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sabato 15 novembre 2025

Russofobia. Russofilia. Verità

 



La diretta dell’incontro “Russofobia. Russofilia. Verità”. Previsto inizialmente al Polo del ‘900, luogo simbolo della Resistenza torinese, il dibattito si tiene al circolo Arci “La Poderosa”, dopo le polemiche sollevate da Europa Radicale e rafforzate da politici nazionali come l’eurodeputata del Pd Pina Picierno e il leader di Azione Carlo Calenda. L’annullamento è stato avallato anche dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo. I relatori sono il giornalista Vincenzo Lorusso, lo storico Angelo D’Orsi, insieme ad Alessandro Di Battista e Moni Ovadia.



QUI si si può vedere e ascoltare l'incontro


mercoledì 4 giugno 2025

De Russophobia - Angelo d'Orsi

 

Alla vigilia di un nuovo passo del negoziato russo-ucraino con la mediazione USA, e la comparsata di tre o quattro “volenterosi”, Zelensky non sa fare di meglio che compiere un devastante attacco contro la Russia, con l’ovvio assenso dei suoi padroni-protettori della UE. Stavolta l’attacco è stato decisamente pesante, con la distruzione di alcuni bombardieri nucleari e atti terroristici contro ponti e ferrovie con morti civili.

L’intento è chiaro. Naturalmente le grandi firme dei nostri giornaloni daranno la colpa alla Russia. E intanto lo stesso Putin lascia capire che a questo ultimo attacco vi sarà risposta. Vogliono proseguire con la guerra, vogliono obbligare sia Zelensky sia Putin a combattere, e i loro uomini a uccidere e a morire.

Peccato che atti del genere significhino un implicito invito a premere i pulsanti delle armi nucleari. Ma a noi europei in fondo non importa più di tanto: abbiamo il kit di sopravvivenza delle 72 ore…

Che la Russia risponda o no a questa ultima azione ucraina, essa è sempre il regno del male, nel racconto dei nostri anchormen, che eccitano la russofobia dei loro lettori, ma anche dei loro referenti politici, con l’ “autorevole” ausilio del nostro presidente della Repubblica il quale sta procedendo, con passo felpato, a una vera riscrittura dei fatti storici, che Orwell scansati!.

È stato denunciato sovente su questo giornale la russofobia, e io stesso non faccio che parlarne in articoli conferenze convegni. Ora abbiamo un libretto, dall’accattivante titolo latinizzante “De russophobia” di un giornalista che lavora da anni in Donbass, Vincenzo Lorusso, che si fregia della introduzione nientemeno che di Marija Zakharova, e di due succinti contributi storici di Alberto Fazolo e di Andrea Lucidi (Le Rocce Edizioni). Il testo ricostruisce diligentemente il grottesco e insieme inquietante elenco di episodi di russofobia, per lo più in Italia, ma con qualche puntata fuori, come quello davvero incredibile accaduto in Francia nel marzo ’22, quando alla esposizione internazionale felina fu vietato l’accesso di allevatori e gatti russi. O quello, che rasenta l’infamia, che impedì la partecipazione di atleti russi e bielorussi alle Paralimpiadi, dopo che per quattro anni quei giovani e quelle giovani si erano preparati faticosamente combattendo contro le loro disabilità fisiche. 

Il repertorio è tristemente lungo, dalla proibizione del corso su Dostoevskij alla Bocconi al recente divieto del rettore dell’università di Torino (per fortuna in scadenza) di proiettare e discutere in aula il film documentario Maidan. La strada verso la guerra. Episodi simili si sono registrati a Firenze, Bologna, Venezia, Udine, e via seguitando. Una caccia alle streghe che sarebbe piaciuta al famigerato senatore McCarty.

Dal ’22 a oggi, i divieti a proiettare film, o a discutere libri, o suonare o dirigere in teatri: famigerato il primo gesto del sindaco milanese Sala che chiese al grande direttore russo Valery Gergiev, regolarmente contrattualizzato dalla Scala, di esibirsi, se non avesse firmato un documento impostogli di dissenso nei confronti del suo presidente, che ricordiamo era Vladimir Putin e non Giuseppe Sala, per cui Georgiev non firmò e il pubblico milanese si perse un grande evento musicale. Si era ai primi mesi del 2022, e da allora fu tutto un fiorire di proibizioni, mentre non mancava chi (il “moderato” Domenico Quirico su La Stampa) si augurava che qualcuno ammazzasse Putin. E poi la solita Picierno, con il contorno di sindaci e dirigenti del suo partito (D) si impegnavano nella demonizzazione della Russia, e di Putin come il Grande Nemico, e contemporaneamente, nella ricerca di “Nemici Interni” da bandire, silenziare, ostracizzare. E per evitare che gli italiani venissero a conoscenza di verità diverse da quelle spacciate dai Federico Fubini e Maurizio Molinari, fin dal marzo ’22 vennero chiusi tutti i siti giornalistici russi. Finché è arrivata una reazione collettiva, con una raccolta di firme di cittadini (che con azzardo davvero pericoloso Michele Serra, ormai indossati i panni dell’ideologo, dichiarò essere fasulle, venendo smentito “scientificamente): lo scopo era affermare, come il grande manifesto, autoprodotto, che intanto si diffondeva in varie città: “La Russia non è mio nemico”. E la seconda parte del volume riproduce decine di messaggi di solidarietà col popolo e il governo russo contro la russofobia.  E ve ne sono di carini; mi permetto di suggerire a Mattarella di leggere questi messaggi, ricuperando un po’ di connessione con il suo popolo.

da qui

mercoledì 4 maggio 2022

Razzismo, xenofobia e russofobia

 Con la guerra non può esserci pace.

Accogliere è giusto e si può fare.

Il ritorno incomprensibile e inaccettabile della guerra in Europa, l’accoglienza e la solidarietà straordinarie offerte ai cittadini ucraini in fuga ci ricordano innanzitutto questo. Ma ci raccontano anche molto altro.

Con la guerra proliferano anche la xenofobia e il razzismo. Prendono ossigeno i peggiori nazionalismi. Nascono distinzioni che sfociano in nuove forme di discriminazione.

In questo dossier cerchiamo di raccontarle, sapendo di correre un rischio insidioso. Quello di riproporre, senza volerlo, quella tendenza alla polarizzazione che da molto tempo (ben prima della diffusione del Covid 19 e dell’aggressione russa all’Ucraina) denunciamo come un paradigma strutturale e patologico del discorso pubblico.

Non è nostra intenzione assecondare una logica binaria che contrappone i diritti dei profughi ucraini a quelli dei profughi, dei richiedenti asilo e dei rifugiati provenienti da altre aree del mondo. Al contrario, ciò che sta avvenendo oggi ci induce a chiedere che l’accoglienza, la solidarietà, la pietas umana rivolte ai profughi ucraini da parte delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica occidentali siano estese a tutte le persone bisognose di protezione, indipendentemente dalla loro origine nazionale.

D’altra parte, è indubbio e incontestabile il trattamento diverso che le istituzioni dell’Unione Europea e nazionali hanno riservato ai profughi ucraini rispetto ai profughi provenienti da altre aree di conflitto. Raccontarlo ci sembra non solo giusto, ma eticamente indispensabile.

L’attenzione mediatica dedicata alla guerra in Ucraina è eccezionale. Non accade lo stesso con i conflitti che affliggono molti altri paesi del mondo. E nel racconto di questa guerra affiorano pregiudizi e stereotipi che strutturano un radicato eurocentrismo bianco.

La solidarietà unanime del mondo politico con i profughi ucraini lascia trapelare furbe e opportunistiche distinzioni tra “profughi veri” e “profughi falsi”.

Persino il mondo della cultura e dello sport si sono piegati alla logica binaria dello scontro con il nemico con ostracismi incomprensibili nei confronti di scrittori, artisti e atleti russi.

Di tutto questo parliamo nel dossier.

E’ infatti difficile spiegare a uno studente nigeriano in fuga dall’Ucraina perché è stato fatto scendere da un treno diretto in Polonia.

E’ difficile spiegare a un profugo siriano o a una donna afghana perché la loro tragica sofferenza non incontra la stessa attenzione di quella, terribile e ingiustificabile, cui sono sottoposti i milioni di donne e bambini ucraini che stanno per fortuna incontrando un’accoglienza mai vista prima in molti paesi dell’Occidente.

E’ impossibile spiegare a un richiedente asilo sudanese perché per lui e per i suoi concittadini non è possibile raggiungere l’Europa senza rischiare la propria vita nel deserto e nei viaggi della morte nel nostro Mar Mediterraneo.

Così come è complicato distinguere i volontari delle Ong impegnate nelle missioni Sar nel Mediterraneo, stigmatizzati con disprezzo come “taxi del mare” da quei volontari polacchi che, in soccorso ai profughi ucraini, sono invece definiti “taxi della speranza”.

Per aver osato nel 2016 comprare dei biglietti di autobus da Roma a Ventimiglia per nove migranti provenienti dal Sudan e dal Ciad (sgomberati in modo violento pochi giorni prima da uno dei numerosi sgomberi subiti dall’associazione) tre volontari dell’associazione Baobab Experience di Roma sono accusati invece di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il 3 maggio ci sarà l’udienza del processo. E agli amici di Baobab Experience va tutta la nostra solidarietà.

Queste scelte e questi trattamenti differenziati e selettivi, che sembrano subordinare la garanzia dei diritti umani fondamentali e del diritto di asilo alle logiche di potere e agli interessi economici e geopolitici, restano per noi incomprensibili.

Denunciarne l’ingiustizia è l’obiettivo del nostro dossier.

Buona lettura.

 

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