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domenica 13 settembre 2026

Ribellarsi allo Stato è una buona cosa - Maurizio Onnis

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

da qui

martedì 1 settembre 2026

Tirannia o rivoluzione - Chris Hedges

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico ( CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America", definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

mercoledì 28 gennaio 2026

L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi

 

L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.

Da quando il genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo indica loro la strada.

Nelle prime settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante. Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa hanno causato la morte di una donna.

La strategia del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.

La situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000 persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente repressione.

Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.

I grandi pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come “l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto. Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere “resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.

da qui