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martedì 5 marzo 2019

Africa, la fierezza delle lingue madri. Negate e poi celebrate - Antonella Sinopoli



I sogni dell’Africa restano avvolti in suoni europei inaccessibili al popolo africano – Ngũgĩ wa Thiong’o

Cos’è che caratterizza e unisce un popolo, una comunità? Lo Stato? Le leggi? I costumi? No, a unire un popolo è la lingua. Perché è attraverso la lingua parlata che passa lo Stato e il legame con esso, che passano le norme, che si condividono e si manifestano gli usi, i costumi, la Storia. E perché l’identità si forgia attraverso la lingua, la cultura, la storia.
Non è un caso se proprio attraverso la lingua (così come la religione, ma questo è un altro discorso) si è sempre giocato il potere dei conquistatori, dei colonizzatori, degli imperi. Perché l’assimilazione, l’acquisizione a sé, l’assoggettamento dovevano prevedere necessariamente di imporre la propria lingua. Non per comunicare, ma per controllare. Dopotutto, la lingua è memoria. Memoria di sé.
Dal 2000, il 21 febbraio è entrato nel calendario internazionale per la celebrazione della Giornata internazionale della madre lingua. Lo scopo è promuovere la diversità culturale e linguistica e il multilinguismo. Bello a dirsi. Come tutte le iniziative a respiro universale. Ma perché ci ritroviamo a dover “difendere” una cosa così naturale come la lingua madre?
E il 2000 fu anche l’anno della Dichiarazione di Asmara, che faceva seguito ad un incontro a cui presero partenon meno di 700 scrittori africani, riuniti con l’obiettivo di riacquistare spazio per le lingue locali e le letterature in lingua originale. “Against all odds” era il titolo dell’evento, che può essere tradotto “ad ogni costo”, ma anche “contro tutte le probabilità”. E di fatto, in questi anni, non è cambiato moltissimo.
I dati sono chiari: almeno il 43% delle oltre 7.000 lingue parlate nel mondo sono in pericolo di estinzione: solo poche centinaia di lingue hanno un posto rilevante nel sistema educativo; meno di un centinaio sono utilizzate nell’universo digitale. E ancora, il 40% della popolazione mondiale non ha accesso all’educazione nella lingua che parla o che comprende. E ogni due settimane una lingua scompare, portando con sé anche le esperienze culturali, artistiche, intellettuali di interi popoli e comunità.
Ma le lingue non spariscono per uno strano effetto climatico o per chissà quale misterioso avvenimento. Della loro scomparsa è responsabile il potere e l’uso del potere.  
Prendiamo le lingue africane. Secondo gli ultimi dati forniti da Ethonologue, in Africa ci sarebbero almeno 2.143 lingue, vale a a dire il 30% delle lingue parlate nel mondo (7.099), ma quante di queste sono valorizzate, insegnate? In quante di loro vengono scritti o tradotti libri?
nel continente. Basata su un lavoro di Mark Dingemanse, e rilasciata in licenza Creative Commons
Facciamo un esempio. L’Islanda conta qualcosa come 338.349 abitanti che parlano il proprio idioma, non propriamente una lingua che molti al mondo decidono di imparare. Eppure esistono centinaia, migliaia di pubblicazioni in questa lingua e molte di più sono le traduzioni dalla lingua islandese all’inglese, per esempio.
Perché non accade per le lingue africane? Magari non per il kikuyu, parlato da circa 6 milioni di persone, ma perché non per il kiswahili parlato da più di 100 milioni di persone, per l’amarico (lo parlano tra i 28 e i 50 milioni), per l’hausa (tra i 18 e i 50 milioni)…?
Se la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie avesse scritto nella sua lingua madre, l’Igbo, avrebbe avuto lo stesso successo planetario? (Oggi la scrittrice è tra le più tradotte al mondo, persino in Cina, compresa quella lettera/manifesto su Come crescere un/a femminista). Lo stesso vale per altri grandi scrittori e poeti che hanno dovuto “scegliere” l’inglese, il francese o il portoghese per assicurarsi il mercato dei libri.
“Sfortunatamente quelli che scrivono in lingue africane restano invisibili e i loro lavori sono raramente censiti o tradotti” ha spesso ripetuto Ngũgĩ wa Thiong’o, scrittore, poeta, drammaturgo kenyota che al valore della lingua madre e alla sua emarginazione ha dedicato buona parte della sua vita accademica e di scrittore.
Certo le case editrici giocano il loro ruolo in questa emarginazione. Quelle grandi non vogliono rischiare, quelle piccole e locali non hanno forza economica ma anche di rete che possa aiutarle a spingere nella nuova direzione. Al di là di libri per bambini le lingue locali non sembrano suscitare grande interesse per le case editrici africane.
La situazione della cultura locale – libri, biblioteche, scuole – è ampiamente spiegata in un articolo apparso recentemente su Read African Books che nasce a sua volta dall’African Book Collective, fondato nel 1989 da un gruppo di editori africani e librerie allo scopo di diffondere (e vendere) in Rete libri di autori africani pubblicati da editori locali. E alcuni di questi hanno pubblicato (non nelle lingue madri, ovviamente) scrittori che poi hanno vinto importanti premi, come il Caine Prize, che sono stati quindi ripubblicati da case editrici all’estero.
Lo studio delle lingue africane, le loro famiglie, origini, diffusione, sta comunque vivendo un periodo di ricchezza ed espansione, anche grazie alle campagne dell’UNESCO, senza dubbio. Che hanno stimolato dibattiti e riflessioni. Ma è già da tempo che sul continente africano si discute della violenza che sta dietro l’imposizione delle lingue europee a Paesi ormai ex colonie da un pezzo.
E del resto quando, nel 1962, l’Università di Makerere a Kampala ospitò la prima “Conferenza degli scrittori africani di espressione inglese”, non usò il termine lingua, appunto, bensì espressione.

Da piccoli usavamo un testo di storia francese che esordiva così: “I nostri antenati, i Galli…”. La nostra formazione cominciava con la disinformazione. Abbiamo ripetuto macchinalmente quello che ci volevano inculcare. – Joseph Ki-Zerbo (A quando l’Africa?)
Joseph Ki-Zerbo, storico e uomo politico del Burkina Faso colpiva al cuore della questione quando scriveva queste parole. Il francese, l’inglese, il portoghese, sono le lingue ufficiali di quelli che ormai da tempo sono Stati sovrani, e che quando hanno conquistato l’indipendenza non hanno riconquistato il diritto alle proprie lingue. E con queste al proprio passato, alla propria specifica cultura. Come si sa la lingua non trasmette solo concetti, ma è legata alle esperienze specifiche di popoli e comunità e abbandonando la lingua non si fa altro che abbandonare le proprie radici e peculiarità per acquisire altri modelli di vita e di pensiero.
Cosa accade nella mente di un bambino quando comincia la scuola e deve cominciare a pensare e parlare in una lingua che fino a quel momento gli era sconosciuta? Perché un africano – soprattutto nelle aree rurali – deve sentirsi estraneo in casa sua quando incontra qualcuno che gli parla in inglese o francese e lui conosce solo la sua lingua madre? E – altra domanda – perché ci si aspetta che un africano che va all’estero parli la lingua di quel Paese e pochi, quasi nessuno, pensi di imparare una lingua del Paese africano dove ci si sta recando per vacanza o addirittura per lavoro?
Sono domande che tracciano il percorso di un’imposizione che non trova – nonostante i bei propositi dell’UNESCO – la strada inversa. Un percorso che ha di fatto creato un’apartheid linguistica. Da un lato quei milioni di persone – un continente intero – che continuano a comunicare nella propria lingua madre, dall’altro un sistema che esclude chiunque non sappia parlare le lingue ufficiali. Un’esclusione che va dagli uffici agli ospedali; dalle cariche pubbliche all’ingresso nel mondo del lavoro. Senza parlare delle ripercussioni nel mondo accademico e culturale. Quanti sono gli scrittori, i poeti o i ricercatori universitari che scrivono nella loro lingua madre?
Il fatto è che per avere successo, quello che conta, quello internazionale, bisogna necessariamente usare le lingue europee. Che non sono le più parlate al mondo, intendiamoci. Ma sono quelle che contano. Quelle cosiddette veicolari.
Nel 2014 quasi il 55% dei francofoni erano africani, nel 2018 erano già passati al 59%. Vale a dire che ci sonopiù persone che parlano il francese in Africa che nel resto del mondo. La quinta lingua più parlata dopo il mandarino, l’inglese, lo spagnolo e l’arabo. Quest’ultima lingua è parlata in Africa da oltre 150 milioni di persone – soprattutto nel Nord Africa e nelle regioni del Sahel. Spicca comunque l’inglese in Africa (anche perché tra i Paesi anglofoni rientra la Nigeria con i suoi 190 e oltre milioni di abitanti). Lo parlano 700 milioni di africani.
E attenzione, è proprio il diffondersi del mandarino che accredita tale discorso: cioè che la lingua ha valore in quanto strumento non tanto di cultura e comunicazione ma di dinamiche politiche, economiche e di potere. Ha cominciato il Sudafrica, poi l’Uganda e il prossimo anno saranno i giovani kenyoti a dover imparare a scuola la lingua cinese come vero e proprio programma di studi. Perché se la Cina è diventata l’interlocutore privilegiato dei leader africani sul fronte degli investimenti è la rivoluzione culturale quella che incide sulle menti e che rimane nel tempo. E se è l’educazione che trasmette l’identità di un Paese, di una nazione, allora ha una grande importanza la lingua attraverso la quale si insegna o le lingue che si inseriscono nei curricula scolastici.
Certo, ci sono segnali di attenzione, come si diceva, e arrivano dall’Africa. Qualche tempo fa dalla prima edizione del Salone della scrittura e del libro in lingua francese ospitato a Bamako sono emerse importanti considerazioni. In Mali la biblioteca nazionale è costituita da libri in francese per il 99% e da libri in lingue africane per il restante 1%. Le proposte sono ovvie: dotare gli scolari di libri scritti nella propria lingua, spingere editori a pubblicare libri in lingue locali e dare spazio alle case editrici che decidono di farlo, e via discorrendo. Ma le buone intenzioni si scontrano anche con la miopia della politica. Nel 2007 il Mali – con Amadou Toumani Touré – si era dotato di un dipartimento ministeriale per la promozione delle lingue nazionali, dipartimento cancellato quando, nel 2012, il presidente è cambiato.
Ci sono concorsi letterari per scrittori che scrivono nella propria lingua madre, come il Mabati Cornell Kiswahili Prize. O il noto Jalada, collettivo panafricano di scrittori. E ci sono ambiti accademici, ad esempio Stellenbosch University e Cape Peninsula University of Technology (CPUT), entrambe in Sudafrica, dove il materiale di studio, per molte facoltà, è in inglese, isiXhosa e afrikaans.
Sembrano gocce nell’Oceano. Un piccolo passo contro le falcate delle lingue dei Paesi potenti (vedi la Cina negli ultimi anni).  Rimane però interessante guardare a quel fenomeno di “ricostruzione” del linguaggioutilizzando e miscelando alle lingue imposte forme tutte nuove e originali: il pidgin, per esempio e tutta quella lingua parlata che nelle diverse aree si arricchisce di forme  e parole locali.
Una sorta di ribellione, di resistenza fatta in maniera naturale, senza pensarci, senza sforzarsi, così come avviene quando si parla la lingua madre. Ci sono situazioni, ambienti e luoghi dove si parlano le lingue ufficiali, ma nello stesso tempo queste lingue quasi non si riconoscono, mescolate come sono a modi di dire propri di quel posto, di quella cultura, di quella popolazione. Una maniera per fare emergere quella parola così importante (quando non viene strumentalizzata) che si chiama identità.
da qui

lunedì 25 giugno 2018

Femminismo africano - Antonella Sinopoli



Se in Europa sembra superato e demodé (anche se sarebbe il caso tornasse “di moda” e si facesse sentire) il femminismo in Africa è più che mai vivo e dinamico. E non segue certo orme antiche lasciate in Occidente o dall’Occidente, ma è dotato di proprie caratteristiche intrinseche, di scelte di lotta personalissime e originali.
In ambienti dove regna il patriarcato, dove certe pratiche sono ancora pressanti (i matrimoni precoci, per dirne una, che spesso sono una “soluzione” alla povertà di mezzi e di educazione della donna), e dove una società conservatrice si affida all’oscurantismo religioso per tenere sotto controllo le donne (Dio è maschio, in iconografie ed espressioni) il femminismo diventa un’arma di lotta da tenere in pugno quotidianamente. E questo varrebbe anche per il resto del mondo. Perché la discriminazione di genere è forse l’unico elemento che unisce il genere femminile ad ogni latitudine.
L’Africa in questa lotta sembra oggi correre in avanti e mostrare che non c’è da stare sedute su presunte conquiste – sempre in bilico, in realtà. E corre con lo strumento che consente oggi una condivisione aggregante e veloce, il web.
Negli ultimi anni sono nati blog, collettivi, siti di informazione e accademici che svelano l’universo femminile – e femminista – africano. Navigare attraverso questi siti permette – a chi voglia approfondire – una comprensione più ampia dei fenomeni sociali africani. Come scriveva Minna Salami qualche tempo fa, le femministe africane stanno usando Internet per cambiare la vita delle donne. Proprio lei, Minna – un mix di Nigeria, Finlandia e Svezia – con l’ormai celebre MSAfropolitan scandaglia storie  e situazioni – in Africa e nel mondo – per presentarne una lettura critica e una riflessione al femminile.
Ma che cos’è il femminismo africano? L’exursus storico – offerto nell’articolo della Salami – che porta a conoscere le donne che lottarono per i propri diritti e contro il patriarcato in epoca pre coloniale, coloniale e poi via via verso i nostri giorni, con le battaglie della millennial generation, aiuta a farci un quadro di un’evoluzione che non ha mai avuto bisogno di “copiare” quanto stava avvenendo in Europa o Nord America.
Uno dei momenti più significati per le femministe africane fu l’elaborazione della Charter of Feminist Principles for African Feminists nel 2006 quando ad Accra si riunirono donne attiviste provenienti da ogni parte del continente. Nel documento veniva ribadito l'”impegno a smantellare il patriarcato in Africa in tutte le sue manifestazioni ”
È nostro dovere difendere e far rispettare i diritti di tutte le donne, senza differenze. Ci impegniamo a proteggere l’eredità delle nostre antenate femministe che hanno fatto sacrifici in modo che noi oggi possiamo godere di maggiore autonomia.
Un “patto” che ha visto negli anni crescere l’adesione e i contenuti. Anche grazie – come si diceva – alle possibilità offerte dalla Rete.
Cominciamo citando il Forum delle femministe africane  dove è possibile mettersi in contatto con le attiviste, venire a conoscenza di un evento o registrarne uno proprio, leggere la storia delle femministe nere ante litteram.
Nell’ambito dei blog spicca African Feminism, uno spazio panafricano che  “esplora i femminismi africani attraverso esperienze di vita“. Un progetto di scrittura aperto a molte donne/scrittrici il cui obiettivo è sfidare gli stereotipi basati sul genere in qualunque ambito del quotidiano. Un progetto aperto che raccoglie testimonianze, riflessioni, e anche inviti a movimenti e campagne.
Ci sono poi spazi personali, che pur essendo fortemente caratterizzati hanno un impatto su un pubblico femminile assai ampio. È il caso di Rosebell Kagumire, ugandese. Scrittrice, giornalista multimediale, attivista per i diritti umani, Rosebell lavora a tutto raggio nell’osservare e analizzare la politica e la società del suo Paese perché – come lei stessa afferma – “sono il prodotto delle moltitudini del mio Paese e sono il prodotto del mio nemico“. Questo nemico, qualunque nome esso abbia, va affrontato e battuto sul suo stesso campo. Il femminismo di Rosabell sta nel suo stesso percorso di giornalista e il suo blog è una spina nel fianco di quelli che amano lo status quo.
Ce ne sono poi di provocatori che affrontano temi, come la sessualità – anche quella spinta e sfrenata – che fanno tremare e storcere il naso ai benpensanti. Adventures from the bedrooms of african women(Avventure dai letti delle donne africane) è uno di questi. Nato nel 2009, il fatto che ancora produca articoli e contributi in un panorama online in cui siti e blog tendono a nascere e morire in tutta fretta, dimostra il forte interesse che c’è sul tema . “Si tratta di uno spazio – si legge nella presentazione – per donne africane che vogliono condividere le loro esperienze sul sesso e sulle nostre differenti sessualità“. Il tipo di argomenti così come foto e immagini non lasciano dubbi: lo spazio è libero e senza censure. E argomenti come l’omosessualità e l’educazione sessuale sono “ovvi” e ampiamente trattati.
Del resto, spesso il femminismo si lega alle rivendicazioni della propria sessualità e affettività. Sia essa eterosessuale o omosessuale. Molto attivo in Ghana è il gruppo Drama Queens, che in un contesto difficile ma in cui si intravedono le prime aperture, organizza eventi per sostenere la lotta della comunità LGBTI. Tra loro molte sono anche attiviste del movimento femminista.
La battaglia contro le discriminazioni e l’ignoranza è una battaglia che investe le donne africane, quelle della diaspora e persino molti uomini. L’Africa pre coloniale – dicono non solo le femministe – era molto più aperta, tollerante, giusta. Il patriarcato e la sottomissione della donna furono il risultato di regole sociali e credenze religiose (quella giudaico-cristiana) imposte. Non ci addentriamo su questo punto (gli studi sono numerosi), segnaliamo solo che ci sono iniziative che spingono a riflettere e interrogarsi sul ruolo e la funzione di unmatriarcato da riconsolidare come la strada per cambiare la società.

Per tornare agli spazi in Rete riservati allo studio e all’approfondimento della questione di genere in Africa, molti sono i siti nati da esperienze accademiche che forniscono una messe di materiale prezioso per la conoscenza. Uno di questi è l’African Gender Institute che ha recentemente pubblicato Feminist Africa.
Un altro è Feminism in Africa. E qui – come si dice – si apre un mondo.  Bibliografia, filmografia e link raggruppati anche per Paese. Non aggiornatissimo ma con una serie numerosa di contenuti interessanti. Altro sito da tenere sotto osservazione è il nuovo The wide margin, collezione di saggi su questioni economiche, politiche, sociali e culturali “esaminati attraverso una visione femminista“. Fondato da Varyanne Sika, Università di Nairobi, ha finora pubblicato due saggi che non bisogna perdersi: Feminist while African (7 contributi più l’editoriale) e The black african body (9 contributi più l’editoriale).
Le uscite contengono questa premessa:
L’ampio margine è per le femministe africane e scritto da femministe africane. Uno spazio su Internet, vasto com’è, va bene come qualsiasi altro, per essere rivendicato e riempito dei nostri femminismi. Noi scriviamo e leggiamo il femminismo africano. Dobbiamo farlo. 
I femminismi africani stanno già facendo scuola. Qualche settimana fa la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adiche in un evento pubblico a New York ha liberamente chiesto a Hillary Clinton come mai nel suo account Twitter si presentasse come  mamma, moglie, nonna ma niente del genere era nella bio dell’account del marito.  La Clinton si è convinta – anche se a malincuore – e ora le definizioni di mamma, moglie e nonna vengono dopo la carriera politica.
Tornando alla Rete e al mondo in cui sta aiutando le femministe africane e della diaspora a “conquistare spazi”, il problema rimane quello dell’accesso a Internet. Nell’Africa sub-sahariana bisogna fare i conti anche con il gap di genere nell’accesso alla Rete. In qualche caso la forbice tra ragazzi e ragazze che hanno la possibilità di usare Internet è pari al 40%.
Secondo la World Wide Web Foundation e il suo Report sui diritti delle donne nell’uso della Rete, queste hanno la metà degli skills e della possibilità di accesso a Internet e incontrano nella loro crescita e nel loro percorso educativo atteggiamenti patriarcali e discriminatori.
Con il tempo, probabilmente, questo gap si ridurrà, intanto valgono le parole di Audre Lorde, poeta, scrittrice, femminista americana di origini caraibiche:
Scrivo per quelle donne che non parlano, per coloro che non hanno voce perché sono state così tanto terrorizzate, perché ci viene insegnato a rispettare la paura più che noi stesse. Ci è stato insegnato che il silenzio ci salverebbe, ma non lo farà.

venerdì 16 febbraio 2018

“In Nigeria ci sono librerie?” La gaffe di una giornalista, l’ironia di Chimamanda Adichie – Antonella Sinopoli


“In Nigeria ci sono librerie?” Sembra una battuta di spirito, vero? E invece è la domanda che una giornalista francese ha rivolto alla scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel corso di una trasmissione televisiva. La scrittrice sembra basita sulle prime, poi la prende con ironia: “Può sembrare sorprendente ma, sì, ci sono“.
What else? Nel senso: come bisognerebbe rispondere a chi fa una domanda del genere. E cosa si dovrebbe dire quando la giornalista – messa un po’ in ridicolo – rincara la dose dicendo: “Quando si parla di Nigeria si pensa a Boko Haram, alla violenza, a un Paese non sicuro“.
Davvero? Cioè, più di 186 milioni di abitanti sono guerrafondai, radicalisti islamici e affiliati a Boko Haram? E tutti sono ignoranti, tanto da non saper neanche leggere, quindi cosa ci starebbero a fare librerie in un territorio pari a 923.768 km²?
Io alla parola Nigeria associo l’attivista, scrittore e poeta Ken Saro-Wiwa, il re dell’Afro Beat, Fela Kuti, la scrittrice Buchi Emecheta (e naturalmente Chimamanda), gli scrittori Chinua Achebe e Wole Soyinka (che è stato anche insignito del Nobel per la Letteratura) Penso a Nollywood e persino all’Eba e all’Àmàlà soup.
La lista di artisti, attori, scrittori, poeti, filosofi sarebbe lunghissima, ho citato solo i più noti. Così lunga che quella domanda non sarebbe dovuta sfuggire nemmeno per scherzo (e non era una battuta come la scrittrice nigeriana ha poi voluto giustificare, bontà sua…).
I giornalisti hanno la grande responsabilità di uscire dagli stereotipi, di leggere, viaggiare, essere informati. Solo così saranno credibili e non rischieranno di incorrere nel ridicolo. 

domenica 25 gennaio 2015

L’ibisco viola – Chimamanda Ngozi Adichie

una ragazzina cresce, è ricca, in un paese difficile, la libertà è difficile, i rapporti con i genitori sono difficili, un fratello, una zia, cugini, e un nonno "pagano", ecco la famiglia.
morire è un attimo, Kambili cresce, è bravissima a scuola, il padre le vuole un bene da matti, conosce un prete, se ne innamora, è una magia, è un libro che non vorresti mai finire di leggere, da quanto è bello.
Chimamanda vi parla qui e qui, e, se la ascoltate e vi conquista, sappiate che scrive bene come pochi, non privatevene - franz





… Nigeria. Kambili ha quattordici anni. Suo fratello Jaja un paio di più. Il padre Eugene ha studiato all’estero, possiede molte fabbriche, è uno degli uomini più ricchi del paese. E, soprattutto, è molto religioso: preghiera di ringraziamento (lunghissima) prima dei pasti, rosario alla sera, rosario durante i tragitti in automobile, confessione e comunione obbligatoria per tutta la famiglia. La domenica in cui Jaja non si avvicina all’altare per ricevere l’ostia il padre scaglia il messale contro la vetrinetta che contiene la collezione delle statuine della madre: è la scena chiave del libro, quella che inizia il racconto di Kambili che procede a ritroso per ricongiungersi poi con questo momento che segna il cambiamento, la ribellione al padre-padrone…

Quanto è stato emozionante questo romanzo! 
Ho sentito le emozioni di Kambili: la paura che non l'abbandona mai, le parole che le si bloccano in gola, le sensazioni intense per padre Amadi, l'intesa con il fratello Jaja, il rispetto per la madre, l'ammirazione per la zia Ifeona e per i cugini e soprattutto quello strano sentimento per il padre, quel continuo ondeggiare tra terrore e venerazione, tra timore e fiducia.
Restavo con il fiato sospeso, mi si stringeva lo stomaco come se fossi lì, come se fossi io Kambili…

… Il libro è di quelli che lasciano il segno. Scritto con grande passione e "colore", è un viaggio nella Nigeria, nella religione, nella famiglia, nell'amore e nell'odio. Insomma un percorso, a volte spensierato e   profumato, e altre volte violento e angoscioso nell'animo umano. 
Ambientato nelle città di Enugu, dove vive la protagonista del libro, l'adolescente Kambili (nel suo percorso è affiancata dal fratello Jaja) e di Nsukka, dove abita la zia, il testo si sviluppa all'interno della famiglia allargata (benestante e colta) di un editore indipendente e fanatico cattolico, che si trova a vivere i difficili momenti dopo un colpo di stato. Da una parte la figura di un padre, Eugene, intellettuale e attivista, che diventa violento in famiglia a causa di un fanatismo religioso eccessivo e dall'altro la società civile nigeriana in forte evoluzione e ricca di contraddizioni.
Un romanzo a tratti forte, che lascia sempre delle strade aperte a diverse possibili soluzioni, in cui il lettore non può che identificarsi in un'atmosfera a volte intensa di emozioni e bellezze, altre volte cupa e malinconica.
E' anche un racconto sulle trasformazioni che una società fortemente tradizionalista ha subito (forse inconsapevolmente) a causa del colonialismo e delle ingerenze (forti) di un'evangelizzazione forzata. Una lotta tra cattolicesimo e tradizione, tra amore e odio nel mentre della trasformazione di una società allo sbando e delle scoperte adolescenziali…
da qui