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sabato 5 settembre 2026

Contro un mondo senza amore - Susan Abulhawa

un romanzo che parte piano piano, poi cresce a livelli altissimi, intensi, indimenticabili.

una storia di amore e resistenza (inalienabile diritto/dovere), pubblicata nel 2020, quando la situazione della Palestina era insostenibile.

oggi il genocidio, la pulizia etnica e l'occupazione fanno sembrare la situazione di un decennio fa, già insostenibile, quasi invidiabile.

Nahr sta in una cella "tecnologica", in una di quelle prigioni israeliane dove si tortura col plauso del mondo occidentale, e ricorda e ripercorre tutta la sua vita avventurosa e innamorata.

un libro da non perdere, Susan Abulhawa non delude mai.



 

Nahr è rinchiusa nel Cubo: tre metri quadrati di cemento armato levigato, privata di ogni riferimento di tempo, con i suoi sistemi di alternanza luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Vanno a trovarla dei giornalisti, ma vanno via a mani vuote, perché Nahr non condividerà la sua storia con loro. Il mondo lì fuori chiama Nahr una terrorista e una puttana; alcuni forse la chiamerebbero una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Narh è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. Era una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l'amore è un solo tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait, è una ragazza arrivata in Palestina con le scarpe sbagliate e che, senza andare a cercarseli, trova scopi, passione politica, amici. E trova un uomo dagli occhi scuri, Bilal, che le insegna a resistere; che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi. Nahr si mette seduta nel Cubo e racconta la storia a Bilal. Bilal che non è lì, che forse non è più neanche vivo, ma che è la sua unica ragione per uscire fuori.

da qui

 

Come già prima, Ogni mattina a Jenin, questo libro resta nel cuore. La storia della Palestina, terra antica e martoriata, non può non farci riflettere su questa ingiustizia che da tanti anni non conosce risoluzione. Nello stesso tempo la forza e la dignità di questo grande popolo con antichissime tradizioni e grandi valori non può non commuovere. Israele, appoggiato dal mondo intero con un esercito fortissimo appare come un mostro irragionevole e ottuso, la continua privazione dei diritti umani sotto gli occhi del mondo intero, le tante risoluzioni dell'Onu di condanna non hanno ancora prodotto dei risultati efficaci. E un libro da leggere che fa riflettere molto, davvero toccante, consigliatissimo.

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…Con un uso magistrale di flashback vividi e struggenti, non ho potuto sottrarmi nel seguire la storia di Nahr: nata in Kuwait da una famiglia palestinese profuga dal 1948, costretta a fuggire da un paese all’altro (Iraq, Giordania, Palestina) alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa… Abbandonata dal marito e spinta in un mondo di feste clandestine e sfruttamento sessuale, trova (ed è commovente) nella relazione con Um Buraq, figura controversa ma profondamente umana, un legame che le insegna la sopravvivenza. E nella danza, il suo rifugio e la sua identità più profonda.

La violenza subita, le etichette imposte (“terrorista”, “prostituta”), il carcere senza processo: tutto si stratifica nella voce di Nahr, che Abulhawa rende intensa e vibrante.

Non c’è sentimentalismo, ma una lucidità feroce che ci obbliga a guardare in faccia la disumanizzazione, senza mai perdere di vista la speranza…

Nahr è una donna da non dimenticare.

Contro un mondo senza amore è un romanzo che scuote, denuncia, ma soprattutto commuove. Una lettura necessaria per chi vuole comprendere non solo un conflitto, ma il prezzo intimo e personale della sopravvivenza in un mondo che sembra voler cancellare l’amore…

Lo consiglio alle donne, lo consiglio agli uomini, lo consiglio ai ragazzi.

Non si può vivere senza il cuore pulsante di Susan Abulhawa.

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…Il tema principale di “Contro un mondo senza amore” è il popolo arabo, con la sua storia, la sua cultura, le sue particolarità e anche le sue contraddizioni: lo scopriamo attraverso le labbra della protagonista, Nahr, esponente prescelta di un universo complicato e misterioso che lei stessa decide di rivelarci solo a sprazzi.

Sembra rappresentativo infatti l’incipit stesso del romanzo: Nahr è chiusa in una prigione di massima sicurezza, condannata per terrorismo. I giornalisti occidentali entrano in punta di piedi nella sua realtà per farle domande scabrose e rubarle un pezzo della sua storia: è vista come una creatura pericolosa e incomprensibile.
Se Nahr è il mondo arabo, il Cubo è la scatola dove l’Occidente tende a rinchiudere l’Oriente, fatta di pregiudizi e preconcetti fondati dalla propaganda di determinate potenze internazionali e dalla paura del diverso.

E infatti poi Nahr inizia il suo monologo interiore, raccontando la sua storia (a se stessa, alle pareti del Cubo, ai fantasmi del suo passato) e ci svela le sue mille sfaccettature: non è una terrorista, e nemmeno una povera vittima, lei è molto di più.
È una danzatrice innamorata delle melodie orientali, che conosce e ama in profondità; è una rifugiata fin dalla nascita, di sangue palestinese, cresce in Kuwait circondata da persone di origini disparate, egiziani, yemeniti, iracheni, siriani e iraniani; è stata una figlia, una sorella, una moglie, una prostituta, un’amante, un’attivista, e tutte queste identità sono parti di lei senza definirla completamente…

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Il romanzo è una testimonianza sconvolgente delle violenze subite dal popolo palestinese e, allargando l'orizzonte, di quanto il mondo sia stato incapace di gestire questa tragedia. Sospendendo il giudizio sulla scelta di creare lo stato di Israele, si resta comunque attoniti di fronte alle atrocità commesse nei confronti di gente che viene ogni giorno minacciata nella sua incolumità, nel suo quotidiano, nei diritti più sacri che nei paesi democratici non vengono messi in discussione da decenni. Questo modo di convivere non può che generare odio, terrorismo, rancori inestinguibili, portando anche l'altra parte a commettere atrocità. La protagonista, costretta a spostarsi di terra in terra in un continuo esilio, sente di non avere radici da nessuna parte e finisce per aderire alla lotta nei confronti di uno stato che è nemico. Imprigionata per anni nel "cubo", una cella ad alta tecnologia, subisce un trattamento inumano per sedici anni, isolata dal mondo, senza più la cognizione del tempo. A tenerla in vita sono i ricordi di un'esistenza che fin dalla prima giovinezza si è rivelata durissima, in una parte dellaTerra in cui è ancora problematico essere donna. Davvero risulta inspiegabile come un popolo che ha attraversato il tunnel spaventoso della Shoah possa replicare metodi assai simili a quelli di chi ha tentato di sterminarlo su un altro popolo nella cui terra si è insediato: la storia, ancora una volta, sembra essere stata assai poco maestra di vita.

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Un romanzo potente, che ricostruisce il ritratto unico di una donna palestinese che, anche imprigionata in una gabbia senza sbarre, rifiuta di essere una vittima.
Nahr è rinchiusa nel Cubo: nove metri quadrati di cemento armato levigato, con sistemi di alternanza di luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Trascorre le sue giornate in isolamento, e il mondo fuori la chiama terrorista e puttana; alcuni forse la definiscono una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Nahr è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. È una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l’amore è solo un tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait da rifugiati palestinesi, arriva con le scarpe sbagliate in un paese, la Palestina, che conosce a malapena e lì trova obiettivi, passione politica, amici. Sogna di incontrare l’uomo perfetto, crescere il loro figlio e aprire un salone di bellezza. Incontra invece gli occhi scuri di Bilal, che le insegna a resistere, che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi, quando l’occupazione è ovunque e da quella vita Nahr non vede via di fuga.

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giovedì 18 giugno 2026

Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme - Nathan Thrall

l'incidente di un autobus pieno di bambini e maestre è un dramma sempre, ancora di più se avviene in un territorio dove vigono, tra le altre cose, l'apartheid e la burocrazia di stampo nazista.

Nathan Thrall racconta quello che è successo, ciascuno col suo nome, la sua storia, il suo dolore.

il libro non lascia scampo, è una cronaca senza sconti e senza vie d'uscita, non è un semplice incidente stradale, che poteva essere senza vittime, è solo l'ennesimo effetto collaterale di sterminio di una potenza occupante, nel silenzio degli ignavi.

un libro da non perdere.

ps: mi è tornato in mente un gran libro di Russell Banks, Il dolce domani, anche lì la tragedia di un autobus pieno di bambini.


 

…Leggo d’un fiato, sempre più angosciata e sgomenta, continuando a chiedermi dove abbia trovato, il narratore, la capacità di inventare la variegatissima folla umana che popola il suo testo. Nessuno dei suoi personaggi, neppure il più secondario o marginale, può essere confuso con nessun altro o dimenticato. Ognuna e ognuno di loro ha una propria storia e una propria solidissima fisionomia. Niente comparse e niente generici, solo figure di primo piano impigliate nella geografia esplosa dei Territori palestinesi occupati, intorno a quel grumo di lucida follia che è la Gerusalemme segmentata dalla Barriera di separazione israeliana…

https://www.doppiozero.com/nathan-thrall-tragedia-gerusalemme

 

Leggendo questo libro – preciso e caldo, appassionato e lucido – non ci troviamo in un’opera di finzione in cui gli eventi, le persone citate sono frutto della fantasia dell’autore, ma precipitiamo nel feroce quotidiano di chi vive nella terra più contesa del pianeta e, pur privato dei più elementari diritti, cerca di mantenere intatta la propria umanità. Ne usciremo più acutamente, e nuovamente, consapevoli.

«Le migliori pagine sulla Palestina che abbia mai letto.» - J.M. Coetzee

«Mi sono ritrovata a leggere e rileggere capitoli, paragrafi, singole frasi solo per assorbire la brutalità e l’intensità, il pathos e la cruda rappresentazione dei metodi usati da uno Stato per mettere in ginocchio un popolo senza perdere il plauso del mondo civile». - Arundhati Roy

«Una combinazione di prosa struggente ed eccezionale intuizione politica». - Yuval Noah Harar


Milad, cinque anni, è emozionatissimo: sulle spalle uno zaino più grande di lui con dentro la sua merendina preferita, non vede l’ora di salire sul pullman per la prima gita di classe della sua vita, destinazione un parco a nord di Gerusalemme. Quando Milad saluta la mamma ed esce sotto una pioggia battente, suo padre Abed sta ancora dormendo. La giornata che cambierà per sempre la vita di Abed Salama comincia qualche ora più tardi, su una strada bloccata, una delle poche su cui ai palestinesi è ancora concesso viaggiare, e la notizia di un incidente «con alto numero di vittime». Incalzato da un presagio, Abed raggiunge trafelato il luogo dell’impatto dove lo accoglie una bolgia infernale: un gigantesco tir rovesciato, uno scuolabus in fiamme, dei corpi a terra. Milad però non si trova. Inizia così per Abed una corsa angosciante in un labirinto fatto di ostacoli fisici, burocratici, emotivi, dovuti alla sua condizione di palestinese. E questo padre palestinese è dalla parte sbagliata del muro di separazione, i suoi documenti del colore sbagliato non gli consentono di superare i checkpoint dei militari, di entrare a Gerusalemme, di conoscere la sorte di suo figlio. La ricerca disperata di Abed incrocia il cammino di altre persone, con le loro storie che convergono, tutte, su quell’inferno: un’insegnante di asilo e un meccanico, un ufficiale israeliano e un funzionario palestinese, un colono paramedico, operatori sanitari ultraortodossi. Due madri, che sperano che il bambino ferito ma vivo sia il loro.

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Uno sguardo lungo che vede il futuro. Lo sguardo dei bambini e delle mamme. I presagi ci sono, ma affidarsi a quel sentire interiore appare difficile. Forse perché troppo forte, sincero, quasi sovrannaturale. Così per altri segnali emessi da uno Stato che in teoria dovrebbe invece rispettare precisi obblighi nel segno delle Convenzioni Internazionali. Le infrastrutture: strade sicure e non strade della morte, ambulanze che dovrebbero arrivare in tempo. Ma anche una casa in cui poter abitare e restare, una scuola dove recarsi anche se piove e un ospedale raggiungibile. Invece nuovi sbarramenti si frappongono sistematicamente alla vita di ogni giorno. Sono gli hawajez (e non solo) sparsi per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile. Con ancora e sempre nuovi progetti di insediamenti per i coloni. Perché "l'altro" popolo semplicemente non esiste. Il fattore tempo diventa determinante nella narrazione ed è allora che si comprende la vera natura della prevaricazione che si è insinuata in ogni anfratto, in ogni spiraglio della quotidianità. Tanto violenta da non lasciar respiro. Non è mai giusto morire, ma lo è soprattutto quando si è così piccoli. Cancellando il diritto di un papà di prendere per mano il suo bambino per andare insieme a osservare cose mai viste prima. Una fatalità... può succedere... ma quando la morte è annunciata, allora proprio niente può andar bene. Cronaca e romanzo di una struggente delicatezza.

da qui

 

…a mettere i brividi, in questo caso, sono i dettagli di quel lontano incidente del 2012. Lo scuolabus “crepitava di fiamme”, tra urla e grida, con i bambini che bruciavano al suo interno. Lo scontro con il camion era avvenuto a pochi minuti di auto da un insediamento e a pochi secondi da un posto di blocco. Un’ambulanza israeliana avrebbe potuto aggirare i check point e prendere una strada diretta verso il luogo dell’incidente.

Portare un soccorso immediato e magari salvare qualche vita. Eppure, dopo mezz’ora, scrive Thrall, “non era arrivato un solo pompiere, agente di polizia o soldato”. La dinamica dei fatti dimostra che l’incidente mortale non era stato causato soltanto dalle condizioni meteorologiche avverse e da un atto di grave negligenza da parte del camionista che si era scontrato con lo scuolabus.

Tra quelle che Thrall definisce “le vere origini della calamità” ci sono i posti di blocco, il muro di separazione e l’assenza di servizi di emergenza da un lato di esso, oltre al sistema di permessi che ha costretto una classe dell’asilo a fare una lunga e pericolosa deviazione verso la periferia di Ramallah. Un insieme di concause che hanno contribuito a ingigantire la tragedia il cui vero colpevole è il progetto politico dell’occupazione che intrappola le persone in un conflitto permanente e rendendo più difficile e pericoloso ogni aspetto della vita dei palestinesi…

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lunedì 26 gennaio 2026

I «48Kg» di Batool Abu Akleen

«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita.

Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*)

46Kg. Previsioni del tempo

Il cielo si oscura di ali

che fanno piovere morte

non restare in casa

non scendere in strada

non portare l’ombrello

rimanere fermi al sicuro

a leccare la morte che scorre per il volto.

40Kg. Il carretto del gelato

Il gelataio grida:

cadaveri in vendita

per tutte le strade

non c’è tomba che li compri

i cadaveri si sciolgono

lui ripete il suo grido:

cadaveri in vendita

nessuna risposta.

I cani li comprano a prezzi stracciati

loro sì che ne vogliono ancora.

Il gelataio ha promesso

che presto riempirà di nuovo il carretto

e porterà

nuovi cadaveri freschi ghiacciati

come la città.

36Kg. Posto di blocco

Non ascoltare quella voce

non alzare la testa

non abbassare la testa

non voltarti

non essere contento

non essere triste

non canterellare

non chiamare

non aspettare risposta

smetti di aspettare

fermati

ferma.

Ma non si ferma

lui continua a urlare

il tuo silenzio atterrito continua

non hai passato il confine spinato

se lo passi, sopravviverai?

Il rimorso ti rosicchierà le dita

ti strazierà.

…

Non sopravviverai.

 


35Kg. La vita all’inferno

Mio Dio, quant’è bello.

Ha gli occhi azzurri

la pelle bianca

il sorriso smagliante

è così alto

e l’uniforme militare gli dà l’aria di un perfetto uomo.

Quando si è avvicinato

l’ho visto bene:

il mare nei suoi occhi era il mare che mi ha rubato

il bianco del suo volto i sogni dei bambini che ha ucciso

il sorriso era quello di mia madre, sradicata

quando lui ha cancellato la sua casa dal volto della città

l’altezza è quella delle palme che ha schiantato a terra

l’uniforme serve soltanto a giustificare il nostro sangue versato.

Lui appare in televisione

la parole dolci gli scorrono dalla bocca

veloci come le anime dei bambini che corrono in cielo

il pubblico applaude il protettore che salverà il Paese

dalle pietre lanciate fuori dalla casa di mia madre

e dai feti appesi al ventre delle donne che ha macellato.

Sorride ancora,

è il sorriso che ha appena rubato da un’altra bocca.

Oh mio Dio

quant’è bello

un perfetto candidato

per la vita all’inferno.

 


32Kg. Sono in cielo

Sto seduta in classe con cinquanta persone senza tetto

insegniamo la prima lezione ai piccoli

Surat-al-Fatihah che si recita per le anime

e le preghiere per i corpi.

Sui defunti abbiamo insegnato solo

che sono in cielo

e così i bambini girano per le strade

portano piatti di biscotti che divorano

ridono

giocano

dicono: sono in cielo.

In classe fa irruzione la morte

rivela segreti ai bambini

che improvvisamente crescono

portano i volti dei padri

dai piatti in frantumi fanno case per i fratelli piccoli

dalle gole esce un rantolo:

sono in cielo

sono in cielo.

28Kg. Sole che brucia

Sto bruciandomi le dita

si sciolgono una dopo l’altra

lentamente, come la guerra che va lentamente:

Pollice che impasta pane fresco come i corpi dei martiri

Indice che appoggio sulle labbra della bambina

per scacciare la paura e far maturare la calma

Medio che alzo in mezzo agli occhi

della bomba che non mi ha ancora raggiunto

Anulare che presto alla donna che ha perso

la mano e il marito

Mignolo per fare la pace

con tutto il cibo che ho odiato mangiare

e altre cinque dita per spostare il sole che brucia.

La guerra non finisce

io sto per finire le dita.

Le mie mani si accorciano

le dita crescono

le mie mani si sciolgono

le dita crescono

il mio petto si scioglie,

il cuore,

io mi sciolgo interamente

resta solo il fuoco

che scorre tra le dita della morte

il fuoco può soffocare la morte

ma sono io che muoio soffocata.

 

 

(*) Batool Abu Akleen, ventenne poetessa che vive a Gaza ha scritto un libro, «48Kg», che toglie il fiato per il countdown che innesca: a ogni poesia che leggi il cuore ti si rinsecchisce, il condotto della gola ti si restringe, le corde vocali ti si irrigidiscono, eppure ne viene fuori uno dei canti più vibranti e tragici di una poetessa palestinese di 20 anni che pare ne abbia migliaia.
«48Kg» è uscito nel Regno Unito (per Tenement Press) La 
casa editrice Mille Gru pubblicherà in Italia la raccolta, curata e tradotta da Cristina Viti, nel febbraio 2026.

Acquistare il libro grazie alla prevendita (fino al 26 gennaio) consentirà di riconoscere l’intero ricavato all’autrice, con una percentuale riservata alla traduttrice. La casa editrice si farà carico delle spese di grafica, di redazione e di stampa.

edizione italiana del libro della poetessa palestinese – prevendita fino al 25 gen ’26


Nota dell’autrice per l’edizione inglese
Queste poesie sono arrivate dopo mesi in cui ho rifiutato di scrivere, pensando che la poesia non può cambiare il mondo. Ma le conversazioni con molti amici mi hanno convinto dell’importanza di dare forma a quello che sentivo per poterlo meglio capire. Se scrivere in arabo è stato un processo di formulazione, tradurre le mie poesie è stato un processo di comprensione. In arabo mi stavo perdendo: avevo paura della morte, paura che il mio corpo fosse smembrato senza che nessuno potesse raccoglierlo… ma quando ho iniziato a tradurre, ho fatto pace con la morte. Per quanto stessi cercando di trovare il mio corpo, per quanto fossi persa in senso di colpa, desiderio, compassione e rabbia, accettando che non avrei potuto fermare questo genocidio, potevo almeno scrivere queste poesie e rilegarle traducendo me stessa.
Qui ho raccolto le parti di me che sono riuscita a trovare, in caso non ci sia nessuno che possa farlo se sarò uccisa.
Batool Abu Akleen, 2025.

Batool Abu Akleen è una poetessa e pittrice palestinese. Nata nel 2005 a Gaza, nel 2020 vince il Barjeel Prize con la poesia «Non ho rubato la nuvola». Negli ultimi venti mesi, mentre affronta con la famiglia il genocidio che ha colpito la sua terra e la sua gente, completa la laurea in inglese, organizza corsi di lingua per bambini, lavora come traduttrice in residenza per Modern Poetry in Translation e pubblica la sua prima silloge, «48Kg» (Tenement Press). Con la poesia «Gunpowder» è stata recentemente premiata nella competizione indetta dal London Magazine. Alcuni stralci della sua prosa sono in fase di pubblicazione da Comma Press.

Cristina Viti scrive poesia e traduzioni in inglese, italiano e francese. Fra le autrici tradotte, Elsa Morante (The World Saved by Kids, Seagull Books, 2016), Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani, 2018) Anna Gréki (The Streets of Algiers, Smokestack, 2020) e Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions, 2018). Tra le sue traduzioni per il teatro, si ricorda Moby Dick alla prova di Orson Welles, in produzione per il Teatro dell’Elfo.

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