Alfredo Cospito, il “terribile”, deve rimanere sepolto vivo in carcere, al
41-bis (vedi qui). Ma che Paese è
diventato il nostro? Un ministro della Giustizia che straparla e invoca
l’impunità per le “vittime” della giustizia, si è impuntato arrivando a
conclusioni opposte a quelle degli apparati di sicurezza, e dello stesso
procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo. È un mondo
alla rovescia, il nostro. A Catania si sta discutendo, in un’aula di giustizia,
se il capo dell’ala stragista di Cosa nostra, Aldo Ercolano, sia ancora un
pericoloso criminale, anche se non è più al 41-bis, e se quindi non si sia
attenuata la sua “pericolosità sociale”. In gioco è la possibilità che Aldo
Ercolano possa uscire dal carcere con i permessi premio, insomma. Stiamo solo
aspettando che i giudici decidano. Con l’ansia che al boss venga riconosciuta
la buona condotta, il ravvedimento. A lui, mafioso di alto rango.
Tutt’altro discorso, invece, per l’anarco-insurrezionalista – in carcere
dal 14 settembre del 2012, per la gambizzazione, a Genova, dell’amministratore
delegato di “Ansaldo Nucleare”, Roberto Adinolfi – che deve rimanere al 41-bis,
secondo il ministro della Giustizia. Cospito, per quella gambizzazione è stato
condannato a dieci anni e otto mesi, e sono definitivi i ventitré anni di
detenzione per l’attentato, senza morti né feriti, alla scuola allievi dei
carabinieri di Fossano. Dal maggio 2022, l’anarchico è recluso al 41-bis. La
legge del 2002 ha introdotto la durata del regime di detenzione duro a quattro
anni, prorogabili di due anni, con decreto motivato. Ma il legislatore è stato
chiaro. Il decreto di proroga “deve essere motivato” sulla base di elementi
attuali che documentino la sussistenza di collegamenti, di rapporti con la
propria organizzazione. Dunque, per il detenuto Cospito, prima ancora che
scadessero i termini dei quattro anni, il ministro Carlo Nordio, il primo
maggio scorso, ha firmato la prima proroga di due anni del 41-bis.
Il 26 aprile 2023, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo,
Gianni Melillo, esprimendo il parere sulla istanza di revoca del regime
detentivo speciale del 41-bis, formulata nell’interesse di Alfredo Cospito,
scriveva: “Non ci sono elementi obiettivamente idonei a confermare la
necessaria giustificazione del mantenimento delle misure preventive speciali
nei confronti del detenuto”. Sia il Ros dei carabinieri sia la polizia
espressero, anche loro, valutazioni convergenti riassunte dal procuratore
Melillo: “Risulta in tutta la sua evidenza come la sottoposizione del detenuto
Cospito al 41-bis non abbia azzerato le comunicazioni e le pubblicazioni
all’interno del movimento anarco-insurrezionalista, considerato anche il fatto
che la Fai-Fri non è una struttura gerarchica né piramidale”. Non
bisogna essere dei geni per condividere l’analisi degli apparati investigativi:
“L’applicazione del 41-bis e l’isolamento inflitto a Cospito non hanno
determinato l’auspicata riduzione del proselitismo né il contenimento
dell’attività del movimento anarco-insurrezionalista, che invece ha
incrementato azioni dirette”. Tanto che è così, che, in questi anni, gli
anarco-insurrezionalisti hanno proseguito le loro “campagne”, fatte anche di
ordigni esplosivi. Proprio pochi giorni fa, sono stati arrestati sette
attivisti accusati dei recenti attentati sulle tratte dell’alta velocità
Roma-Firenze e Roma-Napoli. Naturalmente, che i colpevoli siano gli arrestati è
ancora tutto da dimostrare.
È davvero diventato un mondo alla rovescia. In un bel libro del 2002 (Barriere
di vetro. Voci dalla detenzione sociale in Italia), della Camera penale di
Roma, l’avvocato Giuliano Dominici scriveva: “L’unanime consenso al
‘trattamento duro’ previsto dal 41-bis, riguarda il carcere duro per i detenuti
mafiosi sottoposti al 41-bis”. Fotografa un’epoca, Giuliano Dominici. E noi non
abbiamo còlto quei segnali che un sistema a “doppio binario” – e cioè
la sospensione dei diritti costituzionali per i detenuti mafiosi o terroristi –
avrebbe nel tempo provocato un profondo cortocircuito nella società e nelle
istituzioni. Allora, con la legislazione speciale del dopo Falcone e
Borsellino, uscivamo da una guerra terribile. Stragi mafiose, omicidi a
ripetizione, attentati a Roma, Milano e Firenze, seguivano la stagione dello
“stragismo di Stato”. Bisognava rispondere agli omicidi dei due
magistrati siciliani e fu approvato il 41-bis.
Fu il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che, sull’aereo che lo
riportava a Roma dopo i funerali di Paolo Borsellino, diede il via libera
all’operazione “preventiva”, prima ancora che “punitiva”. Nel carcere
dell’Ucciardone i mafiosi brindavano alla morte di Falcone e Borsellino. In
poche ore, nella notte, l’Ucciardone fu “trasferito” all’Asinara, e fu dato
ordine di riaprire Pianosa. Fu terribile, al di là che fosse necessaria, la risposta
dello Stato. A Pianosa furono mandati giovani allievi della polizia
penitenziaria, “secondini alle prime armi”. Basti solo ricordare che, a un
certo punto, una delegazione di familiari dei detenuti mafiosi si recò dal
vescovo di Trapani per denunciare le torture, le condizioni di vita
inumane dei boss. E la Chiesa rispose con il papa Giovanni Paolo II che, ad
Agrigento, il 9 maggio 1993, si rivolse ai mafiosi: “Convertitevi”. I
cappellani, nei vari istituti, non facevano partecipare i mafiosi alle celebrazioni
religiose. Questo era il clima di allora. E le ferite delle violazioni dei
diritti umani ce le portiamo dietro ancora oggi. La risposta
“securitaria” del governo Meloni sta provocando guasti terribili nel sistema
carcerario. Ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo di Alfredo Cospito,
nei cui confronti si è scatenata una guerra simbolica da parte del
governo. Lui, vittima di una vendetta. Anzi, “di una scelta politica”, per
dirla con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa
di giustizia penale, carceri, diritti umani e prevenzione della tortura. Che
aggiunge: “Dal primo gennaio al 31 ottobre del 2025, ben 232 detenuti
sottoposti al 41-bis sono stati destinatari di proroga. Solo cinque sono stati
declassificati e inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza”. E già,
perché il problema non è “Cospito libero”, ma soltanto il rispetto dei
diritti di Alfredo Cospito e di quelli di tutti gli altri detenuti.
https://www.terzogiornale.it/2026/06/19/cospito-deve-marcire/#more-1
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