Visualizzazione post con etichetta Ernesto Che Guevara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ernesto Che Guevara. Mostra tutti i post

martedì 16 settembre 2025

Cosa resterà dell'ONU

di Francesco Masala

L’ONU nasce come uno strumento degli Usa, Francia e Gran Bretagna per continuare a comandare nel mondo come sempre. Dovettero far entrare nel Consiglio di Sicurezza Unione Sovietica e Cina, che aveva fermato il Nazismo e il Fascismo con decine di miliardi di morti.

I paesi imperialisti e colonialisti avevano comunque la maggioranza del Consiglio di Sicurezza, dove ogni paese aveva il diritto di veto.

Funzionò così, i paesi occidentali cercavano l’unanimità nel Consiglio di Sicurezza, soprattutto quando c’era l’Unione Sovietica, ma tanto avevano la maggioranza. Dopo la crisi e la polverizzazione dell’Unione Sovietica i paesi occidentali (e la Nato) fecero tutte le guerre e invasioni che volevano, con l’accordo dell’Onu, ma se non esisteva l’accordo dell’Onu le facevano lo stesso.

Il segretario generale viene nominato dall’Assemblea generale, su proposta del Consiglio di Sicurezza, la cui maggioranza è dei paesi occidentali, ecco perchè sono sempre contenti .

Abbiamo visto cose che gridano vendetta, come l’omicidio, secondo l’opinione di Truman, di Dag Hammarskjold (anche Enrico Mattei, a distanza di pochi mesi, fu ucciso in un incidente aereo, come pure il presidente iraniano Raisi, nel 2024, ma questo è un altro discorso, la sicurezza dei voli quando scoppia una bomba).

Abbiamo “subito” anche un segretario generale che era stato un ufficiale nazista, Kurt Waldheim, lui disse di non essersi mai accordo dei crimini di guerra.

L’Onu ha anche un esercito, i caschi blu, che si comportarono in maniera vergognosa in Somalia, a Srebrenica, in Ruanda, e non sono intervenuti nel genocidio di Gaza.

Chi comanda all’ONU sono gli Usa, al punto che il presidente degli Usa può decidere chi può partecipare e chi no all’Assemblea Generale, visto che la sede dell’ONU è a New York

Una macchia indelebile per l’ONU sarà il genocidio di Gaza, da parte di un paese che è stato “autorizzato” a nascere dall’ONU, che non ha voluto contenere quel paese nei territori attribuiti dall’Onu.

 

Dell’ONU resterà poco, vi propongo alcuni discorsi memorabili:

 

 

 

 

 

 

 

 

anche Nicolai Lilin parla della fine dell’ONU:

 

Cosa verrà dopo l’ONU come lo conosciamo adesso arriverà dalle idee dei Brics, e non potrà essere peggio di adesso.


da qui

lunedì 7 agosto 2023

I bambini della luna - Giovanni Maria Bellu

Giovanni Maria Bellu racconta la vita di Angelo Di Carlo, attraverso un reportage-ricerca–ricordo-romanzo molto partecipato.

Il titolo rimanda a un momento storico, quando milioni di bambini, in tutto il mondo, furono testimoni dell’allunaggio, da noi con le parole di Tito Stagno e Ruggero Orlando (che nel libro riappare come direttore di un giornale locale).

Erano anni in cui tutto sembrava possibile, per esempio il vaccino contro la poliomielite si diffuse in tutto il mondo in quegli anni, fu scoperto da “Albert Sabin, che rifiutò di brevettare il vaccino, diceva: Non volevo che il mio contributo al benessere dell’umanità fosse pagato con della moneta, (da qui, erano proprio altri tempi).

Bellu cita Angela Zucconi (che aveva conosciuto Angelo) in un suo libro: Nelle ultime pagine, una riflessione amara e profetica, una sorta di premessa al manifesto del movimento ambientalista del Terzo Millennio: “Il progresso sociale non c’è. Solo il progresso tecnologico irreversibile e inarrestabile divora giorno per giorno i beni della terra, per il maggior benessere dei pochi che stanno bene…”(p.100)

Angelo Di Carlo è stato un militante ambientalista, sempre presente, senza stancarsi mai, pur avendo difficoltà nella vita lavorativa e familiare, anche per una maledetta divisione ereditaria (i parenti serpenti). Alla fine si è trovato sempre più solo, senza speranze.

Il 17 dicembre 2010 un fruttivendolo tunisino di 26 anni, Mohamed Bouazizi, si diede fuoco, da lì iniziò una rivolta che cacciò il dittatore del paese.

Chissà se l’11 agosto del 2012 Angelo ha pensato a Mohamed e a una rivoluzione italiana.

Se lo ha fatto è stato un illuso, del suo gesto solo quattro righe in cronaca, e niente più.

Il libro di Bellu ci invita a non dimenticare, ricostruisce la vita di Angelo, politica, familiare, personale.

Mentre si legge si capisce piano piano che la ricerca di Giovanni Maria Bellu, lo scavo in profondità, è lo stesso di Flaubert, “Angelo c’est moi”, e lo stesso vale per chi legge, ti prende un sentimento di compassione, di partecipazione, uno come Angelo lo abbiamo conosciuto anche noi, senza capire quanto si sentisse solo e stesse male.

QUI un’intervista sul libro con Giovanni Maria Bellu

ps1: Ad Angelo sarebbe piaciuta questa poesia di Julio Cortázar

«Nada está perdido si se tiene el valor de proclamar que todo está perdido y hay que empezar de nuevo.» Julio Cortázar

Che

Yo tuve un hermano

No nos vimos nunca

pero no importaba.

Yo tuve un hermano

que iba por los montes

mientras yo dormía.

Lo quise a mi modo,

le tomé su voz

libre como el agua,

caminé de a ratos

cerca de su sombra.

 

No nos vimos nunca

pero no importaba,

mi hermano despierto

mientras yo dormía,

mi hermano mostrándome

detrás de la noche

su estrella elegida.

 

Avevo un fratello.

Non ci siamo mai visti

ma non importava.

Avevo un fratello

che andava sui monti

mentre io dormivo.

Gli volevo bene, a modo mio,

gli ho preso la voce

libera come l’acqua.

A volte ho camminato

accanto alla sua ombra.

 

Non ci siamo mai visti

ma non importava,

mio fratello vigilava

mentre io dormivo,

mio fratello che mi indicava

al di là della notte

la sua stella prescelta.

 

ps2: grazie a Giovanni Maria Bellu, per non dimenticare Giannetto, ad Arasolè l’abbiamo conosciuto e lo ricordiamo ancora.

 

 

È l’11 agosto del 2012. Angelo Di Carlo, noto come Sgargy, cinquantatré anni, militante ambientalista da tutta la vita, si dà fuoco davanti a Montecitorio. La notizia dopo pochi giorni è già scomparsa dai media mainstream, ma ha raggiunto un reporter specializzato in suicidi della crisi nella casa della sua infanzia, dove si è rifugiato dopo la chiusura del giornale per cui lavorava. Sgargy è un suo coetaneo. Appartiene alla generazione di quelli che sono stati bambini al tempo dello sbarco sulla Luna. Il giornalista decide di ricostruirne la storia. E inevitabilmente, indagando sulla vita di Sgargy, si trova a ripercorrere la propria. Fino a elaborare, con quarant’anni di ritardo, il lutto che l’ha segnata.

I bambini della Luna è un reportage che ricostruisce la biografia di Angelo Di Carlo ed è insieme un romanzo generazionale che racconta il Grande Inganno: l’idea dell’inarrestabilità del progresso e il disastro prodotto dal silenzio dei vecchi che non trasferirono ai figli e ai nipoti – la generazione che oggi governa il mondo – la memoria della Resistenza e della guerra.

da qui


In un giorno di agosto del 2012, un cinquantatreenne vedovo e padre di un figlio, Angelo Di Carlo, detto Sgargy, militante ambientalista e attivista, a seguito del suo licenziamento compie un gesto eclatante: si dà fuoco davanti a Montecitorio, riportando gravi ustioni su gran parte del corpo.  Muore in ospedale dopo otto giorni di terribile agonia. Questo terribile fatto di cronaca diventa il chiodo fisso di un reporter, specializzato in suicidi legati alla crisi, che ha la stessa età di Sgargy e si trova nella sua casa d’infanzia, nella quale ha trovato rifugio dopo che il giornale per cui lavorava ha chiuso i battenti. Il reporter intende ricostruire la storia di Di Carlo e, nel frattempo, riflettere sulla propria. Sì, perché i due uomini hanno molto in comune: appartengono alla generazione dei bambini della Luna. Sono cioè stati bambini nel luglio del 1969, data storica in cui l’uomo ha messo piede per la prima volta sulla luna; episodio di portata enorme, risultato di un periodo fecondo di profonda crescita e di intenso progresso scientifico e tecnologico; momento che ha concesso all’uomo di pensare che, da quel momento, tutto sarebbe stato possibile.

Il gesto estremo di Angelo Di Carlo rispecchia invece il fallimento di una intera generazione che, come l’autore Giovanni Maria Bellu spiega molto chiaramente “ha sfondato il debito pubblico, determinato l’inquinamento globale, sbranato tutto quello che si poteva sbranare. Forse la prima generazione che ha la responsabilità di aver distrutto il pianeta e nonostante tutto è incapace di fare i conti con le proprie responsabilità e non vuole farsi da parte.

Quel che ne risulta è un mix tra reportage e romanzo, una biografia personale che diventa anche biografia generazionale e si sviluppa su piani narrativi diversi, che comprendono, oltre alla storia personale di Angelo e del reporter, anche l’istantanea di una generazione apparentemente libera, ma privata della memoria…

da qui

domenica 10 maggio 2020

Tso: viaggio all'inferno e ritorno

Dario Musso è sparito, quelli che vengono trattati nello stesso modo (TSO e chiusi a chiave nei reparti di psichiatria) capita che dopo atroci sofferenze escano solo per partecipare al proprio funerale.

Dario, per fortuna, è tornato a casa (ascolta qui)

Qualche considerazione
Il signor Vittorio Sgarbi ha detto le stesse cose (leggi qui), ma non ha subito nessun TSO, né è stato rinchiuso in qualche reparto di psichiatria.
Eppure le sue idee hanno avuto un pubblico più ampio di quello di Dario Musso.
E meno male che il calendario non segna il 17 febbraio del 1600.
Il potere ama i sudditi, li crea, li coltiva, a parole ama i cittadini responsabili e informati, ma a volte finiscono male (la lista riempirebbe un elenco telefonico, se basta).
Diceva quell'illuso di Ernesto Che Guevara che "O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza."
Eppure sarebbe stato semplice "isolare" Dario Musso, bastava che il comune di Ravanusa avesse mandato due macchine con megafoni spiegando ai cittadini che le cose erano diverse dalle opinioni di Dario Musso, perchè la scienza è una cosa seria. I cittadini responsabili e informati di quel paese avrebbero sorriso alle stranezze del loro concittadino e avrebbero continuato a seguire le istruzioni del comune.
Purtroppo, si sa, per chi ragiona col manganello tutti i corpi che si trova davanti sono corpi da colpire

La nuova dittatura sanitaria: il caso di Dario Musso sottoposto a TSO - Cesare Sacchetti
Se si legge il caso di Dario Musso, si ha la sensazione di ripercorrere una vicenda ambientata nel Cile di Pinochet o piuttosto nell’Argentina dei desaparecidos degli anni’70.
Tutto questo invece sta accadendo in Italia, non più giardino d’Europa, ma sempre più simile all’arcipelago Gulag narrato dalla penna di Solženicyn.
Il TSO contro Dario Musso
Il caso di Dario Musso non ha ricevuto praticamente nessuna attenzione da parte dei media mainstream. Lo scorso 2 maggio, il giovane di 33 anni aveva inscenato una protesta contro la quarantena e si era dotato di megafono mentre girava in auto per le strade della sua città, Ravanusa, gridando che non c’era nessuna pandemia.
L’uomo, in un video già condiviso su Twitter, era stato fermato da una volante dei carabinieri ed è stato sottoposto ad un TSO firmato dal sindaco della stessa cittadina, Carmelo D’Angelo.
Il TSO è un acronimo che sta per trattamento sanitario obbligatorio ed è regolato da una legge specifica, secondo la quale questo può essere eseguito “solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici.”
Se si guarda il video pubblicato dallo stesso 33enne prima di essere fermato dai carabinieri del posto e dagli operatori sanitari, si ha la netta impressione che Musso non fosse affatto in preda “ad alterazioni
Il 40enne di Ravanusa non era affatto pazzo. Stava esercitando il suo sacrosanto diritto costituzionale di dire la sua opinione. Il sindaco di Ravanusa ha commesso un atto gravissimo autorizzando un TSO. Questo Paese sta diventando la peggiore dittatura della storia dell'umanità.
L’uomo stava inscenando una protesta politica e il modo in cui è stato fermato in mezzo alla strada fa pensare che si è voluto dare un esempio a tutti coloro che stavano assistendo alla scena.
Placcato dai carabinieri nonostante non stesse facendo nessuna resistenza e subito dopo sedato da tre operatori sanitari.
Una scena che testimonia la brutalità di un regime che inizia sempre di più ad assomigliare alle feroci dittature totalitarie del secolo scorso.



Il video del giovane sottoposto a TSO in mezzo alla strada

Da quel momento, Musso si trova nell’ospedale Barone Lombardo di Canicattì, legato ad un letto e con un catetere senza la possibilità di parlare con la sua famiglia.
Il fratello, l’avvocato Lillo Massimiliano Musso, ha provato più volte ad entrare in contatto con lui dal giorno del ricovero coatto, ma i responsabili del reparto gli hanno ripetutamente negato la possibilità anche solo di parlargli al telefono.
L’avv. Musso ha registrato le conversazioni avute dal 2 maggio in poi con gli operatori sanitari.
Ogni volta che il fratello e anche legale dell’uomo ricoverato prova a chiamare gli viene ripetuta la stessa risposta.
“Suo fratello sta dormendo.”




Le telefonate dell’avv. Musso con l’ospedale e le forze dell’ordine 

L’avvocato parla al telefono con una dottoressa che lavora nel reparto e le chiede conto del motivo per il quale il suo assistito si trova lì dentro.

Il medico spiega che c’è un TSO in corso e nega a Lillo Musso la possibilità di parlare telefonicamente con suo fratello.
Ma la legge sul TSO a questo riguardo è chiara. La famiglia ha il diritto di comunicare con la persona sottoposta a questo trattamento.
A questo punto, l’avvocato esasperato dai continui rifiuti chiama i carabinieri della stazione di Canicattì sollecitando un loro intervento, ma questi dicono che non hanno una volante a disposizione per intervenire e suggeriscono piuttosto di contattare il commissariato di polizia locale.
Il legale chiama il commissariato di Canicattì che prova subito a ributtare la palla ai carabinieri, sostenendo che la competenza è loro dal momento che sono stati i carabinieri a fermare l’uomo.
L’avvocato Musso racconta che l’ospedale continua a negargli la possibilità anche solo di parlare telefonicamente con suo fratello e denuncia un reato, ovvero la violazione dell’art. 328 del codice penale che riguarda il rifiuto d’atti d’ufficio.
La polizia quindi sotto le pressioni dell’avvocato chiama l’ospedale e parla con la dottoressa che riferisce la stessa storia.
Dario Musso sta dormendo e non si può parlare con lui perchè non ci sarebbe un telefono cordless per passargli la comunicazione.
Lillo Musso non si arrende e richiama di nuovo l’ospedale.
“Suo fratello è contenuto. E’ meglio che dorme.”
L’avvocato di Ravanusa ribadisce che sono ben tre giorni che la famiglia non ha notizie del suo congiunto e chiede che cosa gli hanno somministrato.
L’impressione è che i vari responsabili del reparto si siano messi d’accordo per raccontare la stessa storia.
Ma se stanno rispettando la legge e stanno effettivamente somministrando al paziente medicinali non dannosi per la sua salute, perchè ogni volta avanzano la stessa scusa e impediscono all’uomo ogni comunicazione con l’esterno?
Per quattro giorni consecutivi, l’ospedale continuerà a negare alla famiglia la possibilità di parlare con Dario Musso.
La risposta è sempre la stessa. “Sta dormendo.”
Alla fine, Lillo Musso riesce a parlare con suo fratello solo grazie all’intervento di un operatore sanitario del reparto che glielo passa finalmente al telefono.
L’uomo appare completamente stordito probabilmente per l’effetto dei sedativi che gli sono stati somministrati.
“Sono chiuso nelle mani e nelle braccia.” Questa la prima cosa che il 33enne di Ravanusa dice al fratello, facendogli sapere che è stato legato
Domani dovrebbe essere il suo ultimo giorno di ricovero coatto, ma la famiglia ha già presentato ricorso contro questo provvedimento che verrà discusso al tribunale di Agrigento il prossimo 4 giugno.

Il TSO è il manganello della nuova dittatura sanitaria
La vicenda di Dario Musso è estremamente preoccupante ed allarmante perchè testimonia la pericolosa deriva autoritaria che sta travolgendo l’Italia.
Recentemente, il CODACONS ha esortato ad usare il TSO a coloro che si rifiutano di sottoporsi al tampone.
E’ la nuova dimensione della dittatura sanitaria che sta prendendo forma. La presunta tutela della salute pubblica è divenuta il pretesto per colpire i dissidenti del regime.
“Se non obbedisci, ti faccio rinchiudere in un ospedale psichiatrico.”
Chi si rifiuta di seguire questo nuovo regime orwelliano potrebbe fare la fine di Dario Musso.
Sedato in mezzo alla strada come il più pericoloso dei criminali e trasportato all’ospedale negandogli i suoi diritti fondamentali.
Le leggi vengono calpestate. Gli abusi si stanno accumulando fino a diventare intollerabili.
Se si vuole avere ancora l’imprescindibile diritto costituzionale di poter esprimere liberamente la propria opinione, è vitale parlare di quanto è accaduto a Ravanusa, perchè potrebbe essere l’inizio del trattamento che questa dittatura totalitaria riserverà a tutti coloro che oseranno opporsi.
In una democrazia, il caso di Dario Musso avrebbe già sollevato un vespaio di polemiche e sarebbe sulle prime pagine dei giornali.
In una dittatura, questo caso viene ignorato. In una dittatura come quella che si è impadronita del Paese, il TSO è diventato il manganello per mettere a tacere la voce dei dissidenti.
da qui



ricorodo di Elena Casetto e Francesco Mastrogiovanni, mai più tornati a casa: due storie di abusi sanitari assai diversi ma entrambi con lo stesso esito tragico

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-elena-casetto/


http://www.labottegadelbarbieri.org/tortura-e-morte-di-francesco-mastrogiovanni-per-tutti-la-pena-e-sospesa/

sabato 26 maggio 2018

Lo giurammo sul cielo - Gian Luigi Deiana

presentazione della sesta lezione 2018 della Scuola popolare Antonio Gramsci: IL ’68 – — Ghilarza 26 maggio ore 18.30, sala Agorà
Se una compiuta comprensione storica del ’68 è ancora oggi un esercizio velleitario e carico di divergenze, i simboli che esso conserva sono invece universalmente riconosciuti. Il 15 ottobre 1967 a L’Avana Fidel Castro diede l’annuncio della morte del “Che”, avvenuta in Bolivia sette giorni prima; esattamente dodici mesi dopo, il 16 ottobre 1968, i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos levarono i pugni guantati di nero sul cielo di Città del Messico, dal podio delle Olimpiadi. In ambedue i casi è stata la fotografia a fissare quella significazione che l’analisi storiografica stenta a rendere chiara: l’immagine del martirio del guerrigliero e il diritto del potere nero. La storia tuttavia non si chiude nelle cronologie e lo spirito del tempo non si blocca in un flash: sul fiume degli eventi vanno colte le sorgenti, gli alvei comuni e i loro sbocchi nel presente. Poiché l’onda del mutamento ha investito sia il grande mondo della geopolitica che la singola vicenda degli individui è su questa estrema bidimensionalità (l’ordine geopolitico e la libera individualità) che va cercato un denominatore comune: il ’68 ha infatti messo in scena insieme due disconoscimenti globali visibilmente asimmetrici tra loro: il rifiuto dell’ordine dei due blocchi instaurato dal secondo dopoguerra e la rivolta contro i modelli psichici e sociali imposti all’individualità. La condizione storicamente inedita, che questi due disconoscimenti si siano incontrati e si siano alimentati reciprocamente, è ciò che ha maggiormente caratterizzato quel tempo: quindi dobbiamo cercare le ragioni che hanno reso possibile quell’incontro. La geopolitica del rifiuto è caratterizzata fondamentalmente dai processi di liberazione anticoloniale, i più importanti dei quali sono stati capaci di respiro mondiale sia nella teoria (si pensi al libro di Franz Fanon “I dannati della terra”, 1961) che nella pratica (si pensi ala figura di Ho Chi Minh); la maturazione di una nuova concezione dell’individualità è animata soprattutto, invece, dall’espansione della scolarizzazione superiore nella prima generazione postbellica e dalla difformità degli stili di vita giovanili rispetto a quelli tradizionali. Non è quindi un caso se i luoghi deputati alla prova scenica di questo doppio immane scontro siano i luoghi di cerniera del vecchio ordine: da un lato il Viet Nam e dall’altro le università. A sua volta l’evoluzione della guerra in Viet Nam ha potenziato e mondializzato le ragioni di tutte le lotte di liberazione del Terzo Mondo (“dieci, cento, mille Viet Nam” nella prospettiva del “Che”), così come le lotte studentesche nelle università hanno recepito e diffuso in tutte le pieghe della vita sociale le ragioni della lotta alla discriminazione razziale e alla discriminazione di genere: sta in tutta questa complessità la caratterizzazione della vicenda storica come “contestazione globale”, una globalità che si avvaleva di una diffusione molto più sciolta dei prodotti della cultura (libri, giornali, cinema, musica, arte ecc.), in grado di superare censure politiche e prescrizioni morali e che pure azzardava, talvolta su vicoli ciechi, sia salti dichiaratamente utopici (“l’immaginazione al potere”), sia ibridazioni di situazioni diverse (la rivoluzione culturale cinese in Occidente), sia riduzionismi settari (fascinazioni, varianti e scolasticismi dell’universo marxista). A fronte di questa indefinita risorgiva di eventi antisistemici è necessario individuare le azioni reattive dei sistemi d’ordine. La più importante di queste azioni reattive riguarda appunto l’ordine geopolitico e consiste in questo: circoscrivere i processi di decolonizzazione e costringerli entro un ordine imperialistico di tipo nuovo: i casi del Viet Nam e della Cecoslovacchia, i più importanti del ’68, illuminano la correzione di indirizzo assunta nel primo caso dagli USA e nel secondo caso dall’URSS, e valgono per capire la proiezione globale della nuova fase degli imperialismi, in Medio Oriente, in Africa e nell’America Latina. La gravità degli errori di prospettiva, sia nella conduzione politica americana che nella conduzione politica sovietica, aprirà di lì a poco un baratro sugli impianti dei relativi sistemi. (La resa americana sulla cerniera del Viet Nam, nel 1972, sarà seguita immediatamente dalla fuoriuscita del dollaro dal sistema monetario, da una crisi economica mondiale e dall’intensificazione della pressione militare sul Medio Oriente e sull’America Latina, moltiplicando i regimi dittatoriali e le condizioni di guerra: Cile, Israele, Iran e infine Iraq, Jugoslavia ecc.; dall’altra parte della cortina di ferro, parallelamente, l’ostinazione sovietica a liquidare il processo riformatore in Cecoslovacchia per impedire il contagio sulle università polacche e un possibile effetto domino ha favorito la maturazione della dissidenza polacca, ha determinato l’effetto domino sulla Germania Est, e ha portato in breve alla dissoluzione dell’Unione Sovietica in quanto tale). La seconda delle operazioni reattive messe in opera dalla conservazione sugli eventi del ’68 riguarda invece l’arretramento dei modelli della tradizione sotto la spinta delle nuove forme dell’individualità. Sul campo si possono contare avanzamenti epocali nel campo dei diritti civili (la considerazione della malattia psichiatrica, il diritto di famiglia, la parità di genere, la dissolubilità del matrimonio, il diritto allo studio ecc.), una forte spinta emancipativa nel costume e negli stili di vita, ed insieme una frastagliata collocazione politica degli attori di questo processo nell’identificazione con la sinistra o con i marxismi. Per inciso, è forse su quest’ultimo aspetto, il rapporto tra gli attori della cosiddetta contestazione globale e il loro lento ma inesorabile assorbimento nella macchina dei poteri politici e istituzionali costituiti e dei loro presunti contropoteri, che si verifica nel tempo una consistente dissipazione della forza di quel fiume. Ora, se consideriamo i due lati della vicenda, appunto la reazione al corso degli eventi sul piano geopolitico (l’ordine imperialistico) e la reazione sul piano dell’individualità (i modelli valoriali) è difficile dare conto di chi abbia vinto e di chi abbia perso. Senza dubbio si è trattato di un vento tempestoso di possibilità, ma è anche vero che gran parte di queste sono state assorbite, o deviate o deluse. Esse erano tutte necessarie già in quel tempo, ma per una parte di esse non sussistevano le condizioni materiali di affermazione. E’ l’urgenza della necessità e la sua impossibilità di attuazione che promana dal volto di morte e di redenzione di Ernesto Che Guevara; e la certezza che quella necessità inevasa comunque permane e che perdura, non sconfitta, come sfida al tempo a venire, è rilanciata al mondo nei pugni al cielo di Smith e Carlos a Città del Messico. Quanto a una riduzione cronologica di quegli avvenimenti, essa può risultare utile a condizione che si abbia chiara la gestazione di essi in tutto il decennio precedente e si presti la dovuta attenzione agli effetti epocali verificatisi nel decennio successivo. La maturazione di possibilità, quando viene temporaneamente impedita, non può che aspettare il suo momento, anche al prezzo di deviazioni che alla lunga possono rivelarsi drammatiche. L’assioma gramsciano secondo cui il nuovo non nasce se il vecchio non muore trova in questo caso una dimostrazione quasi letterale. Entro questi limiti, ora, possiamo azzardare una succinta indicazione cronologica di vicende e di rimandi in questo senso essenziali. Primavera 1964: nascita del Free Speech Movement nell’Università di Berkeley (v. H. Marcuse) Dicembre 1965: chiusura del Concilio Vaticano II (v. teologia della liberazione in America Latina); Agosto 1966: inizio della rivoluzione culturale cinese (v. Mao, maoismo, marxismo-leninismo); Aprile 1967: colpo di stato in Grecia (v. CIA, condanna a morte di George Panagulis); Giugno 1967: guerra dei Sei Giorni (v. occupazione della Palestina, diaspora palestinese, OLP ecc.); Ottobre 1967: morte di Che Guevara (v. Cuba, diretta pressione americana in America latina); Gennaio 1968: offensiva del Tet (v. Viet Nam, importanza simbolica della figura di Ho Chi Minh); Febbraio 1968: Dubcek primo ministro (v. primavera di Praga, v. Università di Varsavia ecc.); Marzo 1968: occupazione di università in Italia e in Germania (v. Paolo Rossi 1966, Benno Ohnesorg 1967); Aprile 1968: assassinio di Martin Luther King a Memphis; attentato a Rudy Dutschke a Berlino; Maggio 1968: occupazione delle università in Francia (v. movimenti studenteschi europei); Giugno 1968: assassinio di Robert Kennedy, candidato alla presidenza USA (v. candidatura Mc Govern); Luglio 1968: sconfitta della linea antiamericana di De Gaulle; isolamento del movimento studentesco; Agosto 1968: invasione sovietica della Cecoslovacchia (v. sovranità limitata; morte di Jan Palach); Agosto 1968: convention del partito democratico a Chicago, controconvention pacifista (v. J. Rubin ecc.); Settembre 1968: nascita dei comitati operai autonomi in Italia (v. Pirelli, Marghera ecc.); Ottobre 1968: massacro di centinaia di studenti a Città del Messico (v. CIA e regimi in America Latina); Ottobre 1968: protesta di Smith, Carlos e Norman alle Olimpiadi (v. diritti umani; v. apartheid). Come è evidente l’estrema eterogeneità di queste vicende rende improbo il tentativo di coglierne un denominatore comune nelle cause, nello svolgimento o negli esiti, tranne appunto che per la diffusa percezione di un fascinoso “spirito del tempo”; se non vi sono stati presupposti ideologici riducibili ad un unico asse teorico, e tanto meno azioni pratiche riconducibili a uno schema strategico condiviso, vi è stata comunque una reazione dei media e delle opinioni pubbliche relativamente simile, come vi è stata la manifestazione di una sorprendente sintonia di nuovi interessi e nuovi indirizzi culturali nella saggistica, nella musica, nella moda, nei linguaggi e nel costume in genere. Come dar conto della grande sete di riflessione sugli scritti di Theodor Adorno, della rilettura di Marx, della musica rock, del maoismo occidentale, del situazionismo, dell’operaismo, del pacifismo, delle guardie rosse, dei feddayn, della rivolta studentesca di Atene, della teologia della liberazione, delle facoltà di sociologia, del movimento hippy e del loro effetto simultaneo e moltiplicatore fin dentro le zone rurali, le scuole, gli ospedali, le carceri o i seminari vescovili, e fin dentro ogni singola famiglia in molte parti del mondo? Un elemento incontrovertibile, quanto a questo, sta appunto in un fenomeno di unificazione mai visto prima, cioè nella diffusione planetaria di un “immaginario”. La nostra Scuola popolare ha aperto questo suo secondo calendario annuale lo scorso ottobre, nel cinquantesimo anniversario della morte del “Che” e indirizzando l’attenzione ai cinquant’anni dal 1968; lo conclude quindi con la vicenda che simbolicamente conclude quell’anno straordinario, la protesta di Smith, Carlos e Norman sul podio olimpionico di Città del Messico. L’immagine del “Che” straziato e l’immagine di Smith e Carlos che rifiutano la posa di fronte alla bandiera americana e all’inno nazionale sono forse le icone più forti di quell’immaginario. Tuttavia la forza delle icone necessita di essere indagata e riportata alla misura degli avvenimenti reali. Ora sappiamo quasi tutto sulla cattura e sull’uccisione di Che Guevara, e persino sul culto che vi si conserva a Vallegrande e a La Higuera, dove finì la sua guerra. Si è saputo molto di meno, per molti decenni da allora, sulla vicenda dei tre atleti che vinsero la gara dei duecento metri piani: essi infatti furono espulsi dalle rispettive squadre, rinnegati dai rispettivi comitati olimpici e cancellati dalla sfera dell’opinione pubblica: ne fu castigato non solo il loro gesto, ma tutta la loro storia precedente e tutta la loro esistenza successiva: nessuno avrebbe dovuto avere conoscenza o interesse per alcuno di loro. Ma, per quanto gli umori del momento possano essere manipolati, non sempre il tempo storico rispetta questo dettato; infatti noi oggi conosciamo la storia dei tre di Città del Messico. La storia di Smith e Carlos è data da una biografia di militanti politicizzati, che dopo Malcolm X, Martin Luther King o Muhammad Alì trovano la loro strada di lotta nel Movimento olimpico per i diritti umani; ma è quella dell’australiano Peter Norman la storia più sorprendente, più antieroica e perciò più emblematica quanto a potere di identificazione su chi ne viene a conoscenza: “il mio nome non conta, la mia età nemmeno”, come esordisce una delle più celebri ballate di Bob Dylan, è come lo stigma della personalità di Norman; egli vinse la medaglia d’argento e si presentò sul podio con la spilla del movimento per i diritti umani, dopo essersela fatta prestare dai suoi due compagni e avversari per manifestare la condivisione della loro lotta; fu radiato dal comitato olimpico del suo paese e rigettato in una vita di povertà; il movente della sua espressione di solidarietà manifestato sul podio non era una biografia militante, ma l’avere sposato fin da bambino la causa degli aborigeni e averla coltivata nell’Esercito della salvezza. Quando seppero che Norman era morto, nel 2006, Smith e Carlos volarono dall’altra parte del mondo e portarono a spalla il feretro del loro compagno, nella sua ultima corsa.