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venerdì 12 dicembre 2025

Resistere e disertare - Franco Berardi Bifo

 

Nelle numerose occasioni di discussione pubblica che hanno accompagnato la presentazione dei miei due libri recenti (Disertate, del 2023 e Pensare dopo Gaza del 2025), qualcuno mi ha rivolto una domanda: che rapporto c’è tra resistenza e diserzione? È una questione che ho aggirato in varie maniere, cui non ho mai veramente risposto. Ma ero del tutto consapevole del fatto che prima o poi dovevo giungere al cuore della questione. Ora ci siamo: durante il genocidio ho dovuto chiedermi mille volte: come si può suggerire ai palestinesi di disertare, visto che l’aggressione israeliana consiste in un accerchiamento che dura da decenni?

I palestinesi resistono, non accettano di disertare, e comunque non possono. Si può consigliare la diserzione a una persona, a una famiglia, a un popolo che da decenni è rinchiuso in un campo di concentramento? Avrei potuto rivolgere l’invito a disertare a una persona rinchiusa dietro i cancelli di Auschwitz? Sappiamo che Gaza è una riproduzione di Auschwitz in cui le tecniche dello sterminio e della tortura sono state dosate in un tempo più lungo. Nessuno poteva né può entrare nella striscia di Gaza, nessuno può né poteva uscirne. Che significa allora in quel caso disertare? Niente.

D’altra parte da molti decenni i palestinesi hanno fatto della resistenza la speranza di riscatto, la condizione per mantenere dignità e per riaffermare la propria esistenza come popolo.

Quando pubblicai quel libro non intendevo la parola Disertate come una consegna, come un suggerimento politico. La intendevo piuttosto come riconoscimento di un comportamento che molti praticano in modo individuale o collettivo. Intendevo riconoscere che, venuta meno ogni possibilità di alternativa di lungo periodo, la resistenza è perdente, e se si può è opportuno o disertare.

Ma in quel libro ho dimenticato di dire che disertare è un privilegio. Chi ha la possibilità di disertare si trova in una condizione di privilegio rispetto a chi non può fare altro che resistere. O soccombere.

Non intendo affatto contrapporre la diserzione alla resistenza, perché nella realtà di milioni di donne e di uomini questi due comportamenti, pur essendo molto diversi, non sono i due corni di un’alternativa, non sono le due possibilità tra le quali scegliere. Chi può scegliere di disertare lo faccia. Ma chi non può allontanarsi dal luogo e dalla condizione di violenza in cui è intrappolato, cosa può fare se non resistere, nell’attesa che il mostro si disintegri?

da qui

domenica 13 aprile 2025

Processo alla Resistenza Palestinese

 Lettera al Giudice

Sabato 1 Marzo 2025

Anan Yaeesh – dichiarazione spontanea ex art 421 cpp

“Desidero iniziare con i miei saluti alla Corte e a tutti i presenti.

Esiste sempre la legge, ma anche lo spirito della legge; pertanto, vorrei chiedere all’Onorevole Giudice di concedermi il minimo diritto umano nei confronti del mio Paese, osservando un minuto di silenzio per le anime dei bambini, delle donne e dei martiri della Palestina.

Innanzitutto, desidero affermare la mia fiducia nel sistema giudiziario italiano e riconoscerne la legittimità.

Tuttavia, mi oppongo all’essere processato in Italia, in quanto sono palestinese e non ho commesso alcun reato né in Italia né in qualsiasi altro paese. Il mio fascicolo, come resistente palestinese, è conosciuto dalle autorità di sicurezza italiane, e ho ottenuto il permesso di soggiorno in Italia e la protezione speciale dopo che la mia richiesta di asilo era stata respinta dal Tribunale di Foggia. Pertanto, signor Presidente, considero il mio arresto e il mio processo qui illegittimi, poiché l’arresto stesso, sin dal primo momento, è stato compiuto in contrasto con il diritto internazionale umanitario, con lo statuto delle Nazioni Unite, con la Convenzione di Ginevra e con i due protocolli aggiuntivi, e tutto ciò che ne è derivato è anch’esso illegale; ciò che si fonda sull’illegittimità, infatti, è anch’esso illegittimo.

Se riconoscete la legittimità dello Stato di Palestina, allora la richiesta di estradizione avanzata nel gennaio dello scorso anno nei miei confronti avrebbe dovuto essere presentata attraverso il governo del mio Paese. Se, invece, considerate la Palestina come un territorio illegalmente occupato da una potenza coloniale, allora la resistenza è un diritto legittimo e non dovreste arrestarmi qui per tale motivo.

Sfortunatamente, signor Giudice, ho preso visione delle vostre osservazioni sul caso e, con rammarico, ne ho dedotto che considerate il palestinese terrorista non per la, legittima, resistenza che porta avanti contro uno stato occupante, ma perché riconoscete Israele come uno Stato amico. Se in ballo vi fosse stato un altro paese occupante, la Russia ad esempio, avreste riconosciuto la legittimità della resistenza palestinese. Non mi state processando in base al diritto internazionale, ma in base ai vostri rapporti diplomatici, solo perché Israele è considerato un alleato del governo italiano, un partner commerciale, e ritenete legittime tutte le azioni che esso porta avanti. Tanto vale allora cambiare il nome delle corti internazionali e umanitarie in “Corti degli amici”.

Volete che mi difenda dalle accuse a mio carico, ma mi vergogno di cercare l’assoluzione da accuse che per me rappresentano un motivo di onore. Non voglio difendermi dall’accusa di avere dei diritti e di averli rivendicati, o di aver tentato di liberare la mia gente e il mio Paese dall’oppressione coloniale. Giuro che non intendo essere assolto dalla legittima resistenza contro l’occupazione sionista. La resistenza palestinese è uno dei fenomeni più nobili conosciuti dalla storia.

Piuttosto, mi vergogno di trovarmi in una stanza calda, anche se in carcere, mentre i bambini di Gaza muoiono di freddo, fame e sete. Mi vergogno del buon trattamento ricevuto dalle autorità carcerarie qui, mentre i miei fratelli prigionieri nelle carceri israeliane vengono sottoposti ai peggiori tipi di tortura, oppressione, sevizie.

Signor Giudice, su tutti i miei documenti rilasciati in Italia non è riportato il nome “Palestina”, ma quello di “Territori occupati”. Quindi, sapete che quella terra è occupata e, di conseguenza, in base alle convenzioni firmate dal vostro Paese, dovete ritenere legittima la resistenza contro l’entità occupante. Perché allora mi ritrovo oggi detenuto da parte vostra?

Come partigiano palestinese sono costretto ad osservare che da un punto di vista politico il mondo adotta due pesi e due misure: colui che è più forte e appoggiato dagli USA è colui che prevale.

Ma la Giustizia, il diritto, utilizza anch’esso lo stesso metro di giudizio, due pesi e due misure, oppure saranno le leggi a prevalere nelle aule di Tribunale?

Sarebbe giusto, se considerando i coloni che occupano la terra di Palestina senza diritto né legittimità, dei civili, solo perché non indossano le divise dell’esercito israeliano, aveste lo stesso giudizio nei confronti della resistenza palestinese, anch’essa infatti è composta da civili e non da militari, in quanto la Palestina non possiede uno Stato e neppure un esercito con cui difendersi dagli aggressori. Entrambi impugnano le armi e uccidono; l’unica differenza è che la resistenza palestinese difende la propria terra, il proprio popolo e i propri diritti negati, e non uccide bambini, donne o civili se non per errore. Nel corso degli anni, questi errori non hanno mai superato l’uno per cento, mentre i coloni sistematicamente attaccano i civili indifesi. Da anni uccidono donne e bambini, bruciandoli addirittura all’interno delle loro case, come hanno fatto a Hebron uccidendo oltre 30 fedeli nella Moschea di Abramo, o come hanno fatto con la famiglia Dawabsha, con Iman Hejju, con Mohammad al-Durrah, o come hanno fatto nel villaggio di Jatt il 16 agosto e in molte altre occasioni, con lo scopo di incutere terrore nei palestinesi e obbligarli a lasciare la propria terra; i coloni seguono gli insegnamenti della Haganah e dell’Irgun.

Nulla può testimoniarlo meglio di quanto recentemente dichiarato in una lettera dal Direttore dello Shin Bet israeliano, che ha riconosciuto che i coloni sono gruppi terroristici e che le autorità israeliane dovrebbero arrestarli e reprimerli. Tuttavia, la risposta di Benjamin Netanyahu è stata fornire ai coloni oltre10.000 fucili.

Ma d’altronde cosa aspettarsi da Netanyahu riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale come criminale di guerra per i massacri compiuti nei confronti dei palestinesi.

Il Tribunale dell’Aja ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti nel caso arrivasse in Europa, ma, nonostante ciò, il governo italiano ha dichiarato che sarà il benvenuto in Italia e ha rifiutato la decisione della Corte, disconoscendone la legittimità.

È il governo che ha deciso di arrestarmi su richiesta israeliana, attribuendomi l’appellativo di terrorista. Alla luce di ciò, posso affermare di non vedere nessuna legge in questo paese che non sia quella del più forte; tutto il resto sono solo finzioni che vengono, con la forza, imposte ai più deboli.

Nella prima udienza estradizionale di febbraio 2024, ho chiesto alla Corte di Appello e al Procuratore Generale di non consegnare i contenuti dei miei telefoni cellulari agli israeliani, in quanto contenevano informazioni riservate che detenevo in qualità di resistente palestinese, di comandante partigiano. Mi è stato risposto che ciò non sarebbe accaduto, poiché erano consapevoli che eravamo in guerra e che l’Italia è neutrale. Tuttavia, sono rimasto sorpreso nel sapere che ad aprile scorso tutte le informazioni contenute nei miei cellari sono state passate agli israeliani. In questo modo, avete violato ogni principio di sicurezza e lo stesso diritto internazionale, diventando di fatto partecipi degli israeliani in questa guerra, aiutandoli nella repressione delle legittime aspirazioni di un popolo oppresso.

Le donne di tutta la terra non sono state capaci di dare vita a resistenti come quelli palestinesi.

Signor Giudice, contro di noi si sono schierate tutte le nazioni e gli eserciti del mondo, pensando di liquidare la nostra causa. Ma la nostra causa non finirà finché ci sarà un solo bambino palestinese in vita. I nostri diritti li riavremo. Non chiediamo pietà a nessuno, non ci inchiniamo davanti a nessuno, anche a costo di essere tutti uccisi, arrestati o deportati. I palestinesi non abbasseranno la testa né mendicheranno pietà, perché abbiamo dalla nostra parte la ragione. E se nessuno ci restituirà i nostri diritti in vita, crediamo che, dopo la morte, ci ritroveremo davanti a un giudizio che sarà il più giusto: quello di Dio, che non negherà il diritto a nessuno e ridarà a ogni oppresso i suoi diritti, forte o debole che sia, perché tutti, il giorno del giudizio, saranno uguali.

Signor Giudice, in passato, sono stato sottoposto decine di volte alla tortura. Sono anche stato vittima di tentati assassinii da parte di Israele, sia in Palestina che all’estero. Nel mio corpo vi sono 11 proiettili e oltre 40 schegge; non ho un osso che non sia stato rotto. Non ho un passato, se non alcuni ricordi e foto di amici uccisi per mano dell’occupazione, e di un’amica giustiziata a sangue freddo davanti ai miei occhi. Ho una famiglia che non vedo da lunghi anni e due genitori morti senza realizzare il loro sogno di rivederci un’ultima volta. Ho una patria devastata, un popolo sfollato, e persino le nostre case sono state demolite dai bulldozer israeliani.

Ciononostante, non ho mai fatto un passo indietro né esitato nel rivendicare il diritto del mio paese alla libertà, e non ho mai chinato il capo davanti a nessuno. Questo perché credo fermamente in questa causa. Cosa sarà mai essere ucciso per la libertà del mio paese e del mio popolo? Cosa sarà mai trascorrere anni in carcere per la mia causa? Specie considerando che vi sono oltre 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, e io sono una parte indivisibile di loro. Se vi è una cosa che mi rattrista, è che tutti i miei compagni hanno avuto l’onore di cadere martiri, lottando per la Palestina, nutrendo con il loro sangue quella terra di pace e amore, violata dall’occupazione sionista. E io non ero al loro fianco.

Non amiamo la morte; al contrario, siamo un popolo che ama la vita più di ogni altra cosa. Tuttavia, preferiamo la morte con dignità e onore al vivere nell’umiliazione, con i nostri diritti negati. Signor Giudice, noi crediamo che la Palestina lo meriti e che la nostra amata Gerusalemme abbia un caro costo, che ogni palestinese è disposto a pagare con la propria anima.

Quando la Palestina chiama, ferita, ha solo noi, suoi figli, disposti a difenderla con l’anima e con il sangue. Chi non difende la propria madre quando ha bisogno di lui, un domani non avrà il diritto di essere seppellito nella sua stessa terra, annaffiata dal sangue dei martiri. È un figlio indegno, che verrà respinto dalla sua stessa terra e non sentirà mai calore, né in vita né in morte.

Tutti voi avete una patria nella quale vivere in tranquillità e sicurezza, tranne noi palestinesi. La nostra patria vive in noi, e siamo disposti a sacrificare l’anima in sua difesa. È lei che ci dà dignità e onore, e questo lo possono comprendere solo i liberi di questa terra; siamo un popolo che non si arrende, è vittoria o morte.

Come potete accusarmi di terrorismo, mentre riconoscete la legittimità del movimento Fatah, del quale esistono uffici e rappresentanze in tutto il mondo, tra cui l’Italia, non è un atteggiamento falso e ipocrita?

L’Italia ha anche accolto il leader e fondatore del nostro movimento al Parlamento italiano per ben due volte. In quell’occasione, egli venne in Italia vestito con la propria divisa militare e armato, e dall’Italia pronunciò un discorso che fu ascoltato dal mondo intero. Lo stesso è stato fatto con l’attuale presidente, Mahmoud Abbas.

Se lo sguardo strabico della giustizia affermerà che i resistenti palestinesi sono terroristi e non partigiani avallerà la politica del più forte, la legge della giungla, dove il più forte e brutale prevale.

Signor Giudice, il popolo italiano non è e non sarà mai nostro nemico; merita tutto il meglio e il nostro rispetto, è un popolo amico che ha sempre sostenuto la causa palestinese. I nostri nemici sono gli israeliani che occupano la nostra terra, e nessun altro.

L’entità israeliana è un’entità occupante e terrorista, che non rispetta e non ha mai rispettato, nella sua storia, le leggi internazionali. Ha una storia colma di tradimenti. Hanno assassinato, nel corso degli anni, molti palestinesi in tutto il mondo: in Norvegia, Ungheria, Bulgaria, anche qui in Italia, in Malesia e in diversi paesi arabi. Essi non riconoscono nessuna legge che non sia la loro, nessuna legittimità che non sia la loro, e guardano a tutti coloro che non sono israeliani come loro subordinati.

Oggi definiscono le organizzazioni delle Nazioni Unite come terroristiche, come l’UNRWA, e l’ONU come un covo di antisemiti, e con tutta insolenza attaccano anche il Papa con la stessa accusa infamante. Diventa un nemico da prendere di mira chiunque non si allinei con loro.

Noi Palestinesi siamo un popolo libero e non accetteremo mai di essere gli schiavi di nessuno.

In questi ultimi giorni, davanti agli occhi dell’intero mondo, l’esercito israeliano ha sfollato oltre 40 mila palestinesi dalle proprie case a Tulkarem, bruciando abitazioni, devastando strade, ospedali, uccidendo donne e bambini; lo stesso accade anche a Jenin. Continuano a occupare anche ora, mentre mi trovo in quest’aula, commettendo i peggiori massacri contro i civili inermi, mentre voi tacciate il nostro difenderci di terrorismo; su quanto accade siete divenuti ciechi e sordi, perché non vi esprimete?

Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947, e non dal 7 ottobre. Ma il mondo è rimasto immobile e in silenzio, e il dolore lo prova solo chi riceve la ferita.

Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, nazi-fascista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La differenza tra noi e voi, però, è che dopo più o meno 20 anni, voi siete riusciti a liberarvi, mentre noi, dopo 75 anni, ci ritroviamo ancora a resistere.

Signor Giudice, se la resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito e riconosce legittimità, oggi la considerate terrorismo, allora, stando allo stesso principio, anche la resistenza italiana contro Mussolini, il fascismo e la Germania nazista dovrebbe essere definita terrorismo.

Signor Giudice, nel corso della sua storia l’occupazione israeliana non ha rispettato né le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza né le decisioni della Corte Internazionale, potete dirmi che fine hanno fatto gli Accordi di Oslo e Camp David, e che fine hanno fatto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 242 e 338?

Riuscite a censire i palestinesi uccisi nel corso dell’aggressione israeliana a partire dal 1947 fino al giorno d’oggi? Oppure il numero di profughi cacciati? Come si esprime su questo il vostro diritto e la vostra legge?

Signor Giudice, la madre palestinese è come tutte le madri di questa terra. Immaginate con me di svegliarvi ogni mattina, mandare vostro figlio a scuola, preparargli da mangiare e, al momento di riaccoglierlo a casa al suo ritorno, vederlo tornare avvolto in un telo bianco, ucciso da un soldato israeliano, e doverlo stringere per l’ultima volta.

Immaginate, a Gaza, un padre con sua moglie e nove figli che si trovano senza cibo. Il padre esce per cercare qualcosa da mangiare; al suo ritorno ritrova tutta la famiglia morta sotto le macerie, uccisa da un bombardamento sionista.

Qualcuno di voi può alzarsi e dire che Israele è uno Stato occupante, oppressore e terrorista? Questa verità la sapete tutti in cuor vostro, ma nessuno di voi può dirla ad alta voce, perché vi ritrovereste accusati di antisemitismo, perdereste il vostro lavoro o potreste trovarvi a dividere con me il tavolo a pranzo in carcere, con un’accusa di terrorismo. Per questo dico e ripeto che forse i palestinesi sono i soli liberi in questo mondo di schiavi.

Viva la Palestina libera e araba

Viva Gerusalemme, sua eterna capitale

Pace all’anima dei martiri e dei bambini di Palestina

Saremo sempre la prima linea di difesa fino alla liberazione.

 

 

 

 

Comunicato stampa del collegio difensivo dei tre palestinesi processati all’Aquila per terrorismo in ordine alle gravi violazioni del diritto di difesa conseguenti alle decisioni assunte dalla Corte di Assise nella prima udienza dibattimentale. 

 

Un giusto processo o un processo sommario, la giustizia o lo scalpo? 

 

Nel mentre si sta consumando sotto gli occhi di ogni essere umano a Gaza e in Cisgiordania una delle maggiori tragedie a cui l’essere umano abbia mai assistito, si celebra all’Aquila, città incastonata tra i monti imbiancati del Gran Sasso d’Italia, il processo per terrorismo contro tre palestinesi accusati di sostenere la resistenza armata a Tulkarem, in Cisgiordania, contro l’occupazione militare israeliana. 

 

In data 2 aprile 2025 si è tenuta presso la Corte di Assise de l’Aquila la prima udienza del processo contro Yaeesh Anan Kamal Afif, Doghmosh Mansour e Irar Ali  accusati di associazione terroristica ex art 270 bis cp perché unitamente alla resistenza palestinese della Cisgiordania avrebbero partecipato moralmente alla lotta armata contro l’occupante straniero, fenomeno resistenziale ricondotto dalla magistratura requirente e giudicante alla categoria del terrorismo invece che al legittimo diritto alla autodeterminazione dei popoli.  

 

Ebbene in primo luogo la Corte – diversamente dal Giudice dell’Udienza Preliminare che, in accoglimento dell’eccezione difensiva, aveva escluso dal fascicolo per il dibattimento l’acquisizione di 22 verbali di interrogatori di prigionieri palestinesi condotti prima dallo Shin Bet e successivamente dalla polizia israeliana, e ricevuti per rogatoria internazionale – ha acquisito 15 dei predetti verbali. In particolare, la Corte ne ha espunto dalla disposta acquisizione unicamente 5 rispetto ai quali al prigioniero palestinese non era stata neppure concessa la possibilità di contattare telefonicamente un difensore. 

 

Ad avviso della difesa l’acquisizione dei predetti verbali rappresenta una palese violazione dei principi giuridici su cui si fonda la civiltà giuridica del paese di Verri e Beccaria e ci accomuna ai sistemi di stampo autoritario rappresentando uno strappo, un vulnus ai principi su cui si fonda il giusto processo. 

Ciò, in primo luogo, sulla scorta del fatto per cui le principali associazioni internazionali in materia di diritti umani, ossia Amnesty International e Human Rights Watch, associazioni ritenute affidabili anche dalla giurisprudenza nazionale, hanno costantemente e ancora recentemente ribadito come Israele “sottoponga a trattamenti crudeli e inumani ai danni dei detenuti in violazione del divieto di tortura” i prigionieri palestinesi nel corso degli interrogatori per ottenere confessioni. Ricorso sistematico che è stato il motivo per cui la stessa Corte di Appello dell'Aquila  aveva revocato la misura cautelare della custodia in carcere alla quale era sottoposto lo Yaeesh nell'ambito della procedura estradizionale ritenendolo non estradabile per sussistenza della condizione ostativa di cui all’art. 705 comma 2 lett a) e c) cpp. Pratica della tortura che trova positivo riscontro nello stesso governo israeliano, in quanto la stessa Corte Costituzionale israeliana dal 1999 consente la possibilità del ricorso a tecniche di pressioni fisiche sul detenuto nel corso degli interrogatori nei casi della cd. “bomba ad orologeria” ed esentando da ogni responsabilità gli agenti dei servizi segreti. 

Inoltre, in quanto gli atti in esame sono fondati sulla deportazione dei palestinesi dal territorio occupato a quello della potenza coloniale occupante, Israele, e pertanto sulla violazione dell'art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra che costituisce violazione grave ai sensi dell'articolo 147 della Convenzione stessa, integrando in tal modo un crimine di guerra. 

 

Ancora, in quanto nel corso degli interrogatori condotti dallo Shin Bet i detenuti palestinesi – i quali tra l’altro sono sottoposti alla legge eccezionale marziale che è applicata dal sistema giudiziario militare, dai tribunali militari, e dunque dall’autorità legata al potere esecutivo – sono privati di qualsiasi possibilità di interloquire con un difensore, mentre nel successivo interrogatorio innanzi alla polizia israeliana è consentita la sola comunicazione telefonica con lo stesso ma comunque non la sua partecipazione. 

 

Risulta al contempo evidente come il fatto che la giurisdizione è esercitata nei confronti dei palestinesi non dall'autorità giudiziaria, ma bensì da quella legata all'esecutivo – ossia dai tribunali militari, il cui personale, compresi giudici e pubblici ministeri, è composto da membri delle forze d'occupazione, spesso dalle stesse unità coinvolte in "azioni ostili" contro il popolo palestinese, in cui persino  il tribunale militare d'appello opera sotto la supervisione del Procuratore Generale Militare - è tale da minare lo stesso Stato di Diritto per come concepito ai sensi della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, dalla stessa Corte Costituzionale e dal codice di rito, ma anche ai sensi del Patto Internazionale sui diritti civili e politici, che all'art. 10 prevede il diritto ad un giudice indipendente ed imparziale fondamentale per garantire un processo equo e giusto. Il predetto sistema risulta altresì discriminatorio nella misura in cui i palestinesi sono sottoposti ad una legislazione deteriore rispetto a quella che Israele applica ai propri cittadini, in quanto i coloni in Cisgiordania vengono giudicati da corti civili. 

Pertanto, l’acquisizione dei predetti verbali ad avviso della difesa è lesiva del diritto di difesa, in particolare del principio del contraddittorio nella formazione della prova,  – non avendo partecipato all’assunzione degli stessi nè la difesa degli attuali imputati né quella dei detenuti palestinesi - nonché, perché alla base degli stessi sussiste un crimine di guerra, la violazione dei diritti umani, e gli atti discriminatori posti alla base degli atti stessi e dell’ordine pubblico processuale, risolvendosi complessivamente gli interrogatori in esame in una patente violazione degli artt. 111 e 27 Cost., degli artt. 3 e 6 della Cedu e dell’art. 10  del Patto Internazionale sui diritti civili e politici. *** 

Inoltre, chiamata a decidere sulle richieste di prove, la Corte ha ammesso solo tre  testi rispetto ai complessivi 47 tra consulenti e testimoni articolati dalle difese nelle tre diverse liste testi separatamente presentate per ciascun imputato e così suddivisi: 9 consulenti tra giuristi esperti di diritto internazionale umanitario, professori universitari docenti in diverse discipline tutte attinenti ai fatti per cui è processo, consulenti esperti di formazioni armate mediorientali e in particolare di quelle operanti nella città di Tulkarem; nonché testimoni scelti tra funzionari di organizzazioni internazionali, cooperanti e volontari impegnati in progetti in Cisgiordania e nella città di Tulkarem in particolare; cooperanti aggrediti da Coloni israeliani nel corso delle loro missioni;  giornalisti residenti in Palestina. 

A titolo esemplificativo, la difesa aveva indicato come consulenti nominativi quale Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite; la Prof.ssa Alessandra Annoni, docente di diritto internazionale a Ferrara; Prof. Leopold Lambert chiamato a riferire sui suoi studi relativi all’architettura degli insediamenti israeliani in Cisgiordania; Daniele Garofalo esperto di formazioni militari in grado di riferire sulle azioni delle Brigate presenti a Tulkarem, Prof. Francesco Chiodelli, ecc.  

Ovvero, testimoni come Luisa Morgantini, Stefania Ascari, Chiara Cruciati, Cecilia 

Dalla Negra, Angelica Giombini, Salah Hammouri, Ferdinando Capovilla, Don 

Nandino, di Pax Christi, nonché l’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar, servizio di sicurezza interna di Israele, dal 2021 al 2025, in merito alle aggressioni dei coloni a danno della popolazione palestinese e alle sue affermazioni su “il terrorismo ebraico è fuori controllo ed è divenuto un reale pericolo per la sicurezza nazionale”  ecc. 

Ebbene, la Corte ha ammesso unicamente tre testimoni, tra l’altro tutti e tre inseriti unicamente nella lista testi di un solo imputato, quindi negando alcuna possibilità di difesa agli altri due, accogliendo la sola testimonianza di Martina Lovito, volontaria italiana, rispetto alla quale però non è stata ammessa la deposizione concernente l’aggressione dalla stessa subita da parte dei coloni israeliani nel luglio del 2024; la moglie dell’imputato; Simone Sibilio, consulente della difesa rispetto al significato da attribuire alle espressioni linguistico-dialettali usualmente utilizzate dalla popolazione palestinese e presenti nelle numerose conversazioni oggetto del presente giudizio. 

Pertanto sui fatti compiuti in Cisgiordania riferirà la sola Digos dell’Aquila, agli occhi dei Giudici la più qualificata a rendere conto di una sessantennale occupazione e delle sue peculiari connotazioni storiche, geografiche, fattuali, giuridiche e umane. 

E questo è solo l’inizio. 

Avv.  Pamela Donnarumma - Avv. Ludovica Formoso -  Avv. Flavio Rossi Albertini 

da qui

martedì 25 marzo 2025

Allegoria della politica – Giorgio Agamben

 

Siamo tutti all’inferno, ma alcuni sembrano pensare che non ci sia qui altro da fare che studiare e descrivere minuziosamente i diavoli, il loro orrido aspetto, i loro feroci comportamenti, le loro infide trame. Forse si illudono in questo modo di poter scampare all’inferno e non si rendono conto che ciò che li occupa interamente non è che la peggiore delle pene che i diavoli hanno escogitato per tormentarli. Come il contadino della parabola kafkiana, essi non fanno che contare le pulci sul bavero del guardiano. Va da sé che nemmeno sono nel giusto coloro che all’inferno passano invece il loro tempo a descrivere gli angeli del paradiso – anche questa è una pena, in apparenza meno crudele, ma non meno odiosa dell’altra.

La vera politica sta tra queste due pene. Essa comincia innanzitutto col sapere dove ci troviamo e che non ci è dato sfuggire così facilmente alla macchina infernale che ci circonda. Dei demoni e degli angeli sappiamo quello che c’è da sapere, ma sappiamo anche che è con una fallace immaginazione del paradiso che è stato costruito l’inferno e che a ogni consolidamento delle mura dell’Eden fa riscontro un approfondimento dell’abisso della Gehenna. Del bene conosciamo poco e non è un tema che possiamo approfondire; del male sappiamo soltanto che siamo stati noi stessi a costruire la macchina infernale con cui ci tormentiamo. Forse una scienza del bene e del male non è mai esistita e comunque qui e ora non c’interessa. La vera conoscenza non è una scienza – è, piuttosto, una via di uscita. Ed è possibile che questa coincida oggi con una tenace, lucida, svelta resistenza sul posto.

da qui

mercoledì 18 settembre 2024

Il costo della resistenza - Chris Hedges

 

Trascrizione del discorso di Chris Hedges al Kairos Club di Londra l'11 settembre 2024. Facendo leva sulla sua profonda conoscenza della resistenza e della repressione, Hedges descrive in dettaglio i metodi che dobbiamo adottare per sconfiggere i potenti interessi, tra cui l'industria dei combustibili fossili e l'industria dell'agricoltura animale, che hanno anteposto i loro profitti alla protezione della nostra specie e di tutta la vita sulla Terra.

 

Friedrich Nietzsche, in “Al di là del bene e del male”, sostiene che solo poche persone hanno la forza di guardare, nei momenti di difficoltà, in quello che lui chiama il nocciolo fuso della realtà umana. La maggior parte ignora accuratamente il nocciolo. Gli artisti e i filosofi, per Nietzsche, sono invece consumati da una curiosità insaziabile, dalla ricerca della verità e dal desiderio di significato. Si avventurano nelle viscere del nocciolo fuso. Si avvicinano il più possibile prima che le fiamme e il calore li respingano. Questa onestà intellettuale e morale, scriveva Nietzsche, ha un costo. Coloro che vengono bruciati dal fuoco della realtà diventano “bambini bruciati”, scriveva, eterni orfani in imperi di illusione.

Le civiltà morenti fanno guerra all'indagine intellettuale indipendente, all'arte e alla cultura per questo motivo. Non vogliono che le masse guardino nella fossa. Condannano e diffamano le “persone bruciate”, compreso il mio amico Roger Hallam. Alimentano la dipendenza umana dall'illusione, dalla felicità e dalla mania della speranza. Spacciano la fantasia dell'eterno progresso materiale e il culto dell'io. Insistono - e questa è l'argomentazione del neoliberismo - sul fatto che l'ideologia dominante, basata sullo sfruttamento incessante e sull'accumulazione in continua espansione che incanala il denaro verso l'alto nelle mani di una classe miliardaria globale, sia decretata dalla legge naturale. 

In guerra non abbiamo usato le parole ottimista e pessimista.  Coloro che in guerra non erano in grado di valutare freddamente il mondo che li circondava, che non riuscivano a cogliere la desolazione e il pericolo mortale che affrontavano, che avevano un'infantile convinzione della propria immortalità o una mania di speranza, non vivevano a lungo.  

C'è, come dice Clive Hamilton in “Requiem per una specie: Why We Resist the Truth About Climate Change”, nota un oscuro sollievo che deriva dall'accettare che ‘un cambiamento climatico catastrofico è praticamente certo’. 

Questa cancellazione delle “false speranze”, dice, richiede una conoscenza intellettuale e una conoscenza emotiva. Questa conoscenza intellettuale è raggiungibile. La conoscenza emotiva, perché significa che coloro che amiamo, compresi i nostri figli, sono quasi certamente destinati all'insicurezza, alla miseria e alla sofferenza entro pochi decenni, se non pochi anni, è molto più difficile da acquisire. Accettare emotivamente il disastro imminente, raggiungere la comprensione viscerale che l'élite del potere globale non risponderà razionalmente alla devastazione dell'ecosistema, è difficile da accettare quanto la nostra stessa mortalità. La lotta esistenziale più ardua del nostro tempo consiste nell'ingerire questa terribile verità - intellettualmente ed emotivamente - e nel sollevarsi per resistere alle forze che ci stanno distruggendo. 

Per due decenni mi sono occupato di rivolte e rivoluzioni in tutto il mondo: le insurrezioni in America Centrale, Algeria, Yemen, Sudan e Punjab, le due rivolte palestinesi, le rivoluzioni del 1989 in Germania Est, Cecoslovacchia e Romania e le manifestazioni di piazza che hanno fatto cadere Slobodan Milosevic in Serbia. 

Le rivoluzioni e le insurrezioni sono combustioni spontanee. Nessuno, compresi i rivoluzionari, i bambini bruciati, è in grado di prevederle. La rivoluzione del febbraio 1917 fu, come la presa della Bastiglia in Francia, un'esplosione popolare inaspettata e non pianificata. Come sottolineò lo sfortunato Alexander Kerensky, la Rivoluzione russa “è nata da sola, senza l'intervento di nessuno, nel caos del crollo dello zarismo”. L'innesco è riconoscibile. Cosa la faccia divampare è un mistero.

Una popolazione si solleva contro un sistema decaduto non per coscienza rivoluzionaria, ma perché, come ha sottolineato Rosa Luxemburg, non ha altra scelta. È l'ottusità del vecchio regime, non il lavoro dei rivoluzionari, a scatenare la rivolta. E come lei stessa ha sottolineato, tutte le rivoluzioni sono in un certo senso fallimenti, eventi che iniziano, piuttosto che culminare, un processo di trasformazione sociale.

“Non c'era un piano predeterminato, non c'era un'azione organizzata, perché gli appelli dei partiti non riuscivano a tenere il passo con l'insorgere spontaneo delle masse”, scriveva a proposito dell'insurrezione del 1905 in Russia. “I leader avevano a malapena il tempo di formulare le parole d'ordine della folla in corsa”.

“Le rivoluzioni”, ha proseguito, “non possono essere fatte a comando. E questo non è affatto il compito del partito. Il nostro dovere è solo quello di parlare chiaramente in ogni momento, senza paura e senza tremare; cioè, di presentare chiaramente alle masse i loro compiti nel momento storico dato, e di proclamare il programma politico d'azione e gli slogan che derivano dalla situazione. La preoccupazione di sapere se e quando il movimento rivoluzionario di massa li affronterà deve essere lasciata con fiducia alla storia stessa. Anche se all'inizio il socialismo può apparire come una voce che grida nel deserto, esso si assicura una posizione morale e politica i cui frutti, quando scoccherà l'ora del compimento storico, raccoglierà con interesse composto”.

Nessuno avrebbe potuto prevedere che la prima intifada del 1987 sarebbe scoppiata nel campo profughi di Jabalia dopo che un camionista israeliano si era scontrato con un'auto uccidendo quattro lavoratori palestinesi. Nessuno avrebbe potuto prevedere che la decisione di un venditore di frutta tunisino, a cui la polizia aveva confiscato la bilancia perché lavorava senza licenza, di darsi fuoco per protesta nel dicembre 2010 avrebbe scatenato la primavera araba.

Sebbene il momento dell'esplosione sia misterioso, sono i visionari e i riformatori utopici come gli abolizionisti a rendere possibile il vero cambiamento sociale, mai i politici “pratici”. Gli abolizionisti hanno distrutto quella che lo storico Eric Foner chiama la “congiura del silenzio con cui i partiti politici, le chiese e altre istituzioni cercavano di escludere la schiavitù dal dibattito pubblico”. 

Egli scrive: 

Per gran parte degli anni Cinquanta dell'Ottocento e per i primi due anni della Guerra Civile, Lincoln, considerato il modello di politico pragmatico, sostenne un piano per porre fine alla schiavitù che prevedeva un'emancipazione graduale, un risarcimento monetario per i proprietari di schiavi e la creazione di colonie di neri liberati fuori dagli Stati Uniti. Questo piano strampalato non aveva alcuna possibilità di essere attuato. Furono gli abolizionisti, tuttora considerati da alcuni storici come fanatici irresponsabili, a proporre il programma - una fine immediata e non compensata della schiavitù, con i neri che diventavano cittadini statunitensi - che poi si realizzò (naturalmente con l'aiuto di Lincoln).

Come sottolinea Foner, sono i “fanatici” a fare la storia.

Vladimir Lenin sosteneva che il modo più efficace per indebolire la determinazione dell'élite al potere fosse quello di dirle esattamente cosa aspettarsi. Questa sfacciataggine attira l'attenzione della sicurezza dello Stato, ma conferisce al movimento onestà e prestigio. Il rivoluzionario, scriveva, deve fare richieste inequivocabili che, se soddisfatte, significherebbero la cancellazione dell'attuale struttura di potere.

Le rivoluzioni nell'Europa dell'Est sono state guidate da una manciata di dissidenti che, fino all'autunno del 1989, erano marginali e considerati dallo Stato come irrilevanti, finché non è diventato troppo tardi. Lo Stato inviava periodicamente la sicurezza dello Stato per molestarli. Spesso li ha ignorati. Non sono nemmeno sicuro che si possa definire questi dissidenti un'opposizione. Erano profondamente isolati all'interno delle loro società. I media statali negavano loro una voce. Non avevano uno status giuridico ed erano esclusi dal sistema politico. Erano inseriti in una lista nera. Hanno faticato a guadagnarsi da vivere. Ma quando nell'Europa dell'Est è arrivato il punto di rottura, quando l'ideologia comunista al potere ha perso ogni credibilità, l'opinione pubblica non ha avuto dubbi su chi potesse fidarsi. I manifestanti che si riversarono nelle strade di Berlino Est e Praga sapevano chi li avrebbe venduti e chi no. Si fidavano di coloro che, come Václav Havel, che io e altri reporter incontravamo ogni sera al Teatro della Lanterna Magica di Praga durante la rivoluzione, avevano dedicato la loro vita a lottare per una società aperta, coloro che erano stati disposti a essere condannati come non-persone e ad andare in prigione per la loro sfida. 

La nostra unica possibilità di rovesciare il potere corporativo e di fermare l'incombente ecocidio viene da coloro che non si arrenderanno, che resteranno fermi a qualunque prezzo, che sono disposti a farsi liquidare e vituperare da un liberalismo fallito. Smascherano la bancarotta della classe dirigente. Costringono lo Stato a reagire, come è stato dimostrato quando il Parlamento ha dichiarato l'emergenza climatica in seguito alle proteste di massa organizzate da Extinction Rebellion e alla decisione dei legislatori olandesi di ridurre i sussidi per il carburante dopo il blocco delle strade.

Coloro che accettano i rischi, comprese le lunghe pene detentive, penetrano nella coscienza della società in generale, compresi gli organi di sicurezza che la proteggono. Questa penetrazione, dall'esterno, è impossibile da misurare. Ma erode costantemente le fondamenta del potere fino a quando quello che sembra un solido edificio, come ho visto con lo Stato della Stasi nella Germania dell'Est e nella Romania di Ceausescu, sembra crollare da un giorno all'altro.

I sistemi di governo ossificati - testimoniati negli Stati Uniti dalle nostre elezioni gestite dalle corporazioni, dal nostro sistema di corruzione legalizzato, dalla nostra stampa commercializzata e dalla nostra magistratura prigioniera, che ha legalizzato il gerrymandering, una versione aggiornata del “borough marcio” britannico del XIX secolo - espongono la classe politica come burattini della cabala aziendale al potere. La riforma attraverso queste strutture è impossibile. Man mano che il sistema si calcifica, attua una repressione sempre più draconiana.

Gli abusi di potere, le politiche governative illegali, che si tratti dei crimini di guerra in Iraq e Afghanistan denunciati da WikiLeaks, dell'incendio di Grenfell o del rifiuto di affrontare una crisi climatica che porterà alla morte di massa e al collasso della società, vengono ignorati e coloro che li denunciano perseguitati.

La condanna a cinque anni di carcere di Roger e i quattro anni di carcere degli altri attivisti di Just Stop Oil sono giustificati da leggi formulate dall'industria dei combustibili fossili, come la “cospirazione per interferire con le infrastrutture nazionali” o la nuova legge “Lock on”, che prevede che un manifestante che si attacca a un oggetto, a un terreno o a un'altra persona con una qualche forma di adesivo o di manette venga incarcerato per quattro anni e mezzo. Le udienze e i processi agli attivisti di Just Stop Oil, come quelli a Julian Assange, negano agli accusati il diritto di presentare prove oggettive. Questi processi-farsa sono una farsa dickensiana. Si fanno beffe degli ideali della giurisprudenza britannica e replicano i giorni peggiori della Lubyanka.  Questi attivisti non sono stati condannati per aver preso parte alle proteste, ma per averle pianificate. Le prove utilizzate in tribunale per condannarli provengono da una riunione Zoom online che è stata catturata da Scarlet Howes, un reporter che si è finto un sostenitore del The Sun. Senza dubbio qualche think tank sui combustibili fossili sta pensando a un premio giornalistico per lei. 

E, come sottolinea Linda Lakhdhit, direttore legale di Climate Rights International, le condanne per chi si impegna nelle proteste per il clima sono diventate sempre più dure, più lunghe di molte delle condanne inflitte a chi si è reso protagonista di atti di violenza durante i disordini razzisti di Southport. 

Non è casuale che l'incarcerazione di questi attivisti per il clima coincida con l'arresto di giornalisti e attivisti che cercano di fermare il genocidio a Gaza - tra cui Sarah Wilkinson, Richard Barnard, co-fondatore di Palestine Action, che ha interrotto il lavoro delle fabbriche di armi legate al genocidio di Israele, insieme all'arresto del giornalista britannico-siriano Richard Medhurst, il cui aereo è stato intercettato sulla pista da veicoli della polizia in modo da poterlo arrestare prima che raggiungesse il gate, e dell'ex ambasciatore e giornalista britannico Craig Murray, detenuto ai sensi dell'Allegato 7 della legge britannica sul terrorismo. 

L'Allegato 7 è il re degli strumenti orwelliani che definiscono lo Stato corporativo. Permette alla polizia, insieme ai funzionari doganali, di fermare qualsiasi persona in qualsiasi porto d'ingresso marittimo, terrestre o aereo e di interrogarla per un massimo di 6 ore. Non esiste il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande. Non esiste il diritto di avere un avvocato presente. Qualsiasi documento, PIN o password deve essere fornito su richiesta. Possono essere prelevate impronte digitali e campioni di DNA. Chiunque venga condannato per aver “ ostacolato” una richiesta di Schedule 7 può ricevere una multa fino a 2.500 sterline e la reclusione fino a tre mesi.

Dal 2001 il governo britannico ha utilizzato i poteri della Schedule 7 per interrogare e ottenere informazioni da centinaia di migliaia di persone, forse di più. 419.000 persone sono state sottoposte a fermi Schedule 7 tra il 2009 e il 2019. Un'analisi pubblicata dall'Università di Cambridge nel 2014 ha concluso che l'88% delle persone fermate e interrogate - senza alcun sospetto di reato - erano musulmane. Il governo si è rifiutato di rilasciare i dati relativi al numero di persone fermate tra il 2001 e il 2009. I centri comunitari sono stati perquisiti, i manifestanti sono stati arrestati e perseguiti, i fondi sono stati sequestrati, le famiglie sono state terrorizzate, intimidite e separate. Questa è la pesante interferenza dello Stato che ora si abbatte su tutti noi, compresi gli attivisti per il clima e coloro che sui social media sostengono la resistenza palestinese, condannano l'apartheid e il genocidio dello Stato israeliano o si oppongono alla NATO. 

I servizi segreti Five Eyes stanno costruendo diagrammi di Venn per collegare tutti coloro che si oppongono al sionismo, al neoliberismo, al militarismo, alla censura della stampa, al dominio delle imprese e all'industria dei combustibili fossili. 

La situazione non potrà che peggiorare. Le amministrazioni universitarie negli Stati Uniti hanno trascorso l'estate lavorando in tandem con consulenti di sicurezza, molti dei quali legati a Israele, per determinare i modi migliori per soffocare le proteste quest'autunno. Hanno imposto divieti quasi universali su accampamenti, strutture temporanee, suoni amplificati, gessatura, cartelli autoportanti, volantinaggio, esposizioni all'aperto e tavoli per eventi. Un solo sussurro di dissenso, dentro o fuori le aule scolastiche, comporterà l'espulsione o l'arresto degli studenti e dei docenti che protestano.

C'è stato un decennio di rivolte popolari, dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell'ordine globale. Hanno denunciato il dominio delle imprese, i tagli all'austerità, l'incapacità di affrontare la crisi climatica e hanno chiesto giustizia economica e diritti civili. Negli Stati Uniti ci sono state proteste a livello nazionale, incentrate sugli accampamenti di Occupy, durati 59 giorni. Ci sono state rivolte popolari in Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile e durante la Candlelight Light Revolution della Corea del Sud. Politici screditati sono stati cacciati dalle loro cariche in Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. La riforma, o almeno la sua promessa, ha dominato il discorso pubblico. Sembrava annunciare una nuova era.

Poi il contraccolpo. Le aspirazioni dei movimenti popolari sono state schiacciate. Il controllo dello Stato e la disuguaglianza sociale, invece di essere ridotti, si sono ampliati. Non c'è stato alcun cambiamento significativo. Nella maggior parte dei casi, le cose sono peggiorate. L'estrema destra è emersa trionfante. 

Che cosa è successo? Come mai un decennio di proteste di massa che sembrava preannunciare l'apertura democratica, la fine della repressione statale, l'indebolimento del dominio delle imprese e delle istituzioni finanziarie globali e un'era di libertà si è concluso con un ignominioso fallimento? Cosa è andato storto? Come hanno fatto gli odiati banchieri e politici a mantenere o riprendere il controllo? 

Come sottolinea Vincent Bevins nel suo libro “If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution”, i “tecno-ottimisti” che predicavano che i nuovi media digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante non avevano previsto che i governi autoritari, le corporazioni e i servizi di sicurezza interni avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza, censura e veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme di social media che hanno reso possibili le proteste popolari sono state rivoltate contro di noi.

Come sottolinea Vincent Bevins nel suo libro "If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution", i "tecno-ottimisti" che predicavano che i nuovi media digitali erano una forza rivoluzionaria e democratizzante non prevedevano che governi autoritari, corporazioni e servizi di sicurezza interna avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza all'ingrosso, censura e veicoli per propaganda e disinformazione. Le piattaforme di social media che hanno reso possibili le proteste popolari si sono rivolte contro di noi.

Molti movimenti di massa, non riuscendo a implementare strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti organizzati hanno ottenuto il potere, come in Grecia e Honduras, i finanzieri e le corporazioni internazionali hanno cospirato per riprendersi il potere senza pietà. Nella maggior parte dei casi, la classe dirigente ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il motivo per cui la campagna di Obama del 2008 è stata  nominata  Marketer of the Year da Advertising Age. Ha vinto il voto di centinaia di marketer, responsabili di agenzie e venditori di servizi di marketing riuniti alla conferenza annuale dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il marchio Obama era il sogno di un marketer. Hanno ripreso la stessa truffa con Kamala Harris.

Troppo spesso le proteste assomigliavano a flash mob, con persone che si riversavano negli spazi pubblici e creavano uno spettacolo mediatico, anziché impegnarsi in una rottura sostenuta, organizzata e prolungata del potere. Guy Debord  cattura  la futilità di questi spettacoli/proteste nel suo libro " La società dello spettacolo ", notando che l'era dello spettacolo significa che coloro che sono affascinati dalle sue immagini sono "modellati alle sue leggi". Anarchici e antifascisti, come quelli del black bloc, spesso rompevano finestre, lanciavano pietre alla polizia e rovesciavano o bruciavano auto. Atti casuali di violenza, saccheggi e vandalismo erano giustificati nel gergo del movimento, come componenti di "insurrezione selvaggia" o "spontanea". Questo "riot porn" deliziava i media, molti di coloro che vi si impegnavano e, non a caso, la polizia che lo usava per giustificare ulteriore repressione e demonizzare i movimenti di protesta. Un'assenza di teoria politica ha portato gli attivisti a usare la cultura popolare, come il film "V per Vendetta", come punti di riferimento. Gli strumenti molto più efficaci e paralizzanti delle campagne educative di base, degli scioperi e dei boicottaggi sono stati ignorati o messi da parte, forse perché sono molto più duri e meno affascinanti.

Come  aveva capito Karl Marx  , "Coloro che non possono rappresentarsi saranno rappresentati".

Solo movimenti altamente organizzati e strutturati attorno alla rappresentanza ci salveranno. 

"Pensavamo che la rappresentanza fosse un atto elitario, ma in realtà è l'essenza della democrazia",  ??racconta a Bevin nel libro Hossam Bahgat , giornalista investigativo e attivista egiziano per i diritti umani.

E tutti i movimenti rivoluzionari devono essere radicati nel mondo del lavoro, altrimenti qualsiasi vuoto di potere che si creerà verrà colmato dalle élite aziendali, che ovviamente sono molto ben organizzate.

Il problema era che le istituzioni e le strutture di controllo durante le proteste del decennio sono rimaste intatte. Possono, come in Egitto, essersi rivoltate contro i prestanome del vecchio regime, ma hanno anche lavorato per indebolire i movimenti popolari e i leader populisti. Hanno sabotato gli sforzi per strappare il potere alle multinazionali e agli oligarchi. Hanno impedito o rimosso i populisti dalle cariche. La campagna feroce condotta  contro  Jeremy Corbyn e i suoi sostenitori quando era a capo del partito laburista durante le elezioni generali del Regno Unito del 2017 e del 2019, ad esempio, è stata  orchestrata  da membri del suo  stesso partito ,  da multinazionali , sionisti,  dall'opposizione conservatrice , da commentatori famosi, da una  stampa mainstream  che  ha amplificato  le  diffamazioni e la diffamazione , da membri dell'esercito  britannico e dai servizi di sicurezza della nazione  . 

Le organizzazioni politiche disciplinate non sono, di per sé, sufficienti, come ha dimostrato il governo di sinistra di Syriza in Grecia. Se la leadership di un partito anti-establishment non è disposta a liberarsi dalle strutture di potere esistenti, verrà cooptata o schiacciata quando le sue richieste saranno respinte dai centri di potere dominanti. Syriza alla fine è diventata un'appendice del sistema bancario internazionale.

Il sociologo iraniano americano  Asef Bayat , che ha vissuto sia la Rivoluzione iraniana del 1979 a Teheran sia la rivolta del 2011 in  Egitto , distingue tra condizioni soggettive e oggettive per le rivolte della Primavera araba scoppiate nel 2010. I manifestanti possono essersi opposti alle politiche neoliberiste, ma sono stati anche plasmati, sostiene, dalla "soggettività" neoliberista.

"Le rivoluzioni arabe mancavano del tipo di radicalismo, in termini politici ed economici, che ha caratterizzato la maggior parte delle altre rivoluzioni del ventesimo secolo",  scrive Bayat  nel suo libro "Rivoluzione senza rivoluzionari: dare un senso alla primavera araba". "A differenza delle rivoluzioni degli anni '70 che hanno sposato un potente impulso socialista, anti-imperialista, anti-capitalista e di giustizia sociale, i rivoluzionari arabi erano più preoccupati delle ampie questioni dei diritti umani, della responsabilità politica e della riforma legale. Le voci prevalenti, laiche e islamiste, davano per scontato il libero mercato, i rapporti di proprietà e la razionalità neoliberista, una visione del mondo acritica che avrebbe reso solo un omaggio di facciata alle genuine preoccupazioni delle masse per la giustizia sociale e la distribuzione".

Come scrive Bevins, “una generazione di individui cresciuti a vedere ogni cosa come se fosse un'impresa commerciale è stata deradicalizzata, è arrivata a considerare questo ordine globale come 'naturale' ed è diventata incapace di immaginare cosa ci voglia per realizzare una vera rivoluzione”.

Le rivolte popolari, scrive Bevins, “hanno fatto un ottimo lavoro nel creare buchi nelle strutture sociali e vuoti politici”. 

Ma i vuoti di potere sono stati rapidamente colmati in Egitto dai militari. In Bahrein, dall'Arabia Saudita e dal Consiglio di cooperazione del Golfo e a Kiev, da un "diverso gruppo di oligarchi e nazionalisti militanti ben organizzati". In Turchia è stato infine colmato da Recep Tayyip Erdo?an. A Hong Kong è stata Pechino.

"La protesta di massa strutturata orizzontalmente, coordinata digitalmente e senza leader è fondamentalmente illeggibile", scrive Bevins. "Non puoi osservarla o porle domande e arrivare a un'interpretazione coerente basata sulle prove. Puoi assemblare i fatti, assolutamente, milioni di fatti. Semplicemente non sarai in grado di usarli per costruire una lettura autorevole. Ciò significa che il significato di questi eventi verrà imposto loro dall'esterno. Per capire cosa potrebbe accadere dopo una qualsiasi esplosione di protesta, non devi solo prestare attenzione a chi è in attesa dietro le quinte per riempire un vuoto di potere. Devi prestare attenzione a chi ha il potere di definire la rivolta stessa".

La mancanza di strutture gerarchiche nei recenti movimenti di massa, fatta per prevenire un culto della leadership e assicurarsi che tutte le voci siano ascoltate, pur essendo nobile nelle sue aspirazioni, rende i movimenti facili prede. Quando Zuccotti Park aveva centinaia di persone che partecipavano alle assemblee generali, ad esempio, la diffusione di voci e opinioni significava paralisi, soprattutto una volta che il movimento era stato pesantemente infiltrato dalla polizia, dall'FBI e dalla Homeland Security. Peter Kropotkin sottolinea questo punto, scrivendo che il consenso funziona in piccoli gruppi (limita il numero a 150) ma paralizza le grandi organizzazioni.

Le rivoluzioni richiedono abili organizzatori, autodisciplina, una visione ideologica alternativa, arte rivoluzionaria ed educazione. Richiedono interruzioni prolungate del potere e, cosa più importante, leader che rappresentino il movimento. Le rivoluzioni sono progetti lunghi e difficili che richiedono anni per essere realizzati, che lentamente e spesso impercettibilmente erodono le fondamenta del potere. Le  rivoluzioni di successo  del passato, insieme ai loro teorici, dovrebbero essere la nostra guida, non le immagini effimere che ci incantano sui mass media. 

La rivoluzione non è, in ultima analisi, un calcolo politico. È un calcolo morale. È fondata sulla visione di un altro mondo, di un altro modo di essere. È guidata, alla fine, da un imperativo morale, soprattutto perché molti di coloro che iniziano una rivoluzione non sopravvivono per vederne il compimento. I rivoluzionari sanno che, come scrisse Immanuel Kant: "Se la giustizia perisce, la vita umana sulla terra ha perso il suo significato". E questo significa che, come Socrate, dobbiamo arrivare a un punto in cui è meglio subire il male che farlo. Dobbiamo vedere e agire immediatamente, e dato cosa significa vedere, ciò richiederà il superamento della disperazione, non con la ragione, ma con la fede.

Ho visto nei conflitti che ho trattato il potere di questa fede, che si trova al di fuori di qualsiasi credo religioso o filosofico. Questa fede è ciò che Havel ha chiamato nel suo saggio "Il potere dei senza potere" vivere nella verità. Vivere nella verità espone la corruzione, le bugie e l'inganno dello Stato. È un rifiuto di essere parte della farsa.

"Non diventi un 'dissidente' solo perché un giorno decidi di intraprendere questa insolita carriera", ha scritto Havel. "Ci vieni gettato dentro dal tuo personale senso di responsabilità, combinato con una serie complessa di circostanze esterne. Vieni espulso dalle strutture esistenti e messo in una posizione di conflitto con esse. Inizia come un tentativo di fare bene il tuo lavoro e finisce con l'essere marchiato come nemico della società. ... Il dissidente non opera affatto nel regno del potere autentico. Non cerca il potere. Non ha alcun desiderio di carica e non raccoglie voti. Non cerca di ammaliare il pubblico. Non offre nulla e non promette nulla. Può offrire, se non altro, solo la sua pelle, e la offre solo perché non ha altro modo di affermare la verità che rappresenta. Le sue azioni semplicemente esprimono la sua dignità di cittadino, indipendentemente dal costo". 

La lunga, lunga strada di sacrifici e sofferenze che ha portato al crollo dei regimi comunisti si estendeva per decenni. Coloro che hanno reso possibile il cambiamento erano coloro che avevano scartato ogni nozione pratica. Non hanno cercato di riformare il Partito Comunista. Non hanno cercato di lavorare all'interno del sistema. Non sapevano nemmeno cosa, se non altro, le loro piccole proteste, ignorate dai media controllati dallo Stato, avrebbero realizzato. Ma attraverso tutto questo si sono attenuti saldamente agli imperativi morali. Lo hanno fatto perché questi valori erano giusti e giusti. Non si aspettavano alcuna ricompensa per la loro virtù; anzi, non ne hanno ottenuta nessuna. Sono stati emarginati e perseguitati. E tuttavia questi dissidenti, poeti, drammaturghi, attori, cantanti e scrittori alla fine hanno trionfato sul potere statale e militare. Hanno attirato il bene al bene. Hanno trionfato perché, per quanto intimidite e spezzate apparissero le masse intorno a loro, il loro messaggio di sfida non è passato inosservato. Non è passato inosservato. Il costante battito del tamburo della ribellione ha costantemente esposto la mano morta dell'autorità e la putrefazione dello Stato.

Ero in piedi con centinaia di migliaia di ribelli cecoslovacchi nel 1989 in una fredda notte invernale in  Piazza Venceslao a Praga  mentre la cantante  Marta Kubisova  si avvicinava al balcone dell'edificio  Melantrich . Kubisova era stata bandita dalle onde radio nel 1968 dopo l'invasione sovietica per il suo inno di sfida "Preghiera per Marta". Il suo intero catalogo, inclusi più di 200 singoli, era stato confiscato e distrutto dallo Stato. Era scomparsa dalla vista del pubblico. Quella notte la sua voce inondò improvvisamente la piazza. Attorno a me si accalcavano folle di studenti, la maggior parte dei quali non era ancora nata quando lei era scomparsa. Cominciarono a cantare le parole dell'inno. C'erano lacrime che scorrevano sui loro volti. Fu allora che compresi il potere della ribellione. Fu allora che seppi che nessun atto di ribellione, per quanto futile possa sembrare al momento, è sprecato. Fu allora che seppi che il regime comunista era finito. 

"Il popolo deciderà ancora una volta il proprio destino", cantava la folla all'unisono con Kubisova. Quel freddo inverno i muri di Praga erano ricoperti di manifesti raffiguranti Jan Palach. Palach, uno studente universitario, si diede fuoco in Piazza Venceslao il 16 gennaio 1969, a metà giornata, per protestare contro la repressione del movimento democratico del Paese. Morì per le ustioni tre giorni dopo. Lo Stato tentò rapidamente di cancellare il suo atto dalla memoria nazionale. Non ne fece menzione sui media statali. Una marcia funebre degli studenti universitari fu interrotta dalla polizia. La tomba di Palach, che divenne un santuario, vide le autorità comuniste riesumare il suo corpo, cremarne i resti e spedirli a sua madre con la clausola che le sue ceneri non potessero essere deposte in un cimitero. Ma non funzionò. La sua sfida rimase un grido di battaglia. Il suo sacrificio spinse gli studenti nell'inverno del 1989 ad agire. La Piazza dell'Armata Rossa di Praga, poco dopo la mia partenza per Bucarest per seguire la rivolta in Romania, è stata rinominata Piazza Palach. Diecimila persone sono andate alla cerimonia di inaugurazione. 

Noi, come coloro che si sono opposti alla lunga notte del comunismo, non abbiamo più alcun meccanismo all'interno delle strutture formali del potere che protegga o faccia progredire i nostri diritti. Anche noi abbiamo subito un colpo di stato portato avanti non dai leader impassibili di un Partito Comunista monolitico, ma dallo stato aziendale. 

Potremmo sentirci, di fronte alla spietata distruzione aziendale della nostra nazione, della nostra cultura e del nostro ecosistema, impotenti e deboli. Ma non lo siamo. Abbiamo un potere che terrorizza lo stato aziendale. Ogni atto di ribellione, non importa quante poche persone si presentino o quanto sia pesantemente censurato, erode il potere aziendale. Ogni atto di ribellione mantiene vive le braci per movimenti più ampi che ci seguono. Sostiene un'altra narrazione. Attirerà, mentre lo stato si consuma, numeri sempre più ampi. Forse questo non accadrà durante la nostra vita. Ma se persistiamo, manterremo viva questa possibilità. Se non lo facciamo, morirà.

Reinhold Niebuhr  etichettò questa capacità di sfidare le forze della repressione come "una sublime follia nell'anima". Niebuhr scrisse che "nient'altro che la follia combatterà contro il potere maligno e la 'malvagità spirituale nei luoghi elevati'". Questa sublime follia, come Niebuhr aveva capito, è pericolosa, ma è vitale. Senza di essa, "la verità è oscurata". E Niebuhr sapeva anche che il liberalismo tradizionale era una forza inutile nei momenti di estremità. Il liberalismo, disse Niebuhr, "manca dello spirito di entusiasmo, per non dire di fanatismo, che è così necessario per spostare il mondo fuori dai suoi sentieri battuti. È troppo intellettuale e troppo poco emotivo per essere una forza efficiente nella storia".

I profeti nella Bibbia ebraica avevano questa sublime follia. Le parole dei profeti ebrei, come  scrisse Abraham Heschel  , erano “un grido nella notte. Mentre il mondo è tranquillo e addormentato, il profeta sente l’esplosione dal cielo”. Il profeta, poiché vide e affrontò una realtà spiacevole, fu, come scrisse Heschel, “costretto a proclamare l’esatto opposto di ciò che il suo cuore si aspettava”. 

Questa sublime follia è l'essenziale. È l'accettazione che quando stai dalla parte degli oppressi vieni trattato come gli oppressi. È l'accettazione che, sebbene empiricamente tutto ciò per cui abbiamo lottato durante la nostra vita possa essere peggiore, la nostra lotta convalida se stessa. 

Come  scrisse Hannah Arendt  in “Le origini del totalitarismo”, le uniche persone moralmente affidabili non sono quelle che dicono “questo è sbagliato” o “questo non si dovrebbe fare”, ma quelle che dicono “non posso”. 

Karl Popper  in "The Open Society and Its Enemies" scrive che la questione non è come far governare le brave persone. Popper dice che questa è la domanda sbagliata. La maggior parte delle persone attratte dal potere, scrive, "raramente sono state sopra la media, sia moralmente che intellettualmente, e spesso [sono state] al di sotto". La questione è come possiamo costruire forze per limitare il dispotismo dei potenti. C'è un momento nelle memorie di Henry Kissinger (non comprate il libro) in cui Nixon e Kissinger guardano decine di migliaia di manifestanti contro la guerra che hanno circondato la Casa Bianca. L'amministrazione Nixon aveva piazzato autobus urbani vuoti in cerchio attorno alla Casa Bianca per tenere indietro i manifestanti. "Henry", disse, "sfonderanno le barricate e ci prenderanno".

Ed è esattamente lì che vogliamo che siano le persone al potere. Ecco perché, sebbene non fosse un liberal, Nixon è stato il nostro ultimo presidente liberal. Aveva paura dei movimenti. E se non riusciamo a far sì che le élite abbiano paura di noi, falliremo. 

Dobbiamo costruire strutture organizzate di aperta sfida. Potrebbero volerci anni. Ma senza un potente contrappeso, senza una visione alternativa e strutture alternative di autogoverno, saremo costantemente privati ??del nostro potere. Ogni azione che intraprendiamo, ogni parola che pronunciamo deve rendere chiaro che ci rifiutiamo di partecipare alla nostra schiavitù e distruzione. 

Il coraggio è contagioso. Le rivoluzioni iniziano, come ho visto nella Germania dell'Est, con alcuni preti luterani che tenevano candele mentre marciavano per le strade di Lipsia nella Germania dell'Est. Finiscono con mezzo milione di persone che protestano a Berlino Est, la defezione della polizia e dell'esercito dalla parte dei manifestanti e il crollo dello stato della Stasi. Ma le rivoluzioni accadono solo quando alcuni dissidenti decidono che non collaboreranno più. 

Potremmo non riuscirci. Così sia. Almeno quelli che verranno dopo di noi, e parlo da padre, diranno che ci abbiamo provato. Le forze aziendali che ci tengono nella loro morsa mortale distruggeranno le nostre vite. Distruggeranno le vite dei miei figli. Distruggeranno le vite dei vostri figli. Distruggeranno l'ecosistema che rende possibile la vita. Dobbiamo a quelli che verranno dopo di noi di non essere complici di questo male. Dobbiamo a loro di rifiutarci di essere buoni tedeschi. 

Io, alla fine, non combatto i fascisti perché vincerò. Combatto i fascisti perché sono fascisti.

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