Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle
disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che
va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che
ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’.
Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di
esplosivo.
Cronachette di un testimone sul
campo
Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità
burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare
supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono
iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica
federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande
macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza
missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono
decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in
Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk”
con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione
di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie
delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite.
E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.
Flotta aerea da fine del mondo per
78 giorni di bombardamenti
I
bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo
1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza
delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo
internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della
pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la
Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna,
Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e
Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata
dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno
precedente.
Il primo
aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in
Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo
dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa
del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air
Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs),
proiettili a guida satellitare.
Nel
bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente
insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe
vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4
aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di
Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali,
emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle
acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato
per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene
consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo
Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).
Il 6 aprile,
nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10
civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug
vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa
accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato
definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David
Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori
bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry
Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.
Il generale
Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco
aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti
gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese:
il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la
Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori
bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime
civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola,
negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una
mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).
NATO a Merdare
Secondo un
reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and
anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning,
killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A
Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case
nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali
e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.
Il 12 Aprile
tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul
confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna
Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un
“AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto
grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley
Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte
prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora,
secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie
Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare
foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e
precaria.
Il 14 aprile
accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce,
una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro
trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi
con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36
feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling
Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82
morti e 50 feriti.
L’incidente
apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso
ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che
convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid
dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il
generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno
attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following
a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba
un veicolo civile”.
Lo stesso
giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los
Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la
zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare
collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo
l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista
del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di
proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel
dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster
bomb.
Secondo la
testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human
Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi
sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le
bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia
serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei,
per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli
militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone
uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha
bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.
Il povero ‘Jamie Sceim’
Il 16 aprile
il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano
“in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti
gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile,
nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono
stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo
convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a
typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.
“This is a
very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact
details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad
Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo
l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe
avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a
seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre
vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come
“Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb
submunition-exploded”.
Dalle 2.06
alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e
distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via
Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri
sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via
satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato
praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai
colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi,
evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte,
assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le
polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di
ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da
personali cattiverie.
Nel
pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja,
a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di
Zmaja, Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per
alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici
bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20
tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era
arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il
generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”.
“Effetti collaterali della guerra”.
Il primo
maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di
Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39
morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le
vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero
bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette
l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi
come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge
but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point
during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di
Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta
di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è
trattato di un errore nei piani di attacco.
Le tante
volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la
conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della
Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni
finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono
l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato
dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di
Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate
dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco
che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli
ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore
di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto
appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su
Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.
L’ambasciata cinese
Lo stesso 7
maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono
nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di
Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in
Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata.
Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto
dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una
esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie
telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità
internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile
dietrologia.
Difficile
parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è
direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi,
di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti
Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per
l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento
metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato
con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque
bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della
Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la
formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a
Belgrado nei primi giorni del 2000
«Errore della Cia» che non doveva
comparire
Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si
giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George
Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un
qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano
chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi)
tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.
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