nel
momento in cui è stata ceduta a Eni e Shell.
I loro
interventi aiutano, ricorda
l’avvocato Lucia, a far proseguire la trattativa per la
cessione di Opl 245, dopo una fase di stallo. Ignorano tutti e tre gli
avvertimenti della società petrolifera nigeriana e del Dipartimento delle
risorse petrolifere, interno allo stesso ministero del Petrolio, che vengono
tenuti al di fuori del negoziato.
domenica 31 maggio 2020
Repubblica: perché è importante capire cos'è successo
Perché qualcuno compra un giornale (nel senso della casa editrice) anziché un’impresa di autospurgo?
Ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima è che costa poco, la seconda è che fa spettacolo, la terza è che fa guadagnare soldi, non al giornale, ma alle imprese che lo posseggono.
In poche parole è una storia di Potere, quando esiste un padrone (adesso sono scatole cinesi di società, ma alla fine - o all’inizio, o sempre - un padrone c’è, anche se mascherato) e si compra e si vende.
Non è una novità: Enrico Mattei (Eni) e Angelo Rovelli (Sir) compravano giornali, anche Bezos, di Amazon, compra un prestigioso giornale che si chiama Washington Post.
C’è chi compra parole, libri e giornali, per leggere storie che hanno scritto altri, e c’è chi acquista case editrici, per farsi scrivere storie; a volte per guadagnarsi onestamente la vita, ma è sempre più raro.
In mezzo sta un macigno che si chiama conflitto d’interesse.
Prendiamo il caso di Repubblica. Se il suo padrone chiede allo Stato una montagna di soldi per un’altra sua impresa, quel giornale dovrà sostenere quell’iniziativa, senza se e senza ma. Essere il padrone conterà ancora qualcosa, no? "Produco automobili e non so cos’è una cinghia di trasmissione?" pensa il padrone.
Cosa fa un giornalista di quel giornale?
Qualcuno - Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner - se ne va, non sopportando i modi del nuovo padrone; altri vorrebbero andarsene, per scrupolo, ma pensano che tanto li lasceranno scrivere o perché i loro articoli sono lontani dal Potere o perché sono innocui per il Padrone: insomma avranno la libertà di scrivere cose innocue (ma solo quelle, però).
Diceva Alessandro Manzoni - non sapeva ancora del futuro, o forse sì - che il coraggio uno non se lo può dare.
La maggior parte dei giornalisti, che non sono diversi dagli altri italiani, hanno un motto scolpito nel cuore: Franza o Spagna purché se magna.
i lettori, poco informati, si trovano nelle parole di Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Scrive Enrico Deaglio
Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (Repubblica, Espresso, Stampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli.
Anche per lui, il 23 aprile era un giorno importante. Da quattro mesi infatti il direttore di Repubblica era oggetto di una pesantissima campagna di intimidazione. Messaggi su Twitter, lettere anonime, fotomontaggi che annunciavano la sua morte (e quella di sua figlia) per il 23 aprile 2020. Per la stessa data era da lungo tempo stabilito il consiglio di amministrazione della proprietà del gruppo GEDI per importanti comunicazioni.
Nella giornata fatidica al mattino non succede niente; anzi, per iniziativa di un giornalista del Tg3 parte un tweetstorm di solidarietà con il direttore, che ha molto successo. Alle 14 Verdelli viene convocato dalla proprietà che gli comunica il licenziamento. Il timing di tutta la vicenda la rende davvero la trama di un giallo. In cui gli intimidatori ovviamente conoscevano l’importanza della data e delle intenzioni della società. Questa, peraltro, non si era mai messa in contatto con Verdelli, né per manifestargli solidarietà, né per offrirgli aiuto, né si era dimostrata preoccupata per le minacce che colpivano così pesantemente il giornale. E gli ha comunicato il licenziamento volutamente nella forma più sgradevole.
E dire che la gravità delle minacce era talmente cresciuta da convincere il ministero dell’Interno a fare scortare permanentemente Verdelli considerando possibile che qualcuno gli sparasse; a far sì che il Consiglio d’Europa chiedesse a Roma spiegazioni su come fosse ammissibile che il direttore di un importante quotidiano fosse costretto a girare sotto scorta. A spingere Sergio Mattarella a definire le minacce contro di lui “indegne di una democrazia”.
La polizia sta indagando e tutti sperano che presto scopra chi erano/sono gli autori delle minacce – iniziate da una polemica su un titolo di Repubblica dedicato a Matteo Salvini – e quindi comunichi a Verdelli che il pericolo è passato. Se non dovesse succedere, sarebbe davvero molto grave; comunque, saremmo ancora un gradino sopra l’Arabia Saudita, Malta, Turchia, Russia, Egitto nel campo del trattamento dei giornalisti scomodi.
Dal 23 aprile del 2020 il panorama dell’editoria italiana è comunque cambiato. Tutti i commenti lodano la sveltezza e la determinazione con cui Exor ha condotto l’operazione, addirittura in mezzo al disastro della pandemia, spuntando un prezzo incredibilmente vantaggioso per il compratore. Tutto il gruppo editoriale (compresa la sua storia, il suo capitale umano, il suo “vecchio giornalismo”) è stato valutato 103 milioni di euro; è stato notato che per quella cifra si sarebbe potuto comprare solo uno dei garretti di Cristiano Ronaldo. Poche proteste; d’altronde, come avrebbe detto Bobi Bazlen, “Ciò che non vuole morire deve crepare”.
Per questi motivi, ho comunicato al Venerdì di Repubblica (il miglior news magazine italiano) che, con molto dispiacere, cesso la mia collaborazione. “Qualcosa è successo”, e non vorrei che fosse dimenticato troppo in fretta.
da qui
scrive Pino Cabras
Appena i nuovi padroni raccolti intorno agli Elkann lo hanno nominato direttore del quotidiano "la Repubblica", Maurizio Molinari ha reso vivide e attuali le più spassose pagine che Paolo Villaggio scriveva mezzo secolo fa sul servilismo aziendale. Molinari ha annunciato infatti la premiazione, ogni lunedì, del miglior giornalista della settimana con una "R" stilizzata e 600 euro lordi in busta paga. Slap. Slurp.
Abbiamo un modesto suggerimento per il prossimo lunedì. Il premio vada al buon Francesco Manacorda, il quale vanta la bontà di un'operazione in cui lo Stato italiano si dovrebbe fare garante di un prestito bancario da 6,5 miliardi in favore di una società controllata da una holding che non paga le tasse all'Italia ma al Regno dei Paesi Bassi, la FCA. Che poi la FCA abbia gli stessi padroni della società di diritto olandese che edita "la Repubblica" è solo uno di quei dettagli che si perdono nella bava.
da qui
Bandiere stanche - Cosimo Filigheddu
Leggo soltanto ora sul “Post” l’articolo dove qualche giorno fa Enrico Deaglio spiegava i motivi per i quali ha interrotto la collaborazione con Repubblica. Sono riassumibili nel primo capoverso: “Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (Repubblica, Espresso, Stampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli”.
Sappiamo tutti che Verdelli era, ed è tutt’ora, nel mirino di un neo fascismo vigliacco e violento che ha persino indotto il ministero dell’Interno a mettere il giornalista sotto scorta e ha suscitato preoccupazione in tutta Europa.
Non ci sono stati grandi proteste contro questa operazione made in Fiat: la Fiat di adesso, della finanza, non più la grande Fiat dell’economia industriale, quella di un tempo, più o meno assistita ma comunque grande incubatrice di lavoro italiano.
Direi anzi che la protesta più clamorosa è stata quella di Deaglio. Poi nella categoria dei giornalisti c’è stata una diffusa rassegnazione alla potenza di questo formidabile gruppo editoriale che si è sostituito all’anima del vecchio gruppo “Espresso” di Caracciolo, cioè il primo grande editore puro italiano del dopoguerra che fece a pezzi il sistema dell’editoria giornalistica italiana dove l’industria acquisiva i giornali non per fare impresa ma per utilizzarli come strumento di pressione per altri affari.
Il lungo periodo Sir della Nuova Sardegna ne è un esempio, così come lo è del periodo successivo il passaggio del quotidiano nel 1981 a Caracciolo che ne fece uno dei giornali regionali più grandi e belli del Paese. Condizione che La Nuova si è sempre sforzata di conservare anche in seguito a dispetto del mutare degli assetti editoriali e delle generali difficoltà della carta stampata nel mondo.
Pochi ora protestano con forza in difesa di Verdelli e di ciò che rappresenta: perché il giornalismo è debole, la stampa è in crisi, qualsiasi cosa, o quasi, è buona se garantisce mantenimento dei posti di lavoro e versamenti dei contributi previdenziali a un ente pensionistico e assistenziale che resiste ma rispecchia nelle sue condizioni il generale smarrimento della categoria. Pochi vogliono esporsi con questi nuovi padroni la cui determinazione è dimostrata dalla freddezza con la quale si sono liberati di Verdelli, quasi un avviso: badate che noi non abbiamo paura dei vostri mostri sacri.
Ed è per questo che mi chiedo: anche prima che la nuova Fiat mettesse le mani sull’informazione italiana, oltre a Verdelli quanti ne restavano di questi mostri sacri? Quanto sopravviveva lo spirito di gente come Caracciolo che aveva chiuso le porte della stampa alla cultura industriale dei Rovelli e dei Cefis? Forse dovremmo riflettere su questo: quanto la Fiat della finanza abbia trovato facile presa in una situazione dove ormai la bandiera dell’informazione era agitata liberamente ma sempre più stancamente appunto da Verdelli e pochi altri.
Una situazione che mi ricorda quella descritta dalla storica Giuseppina Fois in un saggio che è parte fondamentale del libro curato da Sandro Ruju “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli”, pubblicato dalla Edes. La professoressa Fois fa del passaggio del giornale da Arnaldo Satta Branca a Nino Rovelli un’analisi forse unica nel suo disincanto scientifico e nella coraggiosa denuncia di una condizione che la memorialistica sarda ha spesso mitizzato. E scrive tra l’altro: “La vendita della Nuova Sardegna suscitò preoccupazione e scandalo. Da una parte si denunciò subito la fine traumatica di quella che appariva (e in parte era) una lunga esperienza di indipendenza giornalistica. Dall’altra si segnalò invece, con toni polemici, come il giornale della democrazia sassarese, essendosi inaridita da anni la sua vena originaria anticonformista e pluralista, si fosse per così dire quasi autopredisposto a subire l’aggressione esterna da parte del nuovo potere economico”.
La storica cita un articolo pubblicato su un periodico degli anni Sessanta da uno dei più coerenti e acuti intellettuali sardi, Giuseppe Melis Bassu: “Che cos’è questa bandiera che sta scendendo dal pennone? Che indipendenza è mai quella di un giornale se manca una coerenza ideale, un nerbo di idee, un impegno preciso verso la realtà nuova? Diciamolo ancora una volta, anche se è amaro ripeterlo: nessuna bandiera è stata ammainata, perché nessuna bandiera – da tempo ormai – sventolava su quel pennone”.
Cito Giuseppina Fois perché trovo questa considerazione fondamentale in una eventuale riscrittura della storia della mia città libera da vincoli di quieto vivere e di altri condizionamenti che ritengo abbiano sempre oscurato alcuni suoi aspetti. Quindi una suggestione che magari mi porta esageratamente a ritenere quella bandiera perduta degli anni Sessanta sardi un paradigma del giornalismo della famiglia De Benedetti poi incamerato dagli eredi Agnelli. Forse dovremmo chiederci se già da tempo anche quella bandiera fosse un po’ stanca, pur con i lodevoli sussulti che ogni tanto la facevano agitare al vento dell’informazione guardiana severa dell’operato del potere.
da qui
La “libertà di stampa” e i suoi padroni - Volere la luna
Il traumatico cambio di direzione a Repubblica è un evento la cui portata supera l’ambito del giornalismo, ma investe interamente la democrazia in Italia.
Innanzitutto per il modo in cui è avvenuta. La perentoria, immediata affermazione del diritto della proprietà di imporre al giornale non solo la persona di un direttore ma una linea politica rende manifestamente chiara la drammatica restrizione dello spazio di un possibile giornalismo critico. Il giornale trattato come una qualunque azienda di famiglia: ma nella piena consapevolezza che non è una qualunque, perché è evidente che la decisione di investire su Repubblica si deve all’aspettativa di un immediato ritorno in termini di propaganda.
La scelta della data, poi, è addirittura indegna. Oscure minacce annunciavano da settimane che il 23 aprile sarebbe avvenuta l’esecuzione fisica del direttore Carlo Verdelli: il fatto che si sia scelto proprio quel giorno per celebrarne l’esecuzione professionale lascia semplicemente sconcertati, e apre mille inquietanti interrogativi. In ogni caso è chiaro che si voleva che nella data simbolo del 25 aprile l’editoriale del nuovo direttore annunciasse il ribaltamento di linea.
Perché è questo che è avvenuto. Intendiamoci, da molto tempo la sinistra (per esempio quella che si riconosce in Volere la Luna) non pensa che Repubblica sia un giornale di sinistra. Ma se fino a ieri questa mutazione risultava in opposizione con i valori originali della fondazione del giornale, e rappresentava dunque una contraddizione evidente, da oggi quei valori sono stati ufficialmente cestinati. Se qualcuno avesse avuto dubbi, lo legga, quel primo editoriale. Parole vuote e generiche sulla Liberazione, lingua da burocrate aziendale (si annunciano «contenuti competitivi»), un giudizio desolante sulle diseguaglianze (che sarebbero «uno stato d’animo», frutto del «salto tra rivoluzione industriale e rivoluzione digitale»), invocazione finale all’avvento di «una nuova generazione di leader» che interpreti «l’urgenza del fare». Un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994.
La scelta di Maurizio Molinari cambia, è evidente, il campo di Repubblica. Il nuovo direttore, uomo fidato di casa Agnelli, è un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani «un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare». Questo il pantheon ideale di quella piazza, e del nuovo, plaudente, direttore di Repubblica: «i simboli di Torino: la gigantografia di Cavour, i cartelli sui piemontesi europei, gli applausi per Pininfarina e Marchionne, il canto finale dell’inno di Mameli e una piazza senza neanche una carta in terra quando la folla se ne va. Con la schiena diritta».
Ecco, la “schiena diritta” è qualcosa che non ci si dovrà aspettare, nella direzione che nasce. Molinari viene promosso a dirigere Repubblica nonostante che a lui si debba il seppellimento della Stampa: presa a 244.000 copie di tiratura e 146.000 vendute e lasciata a 160.000 di tiratura e 89.000 vendute. E nonostante alcune macchie imbarazzanti (per un direttore che dovrebbe essere in grado di denunciare le mende della tutt’altro che impeccabile classe dirigente italiana): come per esempio l’esteso plagio del suo libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.
Ora, è piuttosto evidente che se, nonostante ciò, Molinari ascende alla guida di Repubblica è perché da lui non si attende successo editoriale o originalità di giornalismo: ma obbedienza ai padroni. E questa è una pessima notizia per tutti noi, anche per quelli che da anni hanno smesso di leggere Repubblica.
da qui
Alcuni articoli:
https://www.lordinenuovo.it/2020/05/21/cosi-i-lavoratori-pagheranno-di-nuovo-i-dividendi-della-fiat/
http://www.strisciarossa.it/quei-direttori-del-giornale-unico-di-john-elkann-e-quel-dividendo-straordinario-di-fca/
https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/05/22/paradisi-fiscali-vasco-rossi-sfotte-gli-agnelli-la-mia-residenza-in-italia-e-scolpita-nella-pietra/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17886-redazione-contropiano-il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica.html
https://www.professionereporter.eu/2019/12/elkann-sbarca-a-repubblica-e-stampa-un-proclama-due-mosse-una-ritirata/
https://sbilanciamoci.info/elkann-exor-prendi-i-soldi-e-scappa/?spush=cGtkaWNrQGZhc3RtYWlsLml0 Guglielmo Ragozzino
https://www.internazionale.it/notizie/roberta-carlini/2020/05/19/fca-prestito-italia Roberta Carlini
L’intera redazione dei Cahiers du Cinéma si è licenziata per protestare contro la nuova proprietà
Édito n°764 – mars 2020
The End - Stéphane Delorme
Le 31 janvier, un conglomérat de producteurs et d’hommes d’affaires a acheté les Cahiers du cinéma. Les lecteurs n’ont peut-être pas pris connaissance des nouveaux actionnaires, dont la liste est publique. Parmi les vingt noms, côté producteurs, Pascal Caucheteux (Audiard, Desplechin), Toufik Ayadi et Christophe Barral (Les Misérables), Marie Lecoq et Frédéric Jouve (les films de Rebecca Zlotowski), Marc du Pontavice (J’ai perdu mon corps), Pascal Breton (la série Marseille). Côté hommes d’affaires : Grégoire Chertok (banque Rothschild), Éric Lenoir (le mobilier urbain Seri), Reginald de Guillebon (Le Film français, Première), et la «love money» de Xavier Niel (Free), Marc Simoncini (créateur de Meetic), Stéphane Courbit (Banijay, producteur de contenus audiovisuels), Frédéric Jousset (Beaux-arts), Alain Weill (BFM).
La rédaction dans son ensemble a décidé de quitter les Cahiers du cinéma. Les journalistes salariés prennent la clause de cession, droit de conscience qui protège les journalistes lors d’un changement de propriétaire. Une telle décision est déchirante pour nous, et inédite dans l’histoire de la revue.
C’est d’abord une question de principe. Nous refusons de travailler sous l’égide de producteurs, ce qui pose un risque de conflit d’intérêts immédiat. Le fait même que des producteurs possèdent la revue brouillera la réception des films et créera une suspicion légitime. La nomination prochaine au poste de directrice générale de Julie Lethiphu, actuelle déléguée générale de la SRF (Société des réalisateurs de films), lobby actif et influent, n’a fait qu’aviver nos craintes. Nous ne voulons pas devenir la vitrine du cinéma d’auteur français.
Les actionnaires ont annoncé à leur arrivée la création d’une charte d’indépendance. Or la communication brutale dans la presse (Les Échos et Télérama) l’a immédiatement bafouée. On nous annonce la création d’une revue «chic», «conviviale» et «recentrée sur le cinéma français». Il va sans dire que les Cahiers n’ont jamais été aucun des trois. Les Cahiers se sont toujours moqués du chic et du toc. Ils n’ont jamais été une plateforme de débats pour/contre : la santé des Cahiers, c’est leur virulence, quand on sait dur comme fer qu’elle est au service de la défense d’idées, de passions et de convictions. Les Cahiers ont toujours été ouverts sur le monde. Et l’équipe a été très attentive au cinéma français depuis onze ans mais sans doute ce n’est pas le bon cinéma français que nous avons défendu. Il faut recentrer les excentriques. On nous affaiblit en minimisant les chiffres de vente, alors que, malgré une absence sévère de moyens, les Cahiers se maintiennent dans le contexte de l’effondrement de la presse, terminant même 2019 avec une progression des ventes en kiosque. Dernier message alarmant : les Cahiers sont envisagés comme une marque qui devrait «faire des événements autour de marques». Et les actionnaires de nous intimer sans ambages : «Il leur appartient de marquer leur adhésion ou non à notre projet.» On croirait entendre : «Parce que c’est notre projet !» Eh bien nous le refusons.
Les lecteurs savent aussi que les Cahiers ont affiché leurs prises de position politiques, qu’ils ne séparent pas de leurs prises de position esthétiques : contre le traitement médiatique des gilets jaunes, contre la nomination de Franck Riester, le pass Culture (piloté par Frédéric Jousset, nouvel actionnaire) ou Parcoursup, bref contre la présidence Macron. Voir apparaître les noms de Rothschild, BFM, Niel, Simoncini pose question : pourrait-on rester aussi libres de nos mouvements ? Arrive tout simplement aux Cahiers ce qui arrive à tous les titres de presse, le rachat par des millionnaires proches du pouvoir, souvent venus des télécoms afin de préparer la transition numérique et le flux des contenus. Personne d’autre ne s’intéresse-t-il au sort de la presse ? Richard Schlagman, le précédent propriétaire, venait de l’édition d’art (Phaidon) et garantissait notre indépendance, nous protégeant de toute influence des milieux parisiens.
Les propriétaires n’ont de toute façon pas fait mystère de leur volonté de changer de rédacteur en chef et d’équipe dans le Tout-Paris, qui visiblement se pose moins de questions déontologiques que nous et s’excite à l’idée de prendre la place, ou de revenir. Ce qui explique le manque de soutien dans la presse. Nous verrons – ou plutôt vous verrez, puisque pour nous la page est tournée – si les Cahiers, à la décidément turbulente histoire, vivront une Restauration ou une Révolution, au sens nouveau monde. Le numéro d’avril en tout cas sera notre dernier.
da qui
Libération naviga da solo. Più indipendente e più povero - Anna Maria Merlo
Nuova svolta per Libération, il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre e Serge July nel ’73, passato dall’estrema sinistra a posizioni social-democratiche, dopo aver attraversato un lungo periodo libertario. Altice Média, il gruppo di Patrick Drahi, imprenditore delle telecom (proprietario di Sfr), dal 2014 nel capitale di Libération, abbandona il controllo diretto del quotidiano e lo cede a una fondazione senza scopi di lucro. Il modello della Fondazione è quello di Médiapart, sito di giornalismo di inchieste su Internet, che aveva guardato al Guardian e al suo Scott Trust. Ma Médiapart, a differenza di Libération, è in attivo (anche se non ha pubblicità), e in crescita di abbonamenti.
QUESTO FONDO, scrive il gruppo Altice in una lettera ai dipendenti, «doterà sostanzialmente Libération» per permettere al giornale di far fronte alle perdite e al debito «fino a quando sarà necessario» e di ottenere «il finanziamento futuro e così garantire l’indipendenza a lungo termine» della testata. Libération è in perdita, 8,9 milioni nel 2018, malgrado una sovvenzione pubblica annuale di quasi 6 milioni di euro, mentre ha accumulato un debito intorno ai 45-50 milioni, la diffusione è intorno alle 70mila copie, con abbonamenti web in netto aumento negli ultimi due anni (moltiplicati per 6).
PER LAURENT JOFFRIN, il direttore che adesso entra nel consiglio di amministrazione del fondo assieme a due uomini di Altice (il direttore generale di Altice Média, Arthur Dreyfuss, e il direttore delle fusioni/acqusizioni del gruppo, Laurent Halimi), «moralmente, eticamente, giornalisticamente è un progresso». La vita di Libération è assicurata, almeno per un po’, e sulla carta il quotidiano non dipenderà più da un imprenditore, come era ormai dal 2005, quando in occasione di un’altra crisi era entrato nella proprietà Edmond de Rothschild. Ma la redazione è perplessa. Molti giornalisti sono stati sorpresi dalla notizia della cessione da parte di Altice e della creazione del fondo, che per statuto sarà aperto a finanziamenti di nuovi «mecenati», mentre eventuali utili dovranno venire versati «in opere caritative».
C’è preoccupazione tra i dipendenti di Libération, che dovranno traslocare in nuovi locali. «Se avesse voluto liberarsi del giornale, avrebbe potuto vendere, da due anni abbiamo offerte, Drahi mi ha sempre detto di avere un debole per Libération, abbandonarci non sarebbe buono per la sua immagine», spera Joffrin. La redazione ha chiesto «garanzie giuridiche, finanziarie e sociali, in particolare sulla dotazione e sull’occupazione» e vorrebbe venire associata alla gestione del fondo.
IL GRUPPO ALTICE si libera dell’ultima testata di carta stampata che ancora controllava, dopo aver venduto non molto tempo fa il settimanale L’Express, che con la nuova proprietà ha subito un ridimensionamento della redazione. «Seguiamo la stessa strada», temono a Libération. Altice, nei media, si concentra ormai sulla tv (Bfm, Rmc), ma questo settore sta per essere anch’esso riorganizzato e le redazioni temono che ci sia in programma una diminuzione dell’organico (la riorganizzazione in corso a Sfr – telecom – si concluderà con l’allontanamento di un terzo del personale).
Drahi è un uomo d’affari e ha studiato la manovra per la creazione del fondo di Libération senza perdere denaro. Drahi vende il giornale alla Fondazione, per un valore eguale alla dotazione che avrà questo fondo: in sostanza, otterrà importanti sgravi fiscali (una riduzione delle tasse del 60%), così potrà recuperare parte della somma dell’operazione.
LA CARTA STAMPATA sta attraversando in Francia un periodo difficile, aggravato dalla crisi del coronavirus. Venerdì sono state messe in liquidazione giudiziaria le filiali di provincia di Presstalis, il primo distributore francese di quotidiani e riviste. I quotidiani salvano la distribuzione a Parigi, ma 500 sui 910 dipendenti di Presstalis perderanno il lavoro. Ieri, la Cgt ha indetto uno sciopero. Ma il settore è in declino: nel ’95 c’erano ancora 700 depositi di giornali e riviste in Francia, oggi sono solo più 61. Le edicole sono preoccupate, sono rimaste in circa 22mila e il coronavirus sta dando il colpo di grazia a molte. Le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite nel periodo di confinamento e molti lettori non torneranno in edicola perché sono passati al web.
da qui