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mercoledì 29 marzo 2023

ricordo di Gianni Minà

 Pace – Gianni Minà

Sento da troppi giorni i tamburi della guerra che, in maniera opprimente, si stanno avvicinando sempre di più nelle nostre vite, appesantite dagli affanni, chi più chi meno, della quotidianità, ma non certo lacerate dai drammi che la guerra porta.

Ho 84 anni, ero un bambino durante la seconda guerra mondiale, ma mi ricordo molto bene il tragico bagaglio che aveva portato: mio nonno ferroviere fu ucciso in un bombardamento degli alleati mentre stava lavorando insieme ai suoi colleghi, la disperazione dei miei, la fatica e la paura di essere sfollati, la mancanza del cibo, il freddo, il terrore di chi rischia la morte per un tozzo di pane, le file interminabili per l’acqua. E poi, i grandi egoismi di molti, i gesti eroici di pochi, la generosità e l’altruismo esercitati in silenzio di altri.

Oggi la mia mente ripercorre quei ricordi dolorosi e vedo che nulla è cambiato: c’è chi inneggia alla guerra, anche nucleare, incurante dei dolori che porta, chi si fa alfiere di vari interessi, chi randella quotidianamente chi la pensa in maniera critica, azzerando il confronto e trasformando il dialogo in una assurda polarizzazione: amico di Putin se sei per la pace o difensore della democrazia se aderisci all’invio di armi per l’Ucraina. Perfino il Papa è stato dichiarato “pacifista estremista”, come se invocare la pace fosse da vigliacchi o peggio, da inetti, incapaci di “prendere una posizione”.

Roba da matti, o da incoscienti. O roba da falchi…

Anche Raniero La Valle, un giornalista e mio antico collega della Rai, che ha prodotto storici documentari sulla Palestina, la Cambogia e il Vietnam, nel suo editoriale su Facebook, sostiene di aver paura della guerra, perché: “anche a noi fu detto “Vincere! E vinceremo”, come infatti accadde con armate straniere che si combatterono sul nostro suolo e dal cielo distrussero le nostre città. (…) Ma noi abbiamo paura che le ultime notizie, magari come allora nascoste nelle “brevi” e poi a lungo secretate, ci informino di un’azione altamente meritoria e densa di valori imperituri come quelle compiute a Hiroshima e Nagasaki; abbiamo paura di perdere non la vita, ma ciò per cui abbiamo combattuto per tutta la vita: per la pace, la libertà, l’onore, la difesa dei popoli martoriati ed oppressi dalle colonie, dagli Imperi, dalla Trilaterale, dagli Esodi, dalle guerre bipartisan, dalla fame, dalla “giustizia infinita” inalberata per gratificare il mondo intero della democrazia, dei respingimenti, dei porti chiusi e delle estradizioni; così come abbiamo combattuto contro le operazioni alla “Desert Storm” per annientare Stati canaglia e terrorismi, o contro i missili stranieri da Comiso puntati contro l’Ungheria.”

Gino Strada, come lo hanno ricordato a un incontro a Sesto S. Giovanni, prendendo in prestito le parole di  Albert Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra, diceva sempre che la guerra non si può umanizzare, ma solo abolire, perché è impossibile e illusorio imporre regole di comportamento.

La pace non va contrattata, non è un’opzione tra tante, la pace si abbraccia senza se e senza ma, anche a costo di essere perdenti.

Apro  un sito: atlanteguerre.it, molto interessante. Nella cartina interattiva, si clicca nei paesi colorati e si legge il conflitto: il mondo è come se avesse una cintura fatta di paesi in guerra.  Troppi, ancora. La lista dei paesi si allunga quotidianamente.

In America Latina, ad esempio,  lo sanno bene cosa hanno portato le guerre e le dittature. Popoli assoggettati, sterminati, come ad esempio i paesi del Centro America, il Salvador o il Guatemala, chiamati, per le continue stragi delle loro popolazioni “il mattatoio d’America” e che hanno avuto dalla storia solo un flebile “scusa” di Barak Obama in una conferenza stampa nel 2010. Ma si sa, non tutte le vittime di guerra hanno la stessa considerazione. Eppure quel continente, senza voce da sempre, al contrario di noi occidentali, ormai ridotti a consumatori alienati anche di guerre, esportatori di una democrazia svuotata, di cui non sappiamo più neanche il senso, è sempre alla ricerca del “buen vivir”, in una dimensione circolare, che produce benessere per tutti, spirituale e materiale, senza escludere nessuno.

Spesso, da quando conosco quel continente, mi sono domandato: ma chi vive meglio, noi o loro?

I media certo non aiutano a capire: se prima eravamo ossessionati 24 h da notizie, informazioni, appelli quotidiani sul Covid, oggi la nuova ossessione sono le immagini di guerra, la cui quantità e tipo di messaggi ormai è fuori controllo; questo sistema, ormai, in una sorta di news war, ha spento tutte le voci del resto del mondo e non mi soffermo più sulle fake, che si rincorrono ad arte, nella impossibilità di essere smascherate. Approfitto, però, per ospitare tra le mie righe un appello dei nostri  più importanti inviati di guerra che mi ha segnalato Livio Senigalliesi, uno dei fotografi che ho ospitato nelle pagine della mia rivista “Latinoamerica”: https://bit.ly/3uSa56J.

Oggi sono costretto a casa e osservo distrattamente i telegiornali e i programmi, spalmati tutti sulla guerra Russia-Ucraina, tanto da farmi avere un leggero senso di nausea, un overload di notizie, come mi era capitato con la pandemia, ora scomparsa dai radar, anche se la curva, pare, si stia rialzando. Telegiornali di 30 minuti, dove 24 spesi nel conflitto che ci invade e 6 miseri minuti su politica estera e italiana e ovviamente, per “politica italiana” intendo la cronaca nera, lasciandoci però appesi su questioni che erano primarie nell’agenda fino a qualche tempo fa: ad esempio i migranti portati in Bielorussia dal Medioriente e bloccati ai confini della Polonia da un muro di filo spinato di più di 180 km, che fino hanno fatto?

Ma come si può andare avanti così?

Per sapere qualcosa di serio e vero sui conflitti e sul mondo, ormai ascolto quasi solamente Radio Vaticana.

Sulla rivista Missioni Consolata  il suo direttore Gigi Anataloni, nel suo editoriale nomina monsignor Tonino Bello, che sosteneva qualche tempo fa: “Il mio desiderio è quello del cessate il fuoco, perché non è possibile, non è accettabile, non è pensabile che ancora oggi, con tutto il progresso che abbiamo fatto, con tutta la cultura che abbiamo alle spalle, della gente debba essere massacrata a questo modo. E’ osceno. Io credo che ci vergogneremo domani per la nostra mancanza di insurrezione di coscienza (…) La guerra tutto può partorire, fuorchè la pace e la giustizia. La pace non arriverà, finchè non si farà giustizia.”

Non ci rendiamo neanche conto che questi tamburi di guerra non porteranno certo alla prosperità economica, anzi: l’inflazione sta crescendo e crescerà ancora indebolendo il valore dei già magri stipendi delle classi più fragili, aumenteranno i precari, i prezzi si gonfieranno sempre di più e le conseguenze sociali saranno devastanti, non soltanto per l’Europa, ma anche per altre regioni del mondo: la globalizzazione non dà scampo a nessuno, e la pandemia ci ha già insegnato che i confini non esistono più.

Vorrei concludere questo mio breve articolo sulla pace, con una notizia di speranza, che tanto ci fa bene, e che viene proprio dal popolo cubano che ho apprezzato per i tratti che lo caratterizzano: la dignità, l’umanità, ma soprattutto la loro solidarietà nelle piccole e grandi cose, nonostante siano strozzati da un blocco economico che dura da più di 60 anni, nonostante siano stati messi a forza nella vergognosa lista di “stati canaglia”.

Nei giorni scorsi, è passata in Italia una delegazione di scienziati cubani che Fabrizio Chiodo in collaborazione con AICEC e l’Ambasciata cubana,  ha portato a Napoli. Sono tre generazioni di grandi ricercatori della biotecnologia cubana: il professor Luis Herrera-Martinez, uno dei padri di questa disciplina, Dagmar Garcia Rivera, la più giovane,  e il professor Verez-Bencomo a cui si deve lo sviluppo del primo vaccino sintetico della storia, il vaccino contro Haemophilus influenza del tipo B, e anche il vaccino contro la polmonite, che, a differenza di quello statunitense venduto a 100 dollari la dose (il cui costo proibitivo non può essere acquistato da paesi depressi economicamente) ha permesso e permetterà ai bambini di Cuba e dei paesi più poveri di essere curati contro una delle malattie più letali per l’infanzia, la polmonite. L’iniziativa napoletana racconta la storia personale dei tre protagonisti e la storia della biotecnologia di Cuba, ma soprattutto la collaborazione tra l’istituto vaccinogeno Finlay all’Avana e il Laboratorio di Virologia dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino che sta lavorando per comprendere lo spettro di applicabilità dei vaccini cubani (soprattutto il vaccino Soberana Plus) in funzione delle varianti in circolazione.

A Cuba, diversamente da altri Paesi, anche i più industrializzati, i decessi per Covid (normalizzati sulla popolazione) sono risultati inferiori durante tutta la pandemia, soprattutto durante l’arrivo di Omicron e questo grazie sia a una campagna di vaccinazione ma soprattutto ai vaccini pubblici sviluppati, nonostante il blocco economico imposto dagli Stati Uniti che vieta l’approvvigionamento di materie prime, strumenti e tecnologie. Di fondamentale importanza è stato anche aver sviluppato l’unico vaccino contro SARS-CoV-2 pensato per la popolazione pediatrica e somministrato al 97% dei bambini cubani dai due anni in su. Fabrizio Chiodo, ricercatore del CNR e collaboratore dell’istituto vaccinale Finlay dove ha lavorato al disegno e allo sviluppo dei vaccini Soberana, ha spiegato in un articolo di Franz Baraggino sul Fatto quotidiano: “Ci si è concentrati sui vaccini proteici che, a differenza dei vaccini a materiale genetico come Pfizer e Moderna, si basano su una tecnologia già nota e largamente utilizzata anche in campo pediatrico. I dati sono stati messi a disposizione della comunità scientifica e pubblicati su riviste scientifiche internazionali ed è in corso la procedura di pre-qualifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un ok che basta ad agevolare l’export del vaccino cubano in molti paesi del mondo. Sono a basso costo, con un brevetto pubblico ed un trasferimento di tecnologia piuttosto semplice. Per questo penso che possano essere importanti nel supporto ai tanti Paesi che non vedranno la loro popolazione vaccinata prima del 2023. Abbiamo tentato di realizzare un ponte, una strategia che stimolasse un interesse su questi vaccini nonostante gli standard previsti in Europa, nella speranza che le evidenze scientifiche prevalgano sulla geopolitica e che nessuna opportunità sia preclusa alla lotta contro il Covid”.

Più vaccini e meno armi, ha detto il Papa già a ottobre scorso. Non può essere considerata solo una esortazione di un leader religioso, è un messaggio impellente rivolto a tutti noi, soprattutto nel nostro Paese, dove la spesa sanitaria è condannata a continui tagli e i fondi per  l’Istruzione ci sbattono all’ultimo posto nella graduatoria europea.

Un antropologo ha detto che l’inizio della civiltà è iniziata da un femore guarito. Nell’era preistorica, animale o uomo, quando si ferivano, la loro vita era condannata. Non potevano scappare. Un femore guarito è stata la prova che qualcuno si è preso cura del ferito, lo ha protetto e lo ha curato.

Questa regola vale ancora oggi: nessuno si salva da solo. Lo ha detto il Papa ma lo hanno già detto le popolazioni millenarie prima di lui. Noi dobbiamo solo ascoltare e seguirne il solco e, come amava dire Vittorio Arrigoni, Vik, il mio giovane collega, scrittore e pacifista che sognava e lavorava per la pace tra Palestina e Israele, “restare (restiamo) umani”.

https://www.giannimina.it/archivio/articoli/pace/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 29 novembre 2022

Hebe de Bonafini, una madre senza compromessi - Gianni Minà

 

Qualche giorno fa è scomparsa Hebe de Bonafini, una madre che ha trasformato la sua vita in pietra di inciampo per i collusi con la dittatura argentina. A fine anni ‘90 la intervistai per un programma televisivo che andava in onda nel cuore della notte, ma che mi lasciava molto tempo a disposizione per affrontare la complessità delle persone che hanno segnato un’epoca. Non fu un’intervista facile davanti a questa donna argentina con un carico di dolore immenso.

Le Madri di Plaza de Mayo davanti alla Casa Rosada sono una delle immagini più angosciose del secolo scorso per chi ha una vera coscienza democratica. Fu dal 30 aprile 1977, da quando una feroce dittatura sottrasse loro e mai più restituiti un figlio, un nipote, un fratello, che queste donne si riunivano ogni giovedì della settimana. Donne che volevano sapere che fine avevano fatto i loro cari e che questo atto più crudele di un assassinio dichiarato sia rimasto impunito anche con il ritorno della democrazia.

Con il ritorno e il fallimento di Peron e del suo regime, con l’uscita di scena di Isabel Peron prese il potere Videla il capo dell’Esercito che, insediandosi alla Casa Rosada, fece scattare, lo stesso giorno in una repressione selvaggia, una dittatura sanguinaria durata 7 anni. Le forze di repressione arrivavano, bloccavano il traffico, creavano una zona proibita, poi arrestavano o torturavano. I vicini tenevano la radio accesa per non sentire le urla. Si seppe ben presto che i desaparecidos erano più di 30mila, due generazioni di ragazzi. Spesso era sufficiente il numero di telefono trovato sull’agenda di un compagno di scuola per condannarli al nulla: “Non pianga signora, lo prendiamo per interrogarlo, poi glielo rendiamo” erano soliti dire.
I due figli di Hebe de Bonafini non gliel’hanno più resi:

“I miei figli sono in Africa, in America Latina, ovunque stiano lottando. Loro sono tutti miei figli. Non importa i loro nomi, tutti lottavano e volevano la stessa cosa. Io li ricordo sempre allegri, ricordo i loro canti, i sogni, le loro speranze, quelle risate, quel “ciao mamma” la mattina, quel “come stai”? Eravamo una famiglia molto allegra. Mio figlio Jorge lo presero a casa, all’una del pomeriggio. La scomparsa è una cosa orribile: non si trova da nessuna parte. Io ho sperato per molto tempo, sapevo che qualcuno era nei campi di concentramento. In Argentina ce n’erano più di 300. Lasciavamo sempre la casa aperta, ma poco a poco abbiamo preso coscienza che non sarebbe più ritornato nessuno perché la repressione era brutale e gli assassini non erano soli, erano appoggiati da parte della Chiesa, dai grandi imprenditori. L’abbiamo saputo poco a poco, non ce ne rendevamo conto, non capivamo, sbattevamo la testa al muro, non sapevamo cosa succedeva, ma poi lo abbiamo saputo con tanto dolore. Quando è sparito Raul, il mio secondo figlio, non avevo ancora perso la speranza, anche se due giorni dopo si presero pure le mogli e alcune madri, tre tra cui Azucena Villaflor, nel ’77, la fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo. Lei, con alcune di noi, aveva firmato un esposto rivolto a Videla dove c’era un elenco di tutte le persone scomparse. Un giornale di destra lo pubblicò, ovviamente a pagamento e quando Azucena andò a comprare il giornale, la sequestrarono e non la vedemmo più. Volevano distruggere il Movimento. Abbiamo discusso molto se continuare a uscire nelle piazze o restare a casa, ma dato che continuavano a sequestrare i nostri figli, era difficile stare con le mani in mano. Il movimento è nato quando scomparve il primo figlio, ma il 30 aprile del ‘77 con quell’esposto, nacque l’attività politica del Movimento stesso”.

Italo Moretti e Arrigo Levi furono i giornalisti di punta della Rai che avevano realizzato dossier su quanto avveniva in Argentina: raccontavano di giovani donne incinte fatte partorire in ospedale e case di cura e subito dopo riportate nelle tanti prigioni clandestine che Esercito, Marina, Aviazione e Esercito federale avevano allestito negli anni della repressione. Si sa che molti bambini furono dati in adozione a molte famiglie di militari in una sorta di meccanismo perverso. Arrigo Levi, per capire la loro logica, intervistò nel ’90 il generale Domingo Bussi che spiegò: “Noi affrontammo la guerra, l’aggressione marxista su due fronti contemporaneamente: quello militare e quello politico. Miravamo cioè alle cause della sovversione, così abbiamo fatto nella regione di Tucuman che era stata scelta dai delinquenti marxisti leninisti come epicentro della loro azione e abbiamo vinto. Del resto abbiamo usato gli stessi metodi che personalmente ho visto applicati in Vietnam. Bisogna capire una cosa: il successo in una guerra va a chi compie maggiori violenze, chi fa più morti ha più possibilità di vincere. Parlare di eccessi non ha perciò senso, noi d’altronde siamo incapaci, anche per la nostra formazione cristiana, di superare certi limiti morali”. E il governo Menem all’epoca scelse proprio Bussi come governatore della provincia di Tucuman ed è per questo che Hebe de Bonafini si è sempre considerata dura e implacabile contro di loro e contro chi si è voltato dall’altra parte ho ha accettato compromessi.

Guadagnarono l’attenzione della stampa mondiale quando decisero di andare a parlare con un funzionario americano e quel giorno occuparono la piazza. I militari volevano convincerle a non andare, non volevano che l’Argentina facesse una brutta figura, e invece, in venti, si aggrapparono a un palo della luce e rimasero lì, accerchiate dagli uomini in divisa. Uno urlò: “puntate!” e le Madri gridarono insieme: “fuoco!”.

In quell’urlo di disperazione i media si resero finalmente conto che cosa era la repressione in Argentina. La stampa cominciò così a proteggere le loro vite.
Il loro primo copricapo è stato un pannolino, poi un vero e proprio fazzoletto bianco con il nome dei propri figli, fino ad arrivare alla scritta “Aparicion con vida”. Erano diventate, con quella scritta, le madri di tutti, non solo dei loro figli. Molte di loro si sono ammalate, altre hanno trasformato il dolore in lotta: “E’ difficile ma non impossibile. Questo ci ha fatto sentire più forti e più unite e siamo madri radicalizzate perché riconosciamo i nostri figli come rivoluzionari. Con il tempo li abbiamo capiti meglio, più profondamente, sapevamo cosa volevano, perché lottavano, perché amavano il loro prossimo. Le mamme che sono rimaste nell’associazione sono quelle che hanno capito cosa i nostri figli volevano insegnarci. Noi veniamo da famiglie comuni, ma a volte molto egoiste, individualiste. Mio figlio mi diceva: “No mamma, bisogna condividere tutto quello che abbiamo, bisogna dare il meglio che abbiamo, il migliore letto, il mio cibo, il miglior vestito”. Quando uno impara ad ascoltare i propri figli, soprattutto dopo queste atrocità, mi dico no, non posso essere egoista, non posso lottare solo per mio figlio, non posso andare per strada solo in suo nome, mio figlio deve essere tutti. Ogni figlio rappresenta gli altri, i bambini di strada e quelli morti di fame o per malattia, i disoccupati, i diseredati e questo per una madre ha un valore enorme e riuscirci è molto importante”.

Più di mille giovedì alle 15,30, con il sole più spietato o le piogge più fredde, le madri sono andate in piazza affrontando il carcere, i pestaggi dei militari e il cinismo dei loro complici. Qualcuno ha detto: “Tempo di carnefici come Suárez Mason, Astiz, Masera, Videla, tempo di prigionieri lanciati vivi nei mari o bruciati nei pozzi profondi, tempo di intellettuali ipocriti che serbarono il silenzio finché non arrivò il tempo della democrazia, di medici che assistevano alla tortura e di sacerdoti che chiedevano collaborazione ai prigionieri”. Era come se l’Argentina, in quel periodo, era entrata in un girone dell’inferno: “Ma i nostri figli hanno sofferto di più, la cosa più tragica l’hanno subìta loro, perché speravano di trasformare l’oppressione e il dolore di un popolo in un mondo solidale e più giusto. Questo era quello che volevano e noi abbiamo innalzato le loro bandiere. E quando abbiamo un’idea chiara come la nostra, non importa il tempo o in quale mondo staremo, però l’assassino deve essere chiamato assassino e il complice, complice. Le denunce che abbiamo sempre fatto sono contro la politica sindacale, le imprese, i politici che furono complici, contro i militari che si prepararono in America Latina per reprime opprimere e annientare l’oppositore politico, essi stessi servi del sistema capitalista che non perdona il popolo che resiste, si ribella, che non vuole più essere povero e emarginato.
Ci sono molti figli dei nostri figli scomparsi che si sono riuniti in un’organizzazione per lottare, Hijos (por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio) nata nel 1995, e che, come noi mamme, stanno cercando di rivendicare i loro genitori e si sono inventati, come metodo di lotta, lo “sputtanamento”, l’hescrache. Organizzano manifestazioni che si fermano proprio davanti alle porte degli assassini rimasti impuniti, lì davanti vengono lette le accuse ad essi rivolte, oppure vengono diffuse in tutto il quartiere tramite l’affissione di manifesti. Lo scopo è quello non solo di sopperire alle mancanze della giustizia, ma anche quello di avvertire i vicini che un uomo del ex regime vive tra loro e quindi che si senta in una prigione grande quanto tutta l’Argentina, una prigione fatta del disprezzo e della condanna di tutta la società (1).

Oggi siamo felici che i nipoti stiano bene, e siamo tristi quando vediamo che alcuni figli vogliono stare nelle famiglie adottive, ma le Mamme, noi, abbiamo una posizione diversa rispetto alle Nonne, che lavorano con il governo di Menem. Noi pensiamo che i figli, una volta cresciuti come esseri umani, hanno diritto di scegliere, anche se sarà doloroso per noi. Il fatto è che sono stati molto esposti, tirati di qua e di là. Sono feriti, quasi nudi e si sono ribellati a una disgrazia nella disgrazia più grande di loro. Bisogna dare loro tempo per scegliere e sono convinta che se si dà loro del tempo, faranno la scelta giusta.”

Hanno detto di lei che era una donna esagerata, maleducata, che ha usato parole di disprezzo contro la Chiesa e il Papa di allora, Giovanni Paolo II: “Inizialmente decidemmo di riunirci in chiesa e pregare, ma ci spegnevano le luci e ci cacciavano. Alcuni preti non ci volevano. Non avevano paura, no, erano complici, perché quando i militari ci correvano dietro, tentavamo di rifugiarci nella cattedrale, ma il vescovo di allora faceva chiamare la polizia perché ci cacciasse via. Da quel luogo ci hanno portate via e arrestate molte volte. Se noi chiedevamo una messa per i defunti la dicevano, ma per i desaparecidos non hanno mai accettato di dirla, perché se la Chiesa avesse detto messa per i nostri figli scomparsi avrebbe riconosciuto quello che ha sempre negato. Quando andavamo per aiuto e per un po’ di pietà, i preti ci “rassicuravano” con le stesse parole offensive dei militari e cioè che i nostri figli erano andati a spasso con le donne o scappati da casa. Pio Laghi era il nunzio apostolico di allora, il delegato del papa e sapeva tutto. Molti hanno tentato di giustificare parte del clero, c’è chi ha detto che è stato ordinato loro di comportarsi in questa maniera, in realtà, sapevano benissimo cosa succedeva e hanno permesso che tutto avesse luogo”.

Hebe de Bonafini, la Madre di Plaza de Mayo, la pazza, come la chiamavano in troppi, la dura e l’implacabile come si è autodefinita, ma in realtà è stata una donna carica di sdegno e decisa a non accettare nessun compromesso per i troppi scomparsi che lei, nella sua vita, ha voluto ricordare e difendere dall’oblio e dalla ingiustizia per l’indulto, e l’impunità di cui hanno goduto in troppi: “I diritti umani si violano non solo quando si viene torturati, ma quando si perde il lavoro, quando si perde la casa, quando si vive emarginato, quando non c’è istruzione, quando aumenta l’analfabetismo, la povertà. Angela Boitano, che ha pure testimoniato al processo di Roma contro militari responsabili di sequestri, torture e uccisioni di cittadini italiani, si è allontanata dal movimento perché ha accettato il risarcimento economico del governo Menem. Noi abbiamo sempre la stessa linea: “aparicion con vida”, non abbiamo cambiato, non possiamo negoziare la vita, non possiamo contrattare il sangue con un governo che parla di impunità e di perdono e poi paga 100mila dollari per ogni desaparecido. Noi abbiamo detto no. Speriamo sempre che gli assassini possano essere condannati, senza però fare la lotta per l’indennizzo in denaro. A me pare profondamente giusto condannare gli assassini, la giustizia è un messaggio molto forte per un popolo, ma è triste che le stesse persone che chiedono giustizia poi chiedano un indennizzo economico. Noi Madri ci siamo separate come Movimento su questo tema: chi pensa che la vita di qualcuno vale denaro, chi invece pensa che invece vale vita perché loro l’hanno data per un popolo.”

Il 1985 in Argentina è stato l’anno dei processi che si fecero secondo il codice di giustizia militare nei tribunali civili senza l’assassino sul banco degli imputati. La legge “Punto final” sancì la prescrizione di ogni azione penale per i reati commessi dai membri del regime, mentre la legge di “Obediencia debida” scagionò tutti i militari che avevano commesso delitti durante la dittatura per il fatto che stavano ubbidendo a ordini ai quali non potevano opporsi. Hebe de Bonafini, sdegnata, in quel processo le fu richiesto di levarsi il suo fazzoletto dalla testa, e lei, prima di ritirarsi dal processo sdegnata, disse: “Perché non fate levare il cappello ai militari? Questo fazzoletto bianco sarà l’unica condanna in questo processo”.

Hebe de Bonafini non si è mai data pace, c’era in lei uno sdegno profondo che non si era mai sopito: “Ho molti momenti di serenità, quando sono con i miei figli che amo molto, quando sono con mia madre; a volte ci incontriamo con altre madri a casa, chiacchieriamo ma, per quando riguarda la politica e l’ingiustizia permanente e costante di questo mondo allora mi ribello. Non la tollero, non la sopporto. Non ho nessun rimedio se non diventare dura e implacabile, come dicono in tanti, però ci sono momenti di pace. Momenti molto teneri. I più bei momenti della mia vita, i più dolci, i più grandi li vivo con i miei figli adesso e li ho vissuti con i miei figli prima. E questo che mi dà la forza e mi dà l’amore verso gli altri. Quando si amano molto gli altri che soffrono bisogna essere implacabili e duri, non si può accettare nessun compromesso. Altrimenti tutto diventa mediocre”.

fonti citate:
1) Mariana E. Califano, “Escrache, resistenza non violenta nell'Argentina del dopo terrorismo di Stato”, Storicamente 1 (2005) , nr. articolo 65.
http://dx.doi.org/10.1473/stor294

da qui

 


martedì 8 novembre 2022

LULA VA, ANCORA UNA VOLTA - Gianni Minà


A febbraio del 2020 sono andato ad ascoltare Lula alla sede della CGIL di Roma (1) , subito dopo la sua scarcerazione da quelli che sono stati i due processi farsa. Chi lo aveva preceduto nel suo discorso spiegò dettagliatamente le fasi e le procedure di quello che era stato un golpe giudiziario. “Sono un settantaquattrenne, ma mi sento l’energia di un ventenne. Non mi arrenderò” aveva detto in quella che era la sua prima uscita pubblica per il lancio della sua candidatura nelle elezioni di quest’anno.

Lula, due volte presidente del Brasile (dal 2002 al 2010) era stato condannato senza prove per un presunto affaire proprio con la compagnia petrolifera di Stato, la Petrobras; questo intrigo con le fattezze del colpo di Stato era stato messo in moto da pezzi della Confindustria brasiliana che non avevano gradito il fatto che l’ex presidente, dopo che la Petrobras aveva scoperto e messo le mani nella propria costa Ovest sul più grande giacimento sottomarino del mondo, il Pre-Salt, si fosse negato a condividere la scoperta con gli Stati Uniti.

Uno spettacolo già visto e messo in atto molte volte specie dal governo di Washington che quando si tratta di petrolio, mette in cantiere guerre inutili e feroci.

Lula aveva provato a rompere questa logica ed è stato punito.

Anche se era stato il primo presidente democratico eletto e confermato dopo gli anni lugubri della dittatura militare, in quello che, con 214 milioni di abitanti, è lo Stato più poderoso dell’America Latina, agli occhi del governo di Washington però era stato il complice dell’ex presidente venezuelano Hugo Chávez nel ricambio progressista che il continente a Sud del Texas aveva avuto negli ultimi vent’anni. Anni in cui alcune nazioni si erano consociate in scelte libertarie arrivando a fondare, sull’esempio della Comunità europea, perfino una banca e una televisione continentale, come Telesur per controbattere l’informazione scorretta della CNN e di altri network privati normalmente proprietà di caciques abituati a calcare pedissequamente la linea degli Stati Uniti.

Ma sembra passato un secolo, più che una manciata di anni.

Dal 2016 Lula dunque era stato condannato in procedimenti penali che la difesa ha sempre definito “persecutori” e basati su falsità processuali. Nel 2021, dopo una serie di ricorsi, il giudice della Corte Suprema Edson Fachin aveva annullato non solo tutte le condanne a carico dell’ex presidente per “incompetenza territoriale e materiale” comminate dal giudice federale del Paranà Sergio Moro, ma aveva riconosciuto anche la sua parzialità. Lo stesso Moro, che fu nominato subito dopo questo processo, ministro della Giustizia dal governo di Bolsonaro ed era lo stesso Moro che aveva annunciato di candidarsi per la corsa alla Presidenza, ma che a marzo di quest’anno aveva deciso di ritirarsi.

Secondo Fachin infatti, sia i procuratori, sia i giudici avevano costruito prove contro Lula dando vita, con la collaborazione delle famigerate multinazionali nordamericane e con l’appoggio vitale di Tele Globo, il più poderoso network radiotelevisivo del continente, ad una campagna stampa mirata sia a distruggere la reputazione dell’ex presidente del Brasile presso l’opinione pubblica, sia soprattutto a consolidare le prove a suo stesso carico.

La Commissione Onu su questo processo aveva ritenuto che “le violazioni procedurali (…) avevano reso ‘arbitrario’ il divieto a Lula di candidarsi alla presidenza, denunciando la violazione dei suoi diritti politici, compreso il diritto di candidarsi alle elezioni. (…) E sebbene la Corte Suprema Federale abbia annullato la condanna e la reclusione di Lula nel 2021, queste decisioni non sono state sufficientemente tempestive ed efficaci per prevenire o riparare le violazioni”. (2)

Comprese quelle relative, aggiungo io, alla negazione al permesso di uscire di prigione per partecipare alle esequie del fratello morto di cancro nel 2019 adducendo a “motivi di sicurezza”. Però, mossi a pietà, avevano concesso a Lula il permesso di un giorno per assistere ai funerali del nipotino deceduto per una meningite fulminante.

Ho conosciuto Lula, prima che diventasse presidente, grazie ad Antonio Vermigli, un generoso ex-postino di Quarrata che tiene in mano da molti anni la Rete Radié Resch (una rete della sinistra cattolica).

Lula veniva in Italia invitato dai vari sindacati e avevo imparato ad apprezzarlo proprio per essere riuscito nel miracolo di fondare il PT (Partido dos Trabalhadores) che, insieme ai cattolici progressisti e al movimento dei Sem Terra, lo aveva portato al governo del paese smentendo chi aveva tentato di sostenere “che i comunisti stavano per prendere il potere in Brasile”. Questo perché il PT era diventato l’esempio del più efficiente movimento progressista in quella che all’epoca è stata una vera e propria primavera dell’America Latina.

Egli si rifaceva al pensiero di Paulo Freire, pedagogo di fama mondiale impegnato nei confronti dei poveri e considerato, insieme al nostro Lorenzo Milani, uno dei pilastri del pensiero riguardante l’educazione democratica del Novecento, che si schiera in favore degli oppressi e per la dimensione collettiva del sapere e la giustizia sociale come processo di trasformazione, sia personale che sociale. Per Freire, infatti, il sapere esteso a tutti fa acquisire coscienza critica e la giustizia sociale è il fondamento per lo smantellamento delle strutture di oppressione.

L’entusiasmo e la sincerità di questo ex-operaio della Volkswagen, che al suo mestiere di tornitore aveva sacrificato il dito di una mano (“Ho perso questo dito quando avevo diciassette anni –raccontò una volta- Era proibito, per legge, lavorare di notte, ma lo facevamo ugualmente, per sopravvivere. Fu così che subii questo infortunio. Ne vado fiero. Non lo vedo come un difetto fisico, ma come il marchio registrato della vita e degli impegni che ho preso con la classe lavoratrice brasiliana”) aveva permesso ai brasiliani di ricominciare a sperare attraverso iniziative come il piano Fame Zero messo in piedi dal teologo della Liberazione Frei Betto che su incarico di Lula era riuscito nell’impresa di assicurare a 50 milioni di abitanti, i più poveri, tre pasti al giorno.

Era un nuovo mondo che si scrollava di dosso la dittatura militare e incominciava a diventare un esempio politico, mettendo in crisi perfino pezzi di socialismo occidentale.

Mi ricordo infatti che in quel periodo D’Alema invitò a Firenze quasi tutti i leader socialisti delle nazioni più importanti. A sorpresa però per il Brasile, non si ricordò di invitare Lula Da Silva, il leader di 50 milioni di brasiliani che votarono a sinistra. Preferì trasmettere l’invito a Fernando Henrique Cardoso, leader della coalizione di centro destra che governava in quel momento. La giustificazione? Cardoso in gioventù era stato un sociologo progressista che D’Alema probabilmente aveva letto. Lula con bonomia giustificò questa gaffe: “Ho esaminato tutti i discorsi di Cardoso quando era fuori dal Brasile ed era professore alla Sorbona. Tutti i suoi discorsi pronunciati a Parigi, a Roma, e in Europa. In quelle prolusioni appariva un cittadino progressista, un sociologo progressista, un uomo di mondo preoccupato per le ferite dell’umanità. Il problema per noi è che le teorie che affermava in Europa non le ha mai messe in atto in Brasile. Sarebbe quindi importante che i dirigenti europei venissero a vedere cosa ha combinato nel nostro paese, per constatare che le sue scelte non hanno avuto nessuna attinenza con le parole pronunciate da voi. A Firenze, Cardoso sembrava perfino un socialista, mentre qui ha attuato una politica totalmente di destra”.

Lula raccontò anche che quando D’Alema volò a Rio con Fassino per il summit dell’Internazionale socialista, la prima cosa che fece fu chiedere una mozione di censura per Cuba. Fu lo stesso Lula, che pure è un moderato, a ricordare alla delegazione italiana che “per la maggior parte dei latinoamericani la Revolución è un esempio indiscutibile”.

Oggi il panorama politico internazionale è cambiato profondamente e le elezioni presidenziali brasiliane sono state un banco di prova fondamentale perché questo enorme Paese che rappresenta una delle più importanti economie del mondo ha un’influenza decisiva in America Latina. La storia del Brasile negli ultimi dieci anni è stata molto intensa: la rivolta sociale del 2013 che ha espresso disagio verso il sistema politico; la crescita del PSDB a un passo dal PT; la presidenza di Dilma Rousseff come tentativo di fermare le destre e il suo rovesciamento nel 2016 attraverso un colpo di stato fatto passare attraverso il suo impeachment; la presidenza di Bolsonaro, rappresentante di una vecchia destra e responsabile della sua radicalizzazione e infine la criminalizzazione di Lula con due processi farsa.

La vittoria di Lula è stata sul filo del rasoio, ottenuta dopo una corsa elettorale drammatica farcita da colpi bassi e fake news da entrambe le parti.

Intorno a Lula si è raccolta una grande coalizione politica formata da partiti, dai più importanti movimenti e dai più importanti centri sindacali del Paese: il Partito dei Verdi (PV), il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito Socialista e Libertà (PSOL), il Movimento Sem Terra (MST), il Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) e il Levante Popular da Juventude.

La chiave di volta di Lula è stata però la candidatura alla vicepresidenza di Alckmin, fondatore insieme a Cardoso del Partito Socialdemocratico brasiliano, proprio quel PSBD attore chiave del rovesciamento della Roussef. Alkmin è stato sempre un oppositore del Partito dei Lavoratori ma, nel 2021 si è dimesso dal PSBD per unirsi al Partito Socialista Brasiliano (PSD) lanciando la sua candidatura alla vicepresidenza del suo ex rivale Lula da Silva.

Ma in questo intricato patchwork Alckim garantisce la governabilità, perché sono i tucanos che storicamente governano nei gangli più strategici il Brasile, a prescindere dall’esecutivo di turno. In più la sua figura ha attirato l’elettorato di centrodestra spaventato dalla destra “cattiva” rappresentata da Bolsonaro. Nel suo mandato infatti l’ex presidente, con passi da gambero, ha fatto passare le tre riforme regressive sul lavoro, sulla previdenza sociale (dove si limita la spesa sociale dello Stato per vent’anni) e fiscale, con la benedizione degli Stati Uniti. La carcerazione di Lula infatti era soprattutto volta a impedire queste tre riforme. Ma Bolsonaro non ha prodotto gli effetti sperati, anzi: nel suo mandato 28mila industrie sono state chiuse, l’inflazione e il disagio sociale sono aumentati fino ad arrivare al punto più drammatico con la pandemia da Covid-19 che ha provocato quasi 700mila morti tutti addebitabili all’incoscienza di questo ex presidente che, con i suoi discorsi antiscientifici, è riuscito a cambiare radicalmente la reputazione di questa nazione, costruita a fatica da Lula dieci anni prima durante i suoi due mandati. Sono ancora vividi gli appelli accorati di aiuto dei brasiliani e le foto delle fosse a cielo aperto pieni di cadaveri ammassati.

Oggi, con anche l’appoggio di gran parte della borghesia brasiliana, il PT di Lula è un grande fronte democratico. Bisogna capire però se riuscirà a fare quello che non è riuscito a ottenere nei due precedenti mandati, ma soprattutto se avrà le condizioni politiche per realizzare i suoi scopi, che sono quelli di sempre: riforme politiche e sociali, lotta alla fame e alla disoccupazione, aumento della qualità della salute e dell’istruzione e la conservazione dell’ambiente.

Ma il fronte democratico è un po’ lo specchio dello stesso PT che racchiude in sé un po’ di tutto ed è questa la sua grandezza, considerato che oggi non è importante tanto vincere, quanto governare in modo equilibrato e onesto: “Questo partito, nella storia politica del Brasile degli ultimi anni, è forse il più pluralista del paese – mi disse Lula in una mia intervista - Abbiamo marxisti, ecologisti, credenti cattolici, protestanti, evangelici. C’è chi si batte per Cuba, chi apprezza la nuova politica cinese. Abbiamo musulmani, buddisti laici. C’è pluralismo effettivo nel Pt. Siamo riusciti a dimostrare l’importanza di una democrazia vissuta nella diversità. Ma non ci interessa che tutti tifino per la stessa squadra di calcio. Non abbiamo bisogno che a tutti piaccia lo stesso colore per convivere democraticamente e in modo sano. Il Pt è questo: viviamo in modo sereno. Siamo diversi, ma concordiamo sui punti essenziali. Crediamo sia possibile costruire un altro Brasile, ma certo la chiesa progressista, il movimento popolare, le comunità di base e il movimento sindacale sono le principali ragioni del successo del Pt”.

Frei Betto che lo ha appoggiato ma anche criticato, oggi sostiene: “Il modo di rafforzare il governo Lula non è propriamente negli accordi dietro le quinte, nelle alleanze di partito, nei patti federativi. Questa strada è già stata percorsa ed è sfociata in scandali e sconvolgimenti. Non ci si può fidare di un gioco in cui il partner non si comporta bene. Il rammendo fatto sopra favorisce sempre chi disprezza quello che sta sotto. Il cammino da intraprendere è quello della coscientizzazione, organizzazione e mobilitazione popolare. Senza persone per strada e nelle reti il governo Lula correrà anche un rischio di impeachment. Per consolidarsi dovrà soddisfare la fame di pane e anche la fame di bellezza attraverso l’educazione politica del popolo” (3).

Staremo a vedere, ma l’araba fenice comincia a rinascere.

 

fonti:

1) https://www.facebook.com/watch/?v=171320674310280

2) https://www.agenzianova.com/.../brasile-onu-condanne.../

3) https://www.adista.it/articolo/68961

 

Per chi volesse continuare a sostenere Mina’s Rewind, volto alla digitalizzazione di tutto l’archivio audiovisivo storico inedito:

https://www.produzionidalbasso.com/project/mina-s-rewind/

 

da qui


domenica 14 febbraio 2021

LA TELEVISIONE DI GIANNI MINÀ CON I PIÙ GRANDI DELLA TERRA AVEVA L’INTIMITÀ DI UNA CENA TRA AMICI - Alice Oliveri

Sembra impensabile che un regista come Quentin Tarantino si discosti da un film perché lo ritiene troppo violento per i suoi standard, eppure è successo nel 1994 con Natural Born Killers, il cult diretto da Oliver Stone. In quegli anni l’estetica cinematografica pulp faceva breccia nell’immaginario collettivo con una serie di pellicole che ormai sono diventate parte della nostra cultura pop e il lungometraggio con protagonisti Juliette Lewis e Woody Harrelson, una sorta di moderni Bonnie e Clyde, rappresenta un tassello importante per il genere. Tra i tanti elementi che caratterizzano questo tipo di film molto in voga in quel periodo, c’è anche una certa passione, seppur spesso indiretta, per l’Italia: citazioni, remake, colonne sonore, volti. L’America pulp guarda spesso al nostro cinema e alla nostra cultura, specialmente quella degli anni in cui eravamo più prolifici da questo punto di vista anche a livello internazionale.

Natural Born Killers non è un film con le colonne sonore di Ennio Morricone, non è nemmeno un remake di qualche B movie anni Settanta di quelli che piacciono tanto a Tarantino, ma ha come tema centrale la violenza e il suo rapporto con i media; motivo per cui, a un certo punto del film, qualcosa di italiano sbuca fuori. Per un’intervista che devono concedere i due NBK, viene infatti citato un episodio del nostro giornalismo che è rimasto nella storia del secondo Novecento, ossia l’intervista durata sedici ore di Gianni Minà a Fidel Castro nel 1987. “Quell’italiano che ha intervistato Fidel Castro” è la citazione letterale, ma anche senza fare il nome di Minà, sappiamo tutti che si parla di lui, l’intervistatore per eccellenza della nostra televisione.

C’è una foto molto famosa che ritrae Robert De Niro, Sergio Leone, Gabriel García Márquez, Muhammad Alì e Gianni Minà, tutti a cena da “Checco il carrettiere”, una storica osteria romana a Trastevere. Detta così, sembra l’inizio di una barzelletta, e in effetti la storia di questa foto è un po’ l’incipit di un racconto comico, visto che, stando alla versione del giornalista, è stato il frutto di una catena di passaparola e di coincidenze molto peculiari, considerato che tutti questi personaggi si trovavano a Roma nello stesso momento. Oltre all’iconicità di quello scatto, la fotografia è anche emblema di ciò che significa il nome di Gianni Minà per la nostra cultura mediatica, sia a livello televisivo che documentaristico, ma soprattutto giornalistico.

Minà è l’uomo giusto al momento giusto, è un giornalista che, con una grande capacità di racconto e soprattutto di contatto empatico con i personaggi che si è trovato a descrivere e svelare, ha costruito una narrazione di uomini e donne importanti nel cinema, nella storia e nello sport senza mai indugiare in una raffigurazione morbosa o faziosa. Lo racconta lui stesso, quando gli si chiede del suo rapporto con Maradona – un rapporto esclusivo, probabilmente unico, sia per il calciatore da poco scomparso che per il giornalista – e ricorda di quando si trovava con lui nei momenti più bui della sua dipendenza dalla cocaina. Minà lo racconta candidamente: avrebbe potuto condividere col mondo immagini intime e pietose di Diego Armando Maradona, ma quello per lui non è giornalismo. E in effetti, nel presente mediatico che viviamo, la reazione a un’affermazione simile penso sia la stessa per tutti: perché non ci dice di più?

Siamo talmente abituati a una pornografia dell’informazione estesa a qualsiasi aspetto della vita, dai momenti più intimi che diventano mercé di chat di gruppo alla morbosità con cui ci spiamo tramite i social, che l’idea che un giornalista tenga per sé qualcosa di così riservato e personale sembra quasi un affronto. In realtà la bravura di Gianni Minà e del genere di giornalismo che ha coltivato durante la sua lunga carriera è proprio nella delicatezza dell’approccio con cui ha sempre condotto le sue interviste. Non c’è aggressività, né tantomeno giudizio, verso chi è seduto di fronte a lui, semmai ironia, gentilezza e interesse, tutti elementi che portano il personaggio oggetto del colloquio a essere ben disposto a rispondere, invece di sentirsi assalito dalla fame di sapere di chi lo sta guardando, di chi magari vuole conoscere un pezzo oscuro della sua vita da poter trasformare in una versione grottesca della realtà.

Le interviste di Minà, negli anni, sono diventate un genere giornalistico a parte, e fare una lista dei personaggi enormi che sono passati sotto le sue domande – senza mai venire oscurate dall’ego del giornalista, cosa che invece spesso succede – sembra come elencare i nomi più importanti della storia degli ultimi cinquant’anni. Dal Dalai Lama a Federico Fellini, da Jane Fonda a Franco Battiato, fino poi ai suoi cari napoletani, Massimo Troisi e Pino Daniele, Gianni Minà non ha solo creato un’enciclopedia audiovisiva del secolo scorso, ma si è anche sempre impegnato a raccontare la parte del mondo sommersa, quella considerata meno importante perché più povera, il Sud.

Minà non ha mai fatto mistero della sua inclinazione politica, parte di una sinistra che sta con i deboli, un’inclinazione umana che lo ha portato ad approfondire come pochi altri l’America Latina, un luogo che specialmente negli anni Settanta e Ottanta poteva ancora essere considerata un’alternativa all’egemonia culturale americana sull’Occidente. Dalla parte dei deboli e di chi si è ribellato alle imposizioni capitaliste e dominatrici di un Paese che ha segnato e continua a segnare i nostri consumi culturali – e non solo – Minà ha il merito di aver portato in Italia storie e personaggi che probabilmente senza il suo apporto sarebbero rimaste marginali, più per ignoranza che per disinteresse, attraverso libri, interviste e reportage che negli anni Settanta gli costarono persino l’espulsione dall’Argentina, quando si mise a indagare sui desaparecidos. 

Ma un altro aspetto che non va sottovalutato della carriera di questo giornalista di origine torinese e napoletano d’adozione – De Magistris gli ha conferito la cittadinanza onoraria nel 2019 – oltre alla quantità enorme di materiale che ha prodotto, a testimonianza di un periodo storico intenso e decisivo per i mass media, è il valore che ha dato alla televisione. Dopo decenni di impoverimento culturale dettato da concorrenze e liberismo sfrenato – motivo per cui la tv è diventata perlopiù un contenitore di sponsor dove si gioca al ribasso – siamo ormai abituati a concepire gli spazi televisivi come mero luogo di intrattenimento, anche piuttosto becero, o di informazione mediocre, a parte qualche rara eccezione. La tv, però, non è solo questo e, soprattutto, non è sempre stata solo questo: è uno spazio in cui si può conciliare un contenuto di alta qualità con una modalità di racconto piacevole e di comprensione immediata per tutti. Il potenziale del mezzo di comunicazione televisivo è enorme, sia in negativo che in positivo, e se c’è qualcuno che ha saputo sfruttare i suoi lati migliori sicuramente è Gianni Minà.

 

Non che sia stato l’unico a immaginare e a creare un universo televisivo in cui ci si potesse sia divertire che informare in modo intelligente, senza ridursi a sfruttare mezzi imbarazzanti, volgari e umilianti, ma di certo il suo apporto a questa idea di tv negli anni lo ha dato. Prima di tutto con Mixer, la trasmissione di cui faceva parte condotta da Giovanni Minoli, dove curava la parte di musica e di sport; poi, soprattutto, con Blitz, un programma che è andato in onda all’inizio degli anni Ottanta su Rai 2 per tre stagioni. Blitz era uno di quei prodotti tv che non avevano in alcun modo bisogno di chissà quale artificio formale per rendere un servizio pubblico fatto come si deve: una scenografia quasi inesistente, giusto qualche sedia, tanta gente coinvolta proveniente dai più disparati ambienti dello spettacolo, e un personaggio attorno a cui far ruotare l’episodio. Niente di particolarmente elaborato o artefatto, solo uno spazio di interazione in cui a dominare erano la parola, la chiacchiera, il divertimento e il racconto; sembra una sciocchezza, ma invece è proprio ciò che dovrebbe fare la televisione, specialmente quella di Stato: informare, spiegare e divertire. Minà è la prova che per essere interessanti e colti non è necessario essere noiosi, un messaggio che invece, negli ultimi quarant’anni, si è votato alla riduzione della cultura a qualcosa di polveroso e relegato ai soli addetti ai lavori.

Non penso che sminuire il presente raccontando un passato glorioso abbia senso, dal momento che negli anni molte cose sono cambiate in peggio, ma anche in meglio. Il progresso digitale ha reso possibile un nuovo modo di fare giornalismo, e non è certo rimpiangendo le imprese di Gianni Minà che si va avanti, nonostante la tentazione di rifugiarsi nel passato sia forte. Credo, invece, che il suo esempio, per quanto appartenga a un’epoca diversa, che aveva mezzi molto diversi da quelli che abbiamo ora, possa servire a dimostrare che esiste un modo di raccontare e conoscere le vite degli altri che non deve per forza scadere in una curiosità morbosa, invadente e cinica. Sapere che esiste un precedente per un giornalismo approfondito ma di facile comprensione, per una tv che intrattiene ma riesce anche a mantenere un livello culturale alto, non aggiusta le storture del mondo mediatico e dell’informazione di oggi, ma ci dà la prova che è possibile pensarlo diversamente, come ha sempre fatto Gianni Minà.

https://thevision.com/cultura/gianni-mina/

venerdì 27 novembre 2020

ricordando ancora Maradona

 


a 12500 chilometri di distanza, fra le rovine di Binnish, in Siria, il pittore Aziz Asmar rende omaggio a Diego sulla parete di una casa distrutta


A DIEGO - Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.

Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista.

Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria dei media.

Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato.

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo.”

Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica.

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel

1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente.

Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.

Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così...) che occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione.

Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono.”

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga.

Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone.

L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.

Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.

Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già

giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu

tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte.

Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un'accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati.

L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.

Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano impossibili - della sua esistenza.

Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia.

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita.

E ora silenzio.

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.

da qui



A Diego mio fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano - Gennaro Carotenuto

 

Piango l’uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno. Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano, lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo, gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S, il più grande di tutti.

Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L’uomo che cade e si rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L’uomo che sa di essere grande e fragile. L’uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in prima persona. L’uomo che non abbassa la testa, l’uomo con la schiena dritta, che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d’odio (irrisolvibile, irredimibile, imperdonabile) fischiando l’inno argentino, elevò in mondovisione il suo limpido, legittimo, a testa alta: “hijos de puta”. Sette anni sei stato il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti malsopportano. Ma se vinci, morti d’invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti amiamo.

Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio, massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo castigato dalle droghe, dall’alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell’umanità come siamo, non quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi s’intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come figlio: la nazione argentina e quella napoletana.

Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare dell’umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera, cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l’unico nella Storia a vincere una guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo, entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo dell’impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13, Latinoamerica è “Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles”. A Sud, con il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.

A Juan Da Silva, mi hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello,
estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente

 

da qui

 



 

MARADONA TRA NAPOLI E IL SUDAMERICA - Rino Genovese

 

È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande spettacolo?

 

Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”, traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.

 

Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione, del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori – e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.

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DIEGO ARMANDO MARADONA - La Ragione di Stato

 

Come in tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione. “Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni della fede nel trascendente.

 

Gli anni ’80 e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone – come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti, Maradona.




Agli infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale, ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea. Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche, expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente confligge con il mio orientamento religioso.

3 Novembre 1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli, “non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.



Non mi dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali». Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia, oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi, qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.




Tutto ciò, insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17 marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica. È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.

Da quel momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato, notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente. Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre, perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di “classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze, provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto ridere.

La rosa è piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”, con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica: Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.

Poi ci sono state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del 2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità, drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.

Questo continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario, non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.

Pensare di fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo, nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure, qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità, perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo, Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili. Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai a spegnere.