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venerdì 27 ottobre 2023

“Racconti insoliti” - David Albahari

La neve

Sta nevicando. È aprile, e nevica. I fiocchi di neve sono grandi e si sciolgono con un fremito, come se fossero vivi. Qualcuno sostiene che la bellezza del tempo risieda nella sua imprevedibilità. Intende, naturalmente aggiungendo, il tempo meteorologico, perché l’altro è prevedibile e non potrebbe esserlo di più. Segue una marea di proteste, una discussione alla quale tutti partecipano. Gli occhi si allargano, le guance si gonfiano, le labbra a volte si ricoprono di bolle di saliva. Le sedie scricchiolano, le suole sfregano contro il pavimento, le mani svolazzano nell’aria, le fronti si accigliano. E poi, quando l’orologio da parete suona sei volte, tutti tacciono. La neve sta ancora cadendo.

Il lettore

Il lettore che si perde in un punto del libro e si ritrova in un altro, ma completamente cambiato. Si guarda a lungo nello specchietto, si tocca i baffi che prima non aveva, si accarezza i capelli lunghi fino alle spalle. Va bene, sta bene così, fuori dal libro. Il libro è sul tavolo, è aperto. Un uomo si avvicina e lo chiude. Quando si guarda di nuovo allo specchio, il lettore in esso non vede niente.

Un gatto

Un uomo è sceso in cortile a gettare la spazzatura e vicino all’ultimo gradino vede un gatto morto. È sdraiato su un fianco, le gambe rigide e gli occhi spalancati. L’uomo posa il  secchio e rientra nell’appartamento a prendere un vecchio giornale. Quando torna con il giornale in mano, il gatto non c’è più. L’uomo getta uno sguardo all’indietro, strizza gli occhi, si accovaccia e si alza di nuovo. Poi vede il titolo “Cinquantatreesimo giorno di bombardamenti”, si agita e inizia a leggere.

Il monte

Da dove ci troviamo, in cima, possiamo vedere un uomo a piè del monte, sul sentiero. Ci abbiamo messo due ore per salire in vetta perché a Nela la gamba fa un po’ male e Vesna è sempre stanca, ma quell’uomo certamente non ha bisogno di così tanto tempo. Stendiamo una tovaglia di plastica sull’erba, tiriamo fuori panini e mele dagli zaini. Beviamo succo di mirtillo. Quando appare, l’uomo è più vecchio di quanto immaginassimo. Ma non ha il fiato corto.

La nave

L’estate passa in fretta. Non ci siamo nemmeno abbronzati ed è già tempo di jeans e magliette con le maniche lunghe. Sono seduto sulla roccia, porto un filo d’erba alla bocca e lo addento. L’amarezza mi pizzica la bocca. Il mare è calmo, silenzioso. Quando chiudo gli occhi, vedo una nave.

Walser

Robert Walser pensa che parlare sia faticoso, dico. Nessuna conversazione mi ha mai stancato, dice mia moglie, e ripete: mai. Il valore delle parole, leggo, la determinazione del loro effetto, sarà dimenticato da chi parla piuttosto che da chi è taciturno. Mia moglie si raddrizza all’improvviso,: stai dicendo che, quando parlo, spreco solo parole? Non è la mia opinione, rispondo, ma quella di Walser, non ho detto niente. Quando parli, continua mia moglie, poi le tue parole sono mielate come quel silenzio, e quando parlo io è un battito di ali nel vuoto, ecco cosa viene fuori, no? Meravigliosa è la libertà spirituale del solitario, dico, è di nuovo di Walser. Bene, ribatte mia moglie, allora che Walser ti prepari una cena solitaria. Più tardi, in cucina, mangiando pane spalmato con un sottile strato di margarina, comincio a capire il peso della tentazione solitaria.

Il cielo

Quando Jakov Baruh morì, il cielo si mosse. Era notte, e a un certo punto la disposizione delle costellazioni cambiò, come se il cielo sopra di noi fosse un’enorme proiezione che qualcuno, chissà come, avesse sostituito con un’altra. Anche il sarto ha detto di averlo visto, e che poi, nella vetrina del suo negozio, una candela decorativa si sia accesa da sola. Subito dopo, quando il cielo si mosse, il fabbro sentì suonare la sua incudine anche se non c’era nessuno nell’officina. Il postino si svegliò improvvisamente dal suo sogno e vide che le sue dita erano macchiate di ceralacca. Al capezzale, perché solo allora era andato a riposare, il poeta trovò un foglio con una poesia scritta da una mano sconosciuta. Soltanto Matilda, la vedova di Jakov, non si era accorta di nulla. Si svegliò solo quando i raggi del sole penetrarono dalla finestra, sentì il freddo della mano di Jakov e seppe, ancor prima di vedere la sua bocca aperta, che Jakov era morto. Le bastava. Lei comunque non sapeva niente del paradiso.

Una storia non scritta

Di tutte le storie che non ho scritto, ricordo quella in cui un ragazzo e una ragazza sono seduti su una panchina del parco, si tengono per mano e tacciono. Nient’altro è successo in quella storia; tutto era in perfetto silenzio. Il mio sforzo di scrittore avrebbe dovuto concentrarsi sulla descrizione di quella perfezione, anzi, sulla perfetta descrizione della perfezione, perché nessun’altra ne sarebbe degna. Il silenzio conteneva tutto, sia il loro passato che il loro futuro, i giorni trascorsi nella penuria, i giorni di abbondanza, il calore del cuscino condiviso, il parto difficile, la separazione e l’incontro, e il lento allontanarsi, e la casa al margine della città, dove il buio era più fitto, e i fiori nell’aiuola sotto la finestra, e la corda con cui il giovane si impiccò quando scoppiò la guerra, e il pianto di lei, le unghie con cui si grattava il viso, e le parole, incerte e scivolose, con le quali cercava di spiegare al bambino quello che non riusciva a spiegare nemmeno a se stessa: il silenzio che è il germe di tutto ciò che ci circonda. Il bambino la guarda e tace.

L’esploratore

Ogni bianchezza è fredda, pensa l’esploratore, indipendentemente dal fatto che davanti a me ci sia sabbia o neve.

Il cerchio

Zdravko e Vera si sono conosciuti al concerto dei Bijelo Dugme. Si trovarono, del tutto per caso, se qualcosa al mondo avviene per caso, uno accanto all’altra in una folla che si accalcava in tutte le direzioni, e i loro occhi si incrociarono all’istante quando entrambi cantarono: “Sei così, piccola mia, quando ti bacia un bosniaco”. Zdravko sorrise e tese la mano, che Vera accettò, e poi Zdravko si chinò e le baciò le labbra leggermente arricciate. Non ci separeremo mai, disse Vera più tardi quella sera, cioè quella notte, perché era mezzanotte passata e loro erano sdraiati nel letto di Zdravko, e così fu per i successivi dieci anni, fino allo scoppio della guerra. Decisero di lasciare Sarajevo, non senza dolore nel cuore e con ferme promesse a Sead e Jasmina, i loro testimoni di nozze, che sarebbero sicuramente tornati non appena questa “stupidaggine” fosse finita. Vissero prima per un anno a Ruma, con il fratello di Zdravko, poi andarono a Zrenjanin, dalla sorella di Vera, dove nacque il loro primo figlio. Si trasferirono a Belgrado, affittarono un appartamento a Karaburma. Zdravko vendeva sigarette e cambiava marchi tedeschi per strada, e Vera lavorava tutti i pomeriggi in una delle boutique vicino a Zeleni Venac. Lasciava il bambino alla zia di Zdravko, una zitella che condivideva un appartamento di due stanze a Nuova Belgrado con tre gatti grassottelli. Passarono altri due anni, la “follia” di Sarajevo finì, anche se non si era fermata in alcun modo; “la ragione si perde facilmente e difficilmente si ritrova”, scrisse Zdravko in una lettera a Sead; e così, visto che nacque il loro secondo figlio, decisero di cercare un posto più tranquillo (ed economico). “La vita è diventata troppo preziosa per noi per sprecarla così”, scrisse Zdravko nella stessa lettera, “dobbiamo ricominciare da zero”. Trascorsero un anno a Niš, dove viveva lo zio di Vera, ma non riuscirono a sentirsi a loro agio in una città che sembrava loro ricostruita innumerevoli volte e mai terminata, fatta di parti che minacciavano continuamente di sgretolarsi. Si trasferirono a Kruševac, dove la sorella di Vera si unì a loro, e dopo un anno passato sentendosi come se stessero sprofondando costantemente in un’oscurità fluida, si diressero a Ćuprija, su invito della migliore amica di Vera dai tempi della scuola. Lì scoprirono da soli la luce e lì nacque il loro terzo figlio. Il giorno prima che cadessero le prime bombe su Ćuprija, nella primavera del 1999.

Un’ombra

Il ragazzo, sul ponte, vede un’altra ombra accanto alla sua. Quando si guarda indietro, vede che è solo. Molti anni dopo, sullo stesso ponte, si accorgerà che la sua ombra non c’è più, ma allora rimarrà indifferente.

Cartoline

Mio padre viaggiava spesso. Ci inviava cartoline da ogni posto in cui era stato. Scriveva lo stesso testo su ognuna – cinque frasi e una firma ornata – e lo leggevamo ogni volta come se ci fosse completamente sconosciuto. D’altronde la seconda frase, “Questa è una bella città”, ad esempio, aveva significati diversi sulle cartoline di Vienna e Madrid, mentre la quinta frase, “Non vedo l’ora di vedervi”, suonava vera sulla cartolina di Mosca ed estremamente poco plausibile sulle cartoline di Venezia. Lo stesso si può dire per la prima frase “Sono seduto in una stanza d’albergo”, che sicuramente, scritta ogni volta in una stanza diversa, non potrà mai essere la stessa, né potrebbe la passeggiata accennata nella terza frase, “Farò una passeggiata prima che arrivi il buio”, che portava sempre a nuove strade. Tuttavia, la quarta frase, “Nel silenzio, le parole si appesantiscono, il cuore arde come una pigna secca”, ci lasciava nel dubbio; nessuna immagine poteva cambiarla. Non sapevamo, cioè, se il silenzio cambia di luogo in luogo e se ogni fuoco è lo stesso, non importa dove brucia, ma nostro padre, quando glielo chiedemmo, non volle dirci nulla.


David Albahari (1948 — 2023) è stato uno scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica che ha scritto principalmente romanzi e racconti, spesso di carattere autobiografico. È mancato, dopo una lunga malattia, il 30 luglio 2023. Viene giustamente considerato uno dei Nobel mancati e ricordato da molti intellettuali come un grande scrittore.

Traduzione di Božidar Stanišić, revisione di Claudia Bettiol


da qui

venerdì 8 settembre 2023

Pettirossi - David Albahari

 

 

Scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica, David Albahari è mancato il 30 luglio 2023. Per ricordarlo, lo scrittore Božidar Stanišić ha tradotto per Meridiano 13 alcuni suoi racconti. Questo è Pettirossi, pubblicato nella raccolta La pellegrina e nuovi racconti (1997).

 

Anche oggi, a colazione, proprio come ieri, mio figlio di nove anni appoggia lentamente il panino nel piatto, gli occhi gli si chiudono, le labbra si stringono, le guance si gonfiano, e lui incomincia a piangere. Piange, mi ha detto ieri, perché la primavera, anche se marzo sta per finire, non è ancora arrivata. Ha paura, mi ha detto, che i cicli ecologici di cui studia a scuola verranno sconvolti, e che non ci sarà abbastanza erba per i conigli né abbastanza conigli per i coyote. Ha anche paura, mi ha detto, che questa primavera, sempre ammesso che arrivi la primavera, non sarà in grado di interrare i semi di girasole nel nostro cortile sul retro, annaffiarli e vederli spuntare dal terreno e crescere.

Cerco, come ho provato ieri, di calmarlo con storie sull’inevitabilità dei cambiamenti della natura, su come ogni cosa abbia il proprio tempo, così com’è scritto nei libri antichi. Gli dico che dovrà imparare molte cose nella vita, ma che la pazienza forse è la più importante di tutte. Chi non impara ad avere pazienza, dico, prima o poi si farà del male, poi con la propria temerarietà farà del male; e infine, con la sua impulsività, farà del male agli altri.

Il ragazzo mi guarda. Dai suoi occhi pieni di lacrime capisco che non mi crede. Nemmeno io credo a me stesso (come da ragazzo, quando non sempre mi fidavo di mio padre). L’inverno è davvero così lungo che si sta lentamente, ma senza alcun dubbio, trasformando nell’ “inverno della nostra insoddisfazione”. Alla neve, che lo scorso ottobre ci aveva dato tanta gioia, e che ci godevamo mentre scricchiolava sotto i nostri piedi, ora diamo la colpa per ogni fallimento, anche il più piccolo, soprattutto per quelli che attribuiamo alla “vita in un paese straniero”. In effetti daremmo qualsiasi cosa solo per veder spuntare il primo gambetto di bucaneve. Sempre che qui crescano e sappiano come orientarsi sotto gli strati di neve.

Forse per questo, dice mia moglie, a causa di quella bianchezza immutabile, tutti i nostri conoscenti dalla “patria” parlano costantemente di un ritorno. Quando li si ascolta, si potrebbe pensare che nel posto lontano da dove veniamo non faccia mai freddo, che non nevichi mai, che le strade non gelino mai sotto i colpi di piogge ghiacciate.

L’inverno laggiù non dura mai così a lungo, dice il ragazzo, ne sono certo. E la primavera sembra primavera, aggiungo. Non devi preoccuparti che se strizzi gli occhi o sbadigli, la perderai di vista.

Mia moglie smette di imburrare il pane tostato, guarda prima me, poi il ragazzo, e dice: Cos’è questo? Complotto maschile?

Il ragazzo non risponde. Perso tra due lingue, non è più sicuro di nessuna delle due. Si asciuga con il dorso della mano la lacrima rimasta e si porta il panino alla bocca.

Anch’io taccio, anche se non a causa della lingua. Taccio per le immagini che mi perseguitano, per la precisione con cui ora, da qualche parte dentro di me, vedo ogni momento della mia vita, per la comprensione di cui non ho più bisogno, per la determinazione che ormai non posso più raggiungere. Nostalgia è un sostantivo femminile, dice mia moglie, ricordatevelo.

Non so cosa ciò significhi per te, dice il ragazzo, ma so esattamente dove sono tutti i giocattoli che non abbiamo portato.

E io so dove sono i miei libri, aggiungo.

Mia moglie posa il pane e il coltello sul piatto. E ora dovrei dire, dice lei, che so dove sono i miei mestoli, non è vero?

Penso che siano rimasti in cucina a Zemun[1], risponde il ragazzo.

Se pronunci solo un’altra parola, dice mia moglie a denti stretti, vedrai che ne ho portati comunque alcuni.

Colui che fugge dalla verità, dico, in realtà ritorna alla verità.

Come fai a sapere questo, ribatte lei, sei diventato un saggio cinese?

Questa è l’area degli stregoni indiani, rispondo. Forse potrei trasformarmi in uno dei loro totem.

Vorrei essere una tartaruga, dice il ragazzo.

Vedi, mi dice mia moglie, a causa delle tue storie nostro figlio non vuole più essere un essere umano ma un rettile.

Le tartarughe sono anfibi, rispondo agguerrito.

Dopotutto, cosa c’è che non va nelle tartarughe? Una volta la gente pensava che il mondo intero si poggiasse sulle loro spalle. Conosco persino la storia di un naufrago che viaggiò sulla corazza di una tartaruga gigante per giorni, finché l’animale non lo portò sulla terraferma. Dopotutto, quando li tenevamo nell’acquario, tu le nutrivi, cambiavi loro l’acqua e pulivi il loro piccolo castello.

Perché nessuno di voi voleva farlo, dice mia moglie. Sì, risponde il ragazzo, ma quando eravamo in gita a Čortanovci[2] e quando ci siamo imbattuti in una tartaruga giù alla sorgente, tu l’hai tenuta tra le braccia per tutto il tempo e le sussurravi qualcosa all’orecchio.

L’ho fatto, dice mia moglie, solo perché quando hai voglia di sussurrare, allora devi sussurrare.

Poco importa di chi sia l’orecchio.

Il ragazzo e io ci scambiamo uno sguardo.

Suppongo che, come me, abbia un presentimento: che la storia dell’orecchio e del sussurro sia davvero rivolta a me, ma poiché a differenza di me non si è ancora impigliato nella rete dei significati impliciti, è libero di tornare alla sua colazione. Io, invece, non riuscendo a ricordare il momento in cui le labbra di mia moglie hanno toccato i lobi delle mie orecchie, spingo via il piatto di prosciutto e formaggio, e mi alzo.

Cosa c’è, chiede mia moglie, hai perso improvvisamente l’appetito?

Non l’ho perso, dico, mentre dalla finestra guardo gli spessi strati di neve e ghiaccio, ma darei comunque qualsiasi cosa per una sola brioche salata da quel fornaio al mercato. 

E il burek, dice mia moglie, ti ricordi quando andavamo a prendere il burek la sera e lui imprecava mentre ce lo porgeva dalla finestrella sulla porta?

Ancora una volta il mondo si trasforma in un menù. Ogni volta che ci troviamo di fronte ai ricordi sembra che tutta la nostra vita sia costituita da ciò che ci è sprofondato nello stomaco. Non riusciamo più a ricordare tanti volti, la maggior parte dei luoghi sono sbiaditi come vecchie cartoline, eppure ricordiamo bene tutti i crauti con carne affumicata, gli arrosti di maiale, i burek, gli strudel di noci e di papavero.

E chissà per quanto ancora avremmo impastato quella massa di ricordi, se una coppia di pettirossi non fosse atterrata sul vecchio salice del cortile. Li mostro a mio figlio. Gli ricordo come la scorsa primavera ed estate, dopo ogni pioggia, cavavano spessi lombrichi dalla terra umida. Non verrebbero, gli dico, se non fossero sicuri che quegli stessi deliziosi bocconcini presto saranno lì ad aspettarli.

Il ragazzo per un attimo è soddisfatto. Poi torna serio. E se invece, chiede, si sbagliassero?

Lo consolo e dico che la natura non inganna mai. Gli prometto che, se l’inverno dura, compreremo vermi e lombrichi e daremo da mangiare ai pettirossi, proprio come con i granelli nutrivamo i passeri durante i mesi invernali.

Questo lo calma. Si mette il berretto in testa, si carica lo zaino in spalla e se ne va a scuola. Dalla finestra lo vedo fermarsi sotto il salice e guardare i pettirossi. Le sue labbra si muovono, dice loro qualcosa. Posso immaginare come li conforta ora, come si sente, come se fosse ancora una volta il padrone degli eventi nel mondo che lo circonda.

Un giorno dovrò dirgli che questo “inverno della nostra insoddisfazione” può durare molto più a lungo e che lo scioglimento della neve e del ghiaccio non deve segnarne la fine. L’amaro è un sapore che va sentito, non importa se uno vive ad Alberta o in Serbia. Ed è per questo che con voce alta vorrei invitarlo a continuare a imparare quel linguaggio non umano di animali e piante, a non cercare amici migliori. A differenza di noi, non sanno che esiste il bene e il male, la ricchezza e la perdita, il potere e la supremazia. Per loro l’inverno è solo un aspetto del mondo, uguale a tutti gli altri, e non c’è scienza migliore di quella, figliolo.

E, come se cogliesse i miei pensieri, si gira e mi saluta.

Traduzione dal serbo: Božidar Stanišić

[1] Zemun è la maggiore municipalità della città di Belgrado. Sorge alla confluenza del fiume Sava nel Danubio e ha una popolazione di circa 166 000 abitanti. (N.d.T.)

[2] Čortanovci è un insediamento in Serbia, nel comune di Inđija, nel distretto di Srem. (N.d.T.)

In ricordo di David Albahari, di Božidar Stanišić

David Albahari (1948 — 2023) è stato uno scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica. Ha scritto principalmente romanzi e racconti che sono spesso di carattere autobiografico. È stato un membro dell’Accademia delle arti e delle scienze serba (SANU).

Nasce il 15 marzo 1948 in una famiglia di origine ebraica a Peć. Studia letteratura e lingua inglese a Zagabria e pubblica la sua prima raccolta di racconti, Tempo di famiglia nel 1973. Diventa popolare con il suo quarto libro Descrizione della morte, per il quale ha ricevuto il Premio Andrić nel 1982.

Nel 1991 diventa presidente dell’Unione dei comuni ebraici della Jugoslavia e inizia a occuparsi anche dell’evacuazione della popolazione ebraica da Sarajevo. Nel 1994 si trasferisce con la famiglia a Calgary, in Canada, e torna in Serbia nel 2012.

Durante i suoi cinquant’anni di esistenza come letterato serbo ha ottenuto non solo il riconoscimento indiviso della critica, ma anche un numero piuttosto elevato di lettori. È un fenomeno interessante: tra i lettori in Serbia (come anche in ex Jugoslavia) è difficile trovare un lettore che non abbia un’opinione manifesta sull’opera di Albahari: da un lato, ci sono diversi estimatori della sua prosa, per i quali rappresenta un vero scrittore di culto, mentre dall’altro, c’è un gruppo un po’ più ristretto di lettori per i quali la marcata complessità delle sue opere creano una resistenza piuttosto forte.

Ha pubblicato dodici raccolte di racconti, tredici romanzi e tre libri di saggi, per i quali ha ottenuto diversi premi letterari.

Le opere di Albahari sono state tradotte in francese, tedesco, inglese, ebraico, polacco, italiano, macedone, sloveno, albanese, slovacco, ungherese e diverse altre lingue.

È mancato, dopo una lunga malattia, il 30 luglio 2023. Viene giustamente considerato uno dei Nobel mancati.

Opere di David Albahari tradotte in italiano:

La morte di Ruben Rubenović, introduzione di Milorad Pavić, traduzione di Silvio Ferrari, Hefti, Milano 1989.

Il buio, traduzione di Augusto Fonseca, Besa, Nardò 2006.

Goetz e Meyer, traduzione di Alice Parmeggiani, Einaudi, Torino 2006

L’esca, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2008

Zink, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2009

Ludwig, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2010

Sanguisughe, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2012

https://www.labottegadelbarbieri.org/goetz-e-meyer-david-albahari/

 

 

QUI la recensione di Goetz e Meyer, di David Albahari, sulla bottegadelbarbieri

domenica 29 giugno 2014

Il buio – David Albahari

ci sono dei retroscena dietro le secessioni e la guerra nella ex Jugoslavia, Davor Milo consegna dei documenti importanti all'amico, io narrante del libro.
l'io narrante torna in patria, piena di turbamenti, gli amici Slavko e Metka lo accolgono, ma tante cose non vanno bene, nei mesi prima della guerra.
un libro che è un po' memoria, un po' nostalgia, un po' spionaggio, un po' storia d'amicizia e d'amore.
un miracolo che il libro sia stato tradotto in italiano - franz







Il buio è ambientato nella dilacerata Jugoslavia post-titoista travolta da crisi sociali, politiche e ideologiche. Il protagonista-io-narrante avverte che probabilmente sarà ucciso, e vuole raccontare la propria storia. Vuole spiegare perché è chiuso da dodici giorni in una stanza di albergo, perché ha cercato di camuffare il proprio aspetto, perché vive in uno stato di perenne ansia. La sua vita è cambiata: prima del crollo del comunismo faceva il traduttore di scrittori americani, frequentava i salotti culturali, i party letterari e raccontava tutto quello che vedeva e sentiva all'amico Davor Milo, agente per la sicurezza dello stato a Belgrado. Ora, nascosto in un albergo canadese, deve farla franca, riuscire a ingannare onnipresenti e invisibili cani da guardia che lo vogliono morto poiché sospettano che lui complotti contro le istituzioni dello Stato. Incentrata su una vicenda apparentemente personale e individuale, l'opera si dilata e va ben oltre le caratteristiche storico-ambientali per trasformarsi in un efficace paradigma delle molteplici vicissitudini individuali nel mondo comunista, non solo jugoslavo.


…L'autore abbandona risolutamente gli "esperimenti'' e gli espedienti narrativi per affrontare di petto il dramma jugoslavo. Il lettore percepisce fin dalle prime pagine una grande onestà: l'autore racconta le tragedie del suo paese esclusivamente dal suo punto di vista di scrittore-personaggio, il quale si trova ad affrontare suo malgrado un dramma dal quale vorrebbe fuggire. I chiari riferimenti autobiografici rendono forse ancora più credibile questo libro, scritto, questo va sottolineato, con grande mestiere.
Nelle prime pagine assistiamo alla cronaca della vita dello scrittore-autore-personaggio, un intellettuale noto e affermato che frequenta i salotti letterari e i ricevimenti all'ambasciata americana. Una vita piuttosto agiata e comoda, nei limiti di quanto era possibile negli ultimi anni di esistenza della Jugoslavia. Un episodio apparentemente banale segna l'inizio di un impercettibile cambiamento: qualcuno lascia alla reception dell'albergo dove alloggia il protagonista del romanzo una busta con dentro una foglia di un albero di ginko di Zemun al quale sono legati alcuni suoi ricordi dell'adolescenza, e in particolare quello di un suo amore, Metka, in seguito andata sposa al suo caro amico Slavko, gallerista di Belgrado…