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venerdì 3 luglio 2026

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

 

E’ una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa,  attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

 

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata  razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing,  come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generato dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità.  Gli attori principali delle pratiche di astroturfing , che siano reali o generati da AI, si presentano “proprio come noi“, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche oltretutto si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream — percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal — ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre . Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi , risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online . Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

 

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzatto come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. Immediatamente la galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

 

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità: estetizzazione AI e meme: Subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica; monetizzazione dei disordini in tempo reale: Su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”); doxxing e coordinamento logistico: Mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in obiettivi di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

 

Il ciclo di fascistizzazione: Dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza

Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale. Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile. Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

 

Inoltre, l’emergere  dell’AI agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta  producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti AI introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente AI può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividere compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’AI agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-AI. La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine. La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti AI possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’AI agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere. Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, il sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

per Codice Rosso, nlp

APPENDICE BIBLIOGRAFICA

  1. Emergent Coordinated Behaviors in Networked LLM Agents: Modeling the Strategic Dynamics of Information Operations
    Gian Marco Orlando, Jinyi Ye, Valerio La Gatta, Mahdi Saeedi, Vincenzo Moscato, Emilio Ferrara, Luca Luceri (2025/2026)
    Primo studio sistematico empirico/simulativo su come agenti generativi LLM sviluppano autonomamente comportamenti di coordinamento tipici delle campagne di astroturfing e IO (Information Operations), senza supervisione umana Dimostra pattern emergenti di amplificazione, divisione del lavoro e mimetismo di attività grassroots. Molto rilevante per la dimensione agentica.
    PDF: https://arxiv.org/pdf/2510.25003
  2. Network-informed Prompt Engineering against Organized Astroturf Campaigns under Extreme Class Imbalance Nikos Kanakaris et al. (2025)

Framework empirico che utilizza esclusivamente LLM (con Balanced RAG e prompt engineering network-informed) per rilevare campagne di astroturfing reali. Test su dataset sbilanciati e confronto con baseline. Uno dei primi lavori che combina rilevamento con tecniche AI agentiche/prompt-based su scala reale.
PDF: https://arxiv.org/abs/2501.11849

  1. Comparing the persuasiveness of role-playing large language models and human experts on polarized US political issues
    Kobi Hackenburg, Lujain Ibrahim, Ben M. Tappin, Manos Tsakiris (2025)
    AI & Society(Springer)
    Esperimento su larga scala che confronta messaggi generati da GPT-4 in “partisan role-play” (tecnica centrale per astroturfing digitale) con messaggi di esperti umani di persuasione. Valuta l’efficacia persuasiva in contesti polarizzati, direttamente collegata all’uso di AI per simulare identità e consenso grassroots.
    PDF: https://link.springer.com/article/10.1007/s00146-025-02464-x
  2. Social bots spoil activist sentiment without eroding trust: Evidence from a large-scale field experiment
    Li et al. (2024)
    Scientific Reports(Nature)
    Studio empirico comparativo sull’impatto di bot “astroturfing” vs altri bot su utenti reali (XR discourse). Analizza effetti sul sentiment, volume di interazioni umane e fiducia. Uno dei pochi lavori recenti che analizza gli effetti degli account inautentici coordinati in contesti politici/attivisti.
    PDF: https://www.nature.com/articles/s41598-024-74032-0.pdf
  3. Blue and Red Teaming with AI Agents in Information Operations
    Cavallon et al. (2025/2026)
    STO Meeting Proceedings (NATO)
    Analisi empirica/teorica sull’uso di LLM-based AI agents per orchestrare botnet avanzate, astroturfing e operazioni di influenza con coordinamento autonomo, multi-modalità e interazioni human-like. Confronta approcci “agentici” (autonomi, tool-using) con metodi tradizionali. Uno dei lavori più diretti sull’evoluzione verso agenti AI nell’astroturfing politico-militare.
    PDF: https://publications.sto.nato.int/publications/STO%20Meeting%20Proceedings/STO-MP-HFM-377/MP-HFM-377-07.pdf
  4. Jovy Chan (2024)
    “Online astroturfing: A problem beyond disinformation”
    Philosophy & Social Criticism, 50(3), 507–528.Uno dei contributi teorici più citati e influenti del periodo. Argomenta che l’astroturfing non è solo una variante della disinformazione, ma crea problemi strutturali distinti per le piattaforme e la deliberazione democratica (effetto bandwagon, erosione della fiducia nella percezione del consenso, distorsione del “public opinion”). Offre un’analisi filosofica e comunicativa profonda.
    PDF/open access spesso disponibile via Sage o PhilPapers.
  5. Marko Kovic & Adrian Rauchfleisch (2025)
    “Astroturfing”(voce enciclopedica)
    In Elgar Encyclopedia of Political Communication (Edward Elgar Publishing), pp. 92–96.
    Capitolo teorico-concettuale che aggiorna e sintetizza la letteratura: definizione, tipologie (basate su target, attore e obiettivi), repertori e implicazioni per la comunicazione politica contemporanea. Rappresenta lo stato dell’arte concettuale al 2025.
  6. Goodwin et al. (2023)
    Political influencers and astroturfing dynamics in digital campaignsPubblicato in Political Communication  (2023).
    Lavoro teorico che concettualizza gli “influencer astroturf” come nuova forma ibrida tra comunicazione top-down e mimetismo grassroots, con implicazioni per la teoria della persuasione e della visibilità politica. Citato ampiamente nei lavori successivi (es. Farkas 2026, Bene 2025).
  7. Farkas et al. (2026)
    “Astroturf Political Influencers’ Visual Disinformation Strategies”
    Media and Communication(Cogitatio Press).
    Sebbene contenga soprattutto elementi empirici, la parte teorica è rilevante: propone un framework concettuale su come l’astroturfing visivo e verbale degli influencer modifichi i modelli classici di informazione e mobilitazione politica. Fortemente ancorato alla teoria della comunicazione politica e del visual framing.
  8. Lazarotto / SSRN contribution (2025)
    “The Regulation of Astroturfing” (SSRN, 2025)
    Analisi teorico-normativa sull’astroturfing come problema di integrità democratica e manipolazione del dibattito pubblico, con framework per policy e regolazione (Digital Services Act, transparency). Si concentra sugli aspetti etico-giuridici e comunicativi. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5486406
da qui

domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.

lunedì 26 maggio 2025

Le radici del male - Massimo Mazzucco

 

Il colonialismo classico ha sempre funzionato nello stesso modo: una nazione forte invadeva una nazione più debole, ne prendeva il controllo, e restava lì a comandare per sfruttarne le risorse economiche. Ma lasciava in loco tutti i suoi abitanti, i quali diventavano semplicemente nuovi schiavi/sudditi dell’impero.

E’ successo così per l’India, colonizzata dagli inglesi, per il Brasile, colonizzato dai portoghesi, per il resto dell’America Latina, colonizzata dagli spagnoli, o per varie nazioni africane e asiatiche, colonizzate nel tempo da francesi, portoghesi, olandesi, ecc.

Solo in tre casi, nella storia recente, i colonialisti invasori hanno sistematicamente rimosso la popolazione locale, prendendo fisicamente il suo posto. Gli Stati Uniti, l’Australia e Israele.

Negli Stati Uniti, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Australia, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Palestina, i sionisti hanno sterminato buona parte della popolazione locale (1948), rinchiuso in campi di concentramento / campi profughi i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto.

Progressivamente, dal ’48 in poi, i nomi delle città e dei villaggi arabi sono stati cambiati in nomi ebraici, mentre l’intera terra di Palestina veniva ridenominata Israele. Oggi restano ancora due zone da integrare, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Una volta incorporati questi territori, la terza operazione coloniale integrale della storia moderna sarà completata.

Non si può non notare che all’origine di queste particolari operazioni di sostituzione etnica ci siano sempre gli inglesi. Inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dei futuri Stati Uniti, inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dell’Australia, e inglesi sono stati, fin dall’inizio, coloro che hanno permesso e favorito in tutti i modi la conquista/colonizzazione della Palestina da parte dei sionisti.

Fu sotto il mandato britannico (1922) che gli inglesi implementarono leggi particolari in Palestina, per permettere agli ebrei di acquisire con estrema facilità territori appartenenti agli arabi. Furono gli inglesi (1929 -1936) a reprimere con ferocia le rivolte arabe in Palestina, in modo da favorire l’espansione territoriale dei sionisti. Furono gli inglesi (Orde Wingate) ad insegnare ai sionisti le tecniche di guerriglia e attacco militare ai villaggi arabi. Furono sempre gli inglesi ad insegnare ai sionisti la tecnica di distruzione sistematica della case del palestinesi fuggiti, per impedire un loro eventuale ritorno. Furono gli inglesi ad introdure il concetto di “punizione collettiva” che ancora oggi (Gaza) viene usato dai sionisti contro i palestinesi. Furono infine gli inglesi a voltare lo sguardo altrove, nel ’48, quando tutte queste tecniche vennero messe in atto in modo sistematico dai sionisti, i quali sterminarono ed evacuarono 700.000 palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi (Nakba). Poi, con le operazioni in corso, gli inglesi se ne andarono dalla Palestina, lasciando ai sionisti il controllo militare completo di tutto il territorio.

In tutto e per tutto, la conquista della Palestina da parte dei sionisti fu una complessa operazione coloniale iniziata, favorita e controllata interamente dagli inglesi.

E’ chiaro che dietro a queste tre operazioni di “colonialismo sostitutivo” - Stati Uniti, Australia e Israele – ci debba essere la stessa mentalità comune di dominio e di superiorità dell’uomo bianco sulle razze inferiori. Questa mentalità, profondamente razzista, è stata sintetizzata al meglio da un pensiero di Winston Churchill, espresso dopo la nascita dello stato di Israele: “Io non mi scuso per il fatto che gli ebrei abbiano tolto il controllo della regione ai palestinesi, così come non mi scuso per il fatto che i bianchi abbiano tolto l’America ai pellerossa, o per aver tolto l’Australia ai neri. E’ normale che una razza superiore domini quella inferiore.”

Con un maestro del genere, figuriamoci se mai dovrà sentire il bisogno di scusarsi il suo discepolo più fedele ed esemplare che la storia abbia mai prodotto, Benjamin Netanyahu.

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giovedì 15 maggio 2025

Feroci crimini di guerra inglesi in Iraq e Afghanistan svelati dalla BBC – Piero Orteca

 

Verità difficili da raccontare

Le scomode, anti, terrificanti rivelazioni, pubblicate in prima pagina dal servizio pubblico televisivo britannico quasi come prima espiazione nazionale. Senza sconti né giri attorno. I giornalisti Hannah O’Grady, Joel Gunter e Rory Tinman scrivono: «Ex membri delle Forze speciali del Regno Unito hanno rotto anni di silenzio per fornire alla ‘BBC Panorama’ resoconti di testimoni oculari di presunti crimini di guerra, commessi dai loro colleghi in Iraq e Afghanistan. Nel raccontare pubblicamente per la prima volta le loro storie – aggiungono gli autori – i veterani hanno detto di aver visto membri del SAS (Special Air Service, n.d.r.) uccidere persone disarmate nel sonno e giustiziare detenuti ammanettati, compresi bambini».

Corte di giustizia dell’Aja?

Ce ne sarebbe abbastanza, non solo per perdere la faccia, ma anche per finire (in teoria) davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Sempre che la legge sia uguale per tutti, Occidente compreso. Ma si sa come vanno le cose sotto questo cielo, perché per i nemici le regole si applicano e per gli amici ‘si interpretano’. Infatti, si scopre che questa sporca faccenda bolliva già in pentola da un sacco di tempo. E che finora qualcuno ci aveva messo il coperchio, perché attribuire all’esercito di Sua Maestà britannica nefandezze di questo tipo, sarebbe politicamente ‘sconveniente’. Insomma, a essere brutti sporchi e cattivi sono sempre gli altri, mentre noi occidentali abbiamo il salvacondotto della democrazia. Anche quando facciamo le peggiori porcherie.

Omertà versione britannica

Dunque, la faccenda era stata già dissotterrata tre anni fa, quando proprio la BBC diede le prime notizie, alzando il tiro e coinvolgendo addirittura il futuro capo dell’Esercito britannico. Sono state trovate evidenze che suggeriscono come l’ex capo delle Forze speciali «non abbia trasmesso le prove all’inchiesta per omicidio». Il Ministero della Difesa aveva solo affermato che «le truppe britanniche hanno prestato servizio con coraggio e professionalità in Afghanistan». Ma, ‘Secondo quanto appreso dalla BBC’, sostenevano allora i giornalisti, «Il generale Sir Mark Carleton-Smith, ex capo delle Forze speciali del Regno Unito, fu informato delle presunte uccisioni illegali, ma non trasmise le prove alla Royal Military Police, nemmeno dopo che la RMP avviò un’indagine per omicidio nei confronti dello squadrone SAS. Il generale Carleton-Smith che in seguito divenne capo dell’esercito prima di dimettersi, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni per questo articolo».

Ridurre e nascondere

Dunque, la cosa era già venuta a galla. Da allora è cominciato un palleggiamento di responsabilità e, contemporaneamente, per quello che traspare dai report giornalistici, un palese tentativo di ridimensionare lo scandalo. Ancora oggi, a distanza di tanti anni dai fatti avvenuti (in Irak nel 2006, in Afganistan a partire dal 2009), si è solo messa in piedi una commissione d’inchiesta, che lavora rigorosamente a porte chiuse e non ammette alle udienze nemmeno i parenti delle vittime, come testimoni dei fatti. Ci sarebbe voglia di girare pagina in fretta, ma la BBC ha spifferato tutto e la palla di neve potrebbe diventare una valanga. Specie dopo tutte le prediche sulla ‘superiorità morale’ dell’Occidente.

Premier Cameron informato

I dettagli degli avvenimenti fanno accapponare la pelle. «Parlando in condizione di anonimato, a causa di un codice del silenzio che circonda le operazioni delle Forze speciali – dice la BBC – i testimoni oculari hanno raccontato che le leggi di guerra venivano regolarmente e intenzionalmente violate dai reggimenti più scelti del Paese, durante le operazioni in Iraq e Afghanistan. Inoltre, Panorama può rivelare per la prima volta che l’allora Primo Ministro, David Cameron, fu ripetutamente avvertito, durante il suo mandato, che le forze speciali britanniche stavano uccidendo civili in Afghanistan». La cosa degenerò fino al punto da scatenare quasi un conflitto a fuoco con gli stessi militari alleati dell’esercito regolare afghano, che combattevano assieme agli inglesi. E che mal tolleravano il loro cinismo, che sconfina nella crudeltà. «Lo stesso Presidente Karzai si fece portavoce del vivo malcontento della popolazione.

Assassini psicotici e seriali

«Un testimone che ha prestato servizio nelle SAS – rivela la BBC – ha affermato che uccidere poteva diventare ‘una cosa che crea dipendenza’, e che alcuni membri del reggimento d’élite erano ‘intossicati da quella sensazione’ in Afghanistan. C’erano ‘molti assassini psicotici’, ha aggiunto». La narrazione del network televisivo britannico continua come la trama di un film dell’orrore: «Detenuti liquidati con le manette ai polsi, feriti uccisi con un colpo di pistola alla testa, prigionieri disarmati e freddati senza, battere ciglio e poi tanta complicità morale, soprattutto da parte di quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto delle regole». «Secondo la testimonianza – accusa la BBC – la conoscenza dei presunti crimini non era limitata a piccole squadre o singoli squadroni. «All’interno della struttura di comando delle Forze speciali del Regno Unito, tutti sapevano cosa stava succedendo», ha affermato un veterano. E il rapporto in questione, tanto per fare qualche nome eccellente, chiama in causa addirittura l’ex Primo ministro, Sir David Cameron.

«Questa testimonianza, così come le nuove prove video sulle operazioni SAS in Iraq nel 2006 – conclude la BBC – corroborano anche i precedenti resoconti, secondo cui gli squadroni SAS tenevano il conto delle loro uccisioni per competere tra di loro». Gareggiavano, insomma, come si fa con la caccia alle quaglie, questi specchiati difensori del suprematismo etico occidentale.

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martedì 18 febbraio 2025

Laila, il vigore della giustizia - Enrico Campofreda

 



Nel vederla così da lontano, di sfuggita, senza leggere cartelli e osservare foto, sembrerebbe una barbona o nel più poetico dei flash una riedizione di certe protagoniste di film del muto, fiammiferaia o fioraia, magari cieca. La vecchina infreddolita davanti la cancellata d’uno dei palazzi delle Istituzioni londinesi è l’indomita Laila Soueif, una delle maggiori docenti di matematica dell’Università del Cairo. Cosa faccia lì, infreddolita e spossata è presto detto: protesta con uno sciopero della fame lungo centotrentotto giorni, contro la carcerazione del figlio Alaa Abdel Fattah, indebitamente detenuto nelle prigioni egiziane, nonostante abbia terminato di scontare una condanna. La protesta è rivolta contro il presidente egiziano Al Sisi, con una chiamata di correo anche per il premier britannico Starmer, visto che Alaa e lei stessa sono anche cittadini del Regno Unito. In altre situazioni, per altri cittadini l’inquilino di Downing Street si sarebbe mosso a loro difesa? E’ tutto da valutare. Sono bastati pochi mesi dalla formazione del suo esecutivo, dopo il successo elettorale d’inizio estate, e il politico che aveva avviato la carriera fra i laburisti puntando sulla difesa dei diritti umani, e che dopo un’esperienza in magistratura si presentava agli elettori come serio sostenitore dei princìpi giuridici e delle leggi, sta facendo della real politik in voga l’arma per conservare il consenso. Quello interno e quello internazionale. Così s’è tuffato nella lotta all’immigrazione ‘irregolare’, e dopo aver apprezzato la linea Meloni per il “collocamento” di migranti in Albania, ha iniziato a realizzare trasferimenti forzosi dei migranti, alla maniera trumpiana con tanto di catene e aerei per i trasbordi. Può un leader laburista che imita il peggior Blair spendere una parola per il caso Alaa? Lo dubitiamo. Ma c’inchiniamo alla tenacia di mamma Laila, indebolita nel fisico da quel genere di protesta estrema che lascia solchi profondi non solo sulla pelle bensì nel fisico, debilitandolo. Specie se il digiuno è ripetuto, come lei ha fatto a lungo e più volte, seguendo le traversie giudiziarie del figlio. Pare una nonnina Laila nei suoi sessantanove anni non ancora compiuti, eppure ha la forza dirompente d’una ventenne, la determinazione d’una combattente, la passione d’una madre, la tenacia d’una donna.

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sabato 13 luglio 2024

Keir Starmer è stato uno degli aguzzini di Julian Assange, da non dimenticare mai.

 

Una vittoria disillusa per un Labour inoffensivo - Daniel Finn

Starmer prende soltanto il 33,7% dei voti. Bene gli indipendenti di sinistra e i Verdi, che hanno contestato le scelte su Gaza. Corbyn batte il suo ex partito. Ma nel paese cresce il razzismo di Nigel Farage

Quando sono arrivati i risultati delle elezioni generali britanniche, il politico laburista scozzese Jim Murphy ha fatto un’osservazione eloquente. Murphy, che nel 2015 aveva portato il Partito laburista a una pesante sconfitta in Scozia, questa volta si è rallegrato nel vedere il Partito nazionale scozzese (Snp) andare male: «Non hanno perso voti solo rispetto ai laburisti, anche rispetto ai non votanti. E in politica è molto più difficile rianimare le persone che se ne sono andate e hanno deciso di non votare».

Murphy non riusciva a nascondere la propria eccitazione al pensiero di un tale disimpegno dalla politica elettorale. Il suo partito è stato portato all’apice del potere da un’ondata di apatia. Con il 60%, l’affluenza alle urne è diminuita di oltre il 7% rispetto alle ultime elezioni del 2019. Si tratta di uno dei dati più bassi da quando la Gran Bretagna ha adottato il suffragio universale.

Il numero assoluto di voti espressi per il Labour è stato inferiore a quello del 2019. Se si tiene conto del calo dell’affluenza, Keir Starmer ha aggiunto meno del 2% ai voti ottenuti cinque anni fa. Il risultato finale del Labour, 33,7%, è stato ben al di sotto della quota media di voti del Labour sotto la leadership di Jeremy Corbyn, per non parlare del 40% ottenuto nel 2017. Eppure Starmer ha conquistato una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera dei Comuni, grazie al crollo dei conservatori e al sistema elettorale britannico «winner-takes-all».

Come ha dichiarato l’esperto di sondaggi John Curtice: «Sembra più un’elezione persa dai conservatori che vinta dai laburisti». La quota di voti dei Tories è scesa del 20%. Nel 2019, il partito della Brexit di Nigel Farage aveva eliminato centinaia di candidati spianando la strada per la vittoria a Boris Johnson. Questa volta, il veicolo di Farage – ribattezzato Reform UK – si è prefisso di danneggiare i Tory e ha ottenuto il 14% dei voti, creando un cuneo nella loro base elettorale.

Fin dal primo giorno, questo era il risultato che Starmer e il suo team speravano di ottenere. Non avrebbero mai voluto andare al governo in mezzo a un’ondata di entusiasmo con un ambizioso programma di riforme per affrontare la sfaccettata crisi sociale della Gran Bretagna. Il loro obiettivo era quello di rendere il Labour completamente inoffensivo per tutti coloro che beneficiano di un modello economico disfunzionale.

Una grande maggioranza di seggi dopo una campagna elettorale sottotono e con un tasso di astensione del 40% è, dal loro punto di vista, una situazione abbastanza ideale. Ma non sarà certamente il trampolino di lancio per un governo riformatore. Sebbene i conservatori si meritino ampiamente il loro momento di umiliazione dopo aver preso a colpi di motosega i servizi pubblici britannici negli ultimi quattordici anni, la nuova amministrazione ha tutta l’intenzione di mantenere al potere la loro eredità distruttiva.

Risultati promettenti

Per coloro che vogliono qualcosa di più di un cambio di personale ai vertici, ci sono stati diversi risultati promettenti. Dopo essere stato cacciato da Starmer dal Partito laburista, Jeremy Corbyn ha mantenuto il suo seggio nel nord di Londra come indipendente. Un sondaggio condotto poco prima delle elezioni suggeriva che Corbyn fosse destinato alla sconfitta per mano del candidato laburista, un imprenditore del settore sanitario privato di nome Praful Nargund. Alla fine, però, ha battuto Nargund con una mobilitazione di sostenitori che ha ricordato l’uso della propaganda di massa da parte dei laburisti nel 2017.

Corbyn sarà affiancato alla Camera dei Comuni da altri quattro indipendenti che hanno preso i seggi dai laburisti dopo aver condotto campagne contro il sostegno di Starmer ai crimini di guerra israeliani a Gaza. Molti altri indipendenti filo-palestinesi hanno sfiorato la vittoria, tra cui Leane Mohamad, a cui sono mancati appena cinquecento voti per scalzare il segretario ombra alla Sanità del Labour, Wes Streeting. Sarebbe stato un grande risultato per Mohamad mettere fuori gioco Streeting, una figura autoreferenziale e ambigua che ha manifestato il desiderio di accelerare la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma in ogni caso dovrebbe essere orgogliosa della propria performance.

Lo stesso Starmer ha dovuto affrontare una sfida nel suo collegio elettorale di Londra da parte dell’attivista contro la guerra Andrew Feinstein. Feinstein, sbucato dal nulla, ha ottenuto un buon 19% dei voti, mentre Starmer è calato drasticamente, pur senza rischiare il seggio. Il Partito Verde, che si è opposto con forza all’attacco a Gaza, ha ottenuto quasi il 7% dei voti complessivi e ha conquistato quattro seggi, la migliore performance della sua storia.

Il voto per i candidati anti-guerra e verdi suggerisce il potenziale di un movimento di sinistra che combina un programma di riforme interne, sia sociali che ecologiche, con una politica estera basata sulla pace, sui diritti umani e sulla giustizia climatica. Sapevamo già dal periodo in cui Corbyn è stato leader laburista che c’era un ampio sostegno a queste idee nella società britannica. Ora sappiamo che è possibile ottenere un sostegno politico al di fuori del Partito laburista, nonostante il sistema elettorale britannico con le sue barriere all’ingresso per i gruppi più piccoli.

Un’ascesa resistibile

D’altra parte, il Labour ha ripreso la maggior parte dei suoi seggi scozzesi dall’Snp, che era stato lo sfidante più efficace nell’ultimo decennio. L’Snp ha conquistato quei seggi per la prima volta nel 2015 con una piattaforma che evidenziava la sua opposizione all’austerità e alle armi nucleari. Tuttavia, dopo essersi posizionata con tanto successo a sinistra dei laburisti, la leader dell’Snp Nicola Sturgeon ha iniziato a spostarsi verso il centro sia in termini di politica che di stile politico, soprattutto dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Possiamo far risalire le origini dell’attuale crisi dell’Snp al periodo in cui la Sturgeon era leader, anche se alla fine i nodi sono venuti al pettine dopo che Humza Yousaf prima e John Swinney poi hanno assunto la guida del partito. I laburisti la prenderanno senza dubbio come una prova che la causa più ampia dell’indipendenza scozzese si è esaurita e che le cose possono tornare come erano prima del referendum del 2014. In linea di principio, questo atteggiamento compiacente dovrebbe offrire all’Snp l’opportunità di riconquistare il sostegno dei laburisti in vista delle prossime elezioni del Parlamento scozzese nel 2026, anche se la capacità del partito di rinnovarsi dopo un lungo periodo di istituzionalizzazione è molto in dubbio.

La quota di voti per il Reform UK di Nigel Farage non è stata molto più alta del risultato ottenuto dal Partito per l’Indipendenza del Regno Unito nel 2015, ma questa volta il partito ha conquistato quattro seggi, tra cui uno per Farage, e ha ottenuto una serie di secondi posti. La performance di Reform dovrebbe smentire l’idea che si possa insidiare il sostegno ai partiti anti-immigrati abbracciando le loro idee.

I due partiti principali hanno adottato la posizione di Farage del 2015 sull’immigrazione e hanno gestito la campagna elettorale promettendo di aumentare le deportazioni. Il loro unico risultato è stato quello di legittimare la retorica di Farage e dei suoi alleati. Ora che hanno una piattaforma a Westminster, i parlamentari di Reform faranno tutto il possibile per indicare immigrati e rifugiati come capro espiatorio per i problemi sociali che il governo Starmer lascerà incancrenire.

Ciò non significa che ci riusciranno. Starmer diventa primo ministro con una grande maggioranza di seggi, ma si trova di fronte a una sfida a sinistra che non esisteva quando Tony Blair salì al potere nel 1997. Ci vollero diversi anni e tre elezioni perché il malcontento nei confronti del New Labour raggiungesse un livello simile. Non c’è motivo per cui la destra estrema debba avere il monopolio dell’opposizione allo starmerismo, se le forze della sinistra britannica sapranno trarre le giuste lezioni dall’esperienza dell’ultimo decennio.

*Daniel Finn è redattore di Jacobin. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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UK: IL “LABURISTA” È STATO SCELTO DA BLACROCK - G.Zibordi 

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

In #Uk, il #Labour di Keir #Starmer, appoggiato pubblicamente da #Blackrock dall’inizio https://independent.co.uk/news/uk/politics/labour-starmer-blackrock-support-fink-b2432113.html , con il 34% dei voti ha avuto 410 seggi su 650. Ma ha preso molti meno voti del Labour “autentico” di Jeremy Corbin nel 2017. Jeremy #Corbin fu cacciato dal partito, dicendo che con lui “non si vinceva” e orchestrando accuse di “antizemitizmo” https://firstpost.com/world/2024-uk-general-elections-jeremy-corbyn-antisemitism-hamas-labour-party-independent-candidate-13789549.html(perché criticava Israele sui palestinesi) con le quali accuse centinaia di militanti importanti sono stati purgati dal partito.

Corbin era temuto da Blackrock e dalla City della finanza di Londra, era un socialista, antisionista e prendeva più voti di Starmer. Dopo aver installato Starmer (accusandolo Corbin di anti-semitismo e cacciandolo dal partito), allora quello che allora hanno fatto è stato bruciare nel partito conservatore Liz #Truss, la nuova leader Conservatore dopo Boris Johnson, che cercava di spendere ed era relativamente popolare.

La Bank of England nel settembre 2022 allora quello che aveva fatto la BCE con Berlusconi nel 2011: appena la Truss ha presentato la manovra di bilancio ha creato un crac dei titoli di stato inglesi facendo dimettere Liz Truss Al suo psto hanno messo un indiano, sposato ad una miliardaria indiana, trader di hedge fund assolutamente impopolare nella base dei conservatori come Sunak. ù

In questo modo #Sunak, che oltre odioso è anche incapace, in due anni ha distrutto i conservatori anche perchè è un incapace, un giovane maraja indiano nato nella ricchezza Questo ha consentito a Keir #Starmer e il suo Labour versione sionista e pro-finanza di prendere ora 410 seggi su 650 con solo il 34% dei voti, una percentuale con cui si perdeva l’elezione una volta

Perchè il sistema inglese è assurdo, se ci sono 5 partiti e uno prendendo solo il 34% risulta però primo in 3/4 delle circoscrizioni prende i 3/4 dei seggi. L’importate è frazionare gli altri voti tra: partito autonomistra scozzese, liberal-democratici, Reform di Farrage, Conservatori e candidati laburisti indipendenti.

In mezzo a questi 6 partiti, il Labour “finto” di Starmer risulta primo in 3/4 dei distretti e prende 410 seggi su 650 E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017, prima per purgare il partito laburista e rifarlo per Blackrock e la loggy sionista, poi demolire i Conservatori, dividere l’elettorato in 6 gruppi e installare ora il partito immigrazionista più spinto e però anche della finanza Il Labour di Starmer, purgato degli elementi autentici come Corbin, è un partito terribile perchè è “woke” al massimo, pro-trans/gay-lesbian ecc. e immigrazionista al massimo, più dei conservatori, che pure sono stati un disastro per l’immigrazione. In più è sionista e pro-finanza come loro E’ stato un colpo di stato, graduale, orchestrato dal 2017 dopo che i laburisti rischiavano di essere guidati da uno che se non altro era sincero e popolare come Corbin.

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