l'incidente di un autobus pieno di bambini e maestre è un dramma sempre, ancora di più se avviene in un territorio dove vigono, tra le altre cose, l'apartheid e la burocrazia di stampo nazista.
Nathan Thrall racconta quello che è successo, ciascuno col suo nome, la sua storia, il suo dolore.
il libro non lascia scampo, è una cronaca senza sconti e senza vie d'uscita, non è un semplice incidente stradale, che poteva essere senza vittime, è solo l'ennesimo effetto collaterale di sterminio di una potenza occupante, nel silenzio degli ignavi.
un libro da non perdere.
ps: mi è tornato in mente un gran libro di Russell Banks, Il dolce domani, anche lì la tragedia di un autobus pieno di bambini.
…Leggo d’un fiato, sempre più angosciata e
sgomenta, continuando a chiedermi dove abbia trovato, il narratore, la capacità
di inventare la variegatissima folla umana che popola il suo testo. Nessuno dei
suoi personaggi, neppure il più secondario o marginale, può essere confuso con nessun
altro o dimenticato. Ognuna e ognuno di loro ha una propria storia e una
propria solidissima fisionomia. Niente comparse e niente generici, solo figure
di primo piano impigliate nella geografia esplosa dei Territori palestinesi
occupati, intorno a quel grumo di lucida follia che è la Gerusalemme segmentata
dalla Barriera di separazione israeliana…
https://www.doppiozero.com/nathan-thrall-tragedia-gerusalemme
Leggendo
questo libro – preciso e caldo, appassionato e lucido – non ci troviamo in
un’opera di finzione in cui gli eventi, le persone citate sono frutto della
fantasia dell’autore, ma precipitiamo nel feroce quotidiano di chi vive nella
terra più contesa del pianeta e, pur privato dei più elementari diritti, cerca
di mantenere intatta la propria umanità. Ne usciremo più acutamente, e
nuovamente, consapevoli.
«Le migliori
pagine sulla Palestina che abbia mai letto.» - J.M. Coetzee
«Mi sono
ritrovata a leggere e rileggere capitoli, paragrafi, singole frasi solo per
assorbire la brutalità e l’intensità, il pathos e la cruda rappresentazione dei
metodi usati da uno Stato per mettere in ginocchio un popolo senza perdere il
plauso del mondo civile». - Arundhati Roy
«Una
combinazione di prosa struggente ed eccezionale intuizione politica». - Yuval Noah Harar
Milad, cinque anni, è emozionatissimo: sulle
spalle uno zaino più grande di lui con dentro la sua merendina preferita, non
vede l’ora di salire sul pullman per la prima gita di classe della sua vita,
destinazione un parco a nord di Gerusalemme. Quando Milad saluta la mamma ed
esce sotto una pioggia battente, suo padre Abed sta ancora dormendo. La
giornata che cambierà per sempre la vita di Abed Salama comincia qualche ora
più tardi, su una strada bloccata, una delle poche su cui ai palestinesi è
ancora concesso viaggiare, e la notizia di un incidente «con alto numero di
vittime». Incalzato da un presagio, Abed raggiunge trafelato il luogo
dell’impatto dove lo accoglie una bolgia infernale: un gigantesco tir
rovesciato, uno scuolabus in fiamme, dei corpi a terra. Milad però non si
trova. Inizia così per Abed una corsa angosciante in un labirinto fatto di
ostacoli fisici, burocratici, emotivi, dovuti alla sua condizione di
palestinese. E questo padre palestinese è dalla parte sbagliata del muro di
separazione, i suoi documenti del colore sbagliato non gli consentono di
superare i checkpoint dei militari, di entrare a Gerusalemme, di conoscere la
sorte di suo figlio. La ricerca disperata di Abed incrocia il cammino di altre
persone, con le loro storie che convergono, tutte, su quell’inferno:
un’insegnante di asilo e un meccanico, un ufficiale israeliano e un funzionario
palestinese, un colono paramedico, operatori sanitari ultraortodossi. Due
madri, che sperano che il bambino ferito ma vivo sia il loro.
Uno sguardo lungo che vede il futuro. Lo sguardo dei bambini
e delle mamme. I presagi ci sono, ma affidarsi a quel sentire interiore appare
difficile. Forse perché troppo forte, sincero, quasi sovrannaturale. Così per
altri segnali emessi da uno Stato che in teoria dovrebbe invece rispettare
precisi obblighi nel segno delle Convenzioni Internazionali. Le infrastrutture:
strade sicure e non strade della morte, ambulanze che dovrebbero arrivare in
tempo. Ma anche una casa in cui poter abitare e restare, una scuola dove
recarsi anche se piove e un ospedale raggiungibile. Invece nuovi sbarramenti si
frappongono sistematicamente alla vita di ogni giorno. Sono gli hawajez (e non
solo) sparsi per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e
rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile. Con ancora e sempre
nuovi progetti di insediamenti per i coloni. Perché "l'altro" popolo
semplicemente non esiste. Il fattore tempo diventa determinante nella
narrazione ed è allora che si comprende la vera natura della prevaricazione che
si è insinuata in ogni anfratto, in ogni spiraglio della quotidianità. Tanto
violenta da non lasciar respiro. Non è mai giusto morire, ma lo è soprattutto
quando si è così piccoli. Cancellando il diritto di un papà di prendere per
mano il suo bambino per andare insieme a osservare cose mai viste prima. Una fatalità...
può succedere... ma quando la morte è annunciata, allora proprio niente può
andar bene. Cronaca e romanzo di una struggente delicatezza.
…a
mettere i brividi, in questo caso, sono i dettagli di quel lontano incidente
del 2012. Lo scuolabus “crepitava di fiamme”, tra urla e grida, con i bambini
che bruciavano al suo interno. Lo scontro con il camion era avvenuto a pochi
minuti di auto da un insediamento e a pochi secondi da un posto di blocco.
Un’ambulanza israeliana avrebbe potuto aggirare i check point e prendere una
strada diretta verso il luogo dell’incidente.
Portare un soccorso immediato e magari salvare qualche vita. Eppure, dopo
mezz’ora, scrive Thrall, “non era arrivato un solo pompiere, agente di polizia
o soldato”. La dinamica dei fatti dimostra che l’incidente mortale non era
stato causato soltanto dalle condizioni meteorologiche avverse e da un atto di
grave negligenza da parte del camionista che si era scontrato con lo scuolabus.
Tra quelle che Thrall definisce “le vere origini della calamità” ci sono i
posti di blocco, il muro di separazione e l’assenza di servizi di emergenza da
un lato di esso, oltre al sistema di permessi che ha costretto una classe dell’asilo
a fare una lunga e pericolosa deviazione verso la periferia di Ramallah. Un
insieme di concause che hanno contribuito a ingigantire la tragedia il cui vero
colpevole è il progetto politico dell’occupazione che intrappola le persone in un conflitto permanente e rendendo più difficile e
pericoloso ogni aspetto della vita dei palestinesi…
Nessun commento:
Posta un commento