Sento da troppi giorni i tamburi della guerra che, in maniera opprimente, si stanno avvicinando sempre di più nelle nostre vite, appesantite dagli affanni, chi più chi meno, della quotidianità, ma non certo lacerate dai drammi che la guerra porta.
Ho 84 anni, ero un bambino durante la seconda guerra mondiale, ma mi ricordo molto bene il tragico bagaglio che aveva portato: mio nonno ferroviere fu ucciso in un bombardamento degli alleati mentre stava lavorando insieme ai suoi colleghi, la disperazione dei miei, la fatica e la paura di essere sfollati, la mancanza del cibo, il freddo, il terrore di chi rischia la morte per un tozzo di pane, le file interminabili per l’acqua. E poi, i grandi egoismi di molti, i gesti eroici di pochi, la generosità e l’altruismo esercitati in silenzio di altri.
Oggi la mia mente ripercorre quei ricordi dolorosi e vedo che nulla è cambiato: c’è chi inneggia alla guerra, anche nucleare, incurante dei dolori che porta, chi si fa alfiere di vari interessi, chi randella quotidianamente chi la pensa in maniera critica, azzerando il confronto e trasformando il dialogo in una assurda polarizzazione: amico di Putin se sei per la pace o difensore della democrazia se aderisci all’invio di armi per l’Ucraina. Perfino il Papa è stato dichiarato “pacifista estremista”, come se invocare la pace fosse da vigliacchi o peggio, da inetti, incapaci di “prendere una posizione”.
Roba da matti, o da incoscienti. O roba da falchi…
Anche Raniero La Valle, un giornalista e mio antico collega della Rai, che ha prodotto storici documentari sulla Palestina, la Cambogia e il Vietnam, nel suo editoriale su Facebook, sostiene di aver paura della guerra, perché: “anche a noi fu detto “Vincere! E vinceremo”, come infatti accadde con armate straniere che si combatterono sul nostro suolo e dal cielo distrussero le nostre città. (…) Ma noi abbiamo paura che le ultime notizie, magari come allora nascoste nelle “brevi” e poi a lungo secretate, ci informino di un’azione altamente meritoria e densa di valori imperituri come quelle compiute a Hiroshima e Nagasaki; abbiamo paura di perdere non la vita, ma ciò per cui abbiamo combattuto per tutta la vita: per la pace, la libertà, l’onore, la difesa dei popoli martoriati ed oppressi dalle colonie, dagli Imperi, dalla Trilaterale, dagli Esodi, dalle guerre bipartisan, dalla fame, dalla “giustizia infinita” inalberata per gratificare il mondo intero della democrazia, dei respingimenti, dei porti chiusi e delle estradizioni; così come abbiamo combattuto contro le operazioni alla “Desert Storm” per annientare Stati canaglia e terrorismi, o contro i missili stranieri da Comiso puntati contro l’Ungheria.”
Gino Strada, come lo hanno ricordato a un incontro a Sesto S. Giovanni, prendendo in prestito le parole di Albert Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra, diceva sempre che la guerra non si può umanizzare, ma solo abolire, perché è impossibile e illusorio imporre regole di comportamento.
La pace non va contrattata, non è un’opzione tra tante, la pace si abbraccia senza se e senza ma, anche a costo di essere perdenti.
Apro un sito: atlanteguerre.it, molto interessante. Nella cartina interattiva, si clicca nei paesi colorati e si legge il conflitto: il mondo è come se avesse una cintura fatta di paesi in guerra. Troppi, ancora. La lista dei paesi si allunga quotidianamente.
In America Latina, ad esempio, lo sanno bene cosa hanno portato le guerre e le dittature. Popoli assoggettati, sterminati, come ad esempio i paesi del Centro America, il Salvador o il Guatemala, chiamati, per le continue stragi delle loro popolazioni “il mattatoio d’America” e che hanno avuto dalla storia solo un flebile “scusa” di Barak Obama in una conferenza stampa nel 2010. Ma si sa, non tutte le vittime di guerra hanno la stessa considerazione. Eppure quel continente, senza voce da sempre, al contrario di noi occidentali, ormai ridotti a consumatori alienati anche di guerre, esportatori di una democrazia svuotata, di cui non sappiamo più neanche il senso, è sempre alla ricerca del “buen vivir”, in una dimensione circolare, che produce benessere per tutti, spirituale e materiale, senza escludere nessuno.
Spesso, da quando conosco quel continente, mi sono domandato: ma chi vive meglio, noi o loro?
I media certo non aiutano a capire: se prima eravamo ossessionati 24 h da notizie, informazioni, appelli quotidiani sul Covid, oggi la nuova ossessione sono le immagini di guerra, la cui quantità e tipo di messaggi ormai è fuori controllo; questo sistema, ormai, in una sorta di news war, ha spento tutte le voci del resto del mondo e non mi soffermo più sulle fake, che si rincorrono ad arte, nella impossibilità di essere smascherate. Approfitto, però, per ospitare tra le mie righe un appello dei nostri più importanti inviati di guerra che mi ha segnalato Livio Senigalliesi, uno dei fotografi che ho ospitato nelle pagine della mia rivista “Latinoamerica”: https://bit.ly/3uSa56J.
Oggi sono costretto a casa e osservo distrattamente i telegiornali e i programmi, spalmati tutti sulla guerra Russia-Ucraina, tanto da farmi avere un leggero senso di nausea, un overload di notizie, come mi era capitato con la pandemia, ora scomparsa dai radar, anche se la curva, pare, si stia rialzando. Telegiornali di 30 minuti, dove 24 spesi nel conflitto che ci invade e 6 miseri minuti su politica estera e italiana e ovviamente, per “politica italiana” intendo la cronaca nera, lasciandoci però appesi su questioni che erano primarie nell’agenda fino a qualche tempo fa: ad esempio i migranti portati in Bielorussia dal Medioriente e bloccati ai confini della Polonia da un muro di filo spinato di più di 180 km, che fino hanno fatto?
Ma come si può andare avanti così?
Per sapere qualcosa di serio e vero sui conflitti e sul mondo, ormai ascolto quasi solamente Radio Vaticana.
Sulla rivista Missioni Consolata il suo direttore Gigi Anataloni, nel suo editoriale nomina monsignor Tonino Bello, che sosteneva qualche tempo fa: “Il mio desiderio è quello del cessate il fuoco, perché non è possibile, non è accettabile, non è pensabile che ancora oggi, con tutto il progresso che abbiamo fatto, con tutta la cultura che abbiamo alle spalle, della gente debba essere massacrata a questo modo. E’ osceno. Io credo che ci vergogneremo domani per la nostra mancanza di insurrezione di coscienza (…) La guerra tutto può partorire, fuorchè la pace e la giustizia. La pace non arriverà, finchè non si farà giustizia.”
Non ci rendiamo neanche conto che questi tamburi di guerra non porteranno certo alla prosperità economica, anzi: l’inflazione sta crescendo e crescerà ancora indebolendo il valore dei già magri stipendi delle classi più fragili, aumenteranno i precari, i prezzi si gonfieranno sempre di più e le conseguenze sociali saranno devastanti, non soltanto per l’Europa, ma anche per altre regioni del mondo: la globalizzazione non dà scampo a nessuno, e la pandemia ci ha già insegnato che i confini non esistono più.
Vorrei concludere questo mio breve articolo sulla pace, con una notizia di speranza, che tanto ci fa bene, e che viene proprio dal popolo cubano che ho apprezzato per i tratti che lo caratterizzano: la dignità, l’umanità, ma soprattutto la loro solidarietà nelle piccole e grandi cose, nonostante siano strozzati da un blocco economico che dura da più di 60 anni, nonostante siano stati messi a forza nella vergognosa lista di “stati canaglia”.
Nei giorni scorsi, è passata in Italia una delegazione di scienziati cubani che Fabrizio Chiodo in collaborazione con AICEC e l’Ambasciata cubana, ha portato a Napoli. Sono tre generazioni di grandi ricercatori della biotecnologia cubana: il professor Luis Herrera-Martinez, uno dei padri di questa disciplina, Dagmar Garcia Rivera, la più giovane, e il professor Verez-Bencomo a cui si deve lo sviluppo del primo vaccino sintetico della storia, il vaccino contro Haemophilus influenza del tipo B, e anche il vaccino contro la polmonite, che, a differenza di quello statunitense venduto a 100 dollari la dose (il cui costo proibitivo non può essere acquistato da paesi depressi economicamente) ha permesso e permetterà ai bambini di Cuba e dei paesi più poveri di essere curati contro una delle malattie più letali per l’infanzia, la polmonite. L’iniziativa napoletana racconta la storia personale dei tre protagonisti e la storia della biotecnologia di Cuba, ma soprattutto la collaborazione tra l’istituto vaccinogeno Finlay all’Avana e il Laboratorio di Virologia dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino che sta lavorando per comprendere lo spettro di applicabilità dei vaccini cubani (soprattutto il vaccino Soberana Plus) in funzione delle varianti in circolazione.
A Cuba, diversamente da altri Paesi, anche i più industrializzati, i decessi per Covid (normalizzati sulla popolazione) sono risultati inferiori durante tutta la pandemia, soprattutto durante l’arrivo di Omicron e questo grazie sia a una campagna di vaccinazione ma soprattutto ai vaccini pubblici sviluppati, nonostante il blocco economico imposto dagli Stati Uniti che vieta l’approvvigionamento di materie prime, strumenti e tecnologie. Di fondamentale importanza è stato anche aver sviluppato l’unico vaccino contro SARS-CoV-2 pensato per la popolazione pediatrica e somministrato al 97% dei bambini cubani dai due anni in su. Fabrizio Chiodo, ricercatore del CNR e collaboratore dell’istituto vaccinale Finlay dove ha lavorato al disegno e allo sviluppo dei vaccini Soberana, ha spiegato in un articolo di Franz Baraggino sul Fatto quotidiano: “Ci si è concentrati sui vaccini proteici che, a differenza dei vaccini a materiale genetico come Pfizer e Moderna, si basano su una tecnologia già nota e largamente utilizzata anche in campo pediatrico. I dati sono stati messi a disposizione della comunità scientifica e pubblicati su riviste scientifiche internazionali ed è in corso la procedura di pre-qualifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un ok che basta ad agevolare l’export del vaccino cubano in molti paesi del mondo. Sono a basso costo, con un brevetto pubblico ed un trasferimento di tecnologia piuttosto semplice. Per questo penso che possano essere importanti nel supporto ai tanti Paesi che non vedranno la loro popolazione vaccinata prima del 2023. Abbiamo tentato di realizzare un ponte, una strategia che stimolasse un interesse su questi vaccini nonostante gli standard previsti in Europa, nella speranza che le evidenze scientifiche prevalgano sulla geopolitica e che nessuna opportunità sia preclusa alla lotta contro il Covid”.
Più vaccini e meno armi, ha detto il Papa già a ottobre scorso. Non può essere considerata solo una esortazione di un leader religioso, è un messaggio impellente rivolto a tutti noi, soprattutto nel nostro Paese, dove la spesa sanitaria è condannata a continui tagli e i fondi per l’Istruzione ci sbattono all’ultimo posto nella graduatoria europea.
Un antropologo ha detto che l’inizio della civiltà è iniziata da un femore guarito. Nell’era preistorica, animale o uomo, quando si ferivano, la loro vita era condannata. Non potevano scappare. Un femore guarito è stata la prova che qualcuno si è preso cura del ferito, lo ha protetto e lo ha curato.
Questa regola vale ancora oggi: nessuno si salva da solo. Lo ha detto il Papa ma lo hanno già detto le popolazioni millenarie prima di lui. Noi dobbiamo solo ascoltare e seguirne il solco e, come amava dire Vittorio Arrigoni, Vik, il mio giovane collega, scrittore e pacifista che sognava e lavorava per la pace tra Palestina e Israele, “restare (restiamo) umani”.
Qualche giorno fa è scomparsa Hebe de Bonafini, una madre che ha
trasformato la sua vita in pietra di inciampo per i collusi con la dittatura
argentina. A fine anni ‘90 la intervistai per un programma televisivo che
andava in onda nel cuore della notte, ma che mi lasciava molto tempo a
disposizione per affrontare la complessità delle persone che hanno segnato
un’epoca. Non fu un’intervista facile davanti a questa donna argentina con un
carico di dolore immenso.
Le Madri di Plaza de Mayo davanti alla Casa Rosada sono una delle immagini
più angosciose del secolo scorso per chi ha una vera coscienza democratica. Fu
dal 30 aprile 1977, da quando una feroce dittatura sottrasse loro e mai più
restituiti un figlio, un nipote, un fratello, che queste donne si riunivano ogni
giovedì della settimana. Donne che volevano sapere che fine avevano fatto i
loro cari e che questo atto più crudele di un assassinio dichiarato sia rimasto
impunito anche con il ritorno della democrazia.
Con il ritorno e il fallimento di Peron e del suo regime, con l’uscita di
scena di Isabel Peron prese il potere Videla il capo dell’Esercito che,
insediandosi alla Casa Rosada, fece scattare, lo stesso giorno in una
repressione selvaggia, una dittatura sanguinaria durata 7 anni. Le forze di
repressione arrivavano, bloccavano il traffico, creavano una zona proibita, poi
arrestavano o torturavano. I vicini tenevano la radio accesa per non sentire le
urla. Si seppe ben presto che i desaparecidos erano più di 30mila, due
generazioni di ragazzi. Spesso era sufficiente il numero di telefono trovato
sull’agenda di un compagno di scuola per condannarli al nulla: “Non pianga
signora, lo prendiamo per interrogarlo, poi glielo rendiamo” erano soliti dire.
I due figli di Hebe de Bonafini non gliel’hanno più resi:
“I miei figli sono in Africa, in America Latina, ovunque stiano lottando.
Loro sono tutti miei figli. Non importa i loro nomi, tutti lottavano e volevano
la stessa cosa. Io li ricordo sempre allegri, ricordo i loro canti, i sogni, le
loro speranze, quelle risate, quel “ciao mamma” la mattina, quel “come stai”?
Eravamo una famiglia molto allegra. Mio figlio Jorge lo presero a casa, all’una
del pomeriggio. La scomparsa è una cosa orribile: non si trova da nessuna
parte. Io ho sperato per molto tempo, sapevo che qualcuno era nei campi di
concentramento. In Argentina ce n’erano più di 300. Lasciavamo sempre la casa
aperta, ma poco a poco abbiamo preso coscienza che non sarebbe più ritornato
nessuno perché la repressione era brutale e gli assassini non erano soli, erano
appoggiati da parte della Chiesa, dai grandi imprenditori. L’abbiamo saputo
poco a poco, non ce ne rendevamo conto, non capivamo, sbattevamo la testa al
muro, non sapevamo cosa succedeva, ma poi lo abbiamo saputo con tanto dolore.
Quando è sparito Raul, il mio secondo figlio, non avevo ancora perso la
speranza, anche se due giorni dopo si presero pure le mogli e alcune madri, tre
tra cui Azucena Villaflor, nel ’77, la fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo.
Lei, con alcune di noi, aveva firmato un esposto rivolto a Videla dove c’era un
elenco di tutte le persone scomparse. Un giornale di destra lo pubblicò,
ovviamente a pagamento e quando Azucena andò a comprare il giornale, la
sequestrarono e non la vedemmo più. Volevano distruggere il Movimento. Abbiamo
discusso molto se continuare a uscire nelle piazze o restare a casa, ma dato
che continuavano a sequestrare i nostri figli, era difficile stare con le mani
in mano. Il movimento è nato quando scomparve il primo figlio, ma il 30 aprile
del ‘77 con quell’esposto, nacque l’attività politica del Movimento stesso”.
Italo Moretti e Arrigo Levi furono i giornalisti di punta della Rai che
avevano realizzato dossier su quanto avveniva in Argentina: raccontavano di
giovani donne incinte fatte partorire in ospedale e case di cura e subito dopo
riportate nelle tanti prigioni clandestine che Esercito, Marina, Aviazione e
Esercito federale avevano allestito negli anni della repressione. Si sa che
molti bambini furono dati in adozione a molte famiglie di militari in una sorta
di meccanismo perverso. Arrigo Levi, per capire la loro logica, intervistò nel
’90 il generale Domingo Bussi che spiegò: “Noi affrontammo la guerra,
l’aggressione marxista su due fronti contemporaneamente: quello militare e
quello politico. Miravamo cioè alle cause della sovversione, così abbiamo fatto
nella regione di Tucuman che era stata scelta dai delinquenti marxisti
leninisti come epicentro della loro azione e abbiamo vinto. Del resto abbiamo
usato gli stessi metodi che personalmente ho visto applicati in Vietnam.
Bisogna capire una cosa: il successo in una guerra va a chi compie maggiori
violenze, chi fa più morti ha più possibilità di vincere. Parlare di eccessi
non ha perciò senso, noi d’altronde siamo incapaci, anche per la nostra formazione
cristiana, di superare certi limiti morali”. E il governo Menem all’epoca
scelse proprio Bussi come governatore della provincia di Tucuman ed è per
questo che Hebe de Bonafini si è sempre considerata dura e implacabile contro
di loro e contro chi si è voltato dall’altra parte ho ha accettato compromessi.
Guadagnarono l’attenzione della stampa mondiale quando decisero di andare a
parlare con un funzionario americano e quel giorno occuparono la piazza. I
militari volevano convincerle a non andare, non volevano che l’Argentina
facesse una brutta figura, e invece, in venti, si aggrapparono a un palo della
luce e rimasero lì, accerchiate dagli uomini in divisa. Uno urlò: “puntate!” e
le Madri gridarono insieme: “fuoco!”.
In quell’urlo di disperazione i media si resero finalmente conto che cosa era
la repressione in Argentina. La stampa cominciò così a proteggere le loro vite.
Il loro primo copricapo è stato un pannolino, poi un vero e proprio fazzoletto
bianco con il nome dei propri figli, fino ad arrivare alla scritta “Aparicion
con vida”. Erano diventate, con quella scritta, le madri di tutti, non solo dei
loro figli. Molte di loro si sono ammalate, altre hanno trasformato il dolore
in lotta: “E’ difficile ma non impossibile. Questo ci ha fatto sentire più forti
e più unite e siamo madri radicalizzate perché riconosciamo i nostri figli come
rivoluzionari. Con il tempo li abbiamo capiti meglio, più profondamente,
sapevamo cosa volevano, perché lottavano, perché amavano il loro prossimo. Le
mamme che sono rimaste nell’associazione sono quelle che hanno capito cosa i
nostri figli volevano insegnarci. Noi veniamo da famiglie comuni, ma a volte
molto egoiste, individualiste. Mio figlio mi diceva: “No mamma, bisogna
condividere tutto quello che abbiamo, bisogna dare il meglio che abbiamo, il
migliore letto, il mio cibo, il miglior vestito”. Quando uno impara ad
ascoltare i propri figli, soprattutto dopo queste atrocità, mi dico no, non
posso essere egoista, non posso lottare solo per mio figlio, non posso andare
per strada solo in suo nome, mio figlio deve essere tutti. Ogni figlio
rappresenta gli altri, i bambini di strada e quelli morti di fame o per
malattia, i disoccupati, i diseredati e questo per una madre ha un valore
enorme e riuscirci è molto importante”.
Più di mille giovedì alle 15,30, con il sole più spietato o le piogge più
fredde, le madri sono andate in piazza affrontando il carcere, i pestaggi dei
militari e il cinismo dei loro complici. Qualcuno ha detto: “Tempo di carnefici
come Suárez Mason, Astiz, Masera, Videla, tempo di prigionieri lanciati vivi
nei mari o bruciati nei pozzi profondi, tempo di intellettuali ipocriti che
serbarono il silenzio finché non arrivò il tempo della democrazia, di medici
che assistevano alla tortura e di sacerdoti che chiedevano collaborazione ai
prigionieri”. Era come se l’Argentina, in quel periodo, era entrata in un
girone dell’inferno: “Ma i nostri figli hanno sofferto di più, la cosa più
tragica l’hanno subìta loro, perché speravano di trasformare l’oppressione e il
dolore di un popolo in un mondo solidale e più giusto. Questo era quello che
volevano e noi abbiamo innalzato le loro bandiere. E quando abbiamo un’idea
chiara come la nostra, non importa il tempo o in quale mondo staremo, però
l’assassino deve essere chiamato assassino e il complice, complice. Le denunce
che abbiamo sempre fatto sono contro la politica sindacale, le imprese, i
politici che furono complici, contro i militari che si prepararono in America
Latina per reprime opprimere e annientare l’oppositore politico, essi stessi
servi del sistema capitalista che non perdona il popolo che resiste, si
ribella, che non vuole più essere povero e emarginato.
Ci sono molti figli dei nostri figli scomparsi che si sono riuniti in
un’organizzazione per lottare, Hijos (por la Identidad y la Justicia contra el
Olvido y el Silencio) nata nel 1995, e che, come noi mamme, stanno cercando di
rivendicare i loro genitori e si sono inventati, come metodo di lotta, lo
“sputtanamento”, l’hescrache. Organizzano manifestazioni che si fermano proprio
davanti alle porte degli assassini rimasti impuniti, lì davanti vengono lette
le accuse ad essi rivolte, oppure vengono diffuse in tutto il quartiere tramite
l’affissione di manifesti. Lo scopo è quello non solo di sopperire alle mancanze
della giustizia, ma anche quello di avvertire i vicini che un uomo del ex
regime vive tra loro e quindi che si senta in una prigione grande quanto tutta
l’Argentina, una prigione fatta del disprezzo e della condanna di tutta la
società (1).
Oggi siamo felici che i nipoti stiano bene, e siamo tristi quando vediamo che
alcuni figli vogliono stare nelle famiglie adottive, ma le Mamme, noi, abbiamo
una posizione diversa rispetto alle Nonne, che lavorano con il governo di
Menem. Noi pensiamo che i figli, una volta cresciuti come esseri umani, hanno
diritto di scegliere, anche se sarà doloroso per noi. Il fatto è che sono stati
molto esposti, tirati di qua e di là. Sono feriti, quasi nudi e si sono
ribellati a una disgrazia nella disgrazia più grande di loro. Bisogna dare loro
tempo per scegliere e sono convinta che se si dà loro del tempo, faranno la
scelta giusta.”
Hanno detto di lei che era una donna esagerata, maleducata, che ha usato
parole di disprezzo contro la Chiesa e il Papa di allora, Giovanni Paolo II:
“Inizialmente decidemmo di riunirci in chiesa e pregare, ma ci spegnevano le
luci e ci cacciavano. Alcuni preti non ci volevano. Non avevano paura, no,
erano complici, perché quando i militari ci correvano dietro, tentavamo di
rifugiarci nella cattedrale, ma il vescovo di allora faceva chiamare la polizia
perché ci cacciasse via. Da quel luogo ci hanno portate via e arrestate molte
volte. Se noi chiedevamo una messa per i defunti la dicevano, ma per i
desaparecidos non hanno mai accettato di dirla, perché se la Chiesa avesse
detto messa per i nostri figli scomparsi avrebbe riconosciuto quello che ha
sempre negato. Quando andavamo per aiuto e per un po’ di pietà, i preti ci
“rassicuravano” con le stesse parole offensive dei militari e cioè che i nostri
figli erano andati a spasso con le donne o scappati da casa. Pio Laghi era il
nunzio apostolico di allora, il delegato del papa e sapeva tutto. Molti hanno
tentato di giustificare parte del clero, c’è chi ha detto che è stato ordinato
loro di comportarsi in questa maniera, in realtà, sapevano benissimo cosa
succedeva e hanno permesso che tutto avesse luogo”.
Hebe de Bonafini, la Madre di Plaza de Mayo, la pazza, come la chiamavano in
troppi, la dura e l’implacabile come si è autodefinita, ma in realtà è stata
una donna carica di sdegno e decisa a non accettare nessun compromesso per i
troppi scomparsi che lei, nella sua vita, ha voluto ricordare e difendere
dall’oblio e dalla ingiustizia per l’indulto, e l’impunità di cui hanno goduto
in troppi: “I diritti umani si violano non solo quando si viene torturati, ma
quando si perde il lavoro, quando si perde la casa, quando si vive emarginato,
quando non c’è istruzione, quando aumenta l’analfabetismo, la povertà. Angela
Boitano, che ha pure testimoniato al processo di Roma contro militari
responsabili di sequestri, torture e uccisioni di cittadini italiani, si è
allontanata dal movimento perché ha accettato il risarcimento economico del
governo Menem. Noi abbiamo sempre la stessa linea: “aparicion con vida”, non abbiamo
cambiato, non possiamo negoziare la vita, non possiamo contrattare il sangue
con un governo che parla di impunità e di perdono e poi paga 100mila dollari
per ogni desaparecido. Noi abbiamo detto no. Speriamo sempre che gli assassini
possano essere condannati, senza però fare la lotta per l’indennizzo in denaro.
A me pare profondamente giusto condannare gli assassini, la giustizia è un
messaggio molto forte per un popolo, ma è triste che le stesse persone che
chiedono giustizia poi chiedano un indennizzo economico. Noi Madri ci siamo
separate come Movimento su questo tema: chi pensa che la vita di qualcuno vale
denaro, chi invece pensa che invece vale vita perché loro l’hanno data per un
popolo.”
Il 1985 in Argentina è stato l’anno dei processi che si fecero secondo il
codice di giustizia militare nei tribunali civili senza l’assassino sul banco
degli imputati. La legge “Punto final” sancì la prescrizione di ogni azione
penale per i reati commessi dai membri del regime, mentre la legge di
“Obediencia debida” scagionò tutti i militari che avevano commesso delitti
durante la dittatura per il fatto che stavano ubbidendo a ordini ai quali non
potevano opporsi. Hebe de Bonafini, sdegnata, in quel processo le fu richiesto
di levarsi il suo fazzoletto dalla testa, e lei, prima di ritirarsi dal
processo sdegnata, disse: “Perché non fate levare il cappello ai militari?
Questo fazzoletto bianco sarà l’unica condanna in questo processo”.
Hebe de Bonafini non si è mai data pace, c’era in lei uno sdegno profondo che non
si era mai sopito: “Ho molti momenti di serenità, quando sono con i miei figli
che amo molto, quando sono con mia madre; a volte ci incontriamo con altre
madri a casa, chiacchieriamo ma, per quando riguarda la politica e
l’ingiustizia permanente e costante di questo mondo allora mi ribello. Non la
tollero, non la sopporto. Non ho nessun rimedio se non diventare dura e
implacabile, come dicono in tanti, però ci sono momenti di pace. Momenti molto
teneri. I più bei momenti della mia vita, i più dolci, i più grandi li vivo con
i miei figli adesso e li ho vissuti con i miei figli prima. E questo che mi dà
la forza e mi dà l’amore verso gli altri. Quando si amano molto gli altri che
soffrono bisogna essere implacabili e duri, non si può accettare nessun compromesso.
Altrimenti tutto diventa mediocre”.
fonti citate:
1) Mariana E. Califano, “Escrache, resistenza non violenta nell'Argentina del
dopo terrorismo di Stato”, Storicamente 1 (2005) , nr. articolo 65. http://dx.doi.org/10.1473/stor294
A febbraio del 2020 sono andato ad
ascoltare Lula alla sede della CGIL di Roma (1) , subito dopo la sua
scarcerazione da quelli che sono stati i due processi farsa. Chi lo aveva
preceduto nel suo discorso spiegò dettagliatamente le fasi e le procedure di quello
che era stato un golpe giudiziario. “Sono un settantaquattrenne, ma mi sento
l’energia di un ventenne. Non mi arrenderò” aveva detto in quella che era la
sua prima uscita pubblica per il lancio della sua candidatura nelle elezioni di
quest’anno.
Lula, due volte presidente del Brasile
(dal 2002 al 2010) era stato condannato senza prove per un presunto affaire
proprio con la compagnia petrolifera di Stato, la Petrobras; questo intrigo con
le fattezze del colpo di Stato era stato messo in moto da pezzi della
Confindustria brasiliana che non avevano gradito il fatto che l’ex presidente,
dopo che la Petrobras aveva scoperto e messo le mani nella propria costa Ovest
sul più grande giacimento sottomarino del mondo, il Pre-Salt, si fosse negato a
condividere la scoperta con gli Stati Uniti.
Uno spettacolo già visto e messo in atto
molte volte specie dal governo di Washington che quando si tratta di petrolio,
mette in cantiere guerre inutili e feroci.
Lula aveva provato a rompere questa
logica ed è stato punito.
Anche se era stato il primo presidente
democratico eletto e confermato dopo gli anni lugubri della dittatura militare,
in quello che, con 214 milioni di abitanti, è lo Stato più poderoso
dell’America Latina, agli occhi del governo di Washington però era stato il
complice dell’ex presidente venezuelano Hugo Chávez nel ricambio progressista
che il continente a Sud del Texas aveva avuto negli ultimi vent’anni. Anni in
cui alcune nazioni si erano consociate in scelte libertarie arrivando a
fondare, sull’esempio della Comunità europea, perfino una banca e una
televisione continentale, come Telesur per controbattere l’informazione
scorretta della CNN e di altri network privati normalmente proprietà di
caciques abituati a calcare pedissequamente la linea degli Stati Uniti.
Ma sembra passato un secolo, più che una
manciata di anni.
Dal 2016 Lula dunque era stato
condannato in procedimenti penali che la difesa ha sempre definito
“persecutori” e basati su falsità processuali. Nel 2021, dopo una serie di
ricorsi, il giudice della Corte Suprema Edson Fachin aveva annullato non solo
tutte le condanne a carico dell’ex presidente per “incompetenza territoriale e
materiale” comminate dal giudice federale del Paranà Sergio Moro, ma aveva
riconosciuto anche la sua parzialità. Lo stesso Moro, che fu nominato subito
dopo questo processo, ministro della Giustizia dal governo di Bolsonaro ed era
lo stesso Moro che aveva annunciato di candidarsi per la corsa alla Presidenza,
ma che a marzo di quest’anno aveva deciso di ritirarsi.
Secondo Fachin infatti, sia i
procuratori, sia i giudici avevano costruito prove contro Lula dando vita, con
la collaborazione delle famigerate multinazionali nordamericane e con
l’appoggio vitale di Tele Globo, il più poderoso network radiotelevisivo del continente,
ad una campagna stampa mirata sia a distruggere la reputazione dell’ex
presidente del Brasile presso l’opinione pubblica, sia soprattutto a
consolidare le prove a suo stesso carico.
La Commissione Onu su questo processo
aveva ritenuto che “le violazioni procedurali (…) avevano reso ‘arbitrario’ il
divieto a Lula di candidarsi alla presidenza, denunciando la violazione dei
suoi diritti politici, compreso il diritto di candidarsi alle elezioni. (…) E
sebbene la Corte Suprema Federale abbia annullato la condanna e la reclusione
di Lula nel 2021, queste decisioni non sono state sufficientemente tempestive
ed efficaci per prevenire o riparare le violazioni”. (2)
Comprese quelle relative, aggiungo io,
alla negazione al permesso di uscire di prigione per partecipare alle esequie
del fratello morto di cancro nel 2019 adducendo a “motivi di sicurezza”. Però,
mossi a pietà, avevano concesso a Lula il permesso di un giorno per assistere
ai funerali del nipotino deceduto per una meningite fulminante.
Ho conosciuto Lula, prima che diventasse
presidente, grazie ad Antonio Vermigli, un generoso ex-postino di Quarrata che
tiene in mano da molti anni la Rete Radié Resch (una rete della sinistra
cattolica).
Lula veniva in Italia invitato dai vari
sindacati e avevo imparato ad apprezzarlo proprio per essere riuscito nel
miracolo di fondare il PT (Partido dos Trabalhadores) che, insieme ai cattolici
progressisti e al movimento dei Sem Terra, lo aveva portato al governo del
paese smentendo chi aveva tentato di sostenere “che i comunisti stavano per
prendere il potere in Brasile”. Questo perché il PT era diventato l’esempio del
più efficiente movimento progressista in quella che all’epoca è stata una vera
e propria primavera dell’America Latina.
Egli si rifaceva al pensiero di Paulo
Freire, pedagogo di fama mondiale impegnato nei confronti dei poveri e
considerato, insieme al nostro Lorenzo Milani, uno dei pilastri del pensiero
riguardante l’educazione democratica del Novecento, che si schiera in favore
degli oppressi e per la dimensione collettiva del sapere e la giustizia sociale
come processo di trasformazione, sia personale che sociale. Per Freire,
infatti, il sapere esteso a tutti fa acquisire coscienza critica e la giustizia
sociale è il fondamento per lo smantellamento delle strutture di oppressione.
L’entusiasmo e la sincerità di questo
ex-operaio della Volkswagen, che al suo mestiere di tornitore aveva sacrificato
il dito di una mano (“Ho perso questo dito quando avevo diciassette anni
–raccontò una volta- Era proibito, per legge, lavorare di notte, ma lo facevamo
ugualmente, per sopravvivere. Fu così che subii questo infortunio. Ne vado
fiero. Non lo vedo come un difetto fisico, ma come il marchio registrato della
vita e degli impegni che ho preso con la classe lavoratrice brasiliana”) aveva
permesso ai brasiliani di ricominciare a sperare attraverso iniziative come il
piano Fame Zero messo in piedi dal teologo della Liberazione Frei Betto che su
incarico di Lula era riuscito nell’impresa di assicurare a 50 milioni di
abitanti, i più poveri, tre pasti al giorno.
Era un nuovo mondo che si scrollava di
dosso la dittatura militare e incominciava a diventare un esempio politico,
mettendo in crisi perfino pezzi di socialismo occidentale.
Mi ricordo infatti che in quel periodo
D’Alema invitò a Firenze quasi tutti i leader socialisti delle nazioni più
importanti. A sorpresa però per il Brasile, non si ricordò di invitare Lula Da
Silva, il leader di 50 milioni di brasiliani che votarono a sinistra. Preferì
trasmettere l’invito a Fernando Henrique Cardoso, leader della coalizione di
centro destra che governava in quel momento. La giustificazione? Cardoso in
gioventù era stato un sociologo progressista che D’Alema probabilmente aveva
letto. Lula con bonomia giustificò questa gaffe: “Ho esaminato tutti i discorsi
di Cardoso quando era fuori dal Brasile ed era professore alla Sorbona. Tutti i
suoi discorsi pronunciati a Parigi, a Roma, e in Europa. In quelle prolusioni
appariva un cittadino progressista, un sociologo progressista, un uomo di mondo
preoccupato per le ferite dell’umanità. Il problema per noi è che le teorie che
affermava in Europa non le ha mai messe in atto in Brasile. Sarebbe quindi
importante che i dirigenti europei venissero a vedere cosa ha combinato nel
nostro paese, per constatare che le sue scelte non hanno avuto nessuna
attinenza con le parole pronunciate da voi. A Firenze, Cardoso sembrava perfino
un socialista, mentre qui ha attuato una politica totalmente di destra”.
Lula raccontò anche che quando D’Alema
volò a Rio con Fassino per il summit dell’Internazionale socialista, la prima
cosa che fece fu chiedere una mozione di censura per Cuba. Fu lo stesso Lula,
che pure è un moderato, a ricordare alla delegazione italiana che “per la
maggior parte dei latinoamericani la Revolución è un esempio indiscutibile”.
Oggi il panorama politico internazionale
è cambiato profondamente e le elezioni presidenziali brasiliane sono state un
banco di prova fondamentale perché questo enorme Paese che rappresenta una
delle più importanti economie del mondo ha un’influenza decisiva in America
Latina. La storia del Brasile negli ultimi dieci anni è stata molto intensa: la
rivolta sociale del 2013 che ha espresso disagio verso il sistema politico; la
crescita del PSDB a un passo dal PT; la presidenza di Dilma Rousseff come
tentativo di fermare le destre e il suo rovesciamento nel 2016 attraverso un
colpo di stato fatto passare attraverso il suo impeachment; la presidenza di
Bolsonaro, rappresentante di una vecchia destra e responsabile della sua
radicalizzazione e infine la criminalizzazione di Lula con due processi farsa.
La vittoria di Lula è stata sul filo del
rasoio, ottenuta dopo una corsa elettorale drammatica farcita da colpi bassi e
fake news da entrambe le parti.
Intorno a Lula si è raccolta una grande
coalizione politica formata da partiti, dai più importanti movimenti e dai più
importanti centri sindacali del Paese: il Partito dei Verdi (PV), il Partito
Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito Socialista e Libertà (PSOL), il
Movimento Sem Terra (MST), il Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) e
il Levante Popular da Juventude.
La chiave di volta di Lula è stata però
la candidatura alla vicepresidenza di Alckmin, fondatore insieme a Cardoso del
Partito Socialdemocratico brasiliano, proprio quel PSBD attore chiave del
rovesciamento della Roussef. Alkmin è stato sempre un oppositore del Partito
dei Lavoratori ma, nel 2021 si è dimesso dal PSBD per unirsi al Partito
Socialista Brasiliano (PSD) lanciando la sua candidatura alla vicepresidenza
del suo ex rivale Lula da Silva.
Ma in questo intricato patchwork Alckim
garantisce la governabilità, perché sono i tucanos che storicamente governano
nei gangli più strategici il Brasile, a prescindere dall’esecutivo di turno. In
più la sua figura ha attirato l’elettorato di centrodestra spaventato dalla
destra “cattiva” rappresentata da Bolsonaro. Nel suo mandato infatti l’ex
presidente, con passi da gambero, ha fatto passare le tre riforme regressive
sul lavoro, sulla previdenza sociale (dove si limita la spesa sociale dello
Stato per vent’anni) e fiscale, con la benedizione degli Stati Uniti. La
carcerazione di Lula infatti era soprattutto volta a impedire queste tre
riforme. Ma Bolsonaro non ha prodotto gli effetti sperati, anzi: nel suo
mandato 28mila industrie sono state chiuse, l’inflazione e il disagio sociale
sono aumentati fino ad arrivare al punto più drammatico con la pandemia da
Covid-19 che ha provocato quasi 700mila morti tutti addebitabili
all’incoscienza di questo ex presidente che, con i suoi discorsi
antiscientifici, è riuscito a cambiare radicalmente la reputazione di questa
nazione, costruita a fatica da Lula dieci anni prima durante i suoi due
mandati. Sono ancora vividi gli appelli accorati di aiuto dei brasiliani e le
foto delle fosse a cielo aperto pieni di cadaveri ammassati.
Oggi, con anche l’appoggio di gran parte
della borghesia brasiliana, il PT di Lula è un grande fronte democratico.
Bisogna capire però se riuscirà a fare quello che non è riuscito a ottenere nei
due precedenti mandati, ma soprattutto se avrà le condizioni politiche per
realizzare i suoi scopi, che sono quelli di sempre: riforme politiche e
sociali, lotta alla fame e alla disoccupazione, aumento della qualità della
salute e dell’istruzione e la conservazione dell’ambiente.
Ma il fronte democratico è un po’ lo
specchio dello stesso PT che racchiude in sé un po’ di tutto ed è questa la sua
grandezza, considerato che oggi non è importante tanto vincere, quanto
governare in modo equilibrato e onesto: “Questo partito, nella storia politica
del Brasile degli ultimi anni, è forse il più pluralista del paese – mi disse
Lula in una mia intervista - Abbiamo marxisti, ecologisti, credenti cattolici,
protestanti, evangelici. C’è chi si batte per Cuba, chi apprezza la nuova
politica cinese. Abbiamo musulmani, buddisti laici. C’è pluralismo effettivo
nel Pt. Siamo riusciti a dimostrare l’importanza di una democrazia vissuta
nella diversità. Ma non ci interessa che tutti tifino per la stessa squadra di
calcio. Non abbiamo bisogno che a tutti piaccia lo stesso colore per convivere
democraticamente e in modo sano. Il Pt è questo: viviamo in modo sereno. Siamo
diversi, ma concordiamo sui punti essenziali. Crediamo sia possibile costruire
un altro Brasile, ma certo la chiesa progressista, il movimento popolare, le
comunità di base e il movimento sindacale sono le principali ragioni del
successo del Pt”.
Frei Betto che lo ha appoggiato ma anche
criticato, oggi sostiene: “Il modo di rafforzare il governo Lula non è propriamente
negli accordi dietro le quinte, nelle alleanze di partito, nei patti
federativi. Questa strada è già stata percorsa ed è sfociata in scandali e
sconvolgimenti. Non ci si può fidare di un gioco in cui il partner non si
comporta bene. Il rammendo fatto sopra favorisce sempre chi disprezza quello
che sta sotto. Il cammino da intraprendere è quello della coscientizzazione,
organizzazione e mobilitazione popolare. Senza persone per strada e nelle reti
il governo Lula correrà anche un rischio di impeachment. Per consolidarsi dovrà
soddisfare la fame di pane e anche la fame di bellezza attraverso l’educazione
politica del popolo” (3).
Staremo a vedere, ma l’araba fenice
comincia a rinascere.
Sembra impensabile che un regista
come Quentin Tarantino si discosti da un film perché lo ritiene troppo violento
per i suoi standard, eppure è successo nel 1994 con Natural Born Killers, il cult
diretto da Oliver Stone. In quegli anni l’estetica cinematografica pulp faceva
breccia nell’immaginario collettivo con una serie di pellicole che ormai sono
diventate parte della nostra cultura pop e il lungometraggio con protagonisti
Juliette Lewis e Woody Harrelson, una sorta di moderni Bonnie e Clyde,
rappresenta un tassello importante per il genere. Tra i tanti elementi che
caratterizzano questo tipo di film molto in voga in quel periodo, c’è anche una
certa passione, seppur spesso indiretta, per l’Italia: citazioni, remake,
colonne sonore, volti. L’America pulp guarda spesso al nostro cinema e alla
nostra cultura, specialmente quella degli anni in cui eravamo più prolifici da
questo punto di vista anche a livello internazionale.
Natural Born Killers non è un
film con le colonne sonore di Ennio Morricone, non è nemmeno un remake di qualche
B movie anni Settanta di quelli che piacciono tanto a Tarantino, ma ha come
tema centrale la violenza e il suo rapporto con i media; motivo per cui, a un
certo punto del film, qualcosa di italiano sbuca fuori. Per un’intervista che
devono concedere i due NBK, viene infatti citato un episodio del
nostro giornalismo che è rimasto nella storia del secondo Novecento, ossia l’intervista durata sedici ore di Gianni
Minà a Fidel Castro nel 1987. “Quell’italiano che ha intervistato Fidel Castro”
è la citazione letterale, ma anche senza fare il nome di Minà, sappiamo tutti
che si parla di lui, l’intervistatore per eccellenza della nostra televisione.
C’è una foto molto
famosa che ritrae Robert De Niro, Sergio Leone, Gabriel García Márquez, Muhammad
Alì e Gianni Minà, tutti a cena da “Checco il carrettiere”, una storica osteria
romana a Trastevere. Detta così, sembra l’inizio di una barzelletta, e in
effetti la storia di questa foto è un po’ l’incipit di un racconto comico,
visto che, stando alla versione del
giornalista, è stato il frutto di una catena di passaparola e di coincidenze molto
peculiari, considerato che tutti questi personaggi si trovavano a Roma nello stesso
momento. Oltre all’iconicità di quello scatto, la fotografia è anche emblema di
ciò che significa il nome di Gianni Minà per la nostra cultura mediatica, sia a
livello televisivo che documentaristico, ma soprattutto giornalistico.
Minà è l’uomo giusto al momento
giusto, è un giornalista che, con una grande capacità di racconto e soprattutto
di contatto empatico con i personaggi che si è trovato a descrivere e svelare,
ha costruito una narrazione di uomini e donne importanti nel cinema, nella
storia e nello sport senza mai indugiare in una raffigurazione morbosa o
faziosa. Lo racconta lui stesso, quando gli si
chiede del suo rapporto con Maradona – un
rapporto esclusivo, probabilmente unico, sia per il calciatore da poco
scomparso che per il giornalista – e ricorda di quando si trovava con lui nei
momenti più bui della sua dipendenza dalla cocaina. Minà lo racconta candidamente:
avrebbe potuto condividere col mondo immagini intime e pietose di Diego Armando
Maradona, ma quello per lui non è giornalismo. E in effetti, nel presente
mediatico che viviamo, la reazione a un’affermazione simile penso sia la stessa
per tutti: perché non ci dice di più?
Siamo talmente abituati a una
pornografia dell’informazione estesa a qualsiasi aspetto della vita, dai
momenti più intimi che diventano mercé di chat di gruppo alla morbosità con cui
ci spiamo tramite i social, che l’idea che un giornalista tenga per sé qualcosa
di così riservato e personale sembra quasi un affronto. In realtà la bravura di
Gianni Minà e del genere di giornalismo che ha coltivato durante la sua lunga
carriera è proprio nella delicatezza dell’approccio con cui ha sempre condotto
le sue interviste. Non c’è aggressività, né tantomeno giudizio, verso chi è
seduto di fronte a lui, semmai ironia, gentilezza e interesse, tutti elementi
che portano il personaggio oggetto del colloquio a essere ben disposto a
rispondere, invece di sentirsi assalito dalla fame di sapere di chi lo sta guardando,
di chi magari vuole conoscere un pezzo oscuro della sua vita da poter
trasformare in una versione grottesca della realtà.
Le interviste di Minà, negli anni,
sono diventate un genere giornalistico a parte, e fare una lista dei personaggi
enormi che sono passati sotto le sue domande – senza mai venire oscurate
dall’ego del giornalista, cosa che invece spesso succede – sembra come elencare
i nomi più importanti della storia degli ultimi cinquant’anni. Dal Dalai Lama a Federico Fellini, da Jane Fonda
a Franco Battiato, fino poi ai
suoi cari napoletani, Massimo Troisi e Pino Daniele, Gianni Minà
non ha solo creato un’enciclopedia audiovisiva del secolo scorso, ma si è anche
sempre impegnato a raccontare la parte del mondo sommersa, quella considerata
meno importante perché più povera, il Sud.
Minà non ha mai fatto mistero
della sua inclinazione politica, parte di una
sinistra che sta con i deboli, un’inclinazione umana che lo ha portato ad
approfondire come pochi altri l’America Latina, un luogo che specialmente negli
anni Settanta e Ottanta poteva ancora essere considerata un’alternativa
all’egemonia culturale americana sull’Occidente. Dalla parte dei deboli e di
chi si è ribellato alle imposizioni capitaliste e dominatrici di un Paese che
ha segnato e continua a segnare i nostri consumi culturali – e non solo – Minà
ha il merito di aver portato in Italia storie e personaggi che probabilmente
senza il suo apporto sarebbero rimaste marginali, più per ignoranza che per
disinteresse, attraverso libri, interviste e reportage che negli anni Settanta
gli costarono persino l’espulsione dall’Argentina, quando si mise
a indagare sui desaparecidos.
Ma un altro aspetto che non va
sottovalutato della carriera di questo giornalista di origine torinese e
napoletano d’adozione – De Magistris gli ha conferito la cittadinanza
onoraria nel 2019 – oltre
alla quantità enorme di materiale che ha prodotto, a testimonianza di un
periodo storico intenso e decisivo per i mass media, è il valore che ha dato
alla televisione. Dopo decenni di impoverimento culturale dettato da
concorrenze e liberismo sfrenato – motivo per cui la tv è diventata perlopiù un
contenitore di sponsor dove si gioca al ribasso – siamo ormai abituati a
concepire gli spazi televisivi come mero luogo di intrattenimento, anche
piuttosto becero, o di informazione mediocre, a parte qualche rara eccezione.
La tv, però, non è solo questo e, soprattutto, non è sempre stata solo questo:
è uno spazio in cui si può conciliare un contenuto di alta qualità con una
modalità di racconto piacevole e di comprensione immediata per tutti. Il
potenziale del mezzo di comunicazione televisivo è enorme, sia in negativo che
in positivo, e se c’è qualcuno che ha saputo sfruttare i suoi lati migliori
sicuramente è Gianni Minà.
Non che sia stato l’unico a
immaginare e a creare un universo televisivo in cui ci si potesse sia divertire
che informare in modo intelligente, senza ridursi a sfruttare mezzi
imbarazzanti, volgari e umilianti, ma di certo il suo apporto a questa idea di
tv negli anni lo ha dato. Prima di tutto con Mixer, la trasmissione di cui faceva
parte condotta da Giovanni Minoli, dove curava la parte di musica e di sport; poi,
soprattutto, con Blitz, un programma
che è andato in onda all’inizio degli anni Ottanta su Rai 2 per tre
stagioni. Blitz era uno di quei prodotti tv che non avevano in
alcun modo bisogno di chissà quale artificio formale per rendere un servizio
pubblico fatto come si deve: una scenografia quasi inesistente, giusto qualche
sedia, tanta gente coinvolta proveniente dai più disparati ambienti dello
spettacolo, e un personaggio attorno a cui far ruotare l’episodio. Niente di
particolarmente elaborato o artefatto, solo uno spazio di interazione in cui a
dominare erano la parola, la chiacchiera, il divertimento e il racconto; sembra
una sciocchezza, ma invece è proprio ciò che dovrebbe fare la televisione,
specialmente quella di Stato: informare, spiegare e divertire. Minà è la prova
che per essere interessanti e colti non è necessario essere noiosi, un
messaggio che invece, negli ultimi quarant’anni, si è votato alla riduzione
della cultura a qualcosa di polveroso e relegato ai soli addetti ai lavori.
Non penso che sminuire il presente
raccontando un passato glorioso abbia senso, dal momento che negli anni molte
cose sono cambiate in peggio, ma anche in meglio. Il progresso digitale ha reso
possibile un nuovo modo di fare giornalismo, e non è certo rimpiangendo le
imprese di Gianni Minà che si va avanti, nonostante la tentazione di rifugiarsi
nel passato sia forte. Credo, invece, che il suo esempio, per quanto appartenga
a un’epoca diversa, che aveva mezzi molto diversi da quelli che abbiamo ora,
possa servire a dimostrare che esiste un modo di raccontare e conoscere le vite
degli altri che non deve per forza scadere in una curiosità morbosa, invadente
e cinica. Sapere che esiste un precedente per un giornalismo approfondito ma di
facile comprensione, per una tv che intrattiene ma riesce anche a mantenere un
livello culturale alto, non aggiusta le storture del mondo mediatico e
dell’informazione di oggi, ma ci dà la prova che è possibile pensarlo
diversamente, come ha sempre fatto Gianni Minà.
a 12500 chilometri di distanza, fra le rovine di Binnish, in Siria, il pittore Aziz Asmar rende omaggio a Diego sulla parete di una casa distrutta
A DIEGO - Gianni Minà
Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.
Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale
sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico
e io un giornalista.
Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia
esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.
So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un
campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire
sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria
dei media.
Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante
volte criminalizzato.
Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego
ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto
l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando,
magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo
quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al
compimento di questo tempo.”
Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito
dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da
qualunque successiva polemica.
A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare
di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie
che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel
1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping
successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene
dall’ Italia rapidamente.
Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per
questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli,
hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.
Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio
segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco
rispetto.
Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo
Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale,
dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle
solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata
“Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti
d’assalto (diciamo così...) che occupavano, in quella stagione, senza smalto,
tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza
non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua
simpatia e collaborazione.
Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio
di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la
nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono:
“Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a
precisare, solo al tuo microfono.”
La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia
per un’uscita un po’ avventata di Zenga.
Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale,
messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè
Lui, il Dio del pallone.
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in
quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla
finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe
sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del
vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente
brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie
di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.
C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse
l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi,
che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle
tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva
di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo,
un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in
quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per
la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di
volte in quasi vent’anni di calcio.
Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da
qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché
più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta,
concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da
Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da
alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai
pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo
intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu
tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri.
Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale
argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi,
vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio
italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette,
battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella
testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi
argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della
notte.
Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per
l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.
Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva
accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima
per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio
contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi,
prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui,
con un'accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.
La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a
respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito
trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando
Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo
incontrati.
L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo
ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in
differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.
Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha
portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano
impossibili - della sua esistenza.
Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è
cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza
politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte
volte la propria faccia.
Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.
Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso
giorno di un altro gigante, Fidel Castro.
Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia
indelebile nel gioco del calcio e della vita.
E ora silenzio.
Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.
A Diego mio
fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano - Gennaro Carotenuto
Piango l’uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso
giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno.
Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego
villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere
quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano,
lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il
potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo,
gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S,
il più grande di tutti.
Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L’uomo che cade e si
rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L’uomo che sa di essere
grande e fragile. L’uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in
prima persona. L’uomo che non abbassa la testa, l’uomo con la schiena dritta,
che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d’odio (irrisolvibile,
irredimibile, imperdonabile) fischiando l’inno argentino, elevò in mondovisione
il suo limpido, legittimo, a testa alta: “hijos de puta”. Sette anni sei stato
il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti
malsopportano. Ma se vinci, morti d’invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe
bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti
amiamo.
Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano
quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio,
massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo
castigato dalle droghe, dall’alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur
sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell’umanità come siamo, non
quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi
s’intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come
figlio: la nazione argentina e quella napoletana.
Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può
pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare
dell’umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera,
cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l’unico nella Storia a vincere una
guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo,
entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo
dell’impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13,
Latinoamerica è “Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles”. A Sud, con
il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.
A Juan Da Silva, mi
hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello,
estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente
MARADONA TRA NAPOLI E IL SUDAMERICA - Rino
Genovese
È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una
morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota
tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul
significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto
per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato
un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di
posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare
a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande
spettacolo?
Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva
dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di
Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che
trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America
latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi
monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”,
traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e
organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che
lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva
dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi
dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga
data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato
finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava
Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere
meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.
Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio
calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione,
del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha
stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non
c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare
qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che
in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta
Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della
terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del
suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace
tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento
di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori
– e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.
Come in
tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno
riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza
è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione.
“Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match
contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la
pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come
me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni
della fede nel trascendente.
Gli anni ’80
e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure
divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno
indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di
portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è
Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di
inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone –
come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in
dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti
legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti,
Maradona.
Agli
infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non
sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre
un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la
sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua
singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una
piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta
da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale,
ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a
seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso
profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad
allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea.
Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche,
expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di
male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra
del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra
mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e
particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di
pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente
confligge con il mio orientamento religioso.
3 Novembre
1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno
interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella
stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose
soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in
carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo
scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra
il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la
musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del
montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di
Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli,
“non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di
Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di
Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.
Non mi
dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un
rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e
viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le
questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo
stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci
limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona
è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città
reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non
resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo
uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a
Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali».
Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia,
oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che
si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi,
qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo
scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un
mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché
non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione
della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e
si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona
con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai
cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso
vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli
anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale
Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà
volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.
Tutto ciò,
insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo
vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena
coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17
marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a
seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica.
È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina
per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi
prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in
tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di
galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di
degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare
spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna
un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma
la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la
Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino
sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.
Da quel
momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in
diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato,
notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che
sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come
se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una
griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente.
Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre,
perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni
impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della
storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che
pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al
titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci
dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza
tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di
“classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo
spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze,
provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie
parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si
rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto
ridere.
La rosa è
piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di
rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate
televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”,
con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio
Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di
Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni
di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica:
Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi
napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il
nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta
più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi
dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di
sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.
Poi ci sono
state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai
inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle
immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi
riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del
2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va
ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top
mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità,
drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a
portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando
l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque
affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e
chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto
piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la
sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in
scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.
Questo
continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse
seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario,
non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche
nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e
inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava
essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.
Pensare di
fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo,
nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure,
qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me
non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto
piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero
pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai
lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in
ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul
fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità,
perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo,
Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella
gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di
asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili.
Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno
schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per
stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e
dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo
carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita
rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai
a spegnere.