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giovedì 10 settembre 2020

ll sale del mare, per la prima volta a Jaffa - Dareen Tatour

Lo scorso 8 agosto  cominciò a trapelare la notizia di centinaia di palestinesi provenienti dalla Cisgiordania che “entravano illegalmente” per visitare il loro paese occupato nel 1948;  in particolare le città costiere  palestinesi  di Jaffa, Accra e Haifa.  Attraversavano infilandosi  in alcune aperture del muro dell’apartheid – non un posto di blocco, solo un’apertura nel muro dell’apartheid.  Decisi così di andare a documentare un  avvenimento che avrebbe potuto  non ripetersi spesso, o forse mai più, finché su questa nostra terra esiste l’occupazione! Così, senza pensarci troppo, ho deciso di  raccontare il momento in cui questi palestinesi hanno incontrato il mare del loro paese per la prima volta nella vita,  raccontarne le emozioni, i  pensieri e i sentimenti.

Ho viaggiato da Reineh, il mio piccolo villaggio nella zona di Nazareth, a Giaffa. Appena arrivata, mi sono diretta verso la spiaggia con tre telecamere. Ero così attratta da questo momento e da questo raro evento che non mi importava del peso che stavo portando e della difficoltà di scattare foto e girare video contemporaneamente.

Iniziai a camminare per le strade di Jaffa e a spostarmi tra le sue spiagge e i suoi parchi. Sono rimasta molto colpita  da quello che ho visto. Non avevo mai visto Jaffa così: la maggior parte delle persone  che  incontravo erano palestinesi. In tutti i posti in cui capitavo, la conversazione tra le persone era in arabo. Ogni volta che mi guardavo intorno vedevo palestinesi, come se stessi vivendo in un periodo di tempo diverso da quello in cui vivo. Ovunque  vedevo donne indossare abiti palestinesi e il jilbab con l’hijab. Vedevo  persone e bambini giocare e divertirsi, ascoltare musica e contemplare la natura. Disporre il cibo sull’erba e sulla sabbia della spiaggia. Ho annusato la maqluba palestinese,  ho seguito il profumo e ho visto una decina di persone sedute attorno a una grande casseruola. Una donna ha  rovescia il piatto su un grande vassoio e il dolce profumo si è diffuso nell’aria di Giaffa. Ho continuato a camminare e ho visto un gruppo di giovani che preparava il narghilè , mentre davanti a loro c’era  un piatto di yogurt  condito con olio d’oliva e accanto ad esso un piatto di olive verdi in salamoia e delle fette di anguria.

Mentre camminavo ho visto qualcosa che dovrebbe essere comune in questo Paese: i panorami e gli odori della presenza palestinese. Vedere Giaffa affollata dai suoi abitanti originari.

Mentre camminavo  chiedevo a tutti quelli che mi passavano accanto quali erano i loro sentimenti riguardo quel momento. La scena era così emozionante, che dai miei occhi sgorgavano lacrime, piangevo  senza conoscere il vero motivo del mio pianto!  Ero colpita dalla scena, dal dolore per Jaffa e per la sua Nakba, o era gioia e speranza per un futuro diverso?

Privare il popolo palestinese del diritto più semplice nel loro paese di nascita, che è quello di vedere il mare e godersi la natura, è un crimine dell’occupazione sionista israeliana contro il popolo palestinese in Cisgiordania. In Palestina un’intera generazione è cresciuta senza sapere cosa sia il mare, cosa sia nuotare nelle sue acque e sentirne il sale.

Ora che ero con  il cuore delle donne, dei bambini, degli uomini, dei  ragazzi e delle ragazze che per la prima volta nella loro vita vedevano il mare, i miei sentimenti sparirono. Mi muovevo da un posto all’altro con i loro occhi e le loro sensazioni. Ho parlato, mangiato, scambiato sorrisi, lacrime e risate con loro. Ho giocato a palla in spiaggia con i bambini e a chi mi ha chiesto di fargli una foto, l’ho scattata subito. I luoghi e i momenti  sono stati toccanti e pieni di storie e di significati.

Ho visto con i miei occhi chi piangeva davanti al mare. Davanti alla mia telecamera ho visto chi è rimasto stupito per qualche minuto, senza poter  pronunciare parola. Ho visto chi rideva e chi soffriva, ho visto e vissuto con loro tutti i sentimenti contraddittori che un palestinese prova sulla propria terra.

Mahmoud di Nablus, 45 anni, è vicino al muro del porto con sua moglie, sua figlia e suo figlio. Guarda il mare, più e più volte, guarda le risate dei suoi due figli mentre gli stanno accanto. Un’onda alta e violenta colpisce il muro, così i due bambini scappano via,  poi tornano di nuovo, aspettando un’altra onda, e il suono delle loro risate travolge tutto l’intorno. Mi sono avvicinata a questa famiglia e ho scattato loro diverse foto e ho chiesto a Mahmoud di raccontarmi i suoi sentimenti e l’esperienza che ha vissuto per raggiungere Jaffa e il mare. Ha detto: “Sono venuto “di contrabbando” [senza permesso] attraverso un’apertura [nel muro dell’apartheid]. Io, mia moglie e i miei figli. Siamo partiti  alle 5:00 del mattino e dopo che l’autobus si è mosso, abbiamo sentito spari e granate assordanti. Ho 45 anni, ho una figlia e un figlio. Stiamo vedendo il mare per la prima volta nella nostra vita. Per tutta la vita non ho sentito l’odore del mare, né assaporato il suo sale. Fino ad ora. Mi è stato impedito di entrare qui per motivi di sicurezza, perché ho passato 8 anni in prigione. In tutta la mia vita e fino a questo momento non avevo visto la mia città, Jaffa. Io sono di qui, sono di Jaffa. Non riesco a credere di essere realmente a Jaffa. . . Jaffa di cui ho sentito molto parlare dai miei genitori, da mio ​​nonno e mia nonna. Ho ricevuto una chiamata ora, mi è stato detto che l’apertura da cui siamo entrati è stata chiusa dall’esercito“.

Nel momento in cui ho saputo che era un ex prigioniero e che gli era stato negato l’ingresso per motivi di sicurezza, ho spento la telecamera e ho continuato a scrivere quello che diceva. Mi parlava con un bel sorriso e con una voce piena di ansia.

Gli ho chiesto: “Hai paura di tornare in Cisgiordania?”

Ha risposto: “Non so cosa succederà, ma sono felice del momento  che sto vivendo adesso e di essere nella mia città per la prima volta nella mia vita. Non voglio pensare alle cose a venire. Mi basta vedere ora la gioia di mio figlio e mia figlia. Sono così felice che i miei figli abbiano visto il mare nella loro infanzia, io sono cresciuto  senza sapere fino a questo momento cosa fosse il mare. ”

Ho sorriso e ho chiesto: “Cosa ne pensi di Jaffa?”

Lui ha risposto: “Jaffa. . . Non riesco a trovare nessuna parola per descriverla e non ci sono parole che possano descrivere le mie sensazioni in questo momento. ”

Ho  preso alcuni dolci dalla borsa, li ho dati ai due bambini, ho salutato questa famiglia e ho promesso loro che per la loro sicurezza non avrei pubblicato le foto e che le avrei inviate solo a loro. Ci siamo scambiati i numeri di telefono e ho continuato a camminare verso la spiaggia nel quartiere di Manshiyya.

Mentre camminavo, ricordai che durante la mia detenzione e prigionia mi era stato negato di vedere il mare per tre anni. Prima del mio arresto,  vi andavo ogni settimana. Questa esperienza mi aveva fatto sentire vicina a ogni parola che queste persone avevano condiviso con me. Il mare regala una sensazione positiva e un benessere psicologico a chi subisce nella vita continue pressioni, soprattutto quando queste sono causate da una lunga occupazione.

Ho raggiunto la spiaggia nel quartiere Manshiyya, un quartiere che dopo essere stato completamente distrutto nel 1948 è stato trasformato in un parco. Non è rimasto altro che un singolo edificio palestinese, successivamente trasformato dalle autorità israeliane in un museo chiamato “Museo Etzel” , che celebra la milizia sionista che ha distrutto il quartiere e lo ha ripulito etnicamente dai palestinesi durante la Nakba. Mi sono tolta le scarpe e ho iniziato a camminare a piedi nudi sulla sabbia.

I miei occhi si sono fermati su Samah, 32 anni, seduta sulla sabbia nel suo jilbab nero,  che guardava il mare mentre le onde  si infrangevano davanti a lei. Quando  mi sono avvicinata e le ho chiesto di parlarmi del momento che stava vivendo, mi ha subito chiesto di interrompere le riprese: “Scrivi e non filmare”. Ho rispettato la sua richiesta, ho spento la fotocamera e sono tornata al taccuino e alla penna. Le ho chiesto: “È la prima volta nella tua vita che  vedi il mare?”

Lei ha risposto: “Sì, questa è la prima volta nella mia vita che vedo il mare ed entro nel nostro paese dal ’48. Vengo da Tulkarm, mio ​​marito è un martire e mi è stato impedito di entrare per motivi di sicurezza. Mio marito è stato ucciso mentre tornava dal lavoro a Jaffa, stava tornando a Tulkarm attraverso una strada proibita. L’esercito lo ha visto, aveva paura che lo arrestassero, perché entrava e usciva senza permesso, quindi è scappato. L’esercito gli ha sparato.”

Ha fatto una pausa e ha iniziato a piangere, poi ha continuato: “Questa è la prima volta che ho scoperto che l’acqua del mare ha lo stesso  sapore della lacrima che è sgorgata ora dai miei occhi “.

Ho fatto un respiro profondo e, alle sue parole,  ho sentito un nodo al cuore. Non sono riuscita a completare la conversazione con lei. Quello che ha detto è stato sufficiente per riassumere la realtà e la storia. L’ho baciata sulla fronte e le ho detto: “Benvenuta a Jaffa, la tua patria “. Ha sorriso  e  ha iniziato a giocare con le onde del mare. L’ho lasciata e ho continuato a camminare, cercando un’altra storia o un’altra lacrima di sale di questo mare.

Ho documentato molte scene con le mie macchine fotografiche e ho scritto molti ricordi con la mia penna, tutti momenti pieni di sentimenti e di storie. Ma la storia più importante che deve essere raccontata ogni volta e ovunque è che siamo un popolo che ama la vita. E che tutta questa terra, dal fiume al mare, si chiama Palestina. E che il silenzio del mondo su questa occupazione e contro questo popolo è il crimine più grande . La vista delle nostre città sulla costa palestinese, Jaffa, Acre, Haifa e Umm Khaled “Netanya”, piene dei loro abitanti originari, dovrebbe essere il paesaggio naturale di questa nostra patria.

 

Dareen Tatour è poetessa, fotografa, attivista sui social media e cittadina palestinese di Israele di Reineh. Dareen ha trascorso quasi tre anni in prigione e agli arresti domiciliari. È stata condannata nel maggio 2018 con l’accusa di istigazione e sostegno ad organizzazioni terroristiche dopo aver pubblicato la sua poesia “Resist, My People, Resist Them” sui social media.


Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

da qui


giovedì 16 agosto 2018

Da Israele all’Egitto, i poeti in prigione


(tratto da Nena News)
Quando uno Stato ha paura di una poesia, la democrazia è un miraggio. Così succede che in poche ore, tra Il Cairo e Nazareth, due poeti finiscano in prigione per dei versi. Il primo condannato dal regime del generale golpista al-Sisi, il secondo dalle autorità di uno Stato che si definisce per legge solo ebraico.
Dareen Tatour è palestinese, cittadina israeliana. Vive a Nazareth, è una poetessa e una scrittrice. Nel 2015, nei giorni caldi, i primi, della cosiddetta Intifada di Gerusalemme – mesi di attacchi isolati con i coltelli da parte di giovani palestinesi contro soldati e coloni israeliani, a volte veri, a volte presunti – pubblicò la poesia “Resist, my people resist them” su internet. A fare da sfondo un video con le immagini di proteste palestinesi.
Per quella poesia aveva subito una condanna a tre anni di arresti domiciliari. Ieri il tribunale di Nazareth, città a maggioranza palestinese nel nord di Israele, ha comminato una nuova pena: cinque mesi di carcere per “incitamento alla violenza”. La stessa corte a maggio l’aveva dichiarata colpevole del reato, ieri ha emesso la sentenza.
“Resisti, mio popolo, resisti loro / A Gerusalemme, ho indossato le mie ferite e respirato le mie pene /E ho portato l’anima sul palmo della mano / per una Palestina araba / Non mi arrenderò a una soluzione pacifica / Non abbasserò le mie bandiere / finché non li caccerò dalla mia terra”.
Questo un estratto della poesia incriminata che racconta le storie di tre giovani, l’adolescente Mohammed Abu Khdeir, rapito e dato alle fiamme da alcuni coloni a Gerusalemme, Hadeel al-Hashlamoun, 18enne ucciso dall’esercito a Hebron, e il piccolo Ali Dawabsheh, otto mesi, ucciso da un gruppo di coloni che hanno dato fuoco alla sua casa vicino Nablus.
Per il legale di Tatour, Gaby Lasky, “il verdetto viola il diritto di parola e la libertà di espressione ed è una violazione dei diritti della minoranza palestinese dentro Israele”. Per la poetessa si erano mobilitati autori e scrittori da tutto il mondo, tra cui 150 intellettuali statunitensi – tra cui Naomi Klein e il premio Pulitzer Alice Walker – che avevano fatto appello a Tel Aviv perché la rilasciasse.
Niente da fare. In un video pubblicato online Tatour ha promesso che continuerà a scrivere: “Dopo la legge sullo Stato-nazione ebraico, mi aspetto di tutto – diceva poche ore prima l’emissione della sentenza – Non credo che in Israele ci sia giustizia e continuerò a scrivere poesie con il linguaggio che voglio e con le parole che scelgo. Non accetto di farmi dire da nessuna legge cosa scrivere e come”.
Tatour era stata già arrestata l’11 ottobre del 2015, pochi giorni dopo la pubblicazione della poesia su Facebook, per essere posta ai domiciliari per tre anni il gennaio successivo. In tanti hanno paragonato il suo caso a quello del soldato israeliano Elor Azaria, che per aver ucciso un palestinese ferito, a terra, ha scontato solo nove mesi di prigione.
Nelle stesse ore in Egitto Galal al-Behairy veniva condannato a tre anni di carcere da un tribunale militare e al pagamento di una multa di 560 dollari per un libro di poesia che, secondo i giudici, avrebbe criticato l’esercito egiziano e per una canzone che avrebbe preso in giro il presidente al-Sisi. L’accusa è blasfemia e insulti all’establishment militare.
Al-Behairy era stato arrestato lo scorso marzo, dopo l’uscita della canzone “Balaha”, nome di un personaggio di un film egiziano, un bugiardo compulsivo, con cui gli egiziani si prendono gioco di al-Sisi:
“Oh Balaha, quattro anni sono alla fine trascorsi in disgrazia / Con tutti tuoi gangster nelle prigioni più buie / Spero tu possa marcire in un posto così”
Non solo: il poeta ha scritto un libro, una raccolta di poesie intitolata “The finest women on Earth”, titolo che secondo la magistratura militare richiama ai soldati del paese: un hadith attribuito al profeta Maometto parla di “the finest soldiers on Earth”. Per il tribunale, dunque, una presa in giro dell’esercito e una sua “femminilizzazione”. Al-Behairy si è difeso, parlando di folle interpretazione. Tant’è: la poesia è comunque finita dietro le sbarre di un regime sempre più paranoico. Nena News

martedì 8 maggio 2018

divieto di poesia


 “Istigazione alla violenza”: condannata la poetessa palestinese Tatour - Roberto Prinzi 


Condannata per “istigazione alla violenza” e sostegno ad una “organizzazione terroristica” per un post su Facebook. È quanto ha stabilito ieri un tribunale di Nazareth per la poetessa Dareen Tatour. Taour, palestinese con cittadinanza israeliana, nel 2015 aveva pubblicato sul noto social network un video in cui alcuni palestinesi lanciavano pietre contro l’esercito israeliano accompagnandolo con un suo poema intitolato “Resisti, popolo mio, resisti”. L’imputata si è difesa spiegando che il suo componimento non era affatto un invito alla violenza, quanto piuttosto una esortazione a lottare. Una lotta che, ha precisato, solo le autorità israeliane hanno voluto interpretare come violenta: secondo la corte, infatti, i post della Tatour “hanno creato una reale possibilità di ispirare le persone a commettere atti di violenza e terrore”. La sentenza è prevista per questo mese anche se non è ancora chiaro quando con esattezza.
La decisione del tribunale non ha stupito Tatour che, al termine dell’udienza di ieri, si è detta “pronta a tutto” e ha rivendicato il suo gesto. “Il mondo intero ascolterà la mia storia – ha dichiarato – Il mondo intero sentirà che tipo di democrazia è Israele. Una democrazia solo per gli ebrei mentre gli arabi vanno in carcere. Il tribunale ha detto che sono condannata per terrorismo. Se questo è terrorismo, allora darò al mondo un terrorismo d’amore”. Intervistata dal portale Middle East Eye prima del verdetto di ieri, la poetessa aveva spiegato che era stata inizialmente accusata per un suo post su Facebook del 2014 in cui aveva scritto “Sono la prossima martire”. “Le accuse – ha raccontato – erano deboli per cui hanno scavato nel mio Facebook e hanno così trovato il poema dove hanno interpretato il verso: ‘Resisti, mio popolo, resisti al furto del colono e segui la carovana dei martiri’ come un invito rivolto ai palestinesi ad essere uccisi ed essere martiri”.
I problemi con la legge per Tatour iniziano l’11 ottobre del 2015, una settimana dopo la pubblicazione in rete del suo componimento: la polizia israeliana fa irruzione nella sua casa di Reineh (nei pressi di Nazareth) e l’arresta. Inizia così il calvario della poetessa: detenuta prima per 3 mesi, viene posta ai domiciliari nella casa di suo fratello nel quartiere di Kiryat Ono a Tel Aviv per 6 mesi durante i quali le è stato impedito di utilizzare Internet, il cellulare e di pubblicare i suoi lavori sui media. Dopo 4 mesi l’è stato concesso di lasciare l’abitazione per due ore nei weekend solo se accompagnata da un parente.
Il caso Tatour ha avuto ampia eco anche al di fuori d’Israele: per la sua liberazione si sono mossi oltre 150 intellettuali, tra cui Alice Walker, Naomi Klein, Natasha Trethewey e Jacqueline Woodson. In difesa della poetessa è intervenuto ieri anche il gruppo internazionale degli scrittori PEN: “Dareen Tatour è condannata per aver fatto quello che gli scrittori fanno ogni giorno: usare le loro parole per sfidare pacificamente l’ingiustizia”.
Sulla decisione del tribunale di Nazareth è stato duro il commento della sua legale, Gaby Lasky: “In pratica quello che la corte ha fatto è stato seppellire la libertà di parola nonostante abbiamo portato in aula [come prova] molti componimenti di poeti ebrei scritti nel corso degli anni che sono molto più duri di quelli di Dareen. Tuttavia, in quei casi, nessuno ha mai pensato di incriminare [i loro autori]” . Secondo Lasky, il poema della sua assistita è stato “mal interpretato” dalle autorità perché, invece di essere un invito alla violenza, è “una espressione artistica”. Le accuse, ha poi sottolineato, sono “un attacco alla libertà di espressione” della sua cliente e “una violazione dei diritti culturali della minoranza palestinese all’interno d’Israele che provoca autocensura e auto-criminalizzazione della poesia”.
La durezza del mondo giudiziario israeliano contro i palestinesi non è cosa nuova: per aver dato qualche schiaffo a dei soldati lo scorso dicembre, l’adolescente Ahed Tamimi sta scontando 8 mesi di carcere (patteggiati per evitare una pena più severa). Ma l’inflessibilità dei tribunali viene meno quando a compiere i reati sono cittadini ebrei israeliani. Il caso recente più emblematico è rappresentato dal soldato Elor Azaria che il 24 marzo del 2016 uccise a sangue freddo a Hebron il palestinese Abdel Fattah al-Sharif. Per il militare la pena già irrisoria di 18 mesi di detenzione è stata ridotta a solo un anno di carcere per “buona condotta” e perché “non costituisce un pericolo”. Nelle differenze di trattamento tra Tamimi e Tatour da un lato, e Azaria dall’altro, c’è la rappresentazione più significativa del doppio binario su cui viaggia la “giustizia” israeliana.