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sabato 17 ottobre 2026

Nessuno Stato ha il “diritto” di esistere, men che meno uno Stato di Apartheid e Genocida come Israele - Jonathan Cook

 

Dopo che i Verdi hanno approvato una mozione che dichiara “il Sionismo è Razzismo”, improvvisamente tutti i giornalisti dell’apparato mediatico fanno finta di niente sulle questioni più elementari del Diritto Internazionale.


Fonte


Israele non ha il diritto di esistere. Questa è la posizione del Diritto Internazionale. Non ha nulla a che vedere con l’odio per Israele o l’antisemitismo.

In realtà, nessuno Stato, nessuno, ha il “diritto” di esistere, compresi gli Stati che si affannano a esaltare le proprie credenziali democratiche.

Se il Regno Unito avesse il “diritto” di esistere, ad esempio, significherebbe che alla Scozia non potrebbe essere permesso di votare per l’indipendenza. Perché? Perché un voto del genere disgregherebbe il Regno Unito. Sarebbe una violazione del presunto “diritto” del Regno Unito di esistere come Regno Unito.

Ed è proprio per questo che il Regno Unito non ha il “diritto” di esistere.

I popoli hanno il diritto di esistere. Quando questo diritto viene abusato, si configurano invariabilmente gravissime violazioni del Diritto Internazionale, spesso attraverso crimini come l’Apartheid, la Pulizia Etnica o il Genocidio.

Gli Stati, al contrario, non hanno un “diritto” ad esistere. Semplicemente esistono di fatto, finché improvvisamente non cessano di esistere. Come il Sudafrica dell’Apartheid. Come la Rhodesia. Come la Cecoslovacchia. Come la Jugoslavia. Come la Germania Nazista.

È talmente ovvio che non dovrebbe nemmeno essere necessario specificarlo.

Se gli Stati avessero un “diritto” ad esistere, fattori del tutto arbitrari come i loro confini, la composizione demografica e le istituzioni politiche sarebbero sacrosanti. Inviolabili. Sarebbe impossibile per le minoranze secedere, per i territori essere trasferiti, per le strutture dell’Apartheid essere rovesciate. Qualsiasi cambiamento di questo tipo costituirebbe una violazione del “diritto all’esistenza” dello Stato così com’è.

Eppure, ogni singolo giornalista impiegato da un organo di stampa tradizionale fa improvvisamente finta di niente su questa questione elementare. Sono stati tutti improvvisamente sottoposti a una lobotomia collettiva. Insistono sul fatto che Israele debba essere l’eccezione alla regola secondo cui nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

Guardate, ad esempio, Nick Robinson della BBC che rimprovera il leader del Partito dei Verdi, Zack Polanski, per essersi rifiutato di affermare il “diritto di esistere” di Israele. Polanski sostiene, giustamente, che israeliani e palestinesi hanno il diritto di vivere in condizioni di uguaglianza.

Stupidità incendiaria

Perché tutta questa stupidità incendiaria da parte dei nostri giornalisti, che si suppone siano i più brillanti e capaci?

La loro ottusità non è casuale.

Una mozione del Partito dei Verdi della scorsa settimana ha stabilito che il Sionismo, l’ideologia che ha creato e sostiene Israele, è Razzismo. Ciò ha portato un’attenzione molto indesiderata sulla questione di che tipo di Stato sia Israele.

Non è vergognoso che il Partito dei Verdi abbia adottato una mozione che equipara il Sionismo al Razzismo durante la sua conferenza annuale del partito, lo scorso fine settimana.

Ma ciò su cui Robinson e il resto dei media insistono è un’eccezione unica per Israele. Sostengono che Israele abbia un diritto eccezionale, un diritto di cui nessun altro Stato gode, ad esistere così com’è e in perpetuo.

L’implicazione, quella che vogliono far intuire senza che debbano esplicitarla, è che qualsiasi tentativo di porre fine a Israele come Stato Razzista e di riformarlo in una democrazia in cui israeliani e palestinesi abbiano pari diritti, costituisce una violazione del suo presunto “diritto all’esistenza”.

Vogliono anche far credere che chiunque neghi il “diritto di esistere” di Israele stia invocando lo Sterminio di Massa, il Genocidio, degli ebrei israeliani, e forse di tutti gli ebrei.

Secondo loro, tra coloro che invocano lo Sterminio degli ebrei figurano Zack Polanski, il leader ebreo dei Verdi, e Stephen Kapos, un anziano sopravvissuto all’Olocausto e uno dei promotori della mozione.

Ciò che questi giornalisti stanno facendo non ha nulla a che vedere con la protezione della popolazione ebraica che vive in Israele. Si tratta di consolidare uno Stato fortemente militarizzato che soggioga i palestinesi, sia nei Territori Occupati che all’interno di Israele stesso, che si rifiuta di definire i propri confini, che è stato giudicato Colpevole di Apartheid dalla più alta corte del mondo e che sta perpetrando un Genocidio a Gaza, secondo il consenso unanime di autorità legali e per i diritti umani, nonché di studiosi del Genocidio.

Se il Sudafrica dell’Apartheid non aveva il “diritto” di esistere, neanche Israele ha il “diritto” di esistere. I suoi crimini sono di gran lunga più gravi di quelli del Sudafrica dell’Apartheid, come osservò in modo emblematico il compianto arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace, dopo aver viaggiato nei Territori Occupati, e lo fece molto prima che Israele iniziasse a perpetrare il Genocidio a Gaza.

Come quell’altro famoso Stato di Apartheid, Israele deve essere ricostituito come una democrazia affinché non rappresenti più un pericolo per il popolo palestinese che ha espropriato, oppresso e ora genocidato per decenni.

‘Stato di Gaza’

Ogni volta che espongo questa tesi sui social media, gli apologeti di Israele esclamano eccitati che sono caduto nella mia stessa trappola. Se Israele non ha diritto di esistere, blaterano, allora nemmeno uno Stato Palestinese deve avere diritto di esistere.

Sì, avete capito bene. Ripeto: nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

E questo potrebbe rivelarsi un’ottima cosa per il popolo palestinese.

Immaginate che il Consiglio per la Pace di Donald Trump decida di ricostruire la piccola enclave di Gaza secondo il suo piano dichiarato: come un complesso residenziale di lusso tipo Mar-a-Lago sul Mediterraneo, dove i palestinesi vivono di fatto come lavoratori ospiti, al servizio dei ricchi arabi del Golfo con ristoranti, centri dati per l’Intelligenza Artificiale, casinò e bordelli. Trump potrebbe decidere di chiamare questo manicomio Stato di Gaza.

E immaginiamo che, sotto l’intensa pressione internazionale, Israele permetta finalmente ai restanti lembi di territorio della Cisgiordania non colonizzati con insediamenti illegali di tenere elezioni strettamente regolamentate da ufficiali militari israeliani. Il governo frammentato della Cisgiordania non ha alcun controllo sui propri confini o sul proprio spazio aereo, non ha contiguità territoriale, non ha un esercito, è separato da Gaza e Gerusalemme Est e non ha accesso al mondo esterno senza il permesso di Israele. Israele decide di chiamare questo inferno Stato di Palestina.

Questo “Stato di Gaza” ha il “diritto” di esistere? Anche lo “Stato di Palestina” ha il “diritto” di esistere?

Qualsiasi lotta dei palestinesi che vivono lì per esercitare un controllo reale su uno di questi Stati e riformarli violerebbe il “diritto all’esistenza” di tali Stati?

Per il bene del popolo palestinese, speriamo di no.

Ma questo è proprio l’argomento che viene avanzato dagli apologeti di Israele. Se l’attuale Stato di Israele ha un sacrosanto “diritto di esistere” così com’è, allora qualsiasi ipotetico Stato che Trump imponga al popolo palestinese, a qualunque condizione, godrebbe di un analogo “diritto di esistere”.

Dignità e sicurezza

L’errore che si commette qui è quello di associare lo Stato, così come esiste, al popolo che dovrebbe rappresentare.

Gli israeliani hanno il diritto di esistere, hanno il diritto di non essere oppressi, sottoposti a Pulizia Etnica o Genocidio, e lo Stato che li rappresenta è legittimo finché il suo ruolo è quello di proteggerli da questo tipo di minacce. Finché garantisce loro un certo grado di dignità e sicurezza.

Ma gli israeliani perdono il diritto di mantenere il loro Stato così com’è se questo Stato viene utilizzato per opprimere, praticare la Pulizia Etnica o Genocidiare un altro popolo, come i palestinesi. In tal caso, diventa uno Stato illegittimo, proprio come il Sudafrica dell’Apartheid o la Germania Nazista. Deve essere ricostituito in modo da riconquistare la sua legittimità.

Questo non significa “prendere di mira” Israele.

I palestinesi non hanno mai avuto uno Stato moderno. Hanno vissuto sotto diversi occupanti, tra cui gli Ottomani, gli Inglesi e Israele. Sono stati completamente esclusi dal processo di decolonizzazione successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Non si può giudicare se abbiano uno Stato legittimo o illegittimo perché non ne hanno uno. Hanno bisogno di uno Stato proprio per proteggersi dall’oppressione, dalla Pulizia Etnica e dal Genocidio perpetrati dallo Stato che rappresenta gli israeliani.

I gruppi armati a Gaza non sono uno Stato, e non lo sono nemmeno i cosiddetti “moderati” in Cisgiordania. Non sono nemmeno dei veri e propri governi. Sono traditori o movimenti di Resistenza che lottano per la liberazione del loro popolo, un diritto riconosciuto al popolo palestinese dal Diritto Internazionale. I palestinesi lottano per avere uno Stato che li rappresenti, per rimuovere un occupante che li maltratta e li uccide.

Questa rappresentanza potrebbe concretizzarsi attraverso uno Stato Palestinese, oppure attraverso uno Stato confederale o unitario in cui israeliani e palestinesi godano di pari diritti.

Nemmeno quello Stato avrà il diritto di esistere. Dovrà guadagnarsi un posto nei cuori di israeliani e palestinesi proteggendo la loro dignità e sicurezza collettiva meglio di qualsiasi altro assetto.

Questa è una lezione che faremmo tutti bene a ricordare mentre riflettiamo se gli Stati che affermano di rappresentarci lo facciano davvero.


(Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto)

da qui

venerdì 3 luglio 2026

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

 

E’ una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa,  attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

 

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata  razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing,  come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generato dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità.  Gli attori principali delle pratiche di astroturfing , che siano reali o generati da AI, si presentano “proprio come noi“, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche oltretutto si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream — percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal — ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre . Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi , risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online . Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

 

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzatto come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. Immediatamente la galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

 

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità: estetizzazione AI e meme: Subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica; monetizzazione dei disordini in tempo reale: Su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”); doxxing e coordinamento logistico: Mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in obiettivi di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

 

Il ciclo di fascistizzazione: Dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza

Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale. Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile. Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

 

Inoltre, l’emergere  dell’AI agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta  producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti AI introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente AI può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividere compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’AI agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-AI. La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine. La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti AI possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’AI agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere. Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, il sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

per Codice Rosso, nlp

APPENDICE BIBLIOGRAFICA

  1. Emergent Coordinated Behaviors in Networked LLM Agents: Modeling the Strategic Dynamics of Information Operations
    Gian Marco Orlando, Jinyi Ye, Valerio La Gatta, Mahdi Saeedi, Vincenzo Moscato, Emilio Ferrara, Luca Luceri (2025/2026)
    Primo studio sistematico empirico/simulativo su come agenti generativi LLM sviluppano autonomamente comportamenti di coordinamento tipici delle campagne di astroturfing e IO (Information Operations), senza supervisione umana Dimostra pattern emergenti di amplificazione, divisione del lavoro e mimetismo di attività grassroots. Molto rilevante per la dimensione agentica.
    PDF: https://arxiv.org/pdf/2510.25003
  2. Network-informed Prompt Engineering against Organized Astroturf Campaigns under Extreme Class Imbalance Nikos Kanakaris et al. (2025)

Framework empirico che utilizza esclusivamente LLM (con Balanced RAG e prompt engineering network-informed) per rilevare campagne di astroturfing reali. Test su dataset sbilanciati e confronto con baseline. Uno dei primi lavori che combina rilevamento con tecniche AI agentiche/prompt-based su scala reale.
PDF: https://arxiv.org/abs/2501.11849

  1. Comparing the persuasiveness of role-playing large language models and human experts on polarized US political issues
    Kobi Hackenburg, Lujain Ibrahim, Ben M. Tappin, Manos Tsakiris (2025)
    AI & Society(Springer)
    Esperimento su larga scala che confronta messaggi generati da GPT-4 in “partisan role-play” (tecnica centrale per astroturfing digitale) con messaggi di esperti umani di persuasione. Valuta l’efficacia persuasiva in contesti polarizzati, direttamente collegata all’uso di AI per simulare identità e consenso grassroots.
    PDF: https://link.springer.com/article/10.1007/s00146-025-02464-x
  2. Social bots spoil activist sentiment without eroding trust: Evidence from a large-scale field experiment
    Li et al. (2024)
    Scientific Reports(Nature)
    Studio empirico comparativo sull’impatto di bot “astroturfing” vs altri bot su utenti reali (XR discourse). Analizza effetti sul sentiment, volume di interazioni umane e fiducia. Uno dei pochi lavori recenti che analizza gli effetti degli account inautentici coordinati in contesti politici/attivisti.
    PDF: https://www.nature.com/articles/s41598-024-74032-0.pdf
  3. Blue and Red Teaming with AI Agents in Information Operations
    Cavallon et al. (2025/2026)
    STO Meeting Proceedings (NATO)
    Analisi empirica/teorica sull’uso di LLM-based AI agents per orchestrare botnet avanzate, astroturfing e operazioni di influenza con coordinamento autonomo, multi-modalità e interazioni human-like. Confronta approcci “agentici” (autonomi, tool-using) con metodi tradizionali. Uno dei lavori più diretti sull’evoluzione verso agenti AI nell’astroturfing politico-militare.
    PDF: https://publications.sto.nato.int/publications/STO%20Meeting%20Proceedings/STO-MP-HFM-377/MP-HFM-377-07.pdf
  4. Jovy Chan (2024)
    “Online astroturfing: A problem beyond disinformation”
    Philosophy & Social Criticism, 50(3), 507–528.Uno dei contributi teorici più citati e influenti del periodo. Argomenta che l’astroturfing non è solo una variante della disinformazione, ma crea problemi strutturali distinti per le piattaforme e la deliberazione democratica (effetto bandwagon, erosione della fiducia nella percezione del consenso, distorsione del “public opinion”). Offre un’analisi filosofica e comunicativa profonda.
    PDF/open access spesso disponibile via Sage o PhilPapers.
  5. Marko Kovic & Adrian Rauchfleisch (2025)
    “Astroturfing”(voce enciclopedica)
    In Elgar Encyclopedia of Political Communication (Edward Elgar Publishing), pp. 92–96.
    Capitolo teorico-concettuale che aggiorna e sintetizza la letteratura: definizione, tipologie (basate su target, attore e obiettivi), repertori e implicazioni per la comunicazione politica contemporanea. Rappresenta lo stato dell’arte concettuale al 2025.
  6. Goodwin et al. (2023)
    Political influencers and astroturfing dynamics in digital campaignsPubblicato in Political Communication  (2023).
    Lavoro teorico che concettualizza gli “influencer astroturf” come nuova forma ibrida tra comunicazione top-down e mimetismo grassroots, con implicazioni per la teoria della persuasione e della visibilità politica. Citato ampiamente nei lavori successivi (es. Farkas 2026, Bene 2025).
  7. Farkas et al. (2026)
    “Astroturf Political Influencers’ Visual Disinformation Strategies”
    Media and Communication(Cogitatio Press).
    Sebbene contenga soprattutto elementi empirici, la parte teorica è rilevante: propone un framework concettuale su come l’astroturfing visivo e verbale degli influencer modifichi i modelli classici di informazione e mobilitazione politica. Fortemente ancorato alla teoria della comunicazione politica e del visual framing.
  8. Lazarotto / SSRN contribution (2025)
    “The Regulation of Astroturfing” (SSRN, 2025)
    Analisi teorico-normativa sull’astroturfing come problema di integrità democratica e manipolazione del dibattito pubblico, con framework per policy e regolazione (Digital Services Act, transparency). Si concentra sugli aspetti etico-giuridici e comunicativi. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5486406
da qui

domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.