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venerdì 19 giugno 2026

Epstein, Barak, Chomsky e gli altri: l’eugenetica delle élite - Tahar Lamri


Oltre che uno stupratore di donne e bambine e un ricattatore seriale, Jeffrey Epstein era un ideologo della superiorità razziale. Con la sua cerchia di interlocutori perseguiva una lucida visione eugenetica.

Non è uno scandalo come gli altri. I file Epstein – le migliaia di pagine di email, trascrizioni e registrazioni audio rilasciate tra la fine del 2025 e il febbraio del 2026 – raccontano, sì, di potere, soldi e violenza sessuale. Ma raccontano anche, e forse prima di tutto, di un pensiero che circolava tra le menti più celebrate dell’Occidente accademico e politico: un pensiero sulla gerarchia umana, sulla qualità del materiale biologico, sulla possibilità – anzi, sulla necessità – di selezionare, controllare e migliorare la composizione delle popolazioni. In una parola: eugenetica. Solo che nessuno la chiamava così.

La registrazione della conversazione tra Ehud Barak, ex Primo Ministro di Israele, Jeffrey Epstein e l’ex Segretario al Tesoro americano Larry Summers – tre ore e mezza, privata, apparentemente del 2015 – è diventata la porta d’ingresso su questo universo.

La registrazione Epstein-Barak: gerarchia etnica in forma di strategia

Nella registrazione con Epstein e Summers, Barak non perde tempo in preamboli. Si trova a parlare di ciò che chiama “la sfida demografica di Israele nel lungo periodo” e il suo ragionamento procede con la naturalezza di chi esprime opinioni che non ha mai avuto ragione di nascondere.

Il punto di partenza è una constatazione numerica: la popolazione araba di Israele è passata da circa il 16% di quarant’anni prima, all’attuale 20% (all’epoca della conversazione). A questo si aggiunge la crescita demografica degli ebrei ultraortodossi (haredim), che Barak considera – con la sua tipica franchezza laico-–militare – un altro peso improduttivo per lo Stato. Il problema, come lo vede lui, è di bilanciamento.

La sua soluzione si articola su tre assi. Primo: immigrazione selettiva, in particolare di ebrei russofoni dalla Russia. Secondo: conversione di massa all’ebraismo, previa demolizione del monopolio del rabbinato ortodosso sulle procedure di conversione. Terzo: una gerarchia esplicita all’interno della cittadinanza arabo-israeliana: drusi in cima (“totalmente israeliani nel loro comportamento”), cristiani arabi al secondo posto (“hanno un sistema educativo migliore del nostro”), musulmani implicitamente in fondo.

Ma il passaggio più rivelatore – quello che ha suscitato lo scandalo maggiore – riguarda la storia dell’immigrazione ebraica stessa. Riferendosi all’ondata di immigrazione post-1948 dal Nord Africa e dal mondo arabo, Barak dice: “Fu una sorta di ondata di salvataggio dal Nord Africa, dal mondo arabo o quel che sia. Presero qualunque cosa arrivasse; ora possiamo essere selettivi.”

E ancora: “Possiamo controllare la qualità molto più efficacemente, molto più di quanto facessero i fondatori di Israele.”

La parola qualità applicata a esemplari umani. Il termine “selettivi” per descrivere una politica migratoria verso i propri correligionari. Queste affermazioni sono state riportate e analizzate da Middle East Eye, Al Jazeera, Times of Israel e Ynet News. E, sullo sfondo, la valutazione implicita – e storica – dell’immigrazione mizrahi (ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente) come immigrazione di serie B, accettata per necessità, non per scelta.

La questione ashkenazita: un eurocentrismo fondativo

Per capire il peso di simili parole, occorre conoscere la storia che vi sta sotto. Israele non è mai stato uno Stato omogeneo. Fin dalla sua fondazione nel 1948, la sua leadership politica, militare e culturale fu quasi interamente ashkenazita – ovvero di origine ebraica dell’Europa orientale e centrale. Ben-Gurion, Golda Meir, Begin, Peres, Rabin, Barak stesso, sono tutti parte di quella tradizione.

Questa élite portava con sé i valori, i pregiudizi e il senso di superiorità culturale dell’Europa orientale ebraica. Il sionismo laburista – il movimento politico che costruì le istituzioni dello Stato – era profondamente eurocentrico: immaginava Israele come una “villa nel deserto”, un avamposto della civiltà occidentale in un Medio Oriente arretrato. Gli ebrei orientali – i mizrahi, i sefarditi del Nord Africa, dello Yemen, dell’Iraq, della Siria – erano visti con ambivalenza. Erano fratelli di fede, sì, ma portatori di una cultura sospettata di arretratezza, contiguità con il mondo arabo e inadeguatezza al progetto modernista.

Le prove storiche di questa discriminazione sono abbondanti e documentate. Negli anni ’50 del Novecento, decine di migliaia di bambini yemeniti e nord-africani scomparvero dagli ospedali israeliani: morirono, disse lo Stato, di malattia. Decenni dopo, commissioni d’inchiesta hanno accertato che molti furono dati in adozione ad ashkenaziti senza il consenso delle famiglie, nel quadro di un’ideologia che considerava i bambini orientali “recuperabili” solo se sottratti alla loro cultura d’origine. Fu uno dei crimini fondativi più taciuti della storia israeliana.

Gli immigrati nord-africani arrivati negli anni ’50 furono instradati verso le ma’abarot – tendopoli di transito – e poi verso le “città di sviluppo” nelle periferie del deserto, lontano dal centro del paese. La segregazione non era formale – non c’era apartheid giuridico tra ebrei – ma era reale, strutturale, e si tradusse in decenni di sottorappresentazione politica, economica e culturale dei mizrahi.

Quando Barak dice che i fondatori “presero qualunque cosa arrivasse”, sta inconsapevolmente – o consapevolmente – riproducendo quella stessa narrativa. Il giornalista israeliano Rogel Alpher su Haaretz ha fotografato la cosa con precisione chirurgica: Barak parlava “come se fosse membro di un comitato di ammissione di una comunità residenziale israeliana”.

L’idea della conversione di massa come ingegneria etnica

Ancora più elaborata è la proposta di conversione di massa. Barak vuole che Israele apra le porte a un altro milione di immigrati russofoni – molti dei quali non ebrei secondo la halacha, la legge religiosa – e li integri attraverso un processo di conversione semplificato, svuotando il rabbinato ortodosso del suo potere di veto.

L’idea che un ex Primo Ministro abbia proposto a Putin di “inviare un altro milione di russi” è di per sé straordinaria. Il rabbino Pinchas Goldschmidt, ex rabbino capo di Mosca, ha raccontato al Forward di aver ricevuto già decenni fa una proposta simile, mediata dall’allora ministro Haim Ramon, e di averla respinta: “La halacha non parla in cifre. Non c’è un numero in alto e non c’è un numero in basso. La halacha parla di standard e condizioni”. Più tardi, scoprì che la stessa idea era stata discussa con Epstein.

Il dettaglio più inquietante è il riferimento alle “ragazze giovani” della prima ondata russa degli anni ’90, pronunciato con Epstein che ridacchia sullo sfondo. In un documento che riguarda un pedofilo convinto e un trafficante seriale di giovani donne, quel dettaglio non è innocuo. È il momento in cui la conversazione demografica si rivela immersa in un contesto di mercificazione dei corpi femminili – dove le donne russofone vengono citate sia come ingrediente del piano demografico, sia come oggetto di desiderio.

Jeffrey Epstein: l’eugenista che si comprava le menti

Per capire il ruolo di Epstein in tutto questo, bisogna liberarsi dall’immagine del semplice pedofilo ricco. Epstein era questo, certamente – un criminale seriale, uno stupratore di bambine – ma era anche altro: era un ideologo. Aveva una visione del mondo, e usava il suo denaro per finanziarla, per diffonderla e attirarsi intorno le menti che potevano darle legittimità accademica.

La sua ossessione centrale era l’eugenetica. Secondo il New York Times, Epstein ambiva a “seminare la razza umana” con il suo DNA impregnando donne nel suo ranch del New Mexico. Aveva parlato di voler far congelare il suo cervello e il suo pene alla morte, per essere riportato in vita nell’era del transumanismo. Finanziò il lavoro di George Church, genetista di Harvard, che stava sviluppando un’app per abbinare i partner in base alla compatibilità genetica. Discusse con biologi evoluzionisti e neuroscienziati della possibilità di modificare i geni responsabili della “memoria di lavoro”. Usava il termine “altruismo genetico” per dare una vernice filantropica a ciò che era, nei fatti, eugenetica classica.

Edge: il salotto dove la pseudoscienza diventava mainstream

Il vettore principale attraverso cui Epstein si inserì nel mondo intellettuale fu Edge, il salotto fondato dall’agente letterario John Brockman negli anni ’90. Come ha ricostruito la giornalista Virginia Heffernan – che ne fu membro – Edge si presentava come il luogo dove le menti più brillanti del mondo si incontravano per discutere le grandi questioni del tempo. Tra i suoi membri figuravano Richard Dawkins, Steven Pinker, Daniel Dennett, Marvin Minsky, Martin Nowak, Robert Trivers. Ma il vero padrone di casa, quello che pagava, finanziava e attirava a sé le menti di punta, era Epstein.

I file rivelano email in cui il finanziere discute di “gerarchia razziale” con scienziati del suo cerchio. Coltivava relazioni con figure della destra alternativa online. Discusse con i suoi interlocutori scientifici della “utilità del fascismo”.

L’investimento più grande – 9,1 milioni di dollari tra il 1998 e il 2008, di cui 6,5 milioni in un’unica tranche nel 2003 – andò al Program for Evolutionary Dynamics di Harvard, diretto dal matematico-biologo Martin Nowak. Come ha scritto la storica della scienza Naomi Oreskes su Scientific American: “Epstein era un eugenicista dell’era moderna la cui ossessione era legata all’illusione delirante di seminare la razza umana con il proprio DNA. Ciò che peggiora le cose è che concentrasse la sua generosità sulla ricerca sulla base genetica del comportamento umano”.

Il transumanismo come eugenetica presentabile

C’è un filo che lega il pensiero di Epstein alla Silicon Valley contemporanea: a Elon Musk, a Peter Thiel, alle fantasie di “miglioramento umano” che circolano tra i miliardari tech. Quel filo è il transumanismo: l’idea che la tecnologia possa e debba trascendere i limiti biologici dell’uomo, portando a una nuova specie superiore. Come nella versione classica dell’eugenetica novecentesca, c’è la convinzione che alcuni siano più adatti di altri alla sopravvivenza e alla riproduzione. Solo che invece di razzismo biologico esplicito si parla di “ottimizzazione genetica”, di “editing del DNA” o  di “altruismo evolutivo”.

La differenza con l’eugenetica nazista o americana degli anni ’30 è solo di forma. La sostanza è la stessa: l’idea che ci siano popolazioni “di qualità superiore” da riprodurre e popolazioni “problematiche” da gestire, ridurre o escludere. Che venga espressa in linguaggio da startup tecnologica invece che in lingua tedesca non la rende meno pericolosa.

Il caso Chomsky: il dissidente cooptato

Di tutte le rivelazioni uscite dai file Epstein, quella che ha colpito più duramente la sinistra intellettuale riguarda Noam Chomsky. Il linguista del MIT, 97 anni, autore di Capire il potere e di La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, risulta aver intrattenuto con Epstein una relazione estesa, multiforme e – nonostante le smentite – difficilmente riducibile a un semplice malinteso. Il dossier completo è stato ricostruito dal World Socialist Web Site, dal New Statesman, da CounterPunch e da The Canary.

La portata del rapporto

Le email e i messaggi di testo rilasciati documentano anni di frequentazione. Epstein trasferì 270.000 dollari sui conti di Chomsky o della sua famiglia. Gli offrì l’uso del suo appartamento di Manhattan. Lo invitò sull’isola. Gli mandò kit del DNA nel 2017: una mossa che si inserisce, come è ora chiaro, nella sua ossessione per la raccolta di materiale genetico da individui di spicco intellettuale.

In uno degli scambi più inquietanti, Epstein spinse Chomsky su temi di differenze cognitive tra gruppi razziali e possibilità di editing genetico. La risposta di Chomsky fu quella di un uomo che cerca di resistere alla provocazione: attribuì le disparità misurate nei test cognitivi all’eredità storica del razzismo, non a fattori biologici. Ma poi concesse il terreno su cui Epstein voleva portarlo: disse che se i geni potessero essere modificati, la priorità dovrebbe essere ridurre la “ferocia dedicata” di chi cerca il potere. Epstein aveva ribattezzato il tutto “altruismo genetico”. Quando nel 2016 Epstein gli inviò un link al podcast neonazista The Right Stuff – la stessa rete che avrebbe poi partecipato attivamente al raduno di Charlottesville del 2017 – non risulta che Chomsky abbia interrotto il rapporto.

Il dettaglio forse più imbarazzante riguarda il 2019: quando il Miami Herald pubblicò l’inchiesta sugli abusi di Epstein, Chomsky gli scrisse consigliandogli di ignorare le accuse, descrivendo il trattamento ricevuto come frutto di un’isteria mediatica. “Il modo migliore per procedere è ignorarla”, scrisse. Chomsky esprimeva simpatia a Epstein per “il modo orribile in cui sei trattato dalla stampa e dal pubblico”.

La moglie di Chomsky, Valeria, ha rilasciato una dichiarazione ammettendo “gravi errori di giudizio”: Epstein avrebbe costruito “un racconto manipolatorio” sulla propria innocenza cui Chomsky, in buona fede, avrebbe creduto. Ma lettere come quella in cui Valeria descriveva Epstein come “il nostro migliore amico, intendo l’unico” – o quella in cui Noam concludeva con “come una vera amicizia, profonda e sincera ed eterna da entrambi noi” – sono difficili da ridurre a manipolazione unilaterale.

Come si spiega?

La spiegazione più convincente è strutturale, non psicologica. Chomsky ha sempre creduto che il cambiamento non venisse dalla classe lavoratrice organizzata, ma dall’azione educativa sulle élite. Ha sempre pensato che fosse più utile influenzare chi detiene il potere piuttosto che organizzare chi non lo ha. Questa visione lo portava naturalmente a cercare accesso ai centri del potere, non ad arginarli dall’esterno.

In questo senso, Chomsky e Barak sono speculari: entrambi si muovono in un universo in cui le decisioni che contanosi prendono in privato – in appartamenti di Manhattan, sull’isola di Little St. James, nei salotti di Edge, nelle conversazioni riservate con i capi di Stato. Entrambi accettano, in forme diverse, la logica elitista che Epstein incarnava.

L’imbarazzo della sinistra

La reazione della sinistra intellettuale americana a questa vicenda è stata rivelatrice. Il silenzio è stato la risposta dominante. Jacobin, che nel giugno 2024 aveva celebrato Chomsky come ‘campione intellettuale e morale’, non ha pubblicato un’analisi critica degna di nota. E l’asimmetria – la stessa che Barak ha rivendicato nella sua autodifesa – è essa stessa un problema politico. La critica del potere applicata solo agli avversari smette di essere critica e diventa identità settaria.

Chi altri nella cerchia?

Barak, Chomsky ed Epstein sono le figure centrali di questa vicenda, ma non le sole. Attorno a loro si muove una galassia di nomi che i file continuano a rivelare.

Lawrence Summers

L’ex Segretario al Tesoro di Clinton, ex presidente di Harvard e uno degli architetti della deregolamentazione finanziaria degli anni ’90 era presente nella conversazione con Barak. È lui ad aver introdotto il concetto della terrible demography: l’espressione che nella politica israeliana identifica la crescita demografica palestinese come una minaccia esistenziale. Summers ed Epstein si scambiarono email in modo routinario per anni, secondo il New York Times. Summers era anche alla cena di Harvard del 2004 con Epstein, Dershowitz, Trivers e Pinker: la foto che li ritrae vale più di mille parole.

Il circolo scientifico

Martin Nowak, il matematico finanziato da Epstein con 6,5 milioni di dollari, è solo il caso più eclatante. Ci sono anche: il fisico teorico Lawrence Krauss, presidente del progetto Origins di Arizona State University, che chiedeva consigli a Epstein dopo le proprie accuse di molestie sessuali; la fisica Lisa Randall di Harvard, che scherzava sull’arresto di Epstein in tono affettuoso. Elementi ampiamente ricostruiti da Scientific American nel novembre 2025.

Il denominatore comune non è la consapevole adesione all’eugenetica, almeno non in tutti i casi. È qualcosa di più sottile: l’accettazione del finanziamento, la disponibilità a frequentare il personaggio, la rinuncia a fare domande sulla provenienza del denaro e sulle intenzioni di chi lo elargiva. La cooptazione funziona raramente con la violenza o l’esplicita corruzione. Funziona con la lusinga, la convenienza, il senso di appartenere a una cerchia speciale.

Il corpo come territorio: pedofilia, stirpe e dominio

C’è una dimensione degli Epstein Files che il dibattito pubblico ha faticato a mettere a fuoco, e che invece i relatori speciali del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU hanno avuto il coraggio di nominare senza eufemismi. Nella dichiarazione del 17 febbraio 2026, i relatori scrivono che le prove contenute nei file sono tali da configurare potenzialmente crimini contro l’umanità: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, femminicidio. La loro analisi aggiunge qualcosa di fondamentale: questi crimini sono stati commessi “in un contesto di ideologie suprematiste, razzismo e misoginia estrema”. Ovvero: c’era una cornice ideologica. C’era un sistema di credenze che li rendeva pensabili, anzi razionali, per chi li pianificava.

È precisamente questa connessione – tra il piano ideologico e quello criminale – che la politologa australiana Melinda Cooper ha contribuito a chiarire. Cooper, il cui lavoro è stato segnalato in Italia da Francesca Coin sul manifesto, propone un’analisi che va controcorrente rispetto alla narrazione prevalente. La versione più diffusa della vicenda Epstein separa nettamente due piani: quello degli abusi sessuali e quello delle idee eugenetiche. Come se fossero due patologie indipendenti presenti nello stesso individuo. Cooper sostiene invece che questa separazione è analiticamente sbagliata: i due piani sono manifestazioni diverse della medesima struttura di pensiero.

L’orda patriarcale e il controllo dei corpi

Per comprendere questa unità profonda, Cooper recupera una categoria freudiana: quella dell’orda primordiale. In Totem e Tabù, Freud descriveva la fantasia arcaica che soggiace alle forme di organizzazione patriarcale del potere: il maschio dominante che si appropria dei corpi femminili per garantire la propria continuità biologica e costruire una discendenza che prolunghi la sua presenza oltre la morte. L’orda, in questa lettura, risponde a un progetto di immortalità attraverso la riproduzione controllata.

Questa griglia, applicata alla vicenda Epstein, rivela qualcosa che il moralismo individuale non riesce a vedere. Il piano di Epstein di fecondare decine di donne nel suo ranch del Nuovo Messico, lungi dall’essere la fantasia di un ricco eccentrico, rappresentava la versione esplicita, spudorata, di una logica che attraversa tutta la sua rete. Il file EFTA02731395 – il diario di una minorenne a cui fu strappato il figlio appena nato – testimonia che questa logica era stata tradotta in pratica. Un progetto di produzione genealogica, in cui i corpi delle ragazze erano il mezzo e la stirpe di Epstein era il fine.

Questa stessa logica, travestita da visione tecnologica del futuro, è riconoscibile nell’ambizione di Elon Musk di moltiplicare la propria discendenza su scala industriale e di usare SpaceX come vettore della propria eredità genetica verso Marte. Non è una coincidenza che sia Epstein che Musk gravitassero attorno agli stessi ambienti intellettuali:– il transumanismo, la rete Edge, la Silicon Valley eugenicista. In tutti questi casi, la fantasia dell’orda si ripresenta in forma moderna: il maschio eccezionale che intende perpetuare i propri geni, usando il corpo delle donne come strumento e la scienza come legittimazione.

Si tratta di un sistema

La comprensione sistemica che Cooper propone risolve un enigma che ha lasciato perplessi molti commentatori: come poteva la stessa rete includere un ex Primo Ministro israeliano che discuteva di ingegneria demografica di Stato, accademici di Harvard che progettavano ottimizzazioni genetiche, un intellettuale di sinistra come Chomsky sedotto dall’accesso all’élite, e abusatori seriali di bambine? Questi soggetti sembrano avere poco in comune, eppure gravitavano attorno allo stesso epicentro.

La risposta è che condividevano, in forme diversamente elaborate e con diversi gradi di consapevolezza, un’ontologia sociale in cui la gerarchia tra esseri umani è naturale e il dominio è il suo esercizio legittimo. In questa visione del mondo, i corpi – in particolare i corpi femminili, e più ancora i corpi delle donne povere, non bianche, provenienti da paesi subalterni – non sono soggetti con diritti e dignità propri: sono risorse. Come ha sintetizzato Cooper, citata in un articolo di CounterPunch, il progetto politico di questa classe è quello di “governare un’economia di padroni e servi”. La rete Epstein era il luogo in cui quel progetto si esercitava senza filtri.

La genealogia intellettuale: da The Bell Curve alle email di Epstein

Questo sistema di idee ha una storia, e ignorarla significa non capire la vicenda. Nel 1994 Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicarono The Bell Curve, un volume che sosteneva l’esistenza di differenze cognitive strutturali tra gruppi razziali. La tesi implicita era di natura eugenetica: il declino cognitivo della specie si combatte scoraggiando la riproduzione dei ceti inferiori e dei gruppi considerati meno dotati. Il libro fu ampiamente criticato dalla comunità scientifica, ma non per questo ignorato; fu bensì recepito, discusso, metabolizzato in quella parte dell’establishment americano che si riconosceva nel cosiddetto “pensiero duro”, quello capace di affrontare “verità scomode”.

Tre decenni dopo, questa genealogia è rintracciabile direttamente nella corrispondenza di Epstein. Nelle email con Chomsky, Epstein citava articoli da The Right Stuff – il podcast legato ai circoli neonazisti che avrebbe contribuito a organizzare il raduno di Charlottesville – come veicolo delle sue tesi sulla “scienza della razza”. Nelle email con Joscha Bach, tecnologo della Silicon Valley, si discuteva apertamente di presunte inferiorità cognitive legate all’appartenenza etnica. Epstein finanziava George Church per sviluppare strumenti di selezione genetica. Finanziava Nick Bostrom, filosofo transumano con una storia documentata di dichiarazioni razziste e legami con Musk, per sviluppare un’organizzazione che Epstein usava come involucro presentabile del suo progetto eugenetico. Il filo è continuo, e non è un caso.

L’elemento che emerge con forza da un’analisi integrata è questo: le ragazze e le bambine trafficate, sottoposte a violenza riproduttiva nel contesto della rete Epstein erano la parte più esposta, il punto in cui l’ideologia si traduceva in pratica corporea. Ma la stessa logica di strumentalizzazione operava, in forme meno visibili e socialmente più accettate, nei dibattiti demografici di Barak, nelle ambizioni genealogiche di Epstein, nelle teorie di ottimizzazione genetica dei ricercatori di Harvard. Il disprezzo per la dignità eguale degli esseri umani funzionava su tutti questi piani simultaneamente, con registri diversi ma con la stessa struttura profonda.

L’eugenetica come logica del potere

Cosa ci dice tutto questo sul momento storico in cui viviamo? Molto. Forse tutto.

L’eugenetica non è mai sparita. È stata messa nella clandestinità dopo Auschwitz: nessuno poteva più parlarne esplicitamente, dopo che il progetto nazista aveva mostrato dove portava. Ma le idee non muoiono, si travestono. Si travestono da “realismo demografico” (come dice Barak), da “eugenetica positiva” e “altruismo genetico” (come dice Epstein), da “ottimizzazione genetica” e “transumanismo” (come nella Silicon Valley). La struttura del pensiero rimane identica: ci sono popolazioni di qualità superiore e popolazioni problematiche; il futuro dell’umanità richiede di amplificare le prime e ridurre o controllare le seconde.

Nel caso israeliano, questo pensiero ha una valenza geopolitica diretta. La domanda demografica – chi avrà la maggioranza numerica tra il Giordano e il Mediterraneo – è reale, e le risposte che se ne danno strutturano le politiche concrete. L’idea di Barak di importare un milione di russi, convertirli pro forma, e usarli come contrappeso alla crescita araba non è fantapolitica: è una proposta seria, discussa con un capo di governo (Putin) e con l’establishment economico americano (Summers). Se fosse stata attuata, avrebbe cambiato radicalmente la composizione della società israeliana.

L’inganno del ‘pensiero duro’

Nel gergo degli ambienti che ruotano attorno alla rete Edge e alla Silicon Valley reazionaria, è diffuso un approccio intellettuale che va sotto il nome di “dark enlightenment”. Un’espressione coniata dal filosofo britannico Nick Land e dal blogger Curtis Yarvin per designare un pensiero che si vuole libero da ogni vincolo egualitario e democratico. In Italia non ha ancora un nome consolidato, ma la sua logica è riconoscibile: rivendicare il coraggio di “dire ciò che non si può dire”, presentando come censura qualsiasi obiezione etica. In questo saggio lo traduciamo con l’espressione “pensiero duro”.

Il pensiero duro è la trappola intellettuale in cui molti di questi personaggi sono caduti. La trappola dell’idea che i “fatti scomodi” debbano essere affrontati senza tabù, a rischio altrimenti di essere dominati da chi lo fa. Questa retorica del coraggio intellettuale serve a screditare preventivamente chiunque sollevi obiezioni etiche. Come ha analizzato Virginia Heffernan nel suo articolo per The Nerve: “Il salon [Edge] ha fatto da tramite tra il denaro miliardario e le menti di maschi dominanti, e insieme, nel corso dei decenni, sono approdati a una filosofia comune: erano predatori naturali, chiamati a sfruttare e sottomettere gli altri.”

Lo specchio europeo: Renaud Camus, Sellner e la remigrazione come eugenetica negativa

C’è un filo che collega il laboratorio ideologico della rete Epstein alla destra identitaria europea, e passa attraverso la stessa ossessione: chi ha il diritto di abitare un territorio, e chi deve essere indotto – o costretto – ad andarsene. È la stessa domanda che Barak formulava in positivo (importare il materiale umano “giusto”) e che il movimento identitario europeo formula in negativo: espellere quello “sbagliato”. Due risposte speculari alla medesima visione del mondo, in cui la composizione etnica della popolazione è un problema tecnico da risolvere attraverso l’ingegneria demografica.

La cornice teorica è quella del Grand Remplacement, la teoria elaborata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo cui le popolazioni europee di origine cristiana starebbero subendo una sostituzione progressiva da parte di immigrati non europei. Camus fornisce la diagnosi. La traduzione in programma politico operativo è opera dell’austriaco Martin Sellner, capo del Movimento Identitario austriaco e oggi figura di riferimento dell’internazionale identitaria europea. Con il suo libro Remigration. Ein Vorschlag (2024) – tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Remigrazione. Una proposta nel 2025, da Passaggio al Bosco – Sellner trasforma la parola d’ordine in proposta di legge: rimpatrio “incentivato” o coatto non solo degli irregolari, ma di immigrati con permesso di soggiorno regolare, di naturalizzati, di persone nate e cresciute in Europa. Come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale, quella che si chiama “remigrazione” è, se chiamata con il suo nome, deportazione su base identitaria: la revoca selettiva dell’appartenenza.

La genealogia intellettuale di questo movimento condivide radici con quella della rete Epstein, anche se i percorsi sono distinti. Il Pioneer Fund – la fondazione americana fondata nel 1937 con l’obiettivo esplicito di promuovere la “race science” e il miglioramento della “razza bianca”, classificata come hate group dal Southern Poverty Law Center – ha finanziato per decenni sia la ricerca eugenetica che ha alimentato libri come The Bell Curve, sia le reti di pubblicazioni che hanno nutrito la destra identitaria europea. Come ha ricostruito un’inchiesta di The Conversation, le stesse fondazioni, gli stessi donatori e spesso gli stessi ricercatori circolavano tra le riviste di race science anglosassoni e i movimenti identitari europei. L’eugenetica non ha mai smesso di esistere: ha cambiato editore e indirizzo.

Sul versante della Silicon Valley, il collegamento è ancora più esplicito. Peter Thiel – miliardario libertario presente nella rete di Epstein, finanziatore del transumanista Nick Bostrom e di una costellazione di think tank della destra radicale americana – ha incontrato nel 2016 esponenti del movimento alt-right e white nationalist americano, come documentato da BuzzFeed News. L’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il politico europeo più vicino all’ambiente di Thiel, ha appena fondato un nuovo think tank chiamato Global Shift Institute. Sellner ha annunciato la creazione di un Institute for Remigration con ambizioni transnazionali, dichiarando di essere in contatto con esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. La rete si estende e si consolida.

L’Italia laboratorio per politiche di ingegneria demografica

L’Italia è diventata un laboratorio privilegiato di questi fenomeni. Il Remigration Summit del maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, in provincia di Varese, in un teatro messo a disposizione dal sindaco leghista Andrea Cassani. Sellner lo ha scelto perché l’Italia è considerata “un paese sicuro per un raduno dell’estrema destra”, come hanno riferito gli organizzatori. Tra i relatori: Jean-Yves Le Gallou (ex Front National), Eva Vlaardingerbroek (Olanda), Afonso Gonçalves del gruppo filonazista portoghese Reconquista. A gennaio 2026, la conferenza stampa alla Camera dei Deputati per il lancio della raccolta firme sulla “Remigrazione e Riconquista” – organizzata dal leghista Domenico Furgiuele con CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti – è stata bloccata dall’opposizione. Ma in ventiquattr’ore la petizione aveva già raggiunto le 50.000 firme necessarie per l’esame parlamentare, come riportato da il manifesto.

La proposta di legge in 24 articoli è un documento rivelatore. Prevede la “remigrazione volontaria o coatta”, l’abolizione del decreto flussi, la revisione del ricongiungimento familiare, un Fondo per la Natalità Italiana riservato “ai veri italiani”, la priorità negli alloggi pubblici e negli asili nido per i soli cittadini italiani. È, nella sua interezza, un programma di ingegneria demografica di Stato – esattamente ciò di cui Barak discuteva con Epstein e Summers, ma con il segno invertito, come detto. La logica che li unisce è identica: la composizione etnica della popolazione vista come un problema tecnico da risolvere con strumenti di selezione.

La differenza tra remigrazione e pianificazione demografica è di metodo e di segno, non di principio. Entrambe condividono la premessa che certe categorie di esseri umani siano elementi di un’equazione demografica piuttosto che soggetti portatori di diritti inalienabili. È la stessa premessa che rendeva pensabile, agli occhi di Epstein, usare corpi di bambine come incubatrici per la propria stirpe. Quando si accetta che la composizione umana di una società sia una variabile da ottimizzare, le conseguenze si moltiplicano in direzioni che – come la storia ha già mostrato – tendono a convergere verso lo stesso punto.

Le registrazioni Epstein ci hanno dato qualcosa di raro: la possibilità di ascoltare i potenti quando credono di parlare tra sé. Senza le mediazioni del discorso pubblico, senza la prudenza del politicamente presentabile, senza la necessità di tenere conto degli “others”. E quello che emerge è un mondo in cui la gerarchia umana è data per scontata, in cui la selezione delle popolazioni è discussa come si discuterebbe di ottimizzare una catena di produzione, in cui il denaro e il potere conferiscono il diritto non solo di dominare gli altri, ma di decidere chi meriti di esistere e in che proporzione, e i cui corpi siano disponibili per essere usati.

Ehud Barak è il prodotto coerente di una cultura politica – il sionismo laburista ashkenazita – che ha costruito il suo Stato sull’esclusione sistematica e sulla gerarchia etnica, e che ha sempre trovato il modo di giustificarla come realismo, necessità, lungimiranza. Jeffrey Epstein era l’incarnazione della logica dell’orda – nel senso freudiano che Melinda Cooper ha riesumato –, il patriarca che usa i corpi delle donne e delle bambine per garantire l’immortalità della propria stirpe, mentre usa le menti degli intellettuali per legittimare il dominio della propria classe. Noam Chomsky è l’esempio paradigmatico di come il pensiero critico possa essere cooptato quando perde il contatto con la prospettiva degli esclusi e cerca il potere invece di organizzare chi ne è privo.

La complicità delle istituzioni

Nel suo assieme, il caso Epstein è anche – forse soprattutto – una storia di impunità istituzionale. Un uomo condannato nel 2008 per crimini sessuali gravi continuò per un decennio a frequentare presidenti, accademici, capi di Stato, ex Primi Ministri. Continuò a finanziare ricerche universitarie. Continuò a discutere di eugenetica con premi Nobel e ministri. E le istituzioni – Harvard, il MIT, Arizona State University, la giustizia americana, i governi israeliano e americano – lasciarono fare.

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha detto ciò che troppi commentatori ancora esitano a dire: non si tratta di storie di singoli criminali. I crimini furono commessi in un contesto ideologico preciso – suprematismo, razzismo, misoginia estrema – che ha reso possibile, per decenni, l’impunità. Le sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare, e le protagoniste del #metoo che le hanno precedute, hanno riconosciuto prima di tutti il mondo che stava rinascendo. 

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venerdì 6 marzo 2026

Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano - Riccardo Taddei

Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale.

Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a “incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare.

Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali, quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di accesso a informazioni, relazioni, risorse.

Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo.

La cooptazione simbolica come strategia di potere

Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere “intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare dall’altra parte della barricata.

Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità, attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare.

Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità intellettuale da soddisfare.

I tre poteri di Epstein

Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di lusso e strumenti di ricatto.

Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole.

Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso.

Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi

Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra.

Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola, finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di potere e perversione.

E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che restano invisibili al pubblico.

Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover, ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea Epstein era una di quelle.

E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili.

Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici

Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento, ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli ristretti.

C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del potere reale.

La domanda vera

E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e, insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua scenografia.

Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un drink con te.

E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti, giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa.

Conservare la lucidità nella delusione

Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema.

Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare.

Cosa fare con questa consapevolezza

Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate.

Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza maestri perfetti.

E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è abbastanza seducente?

Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri stessi compromessi.

La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi.

Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni.

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martedì 17 febbraio 2026

Il problema non è Chomsky, siamo noi - Raúl Zibechi

 

L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione. Si esaltano le virtù, ma mai i difetti. Una realtà viene inventata in toni di bianco e nero, escludendo sfumature, zone d’ombra e tutto ciò che potrebbe mettere in ombra la figura divinizzata.

La parola “grigio” stessa viene usata come aggettivo. “Una persona grigia” è noiosa, senza merito, incapace di attrarci o catturare la nostra attenzione, tanto meno qualsiasi tipo di ammirazione. Tuttavia, la realtà è dipinta a più colori ed è molto più ricca del binomio bianco-nero. Con questa scissione, spesso cerchiamo di lenire le nostre incertezze, fuggendo dalle sfumature scomode che ci causano tanta insicurezza. Perché, ammettiamolo, gli esseri umani bianchi occidentali cercano disperatamente sicurezza.

Molti esponenti della sinistra ammettono che il culto della personalità che circondava Stalin fosse negativo, ma accettano il culto di Lenin o Marx, ad esempio. Credo che, a questo punto, la cultura “emancipatrice” della sinistra sia erede del movimento dell’uomo forte e del culto della monarchia così diffusi nella storia umana, dalle prime società fino ai giorni nostri. Il fattore aggravante è che i culti attuali si mascherano da emancipazione, ma in fondo sono assurdi quanto la sottomissione a re e regine.

Ancora oggi, vediamo come questo culto continui la sua tremenda opera di paralisi delle società, sia attraverso il sostegno acritico di Evo Morales o di Hugo Chávez, per citare solo due esempi. Tutti i movimenti progressisti dell’America Latina sono stati collegati a un uomo forte, da Néstor Kirchner a Lula, passando per Correa e quelli già menzionati.

Nel caso di Chomsky, la gravità del suo stretto legame con il milionario criminale pedofilo Epstein è evidente anche dopo essere stato condannato e le sue malefatte note. Ma se Epstein non fosse stato un pedofilo, qualcosa sarebbe cambiato? Possiamo convalidare che un personaggio pubblico di sinistra abbia stretti legami con un milionario? Non vale alcuna amicizia, con chiunque, al di sopra delle classi, delle posizioni politiche e dello status delle persone. Senza dimenticare che Chomsky ha commesso altri peccati, come lavorare per programmi militari.

Una persona come noi, i lettori di questa pagina, può relazionarsi con chiunque, un Berlusconi, un Bolsonaro o un Putin? Non mi riferisco alle persone del basso che hanno sostenuto questi personaggi, ma ai rapporti con le élite dominanti, uno stile che si coltiva nei parlamenti di tutto il mondo, quando i deputati sono in posizioni politiche opposte, mangiano allo stesso tavolo e finiscono per socializzare negli stessi spazi.

Chomsky è semplicemente disgustoso. Più grave ancora perché si tratta di una personalità pubblica che deve dare l’esempio e chiedere perdono quando sbaglia. Quello che intendo con queste righe, è metterci uno specchio collettivo, come dicono spesso gli zapatisti, per chiederci: e noi?

Quanti Chomsky ci sono nei nostri cervelli e cuori? Attribuire tutto il male al linguista è come attribuire tutto il merito a un uomo forte, come Pepe Mujica per esempio. Essendo uruguaiano, soffro ogni volta che persone del basso in qualche angolo del pianeta, mi dice meraviglie di un personaggio che, in questo paese, conosciamo e non ammiriamo, almeno chi scrive questo e gran parte dei suoi amici.

Il culto della personalità rivela, inoltre, il nostro proverbiale individualismo, poiché mettiamo tutti i valori positivi in una persona, ma non in un collettivo. Fanno bene gli zapatisti a coprirsi il volto, a mettersi tutti e tutte con il passamontagna e il paliacate. Si noti che l’intera cultura capitalista ruota attorno alle persone, da Messi a Trump, sia per compiacere che per rimproverare. Anche nel caso dello zapatismo, non sono uguali gli atteggiamenti che abbiamo verso il capitano Marcos o verso uno qualsiasi dei comandanti, compreso chi scrive questo.

Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti, più moderati nel mitizzare i personaggi. Ma soprattutto, essere più comunitari, evidenziare il collettivo e la semplicità, l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi prima che il Sistema li conduca verso l’adorazione delle celebrità.

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martedì 10 febbraio 2026

Troppi Epstein files non vedranno mai la luce

articoli di Maura Benegiamo, Sara Reginella, Chris Hedges, Loretta Napoleoni, Pasquale Liguori, video di Matteo Saudino e Santiago Armesilla (in spagnolo)

Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files – Maura Benegiamo

Le accuse di pedofilia e di sevizie che coinvolgono una classe dirigente — bianca, ricca, maschile — non sono una deviazione mostruosa dal capitalismo, ma il suo volto più coerente.Quello di un sistema di potere economico, politico e culturale dove il corpo dei più vulnerabili può, come correlato di questo stesso potere, diventare terreno di appropriazione: non solo forza lavoro, ma vita a disposizione. Genocidio, stupri, repressione, tossicità.

Antonio Gramsci diceva che il potere è egemonia corazzata di coercizione. E siamo davanti a un’egemonia tanto profonda da trasformare l’orrore in rumore e le vittime in dettaglio. Una società che percepisce la gravità, ma fatica ad elaborarla politicamente. Dove la gran parte dei media minimizza e frammenta la notizia, spostando l’attenzione sul “mostro” individuale, sul singolo evento, invece che sulle reti di comando che coprono i colpevoli e che da vent’anni e più si sono strutturate anche – o soprattutto – attorno alla connivenza su stupri e abusi.

Finché tali violenze saranno narrate come perversioni individuali e non come esiti di rapporti di classe, la classe dominante potrà continuare a presentarsi come garante della società mentre ne consuma, ancora una volta, – nelle sue case di lusso, in isole private, tra Wall street e la Silicon Valley, passando per le tasche dei sovranisti europei – la negazione più radicale.

Due ricostruzioni della vicenda molto utili (grazie a chi le ha condivise):

La fabbrica dei corpi: #1 – l’orologio di Epstein

Epstein files, l’Italia emerge come laboratorio politico di Steve Bannon negli scambi con il finanziere

Ripreso dalla pagina facebook dell’autrice

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La “normalizzazione” di Epstein – Sara Reginella

Dopo la normalizzazione della guerra e del genocidio, parte della stampa italiana è ora alle prese con la normalizzazione della pedofilia.

E dunque, leggo che Jeffrey Epstein non era un pedofilo ma un “finanziere”, o al massimo un “faccendiere”; leggo che gli stupri erano “feste orgiastiche”, le bambine abusate e torturate “donne minorenni”, mentre i crimini delle “élite” vengono derubricati a “bassezze”.

Inutile spiegare a chi non ha coscienza che Epstein era un sadico pedofilo, che gli stupri non sono feste, che le bambine non sono donne e che i crimini non sono bassezze, ma è grazie all’uso di questa terminologia, che non è casuale, che la realtà viene deformata, la massa rimane assopita e quei criminali appartenenti a parte della leadership mondiale, seppur ricattabili, restano impuniti.

“Le immagini di abusi sessuali, pedopornografia, morte, abusi fisici e ferite sono state escluse dagli Epstein file”, ha affermato il vice procuratore aggiunto Todd Blanche, nei giorni scorsi.

Eppure, nonostante manchino all’appello migliaia di questi file, le descrizioni delle atrocità e torture su innocenti, che molti di noi hanno già potuto leggere consultando la prima parte dei documenti, sono atroci e disumane.

Oggi, chi non ha ancora perso la propria coscienza grida giustizia per queste anime abusate, torturate e uccise, poiché è solo ribellandoci a tanta disumanità che resteremo umani.

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Noam Chomsky, Jeffrey Epstein e la politica del tradimento – Chris Hedges

Non mi aspetto molto da politici, magnati aziendali, rettori di prestigiose università, filantropi miliardari, celebrità, reali o oligarchi. Vivono in bolle narcisistiche ed edonistiche che alimentano la loro egocentrismo e la loro depravazione morale. Ma mi aspetto molto da intellettuali come Noam Chomsky. La spiegazione data da sua moglie Valéria – Noam ha avuto un grave ictus nel giugno 2023 ed è inabile – della loro relazione con Jeffrey Epstein è piena delle scuse fatue usate da tutti coloro che sono stati smascherati nelle email e nei documenti di Epstein.

Secondo Valéria, lei e Noam erano “eccessivamente fiduciosi”. Questo ha portato a “scarsa capacità di giudizio”. Scrive che lei e Noam furono irretiti da cene con personaggi illustri nella villa di Epstein, voli sul suo jet privato soprannominato “Lolita Express”, un riferimento letterario allo sfruttamento sessuale di ragazze che Noam avrebbe riconosciuto, assistenza finanziaria, viaggi al ranch di Epstein e l’uso di uno degli appartamenti di Epstein a New York. Come tutti gli altri denunciati nei fascicoli su Epstein, lei e Noam “non hanno mai assistito ad alcun comportamento inappropriato da parte di Epstein o di altri”.

Il consiglio di Noam a Epstein su come gestire le inchieste della stampa sui suoi crimini, così come la lettera di raccomandazione di Noam per Epstein, è stato, insiste, il risultato del fatto che Epstein ha “approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che è diventata nota come ‘cancel culture’ per presentarsi come una vittima”. Dopo il secondo arresto di Epstein nel 2019, lei e Noam “sono stati negligenti nel non aver indagato a fondo sul suo passato”. Conclude esprimendo “solidarietà illimitata con le vittime”.

La sua lettera rigurgita la formula di tutti coloro che sono stati smascherati nei fascicoli di Epstein. Conosco e ammiro da tempo Noam. È, probabilmente, il nostro intellettuale più grande e di sani principi. Posso assicurarvi che non è così passivo o credulone come sostiene sua moglie. Sapeva degli abusi sui minori da parte di Epstein.

Lo sapevano tutti. E come altri nell’orbita di Epstein, non gli importava. Dalla corrispondenza via email tra Epstein e Valéria sembra che lei apprezzasse particolarmente i privilegi derivanti dall’essere nella cerchia di Epstein, ma questo non assolve Noam dall’acquiescenza. Noam, più di chiunque altro, conosce la natura predatoria della classe dirigente e la crudeltà dei capitalisti, dove i vulnerabili, soprattutto ragazze e donne, vengono mercificati come oggetti da usare e sfruttare. Non è stato ingannato da Epstein. È stato sedotto. La sua associazione con Epstein è una macchia terribile e, per molti, imperdonabile. Infanga irreparabilmente la sua eredità.

Se c’è una lezione da imparare, è questa: la classe dirigente non offre nulla senza aspettarsi qualcosa in cambio. Più ci si avvicina a questi vampiri, più si diventa schiavi. Il nostro ruolo non è socializzare con loro. È distruggerli.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale  – Loretta Napoleoni

Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi, quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive nello stesso ghetto.

Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto legato, molto probabilmente, al suo sangue blu.

Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte di mondo che si autodefinisce libera e democratica.

È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare tutti.

L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella perversione sessuale?

Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite, che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è tutto occidentale.

Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro colpevoli? A mio parere sì.

Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza. Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via.

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LA VILLA DI SALÒ, EPSTEIN E GAZA – Pasquale Liguori

Salò o le 120 giornate di Sodoma non era un requiem sul fascismo morente. Pasolini ci stava consegnando una diagnosi clinica, terrificante e profetica, sul futuro che ci attendeva. In quell’opera, l’orrore non risiede soltanto nella tortura, ma nella meticolosa selezione delle vittime: partigiani, figli del popolo, adolescenti rapiti per essere consumati da quattro dignitari – il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d’Appello, il Presidente della Banca Centrale – pilastri del potere politico, ecclesiastico, giudiziario e finanziario. Quella villa non ha mai chiuso i battenti. È il luogo dove la legge viene sospesa affinché il capriccio dell’élite diventi l’unica norma vigente.

La villa esisteva realmente: si chiamava Little St. James, l’isola di Jeffrey Epstein. Inutile a dirsi che bisogna smettere di guardare al caso Epstein come a una storia di devianza individuale o di gossip. Epstein è stato l’architetto di una “Salò moderna”, un ingranaggio essenziale di quella tracotanza imperialsionista che oggi vediamo esplodere ovunque. La sua rete non era un circolo vizioso, ma un sofisticato dispositivo di controllo politico fondato sul ricatto incrociato, un punto di convergenza dove l’élite occidentale e i vertici dell’intelligence e del business israeliani si incontravano nel comune denominatore del vizio. Lì, esattamente come nel film di Pasolini, la pedofilia trascendeva la perversione sessuale per farsi celebrazione del potere assoluto. Consumare corpi giovani, vergini e indifesi è l’affermazione suprema della sovranità: “Io posso tutto. Tu sei carne, io sono il macellaio”. I quattro dignitari non sono spariti. Hanno solo esteso il perimetro delle recinzioni, trasformando il mondo intero nel loro teatro di caccia.

Quel meccanismo di predazione, un tempo nascosto nelle alcove private, ha rotto gli argini ed è diventato genocidio a Gaza, prosecuzione dell’isola di Epstein con altri mezzi. La villa di Salò ha trovato la sua architettura globale: da un lato la privatizzazione del vizio a Little St. James, dove il consumo dei corpi avveniva al riparo dagli sguardi; dall’altro Gaza, il “cortile esterno”, il luogo dove il Potere Sovrano esercita la sua violenza con una spettacolarità oscena, trasmettendo al mondo il messaggio definitivo di impunità. Pasolini indicava la natura anarchica del vero potere. I signori di Salò stilano regolamenti maniacali solo per il piacere sadico di violarli.

Israele incarna oggi questa figura del sovrano assoluto nel suo eccezionalismo. La circolazione virale di video in cui soldati israeliani posano ghignanti con la biancheria intima di donne palestinesi uccise o sfollate, o ballano invocando la colonizzazione sulle macerie di intere città, non è un incidente di percorso disciplinare. È la manifestazione politica dell’orgia sadiana. È quel “surplus di godimento” che accompagna ogni genocidio: non basta eliminare il nemico, bisogna umiliarne la nuda vita, celebrare la propria vitalità suprema banchettando sul cadavere dell’Altro. La scena più insostenibile di Salò, quella in cui le vittime sono costrette a nutrirsi di merda, trova oggi la sua tragica eco politica. Il colonialismo nella sua fase terminale costringe i popoli sottomessi a ingoiare gli scarti della produzione di morte occidentale: fame, sete, malattie, macerie. È la distruzione metodica non solo dei corpi, ma della dignità umana, ridotta a rifiuto.

Questa “tracotanza” – l’impunità sfacciata, farsi beffa di istituzioni e diritto cavalcandone i loro doppi standard, i soldati che frugano nell’intimo delle case sventrate – è figlia diretta di quella stessa cultura che proteggeva i frequentatori dell’isola. È il messaggio del marchese de Sade elevato a dottrina di Stato: il forte ha il diritto naturale di godere della sofferenza del debole. Di fronte a questo abisso, non ci è risparmiato uno spettacolo forse ancora più grottesco: la recita di sedicenti progressisti che, invece di analizzare l’orrore, si premurano di agitare la clava preventiva dell’antisemitismo contro chiunque osi nominare la realtà confrontandosi oggettivamente con l’abisso dei tempi. Un’accusa, ormai svuotata di ogni significato storico e trasformata in un manganello retorico, che serve a un solo scopo: proteggere il potere da ogni critica strutturale. È la stessa ipocrisia dei collaborazionisti che, nella villa di Pasolini, suonavano il pianoforte per coprire le urla delle torture. Chi oggi grida all’antisemitismo di fronte alla critica politica del sionismo e del massacro sistematico che produce, sta difendendo il diritto dei Signori di disporre dei corpi a loro piacimento. Riconoscere il legame oscuro tra libido, potere e sterminio è il primo passo per non essere complici.

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