Visualizzazione post con etichetta Lorena Fornasir. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lorena Fornasir. Mostra tutti i post

venerdì 14 agosto 2026

STATO DI POLIZIA - Lorena Fornasir

 

Appena esco dal cliché di buona donnetta che fa la lavanda dei piedi, se oso mostrare una scena di abbattimento a terra di un solo uomo da parte di otto/nove carabinieri, testa schiacciata sull’asfalto bollente, lui che grida: “non respiro”, scena già vista al Pilastro di BO e degna dell’ICE, allora mi si getta addosso il fango più odioso. Eravamo in piazza, stavamo curando, ci siamo avvicinati a quel trambusto e abbiamo colto quel terribile gesto che ha già ucciso un uomo al Pilastro.

Ebbene pare che schiacciare un uomo a terra con 9 poliziotti sopra sia la cosa più normale del mondo. É davvero normale? É normale identificare le persone presenti? É normale identificare il prete che era con noi e raggiungere chi ospitava lui e il suo gruppo di giovani, per informare che non sono brave persone. Davvero per voi tutto questo è normale? O non rimanda piuttosto a un contesto politico che sta modificando la costituzione a colpi di decreti legge? Su ingiunzione dei poliziotti, il video girato non va pubblicato. Allora ho pubblicato il frammento più significativo. I benpensanti s’indignano di me, della dissacrazione cui espongo la polizia. Non s’indignano, i vari signori, dell’uso di questo tipo di violenza. Anzi, manipolano la comunicazione, ridanno fiato al contesto generico in cui il tutto sarebbe avvenuto facendo scomparire quella manovra odiosa e pericolosa. La cornice prende il posto del tutto.  Un noto avvocato afferma: “Si parte dal principio che l’operato delle Forze dell’Ordine é corretto. Non il contrario.” Vale a dire che la Forze dell’ordine sono al di sopra di ogni critica da parte dei cittadini da cui discende che é corretto schiacciare a terra un uomo con 9 poliziotti sopra, se poi non respira la magistratura farà il suo corso.

Non posso essere d’accordo e continuerò a segnalare la violenza dei confini come quella esercitata su un italianissimo cittadino triestino: due violenze complementari.

Non faccio parte del repertorio di belle figurine in cui mi si vorrebbe relegare. A ognuno la sua bella figura. C’è chi si sente bene a parlare di pace sociale mentre solletica il ventre dell’odio. Io non ho bisogno di fare bella figura. Quindi, facendo brutte figure, continuerò nella mia cura della vita.

 

Trieste, 7 agosto 2026

STATO DI POLIZIA

Serata mesta dopo la grande scena davanti alla stazione dei treni di Trieste, di fronte a piazza Libertà o #piazzadelmondo.

Vari, tra carabinieri e forze dell’ordine atterrano un uomo bloccando con una manovra simile a quella del Pilastro di Bologna o ICE.

Il volto premuto sull’asfalto bollente da 5/6 agenti, tra auto civetta e furgoni blindati, lo si sente gridare “NON RESPIRO”.  Lo voltano di fianco. Intanto un agente richiede ad alcune persone che filmano la scena di fornire i documenti: tra questi Gian Andrea Franchi e il sacerdote con cui, poco prima, ha avuto un incontro con il gruppo dei giovani di Verona. 

Alla fine della grande scenata, con traffico mezzo bloccato, la polizia rilascia quell’uomo. 

Allucinante!

Non é finita: la polizia intima di non pubblicare le foto. 

La sua azione si estende anche ad intercettare la struttura in cui alloggia il gruppo parrocchiale, e riferire che “non sono brave persone” . 

Infine, ieri sera un sito web aveva pubblicato la notizia che però poi é stata rimossa. Perché mai? Era un flop? Non si puó dire?

Ora, da GPT rilevo che:

@Di per sé non è un reato fotografare o pubblicare immagini di agenti di polizia mentre svolgono un’attività in luogo pubblico. La legge sul diritto d’autore, infatti, consente la riproduzione dell’immagine senza consenso quando è collegata a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. “

Siamo in uno stato di polizia. Non pubblico il video orrendo ma una frame selezionata e ritagliata. Il clima é davvero pesante, ingiusto, oppressivo. La più bella piazza di Trieste è militarizzata. Mancando gli “incidenti” da parte dei migranti, ieri sera l’“incidente “ è andato in scena provocato dall’“altra parte”.

da qui

sabato 27 luglio 2024

Capitalismo, morte e politica - Gian Andrea Franchi

 

Il dominio del denaro si è affermato con la crisi delle religioni che per secoli hanno offerto alcune risposte all’angoscia per la morte. Ma una società del denaro è necessariamente una società di individui contrapposti che distrugge ogni forma comunitaria, l’unico modo di accogliere la morte. Per mettere in discussione quel dominio abbiamo bisogno di una nuova cultura politica, abbiamo bisogno cioè di luoghi nei quali la capacità di muoversi come collettivi che riscoprono l’azione politica si interseca con l’esperienza del singolo che viene riconosciuto come tale. Appunti dalla “Piazza del Mondo” di Trieste, abitata ogni giorno dai migranti della Rotta balcanica.

 

Tre punti di partenza ineludibili mi sembrano i seguenti: tutte le rivoluzioni sono fallite; tutti i processi di trasformazione radicale, sono in crisi, anche nell’ambito di culture non occidentali (anche lo zapatismo, ad esempio, vive difficoltà e trasformazioni); il capitalismo, con un passo di morte, ci sta portando verso il disastro sociale e biologico. In questo scenario ci sono lotte e anche tentativi di alternative, ma non sembrano in grado di produrre un cambiamento significativo in una macchina di potere globale nella quale le questioni di egemonia, come tra Stati Uniti e Cina, rendono ancora più devastanti le dinamiche politico-economiche.

Di certo, la cultura del capitale, nata in Europa fra il XV° e il XVII° secolo, diffusa ovunque con violenza estrema, ha infranto il nesso vitale tra riproduzione della vita e produzione degli elementi vitali necessari alla riproduzione; detto con concetti più pregnanti, il capitale ha spezzato il nesso fra cura e bisogno. Ha ridotto la cura, indispensabile alla nascita e al lungo processo di crescita dell’essere umano, al minimo, confinandola nel genere femminile e facendo della produzione del necessario per i bisogni vitali un oggetto di compravendita, una merce. Il sorgere e la potente affermazione di questa dinamica storica hanno rotto il vincolo vitale dei bisogni con l’effetto di spingerli all’eccesso, moltiplicandone illimitatamente la produzione. Lo scopo, infatti, non è più la necessaria soddisfazione del bisogno, ma la produzione tendenzialmente illimitata dello scambio, cioè del valore di scambio, del denaro.

Questa frattura fra cura (riproduzione) e bisogno (produzione) si manifesta come una ferita irreparabile all’equilibrio della vita: una ferita mortale.

Il capitalismo ha trasformato il valore d’uso in valore di scambio, ovvero in qualcosa di quantificabile, che vuol dire di controllabile, anche se paradossalmente – un paradosso che vorrei chiamare ontologico – è proprio questo esasperato bisogno di controllo che provoca il suo contrario: la perdita di ogni controllo, siamo su una nave nel mare in tempesta.

Mi chiedo e chiedo: come mai il valore di scambio è diventato così importante da costituire lo scopo dominante, se non unico, della civiltà che negli ultimi secoli si è imposta in tutto il mondo, al punto di mettere a rischio la vita stessa? La risposta – nella misura in cui è possibile rispondere a questa domanda – si può cercare nella crisi europea della visione religiosa della società e della vita, fra XV° e XVII° secolo, in cui è apparsa e si è sviluppata una variante che ha aperto prima un sentiero poi un’autostrada in grado di rimuovere il problema fondamentale di tutte le società, di tutte le culture: la questione della morte.

L’essere umano è il vivente consapevole della morte: questo produce un’angoscia che deve essere elaborata o rimossa. Le religioni, in senso lato, servono appunto ad elaborare l’angoscia per la morte, attraverso rituali in cui gestire il transito dalla vita alla morte mediante l’accoglienza comunitaria del lascito del defunto.

In questa nuova cultura, che da Marx in poi chiamiamo correntemente capitalismo, la forma fondamentale dell’organizzazione della società è ciò che, con nome di origine greca, chiamiamo economia: il nomos dell’oikos (casa o luogo della vita quotidiana), che invece dovremmo chiamare polinomìa, il nomos della polis. Questa cultura è caratterizzata dalla tendenza a ridurre i rapporti sociali a rapporti tenuti insieme da un criterio quantitativo, misurabile attraverso uno strumento di calcolo: il denaro, per cui il valore e il potere individuali, e quindi il potere sociale, si misurano essenzialmente con il possesso o il controllo del denaro diventato la forma fondamentale di relazione sociale. Il potere della ricchezza è sempre stato notevole, soprattutto nelle società più grandi e complesse, ma con il capitalismo è diventato la forma stessa del vivere sociale, non solo: della vita intera, trasformata in un magazzino di merci.

Una società caratterizzata da una forma valoriale e organizzativa misurabile quantitativamente è risultata molto efficace proprio per il potere dell’astrazione nel rimuovere l’angoscia per la morte, eliminando nel contempo ogni forma rituale. Una società del denaro è necessariamente una società di individui contrapposti che distrugge ogni forma comunitaria, ma la comunità è l’unico modo di accogliere la morte.

C’è una notissima riflessione storica che può aiutare a comprendere in Europa il passaggio dalla società precapitalistica, in cui il valore del denaro era anche molto forte ma non totalizzante, alla società capitalistica. Mi riferisco a Max Weber che individua la formazione di un’élite capitalistica a partire dalla cultura calvinista, soprattutto nelle sue varianti anglosassoni, in cui si elabora “l’adempimento del proprio dovere nelle professioni mondane come il più alto contenuto che potesse assumere l’attività etica”1, una cultura emigrata anche in nord America. Di questa cultura, inizialmente propria di una élite di origine borghese, Oliver Cromwell in Gran Bretagna e Benjamin Franklin in America del nord sono due figure esemplari: il primo con una terribile violenza coloniale contro gli irlandesi nella feroce convinzione, su base religiosa, che vadano educati al lavoro, analoga al “Manifest destiny” che ha guidato culturalmente l’affermazione degli Stati Uniti; il secondo offrendo l’esempio concreto di una quotidianità operosa tutta dedita all’onesto guadagno: “ricordati che il tempo è denaro”, “ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo”, in cui risulta evidente il capillare lavoro di rimozione dell’angoscia nell’operatività quotidiana. I due aspetti sono complementari: la violenza estrema, giunta fino al genocidio e la serena operosità di ogni giorno e si sono a lungo appoggiati reciprocamente. Oggi – possiamo dire che il primo è scomparso a favore del secondo:

“un imprenditore, Elon Musk, CEO di Tesla, ha domandato e ottenuto una remunerazione annuale di 56 miliardi di dollari. Nel vecchio capitalismo industriale (ma ancora negli anni Cinquanta) il rapporto tra il salario dell’operaio e il compenso del padrone era al massimo di 1 a 20. Negli anni 80, di 1 a 42. Nel 2000, di 1 a 120 e via via aumentando fino all’1:56 miliardi di dollari di oggi. […] la presidente di Tesla, Robyn Denholm, in una lettera ha spiegato agli azionisti che lo «stipendio», serve «a mantenere l’attenzione di Elon e a motivarlo a concentrarsi sul raggiungimento di una crescita sorprendente per la nostra azienda». Musk «non è un manager tipico» e per motivarlo «serve qualcosa di diverso»”2.

Un chiaro esempio di come il denaro ha acquistato una valenza insieme simbolica, di altissimo status sociale, e di potere concreto.

Il denaro si è rivelato come il fondamentale strumento di rimozione dell’angoscia per la morte nella misura in cui è uno strumento di potere in grado di diffondersi nelle società attraverso la gestione della soddisfazione dei bisogni vitali trasformata in produzione in merci: il denaro è modernamente il diaframma tra il bisogno e la sua soddisfazione. Ciò ha moltiplicato illimitatamente i bisogni, trasformando il cittadino in individuo consumatore. Il denaro è penetrato alla radice del carattere relazionale della soggettività.

Senza denaro siamo nudi in mezzo al deserto, come i migranti che attraversano il Sahara – e anche in molti vi muoiono.

Con il denaro siamo chiusi in una gabbia dall’estensione illimitata.

Trasformare la vita intera in una produttrice di denaro – cioè di potere dei pochissimi su tutti, su tutto – sta però avvelenando la vita: la morte rimossa tracima dal pavimento della cella, delle innumerevoli celle della terra. Con un paradosso, che ancora mi permetto di chiamare ontologico, la morte è diventata il mercato più importante: la produzione di strumenti direttamente o indirettamente legati alla produzione di morte, in tutte le sue forme, con alto sviluppo tecnologico, come l’Intelligenza Artificiale, di cui l’esercito di Israele si serve nel genocidio di Gaza.

In tale contesto, con un brusco salto storico ed esistenziale che contiene un sofferto nesso biografico, è inevitabile la domanda “Che fare?”.

Colloco questa domanda nell’esperienza di vivere su un confine di Stato, di fronte, quindi, a uno strumento caratteristico di produzione di quella violenza. Arrivo allora al luogo che chiamiamo “Piazza del Mondo”: la piazza alberata di fronte alla stazione di Trieste. I migranti in fuga e in cerca che arrivano dalla Rotta balcanica mi danno – anzi: ci danno perché non può che accadere in una dimensione collettiva – l’opportunità di produrre un tentativo di risposta: il loro cammino mi spinge, ci spinge, lungo il nostro cammino. La piazza del Mondo è un luogo in cui si manifesta il fondo della soggettività: la ricerca di riconoscimento, sia come disperato bisogno di autoaffermazione che come ricerca di sé nell’altro. È un luogo, quindi, in cui traspare la prima matrice del gesto politico, che, nell’azione di massa tende a confondersi nello slancio emotivo e corporeo della moltitudine, momento necessario, di entusiasmo e di lotta, ma insufficiente – come dovremmo aver dolorosamente compreso – se non accompagnato dall’esperienza del singolo.

 

Il tempo della singolarità e quello della moltitudine tendono a divaricarsi: il primo molto più lento e complesso del secondo, che vive di slanci. Io credo che sia nata in questa drammatica divaricazione la crisi dei periodi di azione politica radicale, come quello a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Ma solo un rapporto tra le due dimensioni temporali può garantire la continuità, collocando i momenti di massa lungo un cammino.

Nella Piazza del Mondo si agitano molto concretamente, nell’incontro fra corpi, queste problematiche. I bisogni elementari, necessari, si intersecano con i bisogni di riconoscimento, il dolore fisico e psichico con la gioia, l’allegria, la frustrazione, come le lingue molteplici, la diversità di culture…


1 Max Weber, Etica protestante e spirito del capitalismo, Sansoni 1965 (1922), p. 145.

2 Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia”, da Machina rivista on line.

da qui

venerdì 11 marzo 2022

Un “ponte di corpi” per i migranti che da Torino raggiunge la Bosnia - Tania Paolino

 


La strada dei profughi è lunga, in salita e sempre più affollata. Su di essa, le frontiere rappresentano il varco in cui trovare salvezza o il muro invalicabile dei respingimenti. Ma se si creasse un ponte, un ponte di corpi con le braccia aperte, quel limite sarebbe parola accogliente.

Anche quest’anno quel ponte è stato idealmente creato in numerose città italiane, seguendo le indicazioni del Manifesto di Lorena Fornasir, tanti corpi da nord a sud, arrivando fino a Maljevac, tra Croazia e Bosnia, un posto tristemente noto della rotta dei Balcani. Una mobilitazione pacifica in nome dell’accoglienza, che da qualche giorno è entrata improvvisamente in una dimensione diversa, perché al confine orientale stanno bussando non solo migranti provenienti dall’Asia o dall’Africa, ma dalla stessa Europa.

Il dovere dell’accoglienza

I profughi hanno tutti, indistintamente, il diritto di essere accolti, noi abbiamo il dovere di accoglierli tutti. Le donne sono le mamme che scappano dalle guerre con il terrore negli occhi, i bambini sono i loro figli, privati del gioco, della scuola, dell’intimità di una casa, spesso del papà. Ma, se per alcuni i confini e le porte si aprono con maggiore facilità, per altri questo non accade e, a volte, trascorrono pure dieci anni prima che si passi o si decida di fare ritorno in patria definitivamente. Oggi, con la guerra vicino, la percezione della dimensione della catastrofe umanitaria diventa più viva, il dramma di migliaia di persone è evidente, è qui, a portata di mano, anche se da tempo ormai associazioni e singoli volontari si danno da fare per rendere il passaggio dei migranti meno traumatico, segnalando limiti e falle del sistema di accoglienza. Per questo, le diverse iniziative de “Un ponte di corpi” hanno denunciato la violenza dei lager libici, i morti in mare, i respingimenti illegittimi ai confini.

Lo ha fatto anche “Torino per Moria”, i cui manifestanti si sono incontrati in via Garibaldi, presso la chiesa di San Dalmazzo, proprio nel luogo simbolo delle proteste contro le politiche migratorie ai tempi di Carola Rackete. A Torino è stato ribadito che le frontiere e i muri non sono la risposta, che, al contrario, bisogna attivarsi concretamente per “la concessione del diritto d’asilo e della protezione umanitaria, il ripristino delle vie regolari di accesso, il rispetto del dovere di portare soccorso ovunque ci siano vite in pericolo, in mare come in terra”. In un documento, prima, e nel corso della manifestazione, dopo, il comitato, sorto nel 2019, ha denunciato le azioni di Frontex, la realtà dei Cpr – i Centri di Permanenza per il Rimpatrio – in particolare quello del capoluogo piemontese, in cui lo scorso anno fu trovato morto impiccato Moussa Balde, un giovane di 23 anni originario della Guinea.

La giornalista Federica Tourn, di Torino per Moria, ancor più perché a ridosso dall’8 marzo, ha inteso manifestare la vicinanza ideale alle tante donne, madri, compagne, sorelle, figlie, che non hanno più potuto riabbracciare i loro uomini, partiti da soli e mai più tornati, mentre l’avvocato Gianluca Vitale ha espresso la necessità di ripensare integralmente le nostre leggi sull’immigrazione. Intanto, sempre in via Garibaldi, alcune donne hanno continuato a ricamare su una coperta i nomi dei morti di tutte le frontiere, dal Messico alla rotta balcanica. Così, la coperta, in ricordo di quelle che le donne di Lampedusa spontaneamente offrono ai migranti ammucchiati sul molo, e la farfalla gialla che vola sui fili spinati, disegnata prima di morire da una bambina nel campo di Terezin e ora simbolo del Manifesto di Lorena Fornasir, vogliono rappresentare un’Europa che, pur costruendo spesso muri, sa anche creare ponti. Ponti di corpi, appunto.

da qui



IL MANIFESTO DEL CARRETTINO VERDE

UN PONTE DI CORPI lungo i confini tra Italia e Bosnia

A cura di Lorena Fornasir

 

Oggi si manifesta pienamente un attentato alla vita: dalla madre terra, come la chiama Vandana Shiva, da una natura sistematicamente devastata, a un interminabile processo di distruzione ovunque nel mondo: stiamo assistendo a una specie di trionfo della morte. 

Il carrettino verde, carico di cose per far vivere, che accoglie chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine, è invece storia e memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene, non come gesto sacrificale ma come competenza di stare, essere in presenza dell’altro, conosciuto o sconosciuto, perturbante o estraneo.

La donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.

Il corpo della donna contiene in se stesso la negazione del confine perché è un corpo naturalmente aperto attraverso l’atto più intenso del generare, del portare alla luce l’ALTRO da SÉ .

La cura per l’altro può diventare il ricamo di una mappa creativa dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Madri lontane, in un mandato tacito e di dolore, ci consegnano la vita dei loro figli.

Noi siamo coloro che possono dire no allo scontro di razza, perché nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro

Noi siamo coloro che dicono no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa condizione ‘naturale’ è diventata storicamente un servizio!

Noi siamo coloro che gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di essere umani muoiono a causa dei confini;

Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato

Noi siamo coloro che vogliono alzare alta la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che altre donne hanno generato consegnandola ad altre madri del mondo affinché la salvino e la promuovano

Vorremmo essere in tante ad accorrere sul confine, ad attraversare il confine, ad andare incontro a chi è bloccato nell’inferno della Bosnia, in gruppo, in gruppi, in massa, a ribellarci alla morte… noi lo possiamo fare meglio di chiunque… costruiamo un movimento di donne per aprire tutti i confini.


venerdì 26 novembre 2021

Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, accusa archiviata

 

In data 22-23 novembre 2021 il pubblico ministero e il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bologna hanno convenuto di archiviare l’accusa fatta nei nostri confronti, non emergendo elementi che consentano la sostenibilità dibattimentale dell’accusa”. Lo annuncia un post nella pagina Facebook dell’associazione di volontariato triestina Linea d’ombraODV

“Questa archiviazione dimostra con chiarezza l’intenzione politica dell’indagine che ha portato alla nostra denuncia. L’indagine, iniziata nel 2019, nasce per iniziativa del P. M. di Trieste, che vuole cogliere un legame intrinseco fra la cosiddetta cellula triestina di passeur o smuggler, noi due e, indirettamente, anche Linea d’Ombra.

Inizialmente l’indagine riguardava solo Gian Andrea. In un secondo tempo, coinvolge anche Lorena. Questo fatto ne produce lo spostamento presso il tribunale di Bologna dato che Lorena, giudice onorario presso il tribunale dei minori di Trieste, rientra nei ranghi della magistratura per la quale è competente appunto il tribunale bolognese.

Il procedimento giunge quindi nelle mani di un magistrato non interessato a un’intenzione politica punitiva nei confronti di chi agisce solidalmente con i migranti, il quale non ha difficolta a ravvisare il carattere artificioso della presunzione di collegamento fra Gian Andrea, Lorena e la cosiddetta cellula triestina e, ancor più, lo scopo di lucro.

Chiede quindi l’archiviazione che il giudice per le indagini preliminari conferma. Il succo di questa vicenda sta appunto nel rendere ancora una volta evidente il carattere politico delle denunce nei confronti degli attivisti solidali con i migranti: così è caduta la denuncia contro Mediterranea e prima ancora quella contro Carola Rackete. Crediamo che cadrà anche quella nei confronti di Andrea Costa di Baobab di Roma. Diverso è caso di Mimmo Lucano perché si tratta di un esempio pericoloso in quanto avrebbe potuto diffondersi presso altri piccoli Comuni spopolati come esempio di rinascita sociale” conclude il post dei due attivisti triestini.

da qui

giovedì 11 novembre 2021

Ai confini dell’inferno

Bosnia, dopo venticinque viaggi - Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi 


Il report della missione che si è svolta dall’8 al 13 ottobre 2021


Questa volta, partiamo in sei con tre auto. Con noi, Sandra Rosatti e Gabriele Sala dell’associazione Mamre di Borgo Manero, Biancaluna Bifulco e Antonio Nigro di Salerno.

di Linea D’Ombra ODV

 

Cantone di Una Sana. Scene di diffusa sofferenza, di normale capillare violenza fra edifici abbandonati dai tempi della guerra civile jugoslava, villette leziose di bosniaci emigrati, case cadenti, colli boscosi e fiumi.

Ad ogni nostra visita, tutto appare sempre un po’ peggio, con l’inesorabilità di una frana. È l’effetto della politica di rigetto dell’UE, che tende costantemente ad aggravarsi, anche per l’aumento del numero di paesi determinati a bloccare ogni accesso ai loro territori.

Vista dalla Bosnia, ma anche dalla piazza della stazione di Trieste, la politica dell’Unione Europea nei confronti dei migranti sembra di breve respiro, irrazionale oltre che criminale, ma ha pezzi di razionalità.
Sul piano economico: si accumula in Bosnia e nei Balcani una riserva di forza lavoro a bassissimo prezzo.

Sul piano politico interno: per favorire sistemi di governance più autoritaria di popolazioni provate da una perdurante crisi economica – pensiamo solo a come in Italia i sondaggi diano ai due partiti dichiaratamente contro i migranti il maggior numero di voti.

Inoltre, e soprattutto, bisogna tener presente che al posto di comando in Europa come ovunque nei paesi ‘ricchi’ c’è “l’Economia”, la crescita fine a se stessa, strutturalmente indifferente ad ogni altra cosa: basti pensare al comportamento nei confronti della gravissima questione climatica, per cui il segretario generale dell’ONU – di un organismo quindi certamente non su posizioni radicali – ha sentito l’esigenza di dire che “siamo sulla buona strada per la catastrofe” (26 ottobre).

Nelle nostre riflessioni sociali e politiche bisogna tener conto di questa cecità strutturale del sistema economico mondiale nei confronti di tutto ciò che ostacola una crescita che ormai è solo crescita dei profitti. Il disastro balcanico dei profughi e ancor più quello libico-mediterraneo ne sono una dolorosa evidenza.

Recentemente 12 paesi europei hanno chiesto di finanziare muri ai confini. L’Europa ha risposto negativamente, ma sottolineando che ogni paese ha diritto a difendere le proprie frontiere come crede, “pur nel rispetto dell’acquis europeo”. La questione migranti è rimasta un problema interno di ogni singolo Stato. Diverse sono le varianti e anche le contraddizioni, che non inficiano la sostanziale unità di una politica cinica e violenta. Andando sul terreno, la tocchiamo con mano.
Dobbiamo tener sempre presente che questo fenomeno di migrazioni di profughi, dal Medioriente, dall’Africa, sono l’inizio di un fenomeno storico fondamentale, il segnale dell’invivibilità di vaste e sempre maggiori parti del mondo e, di conseguenza, il rovesciamento sull’Europa, ancora assai modesto, degli effetti del colonialismo, su cui la prosperità dell’Europa è nata.


Venendo alla nostra attività – di aiuto concreto e socializzazione con i migranti, di rapporto con organizzazioni che operano in maniera stanziale e di informazione diretta sullo sviluppo di una situazione che frequentiamo regolarmente ormai da più di tre anni -, sentiamo l’esigenza fare alcune riflessioni sull’intervento dei gruppi internazionali di volontari in Bosnia.
È un intervento ovviamente indispensabile sul piano umanitario, per attenuare le dure condizioni di vita dei migranti fuori dai campi; sul piano politico, per diffondere conoscenza e informazioni aggiornate sull’intollerabilità della condizione migrante, raccogliendo informazioni precise anche sui suoi aspetti peggiori, come, per citare il caso forse più grave, l’azione della polizia croata.
Tuttavia, è difficilissimo passare ad un livello politico più complesso, che pure sarebbe indispensabile, sia per quel che riguarda il rapporto fra le organizzazioni di volontariato, che per il rapporto con la popolazione e, soprattutto, con i migranti stessi a partire da una loro consapevolezza di esser portatori di un diritto alternativo a quelli imposti o proclamati dagli Stati.
Sarebbe importante cominciare a discutere di questo fra gli attivisti, ma non ci facciamo illusioni in merito.

Non faremo un resoconto descrittivo del viaggio: riteniamo che non abbia più senso, ma mostreremo alcune situazioni esemplari.

Arriviamo a Velika Kladuša dopo un viaggio interminabile sotto la pioggia, dovuto a una chiusura improvvisa dell’autostrada Susak-Karlovac. Troviamo grandi nuvole basse, pioggerella insistente, freddo.

Cominciamo i nostri incontri con i migranti lo stesso giorno del nostro arrivo: accampamenti e squat dove la gente sopravvive come in una situazione di guerra. E guerra è, infatti.

Questi migranti si trovano fra due guerre: la guerra donde provengono – guerra vera e propria, come in Siria, in Afganistan, guerriglie di vario genere e disfacimento sociale, come in Iraq, guerre ambientali, come in Bangladesh e anche un insieme di tutto questo; e la guerra dell’Unione Europea contro di loro lungo tutta la catena balcanica, dalla Turchia alla Bosnia. Una guerra fatta di polizie, di fili spinati, di muri, di fiumi, montagne, freddo, fango, fame. E nel prossimo futuro sarà ancora peggio.

Sabato sera, andiamo subito all’ex macello, luogo storico d’incontro con i migranti. Luogo storico vuol dire che ha conosciuto tempi meno peggiori, quando c’erano docce calde installate da No Name Kitchen. Ed era un luogo di socializzazione fra attivisti e migranti.

Intorno a un fuocherello, sotto una tettoia, alcuni uomini. Più in là, in un piccolo ambiente oscuro, una famiglia afgana: con una bimba di 6 anni, una ragazzina di 15 e due fratelli. Il padre faceva l’interprete per un contingente internazionale ed eccolo qui a tentar di arrivare in Europa con la sua famigliola, rischiando tutto, mentre le chiacchiere mediatiche sull’Afghanistan sono già spente!

Il giorno dopo, con Simon di NNK, andiamo in un grande squat, fuori Kladuša dove vivono alcune decine di migranti. Anche qui, famiglie con bimbi piccoli. Anche qui, fra muraglie squallide, resti di una guerra mai conclusa, incontriamo un mondo dove l’accoglienza del viaggiatore è un rito sociale importante. Queste donne e questi uomini hanno bisogno prima di tutto di essere riconosciuti come tali e la donazione di beni indispensabili è il mezzo attraverso cui passa questo riconoscimento, senza che sia possibile scindere l’uno dall’altro.

Domenica 10, in partenza per Bihac, andiamo in quella sorta di villaggio afgano, che sorge nel prato alla periferia di Kladuša, non lontano dal cosiddetto hangar dell’elicottero. Circa 150 famiglie con molti bambini. Il cielo basso, la pioggerella insistente sulle misere tende, le corse giocose di molti bambini nel fango rendono la situazione indescrivibile. Incontri, sguardi, storie.

Ne riportiamo una, raccolta da Antonio Nigro, fra le più dolorose delle tante raccontate, accennate, alluse, tutte incise nei corpi, balenanti negli sguardi. Un energico arrabbiato uomo afgano sui 35-40 anni.

Durante la notte la polizia di frontiera mi ha portato vicino a Velika Kladusa, frontiera bosniaca. Hanno coperto le loro facce con delle maschere e non c’era luce, non riuscivo a vedere nulla. Loro hanno iniziato a picchiarmi forte. Mi hanno detto: “Vuoi andare in Italia? Vuoi andare in Germania? Vuoi andare nel Regno Unito?”. Hanno acceso la musica e hanno iniziato a ballare sul mio corpo e non potevo muovermi. Ho urlato e pianto tanto dicendo “per favore non picchiatemi”. Erano molto soddisfatti, godevano della mia sofferenza, ho sentito che mi vedevano come un animale, come se mi volessero rendere carne per il barbecue. Ero ferito ed ero diventato nero per il troppo sanguinare. Ero steso nel campo, non potevo muovermi per le troppe ferite. Non so, questa è l’Unione europea, questi sono i diritti umani. Voi non supportate i diritti umani, state mentendo, questa è sofferenza e supportate un regime, ci prendete la libertà. Non c’è democrazia per colpa vostra e della vostra sporca politica.

Prima di prendere, sempre sotto la pioggia, la tortuosa strada che porta a Bihac, passiamo per un altro squat ad incontrare due famiglie afgane in una casa abbandonata.
L’incontro può essere efficacemente riassunto, senza parole, dalla foto di Lorena intitolata ‘la principessa afgana’.


A Bihac, abbiamo incontrato a lungo Amir Labbaf, l’esponente dei Dervisci Gonabadi, delle cui dolorose vicende abbiamo già informato precedentemente e che continuiamo a seguire nel suo difficile percorso di lotta.

Insieme a lui, un giovane iraniano, anche lui perseguitato politico, vittima di un attacco da parte di un gruppo di pakistani all’interno del Miral per motivi banali, nell’indifferenza della vigilanza, fatto che gli impedisce l’uso delle gambe.

Bisogna ricordare – e denunciare – che la pessima gestione dei campi produce spesso situazioni di grave disagio che possono provocare tensioni e anche violenze. La condizione migrante è anche una lotta per la sopravvivenza e porta il peso di un mondo orientale che frana sotto i colpi di una mondializzazione cieca e ottusa, i cui interessi geopolitici ed economici sono indifferenti ai disastri sociali che provocano.
Abbiamo aiutato questo ragazzo, espulso dal Borici, a trovare una sistemazione, in un contesto che gli garantisca un minimo di sicurezza. Sappiamo infatti che l’intelligence iraniana continua a perseguire gli esuli politici, ricattandoli pesantemente con le famiglie rimaste in patria.

Infine, a Bihac abbiamo ripreso l’abitudine recente di recarci al parco sull’Una per curare. Fino a quando non è arrivata ad impedircelo la polizia, allertata da qualche cittadino.
A ritorno, per noi due, piccola cerimonia di controllo poliziesco.


Rapporto economico

Velika Kladusa  
Abbiamo mantenuto il riferimento della nostra volontaria bosniaca che aiuta circa 20 famiglie composte in gruppi allargati con bambini che vivono tra gli squats e la tendopoli di plastica, alla quale abbiamo lasciato buoni spesa alimentare concordati con il supermarket Suda Luka ed altri due negozi. 
Con 
No Name Kitchen la collaborazione è stata mantenuta non solo coordinandoci nell’attività ma, anche, nell’acquisto di beni di prima necessità e in contributi investiti in voucher. Questi voucher sono dei buoni spesa che i migranti privi di tutto, possono spendere secondo un tetto monetario prestabilito, presso i negozi con cui esiste l’accordo

Bihac
A Bihac abbiamo sostenuto alcune situazioni molto vulnerabile e supportato No Name Kitchen con le stesse modalità di Velika Kladusa. Abbiamo inoltre mantenuto il nostro supporto economico all’
Associazione Solidarnost per l’acquisto di cibo, scarpe, legna e altri generi di prima necessità.

L’impegno economico devoluto è stato in totale di euro 5.551, 49.

N.B. Tutte le spese relative ai nostri viaggi comprensive di vitto, alloggio, carburante, sono state, come sempre, esclusivamente a nostro carico.

Grazie a tutti e tutte per aver reso possibile questo aiuto che non è solo assistenziale ma esprime una solidarietà politica occupandosi, appunto, della cura di persone ai margini della vita. Una gratitudine particolare va alle Associazioni che ci hanno sostenuto e che sono l’espressione più importante della società civile e dei legami di comunità.

Nella rinnovata gratitudine per i nostri donatori e la loro generosa solidarietà, vogliamo estendere i ringraziamenti a questi volontari che conosciamo per serietà e affidabilità e che si spendono nella dura realtà di Kladusa, Bihac, Kljuc, Hadžići, Sarajevo, Tuzla e Velika Kladusa.

https://www.meltingpot.org/Bosnia-dopo-venticinque-viaggi.html


“Nella foresta vedo morire i profughi e con loro muore la nostra dignità” – Tania Paolino

La situazione al confine tra la Bielorussia e la Polonia si fa ogni ora più grave. Adesso i migranti, nella realtà profughi di guerra che dovrebbero essere protetti dal diritto internazionale, sono diventati “armi non convenzionali”, ostaggi incolpevoli di ciò che si va consumando alle loro spalle e sulla loro pelle. Nel frattempo, in attesa che le istituzioni europee prendano delle decisioni, rimane ai volontari, agli attivisti, il compito di rendere la loro condizione meno difficile, di cercare di evitare la morte di migliaia di persone rimaste bloccate nella foresta.

Nawal Soufi, ad esempio, l’attivista italo-marocchina impegnata nella difesa dei diritti umani dei migranti che conosciamo già perché l’abbiamo seguita lungo la rotta balcanica, adesso è proprio lì a documentare con le immagini fotografiche e la raccolta di testimonianze agghiaccianti le conseguenze del cinico gioco politico in cui gli interessi di parte prevalgono sui principi umanitari.

“I bambini sono senza latte e le mamme non riescono più ad allattare, perché oramai si trovano in condizioni disumane da lungo tempo”, racconta Nawal nel suo diario di frontiera. I volontari non riescono ad aiutare nemmeno tutti coloro che si trovano tra i boschi in territorio polacco: alcuni a soli tre chilometri dal confine, altri più lontani, anche una ventina di chilometri all’interno. Per chi si trova in territorio bielorusso, poi, la situazione è ancora più drammatica: è lasciato completamente al proprio destino.

 

Cuore grande

Nawal a volte viene aiutata da un taxista locale a trasportare persone verso Minsk. Corse per salvare la vita a chi non mangia da giorni. Oramai, infatti, rimane poco da fare oltre a comprare del cibo e consegnarlo a questo buon uomo, che poi lo porta ai migranti.

L’altro ieri una donna, dopo 25 giorni di questo inferno, è riuscita ad arrivare a Varsavia. Nawal ha quindi chiesto ai suoi contatti social di cercare per lei da dormire in quella città. La risposta dall’Italia è arrivata: c’è tanta gente dal cuore grande, per fortuna.

La volontaria ha davanti ai sui occhi immagini terribili, alle quali si sommano i racconti di altri testimoni: la polizia che blocca interi nuclei familiari, con bambini spaventati e affamati ai quali si nega persino l’acqua; giovani siriani arrestati in Polonia e ricoverati negli ospedali a causa delle loro condizioni critiche: non appena si riprenderanno, saranno espulsi. Pare che qualcuno di loro abbia chiesto asilo politico e il diritto internazionale vorrebbe che la loro volontà venisse rispettata. Ma c’è da dubitare fortemente che accadrà.

Una donna da giorni nella foresta, fame, gelo, solitudine, il telefonino quasi scarico, rischiava di morire, per fortuna è stata raggiunta e tratta in salvo. Una delle tante. E, ancora, una famiglia di 10 persone, una piccola comunità cui si aggiunge ogni giorno qualcun altro: “Hanno già tentato di attraversare il confine polacco otto volte e puntualmente, dopo aver chiesto asilo, sono stati riportati nella foresta. Nel gruppo ci sono donne, tra cui un’anziana. Ieri sera, però, è successo qualcosa di molto grave e il gruppo è scomparso dopo averci mandato questo messaggio: Il cane della polizia ha attaccato un ragazzo di Deraa (Siria) e gli ha morso la testa. Da quel momento non ho più notizie. Non riesco a descrivervi come mi sento”, dice Nawal.

 

Rabbia e frustrazione

Possiamo solo immaginarlo, ma lei è lì, a seguire questa tragedia umanitaria da vicino, con la rabbia e il senso di frustrazione addosso. E poi ancora bambini, sempre più infreddoliti, che hanno bisogno di mangiare: “Stanotte tra le 3 e le 4, un elicottero ha terrorizzato i più piccoli. Era l’unico momento in cui erano riusciti a prendere sonno dopo una giornata terribile”, racconta. Altri che implorano: Dio, ho fame. E i singoli destini diventano il paradigma di un tragico fallimento. “Questo bambino – dice Nawal scegliendo un esempio fra i tanti – si trova alle porte dell’Europa. Lui fa parte di coloro che sotterreranno la dignità dell’Europa unita. Sì, l’Unione Europea ha perso la sua dignità in questa frontiera. Lui ancora accenna un sorriso, ha entrambe le gambe amputate e non riesce ad avere acqua e cibo da troppo tempo. Forse un giorno tornerà verso il suo Paese d’origine o forse morirà a ridosso di questa frontiera a causa del freddo e della fame e a noi resterà l’arduo compito di guardarci allo specchio nei prossimi anni”.

Già, ha ragione, Nawal, e, quando ci guarderemo, vedremo lo stesso volto che ha chiunque chiuda gli occhi insieme al cuore: il volto del carnefice e del suo complice.

da qui

 

 

 

 

Da emergenza umanitaria a pericolosa emergenza politica – Paolo Soldini

È un’emergenza umanitaria senza precedenti. Migliaia di persone, molte famiglie, moltissimi bambini, sono prigioniere in uno spazio strettissimo nella foresta tra la Bielorussia e la Polonia. Non possono attraversare il confine verso la Polonia e non possono tornare indietro: sono bloccati al freddo e non ricevono da mangiare e da bere ormai da giorni. La tv polacca ha mostrato una sequenza in cui una bambina siriana implora un po’ d’acqua e viene minacciata col mitra da un poliziotto. E quando un gruppo di migranti è riuscito a rompere (pare anche con utensili graziosamente forniti dai militari bielorussi) la barriera di filo spinato armato e a inoltrarsi per qualche metro in territorio polacco sono stati duramente picchiati e portati via dai poliziotti. Dove non si sa: non certo in qualche ufficio dove potessero fare, come pure sarebbe diritto per la grandissima parte di loro, richiesta di asilo politico. Si sono sentiti anche degli spari e non s’è capito da quale parte del confine: dei morti ci sono stati, ma (per ora) a causa della temperatura che la notte scende a diversi gradi sotto lo zero e per la denutrizione.

 

Tensione con la Lituania

Ma la crisi umanitaria sta diventando una crisi politica dalle conseguenze che potrebbero essere molto pericolose. L’Unione europea e la NATO non sanno come reagire alla sfida di Lukashenko e di Putin, il quale ha smesso ogni ipocrisia da mediatore e si è schierato apertamente con il suo fido vassallo di Minsk, e la tensione si sta spostando, ora, anche ai confini della Lituania. Le ultime notizie parrebbero confermare che anche qui il regime bielorusso stia per schierare l’arma impropria dei profughi. D’altra parte, quella regione è un focolaio di tensioni per colpa certo dell’autocrate del Cremlino e delle sue pulsioni neoimperiali ma anche per le responsabilità dell’occidente che ha spinto l’alleanza militare fino ai confini della fu Unione Sovietica, disattendendo gli impegni che erano stati presi al tempo dell’unificazione tedesca, proprio nella zona geografica che i russi (sotto qualsiasi regime) considerano il cuneo indifendibile del loro sistema di difesa.

Il governo polacco ha imposto lo stato di emergenza lungo tutta la frontiera con la Bielorussia e la exclave russa di Kaliningrad e ha aggiunto alla polizia i reparti mobilitati dell’esercito. Sull’altro fronte, Mosca ha inviato agli alleati degli aerei da ricognizione di quelli che si usano per tenere d’occhio gli spostamenti di truppe. C’è da ritenere che si tratti di manovre solo dimostrative, ma quando la tensione è così alta c’è sempre il rischio di un incidente.

Bisogna insomma trovare il modo di disinnescare la crisi, ma come? Se dominassero ragione e buon senso, la prima cosa da fare sarebbe annullare l’arma di Lukashenko portando via dal confine i profughi dopo aver fatto passare loro il confine. In fin dei conti si tratta di qualche migliaio di persone (chi dice duemila, chi sei o settemila) che si potrebbero far entrare in Polonia per poi essere trasportate altrove con un corridoio umanitario. Verso dove? Berlino ha fatto sapere che non intende accogliere i profughi, i quali, in grande maggioranza, dicono invece che proprio in Germania vogliono andare. Ma si potrebbe adottare un meccanismo di distribuzione fra vari paesi come quello che venne inventato con la mediazione della Commissione europea a suo tempo, quando in Italia Salvini bloccava le navi dei soccorritori. Allora, è vero, si trattava di numeri sull’ordine delle centinaia e non delle migliaia e non c’era ancora la minaccia del Covid, che rende ovviamente tutto più difficile. Ma è l’ipotesi di soluzione cui, da quanto si può sapere da Bruxelles, starebbe lavorando la Commissione e che sarebbe stata oggetto di un colloquio che Ursula von der Leyen ha avuto ieri con Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati. A una via d’uscita di questo tipo starebbero pensando, in contatto con il Vaticano, le gerarchie cattoliche polacche non asservite al regime.

 

Sfida sovranista

Ma questa ipotesi pare destinata a scontrarsi con l’irragionevolezza sovranista del regime di Varsavia, che appena poche settimane fa ha sfidato apertamente le istituzioni dell’Unione sostenendo la preminenza del diritto nazionale su quello comunitario. Il primo ministro Mateusz Morawiecki ha detto e ripetuto che nessun “clandestino” dovrà entrare in Polonia, che il respingimento dei profughi in Bielorussia è una questione di principio e che Varsavia non sta difendendo solo i confini propri, ma quelli di tutta l’Europa. La quale, secondo il credo sovranista, dovrebbe blindare le frontiere esterne erigendo il Muro per il quale qualche settimana fa 12 paesi dell’Unione, ungheresi e polacchi in testa, hanno chiesto non solo l’approvazione della Commissione, ma anche i soldi per tirarlo su.

La Commissione, allora, respinse al mittente la provocazione, ma a Bruxelles non tutti la pensano come la presidente von der Leyen e la maggioranza del Parlamento europeo che pure ha criticato fermamente la proposta. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, per esempio, ha detto che “si può aprire un discorso” sul finanziamento da parte della Ue di “infrastrutture fisiche alle frontiere” e che questo dibattito dev’essere pure veloce perché “i confini polacchi e baltici sono confini dell’Europa”. Per un paradosso la cui pesantezza dev’essergli sfuggita, Michel ha detto queste cose durante la celebrazione alla fondazione Konrad Adenauer della CDU della caduta del Muro di Berlino…

Ancora più esplicito, e più rozzo, è stato il capogruppo dei popolari al Parlamento europeo, il social-cristiano Manfred Weber: “Ci vogliono più difese, più muri, più recinzioni, più filo spinato a protezione dei confini dell’Unione europea”.

Insomma, le opinioni a Bruxelles sono divise e anche in questa occasione, come in molte altre, c’è da registrare una divaricazione degli orientamenti della Commissione e del Parlamento europeo, le istituzioni più inserite nel meccanismo della integrazione europea, da quelli del Consiglio, espressione delle volontà dei governi. Se prevarrà la linea della “fortezza Europa” è ben difficile che si troverà la via d’una soluzione giusta e umana della crisi nella foresta di Byałistok. Perché come si legge in un messaggio che il Movimento europeo italiano ha dedicato al disastro umanitario al confine tra la Polonia e la Bielorussia, “se non vogliamo che li usino (i profughi) come un’arma, smettiamo di averne paura”.

da qui



Una fiala di profumo – Tonio Dell’Olio

Di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e della loro associazione triestina Linea d'ombra ci eravamo già occupati ai tempi in cui vennero denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

In realtà si erano semplicemente chinati sulle ferite dei migranti che giungono a Trieste dopo aver camminato giornate intere in condizioni disumane. I due coniugi, lui 85 anni, non si sono scoraggiati, tutt'altro. Ogni notte sono fuori dalla stazione di Trieste ad attendere quei ragazzi e a curare i loro piedi feriti. Mi colpisce che Lorena a un certo punto tiri fuori una fiala di profumo. Nella mia rozzezza non penso che sia esattamente ciò di cui hanno bisogno, ma lei spiega che c'è una grande dignità in queste persone e che talvolta hanno pudore ad avvicinarsi anche perché non fanno una doccia da giorni e giorni. Quella fiala di profumo più che nascondere il cattivo odore, conferisce dignità. E ogni notte sono lì, a curare i piedi piagati, a cercare un nuovo paio di scarpe e a regalare un po' di profumo alla vita di chi cerca solo di vedere riconosciuta la propria dignità.

da qui


giovedì 18 marzo 2021

VIAGGIO A MALJEVAC, CONFINE DI DISUMANITÀ - Anna Spena

 È il posto di frontiera tra Croazia e Bosnia, i boschi vicini sono teatro di migliaia di drammatici respingimenti. Ci siamo arrivati con Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che hanno lanciato l’iniziativa Un Ponte di Corpi, una mobilitazione in tante piazze d’Italia e d’Europa.

Donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte ideale che lega le persone di qua e di là dai confini. Un viaggio simbolico per ricordare che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere, il nostro.
«Siamo qui con i nostri corpi, sul confine», dicono Lorena e Gian Andrea, «per negare al confine il suo potere di ridurre la vita a un pezzo di carta».

Lorena si è infilata in macchina, con le mani ha accarezzato il volante. «Mi danno fastidio le unghie, ho dimenticato di tagliarle.
Da piccola mi hanno insegnato che chi lavora sodo ha le unghie corte e si arrotala le maniche della maglia», sorride.
È la mattina del 6 marzo, a Trieste si è alzata la Bora. Sono le otto, Lorena si tira su le maniche del piumino, libera i polsi, mette in moto. Guiderà per dieci ore tra la Slovenia e la Croazia fino a Maljevac, il confine con la Bosnia.
E poi ancora da Maljevac fino a Trieste. Sono belle le mani di Lorena, sono le mani della cura.

Lorena Fornasir, psicoterapeuta, 67 anni, e suo marito Gian Andrea Franchi, 84 anni, professore di filosofia in pensione, dal 2015 hanno messo in piedi un piccolo presidio medico all’esterno della Stazione di Trieste per offrire prima assistenza ai ragazzi che riescono a passare il confine, la città rappresenta il punto d’approdo, la fine della Rotta Balcanica.
Sono stati 19 volte in Bosnia (l’ultima poche settimane fa).
È qui che la Rotta Balcanica si inceppa e il Cantone di Una Sana, nel nord del Paese, è diventato un limbo, impossibile proseguire per la Croazia, la polizia violenta mortifica i corpi, non li lascia attraversare, li cattura per rispedirli indietro. Ma indietro per loro significa niente.
Quando possono Lorena e Gian Andrea caricano la macchina di medicine, sacchi a pelo, scarpe e raggiungono il Paese. All’inizio agivano come singoli, poi si sono costituiti come associazione di volontariato: Linea d’Ombra odv.

È nata da Lorena l’idea di lanciare “Un ponte di corpi”, una mobilitazione che ha coinvolto 50 piazze in tutta Italia e in tutta Europa: Berlino, Marsiglia, Ventimiglia, Clavière, Milano, Triste, Maljevac, ma anche Atene, Roma, Siracusa, Palermo, Catania, Paestum per ricordare che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere, il nostro. Una mobilitazione che è nata dal basso, nessuna sigla, nessuna associazione.
Solo le persone e i loro corpi. «Un ponte di corpi è nato perché dallo scorso gennaio gli arrivi dei ragazzi, dei migranti, in piazza a Trieste, sono drasticamente diminuiti. Questa cosa ci ha procurato grande inquietudine. La piazza vuota significa che vengono intercettati e respinti».

Così a parlare è stato il carrettino verde, il carrettino della cura dove Lorena tiene le garze, i cerotti, il disinfettante, qualche medicina di base. Il carrettino è il simbolo del suo lavoro e degli altri volontari di Linea d’Ombra che sulle panchine di Piazza della Libertà, così come negli squat bosniaci, le strutture abbandonate dove vivono i migranti, medica i piedi dei ragazzi.
E lo fa con un amore atavico, antico. Non esistono abbastanza parole neanche per tentare lontanamente di circoscriverla questa donna, raccontarla.
Accoglie i corpi mangiati dalla scabbia dei ragazzi che arrivano vivi dalla Rotta Balcanica – in troppi muoiono e rimangono vittime senza nome – questa è Lorena, lì la potete vedere.
Una persona che sa come abbracciare. Anzi di più: una persona che per istinto abbraccia, ti abbraccia.

La strada che porta da Trieste a Maljevac è immersa in una giornata di sole pieno e freddo preciso, pungente, senza sbavature. Il confine sloveno da Trieste arriva veloce. Un gruppo di 15 persone si muove verso la frontiera. É un gruppo simbolico, fatto principalmente di donne, è a loro che si è rivolta la chiamata di Lorena. E nelle altre piazze, nello stesso giorno, altre ad altri – mentre noi ci muoviamo – si stanno incontrando, infilati in sacchi neri della spazzatura – perché così si vestono i migranti mentre tentano di attraversare la rotta dei Balcani – per urlare che i confini, così come li intendiamo oggi, non li riconosciamo.
E la donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.
«Noi», dice Lorena, «possiamo dire no allo scontro di razza, perché nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro. Noi siamo coloro che dicono no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa condizione naturale è diventata storicamente un servizio. Noi siamo coloro che gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di essere umani muoiono a causa dei confini. Noi li malediciamo i confini perché quelle strisce di terra o di mare selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato».

 

Il sei marzo donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte ideale che lega le persone di qua e di là dai confini.
«Arriviamo su questa frontiera, sul confine croato-bosniaco», racconta Lorena, «per mandare un segno di solidarietà a chi è bloccato nella discarica umana che è diventata la Bosnia. Siamo in maggioranza donne, le donne sono generatrici di vita intesa come relazione. Sono loro, siamo noi, che curano i legami.
Siamo noi che raccogliamo il mandato tacito della altre donne da cui provengono i migranti: uomini, donne, ancora bambini. Loro ci consegnano la vita dei loro cari. Noi quella vita la dobbiamo rispettare. Curare i piedi è un gesto di grande intimità. Sono grata ai ragazzi che mi permettono di accostarmi ai loro corpi. Mi chiedono il telefono, vogliono chiamare le loro madri “sono vivo, sono ancora vivo mamma”.
Poi mi chiedono di salutarle. Le madri che vedono partire questi figli sperano che ci sia qualcuno dall’altra parte ad occuparsi di loro, ad occuparsi di questo figlio mandato in salvezza. Invece quello che succede ai confini di terra, così come di mare, è terribile. Il confine per i migranti è un luogo di morte. Perciò con i corpi, i nostri corpi, dobbiamo essere sul confine di Maljevac, su tutti i confini
».

Lorena dice che a volte il sorriso che portiamo nelle piazze, come nei confini, è un sorriso stonato. Sorridiamo mentre sulle spalle abbiamo la nostra vita, che è una vita di privilegi. Nel viaggio tra Trieste e Maljevac abbiamo tutti sorriso tanto. Abbiamo sorriso perché stavamo facendo una cosa umana e in quell’umanità ci siamo ritrovati.
Ritrovarsi significa che – nonostante tutto – c’è una parte di quel tutto che non è perduta.
Ci siamo anche arrabbiati su quel confine. E la rabbia nasce quando senti addosso l’ingiustizia. «Il nostro viaggio di andata e ritorno fra Trieste e Maljevac», dice Gian Andrea, «è stato esemplare delle condizioni di vita nell’Europa di oggi.
Per due volte siamo stati bloccati per oltre un’ora all’ingresso e all’uscita della Croazia, senza alcun motivo che non fosse esercitare il potere di farlo, come esemplarmente ha detto il poliziotto croato alla frontiera di Maljevac, ingiungendoci di restare chiusi in auto “perché lo dico io poliziotto!”».

I tamponi erano negativi, i documenti delle macchine a posto, i documenti personali pure. Lo sapevano che stavamo arrivando.
Lo sapevano perché quelli di Lorena e Gian Andrea sono nomi noti alla frontiera.
Lo sono ancora di più da quando alle cinque e mezza di mattina dello corso 23 febbraio la polizia ha fatto irruzione nella loro abitazione privata e sede dell’associazione Linea d’Ombra ODV. Sono stati sequestrati i telefoni personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi materiali.
Gian Andrea è indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, l’hanno associato a un passeur, un “traghettatore” di uomini. Gian Andrea è per la magistratura un possibile trafficante. Ma l’unica cosa che “favoreggia” è la solidarietà.
Anche lui dovreste vederlo, militante di altri tempi. Di quelli che “la sinistra era la sinistra” e la democrazia si fa nelle piazze, con la gente.

Gian Andrea non si scompone mai, è preciso nelle parole. Senza sbavature pure lui, come il freddo del sei marzo. La questura basandosi su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità, dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e due bambini, l’ha collegato ad una rete di sfruttatori «che avrebbe», aggiunge, «prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga.
Non esiste neanche uno straccetto di prova. Esiste solo l’insinuazione che, essendo stata questa famiglia contattata e usata da alcuni trafficanti (secondo gli inquirenti), io avrei potuto non solo esserne a conoscenza ma trarne addirittura un mio personale profitto».
Ma lui rivendica: «il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti. Impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione».

A Maljevac, anche se in ritardo, siamo arrivati lo stesso.

«Caro fratello, cara sorella, bloccati ai confini di terra, soli, senza conforto, oppure con i vostri bambini privati dell’infanzia e cresciuti troppo velocemente al ritmo del “game”», ha recitato Lorena mentre leggeva una lettera scritta con Gian Andrea.
«Siete venuti da terre lontane con una storia che vi schiaccia sul presente e un futuro che riluce sperduto nei vostri occhi. Nonostante tutto sapete ancora sognare.
I fili spinati, i cani o i droni o le violenze che avete subito non vi hanno strappato la speranza. Nei vostri volti fieri e pieni di dignità, c’è sempre quel sorriso dolce che mostra di voi la parte più sorgiva: la capacità di essere protagonisti delle vostre vite e non le vittime a cui l’atroce sistema confinario vorrebbe ridurvi.
Impossibile volgere lo sguardo da un’altra parte; le immagini tragiche che ci giungono dalla discarica umana cui siete costretti, i respingimenti atroci che subite, sono un pugno al cuore di ogni nostra società civile. Voi, che vivete sulla soglia tra la vita e la morte, ci insegnate che la vita non tollera confini. I confini sono luoghi in cui un potere decide chi è degno di vivere e chi non lo è. Per questo siamo qui con i nostri corpi, sul confine: per negare al confine il suo potere di ridurre la vita a un pezzo di carta: chi ce l’ha può vivere, chi non ce l’ha può anche morire. Siamo qui sul confine che voi attraversate con i vostri corpi: corpi cacciati, inseguiti, colpiti, torturati, vietati e umiliati, offesi a volte fino alla morte.

Siamo qui per dire che il confine è un delitto contro la vita. Siamo qui per dire che tutti sono degni di vivere, che nessuno deve essere escluso. Noi donne sappiamo più degli uomini che cosa è il corpo.
Il corpo che nasce, che cresce, che vuol vivere. Il corpo che ha bisogno di nutrirsi, star bene, essere protetto, curato, come per ogni altro essere vivente, e possa desiderare: desiderare di vivere bene, al massimo delle proprie capacità, desiderare di essere in relazione, senza di cui non può esistere, desiderare di amare ed essere amato senza cui la vita si pietrifica.

Il confine nega tutto questo.
Riduce il corpo a un pezzo di carta con il timbro di uno Stato
.
Se hai questo timbro puoi passare la frontiera e vivere. Se non hai questo timbro non puoi passare, puoi invece essere battuto e anche ucciso o lasciato morire. Non sei nessuno. Non esisti. Sei un animale nel bosco. Noi siamo qui per affermare con la nostra presenza, con i nostri corpi, la vita, la dignità dei vostri corpi di migranti, di profughi, di tutti coloro che vogliono vivere una vita degna d’essere vissuta. Noi siamo qui per affermare la vita e rifiutare quel segno di morte che è il confine – il filo spinato, la sbarra – Alt! Chi sei! Dove vai! Non si passa! Documenti! Cattura. Chiusura. Tortura. Odio. Morte. Noi siamo qui, noi donne, per dire che vogliamo lottare contro tutto questo; che il confine è segno di odio e di morte.
Finché noi non sapremo vedere la nostra nudità nei vostri corpi picchiati con crudeltà, o non riconosceremo la nostra paura nei vostri occhi affamati, o l’intimità tra la vita e la morte che ci portate in pegno, saremo abitati dal trauma che ritorna con il rimosso della violenza in cui siamo immersi.
I vostri corpi di dolore ci riguardano fino in fondo. Sono lo specchio della distruzione del Medioriente che ci coinvolge politicamente, senza esclusione. Noi donne abbiamo sacra la vita e vogliamo gridare alta la voce della solidarietà. La nostra esistenza da sempre è una resistenza.
Resistenza al patriarcato, al disvalore sociale del femminile, all’essere subordinate. Re-esistere è un valore e una grande competenza quando ci si prende cura della vita. Vogliamo costruire ponti, tessere la filigrana dei fili spezzati, ricomporre le maglie di legami perduti. Siamo le vostre testimoni Per tutto questo, senza paura, siamo qui dove bisogna stare, nelle retrovie di una guerra non dichiarata per gridare alta la voce della solidarietà oltre ogni confine e ogni barriera Lungo il nostro ponte di corpi voleranno alte le farfalle gialle sopra i reticolati
».

Su un prato, con i piedi piantati a terra, la testa dall’altra parte del confine. «Abbiamo potuto fare la nostra performance, in un prato, guardati a vista dalla polizia», dice Gian Andrea.
Quindici persone che recitano poesie e fanno discorsi non fanno paura. Contemporaneamente, però, in decine di luoghi altre persone, molto più numerose fanno la stessa cosa, in maniera più visibile. È la scelta di andare in piazza, mentre le piazze si fanno sempre più deserte, sta a noi, a ciascuno di noi nella sua singolarità, con il suo corpo, con le sue emozioni, far sì che divenga un inizio.

Lorena non è mai pacificata però si lascia andare “Eh carrettino verde, chi se lo aspettava: lanci appelli e animi le piazze di Italia e d’Europa”. Però mi costa cara la solidarietà».
Lorena è stata fino a qualche giorno fa giudice onorario al tribunale dei minori di Trieste. «Mi hanno tolto l’incarico, me lo aspettavo».
Mentre eravamo sulla strada del ritorno, un ritorno per noi possibile, un ragazzo, nella zona di Plitvice in Croazia, è saltato su una mina anti uomo mentre cercava di passare il game. È morto. Quanti anni aveva? Chi era? Da dove veniva? E sua madre? L’ha sentito mentre il corpo si faceva in brandelli e bruciava? Sono le nove di sera a Trieste, c’è ancora la bora. Le mani di Lorena sono belle, hanno guidato dieci ore e non sono ancora stanche.

Su Gofundme è attiva una raccolta fondi per coprire le spese legali che dovrà affrontare Gian Andrea. Qui la raccolta firme per l’autodenuncia in solidariteà.

Il video pubblicato è di Raw Sight Productions, un’agenzia e casa di produzione audiovisiva che realizza progetti commerciali per finanziare documentari antropologici e di osservazione focalizzati su temi sociali. Raw Sight è composta da Marco Bergonzi, architetto e videomaker; Michael Petrolini, regista e DOP; Francesco Cibati, designer, scrittore e fotografo.

 

(*) Tratto da Vita.

 

da qui