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martedì 8 settembre 2026

Stiamo cercando metodi nuovi e anticonvenzionali



a cura di Francesco Masala

“Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran”, si legge nel testo circolato tra gli esperti di questioni militari. Una modalità, quella dell’invio per posta elettronica, insolita secondo alcuni funzionari sentiti dall’emittente americana. (da qui)

Ecco alcune risposte, non sull’Iran, ma di sicuro anticonvenzionali:

Alcune ipotesi per stroncare i due stati canaglia più potenti del mondo:

a – Per gli Usa a breve ci sarà una nuova guerra civile negli Stati Uniti, ispirata da Trump contro il comunismo (un’intervista interessante ad Alessandro Portelli), soprattutto se gli eletti socialisti in Parlamento proporranno qualche punto del piano dei dieci punti delle Pantere Nere:

  1. Vogliamo la libertà, vogliamo il potere di determinare il destino della nostra comunità nera
  2. Vogliamo piena occupazione per la nostra gente
  3. Vogliamo la fine della rapina della nostra comunità nera da parte dei capitalisti
  4. Vogliamo abitazioni decenti, adatte a esseri umani
  5. Vogliamo per la nostra gente un’istruzione che smascheri la vera natura di questa società americana decadente. Vogliamo un’istruzione che ci insegni la nostra vera storia e il nostro ruolo nella società attuale
  6. Vogliamo che tutti gli uomini neri siano esentati dal servizio militare
  7. Vogliamo la fine immediata della brutalità della polizia e dell’assassinio della gente nera
  8. Vogliamo la libertà per tutti gli uomini neri detenuti nelle prigioni e nelle carceri federali, statali, di contea e municipali
  9. Vogliamo che tutta la gente nera rinviata a giudizio sia giudicata in tribunale da una giuria di loro pari o da gente delle comunità nere, come è previsto dalla costituzione degli Stati Uniti
  10. Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace

(da qui)

ma anche una tassazione per i capitali nei paradisi fiscali, come quella dei nemici cinesi (QUI), sarebbe un casus belli per la guerra civile

 

b – Per Israele un analista propone di spostare metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Mar a Lago (il ranch di Trump è enorme) circondati dai mercenari dell’ICE, gli aguzzini con il guanto di velluto,

e l’altra metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Little Saint James, l’isola di  Jeffrey Epstein, circondati dalle straordinarie portaerei degli Usa

c – Craig Mokhiber, ex funzionario delle Nazioni Unite, propone di smantellare “il regime israeliano è governato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l’omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l’Occidente. Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.” (da qui)

da qui





domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

da qui

venerdì 21 agosto 2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

da qui

giovedì 6 agosto 2026

Pechino mette nel mirino i trust offshore dei super ricchi cinesi per recuperare gettito e ridurre le disparità - Alessandra Colarizi

 

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche – se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale – quantomeno serviranno a mettere in riga i “paperoni” cinesi.

A finire nel mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore, strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di Xi.

Dal 24 luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero, continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica popolare.

Per quanto in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia, mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto completo”.

Chiarezza innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto – lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle famiglie con patrimoni importanti. A risentirne saranno anche “tutte le società attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong, dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto ogni settore – dal lusso all’immobiliare fino al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth ⁠Report del Boston Consulting Group.

La stretta sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36 milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri, banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti scavano fino a venticinque anni fa.

Non sono disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre frontiera da soggetti cinesi. Secondo l‘Institute of International Finance, solo nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005, la coppia aveva trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro.

L’azione di Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC) ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori nazionali l’accesso al trading di azioni estere. All’origine dell’inasprimento normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo.

Con il rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini, lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza – evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare. Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese.

C’è poi una questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali sono a corto di risorse. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione del gettito dell’imposta sul reddito delle società, mentre la persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava ben il 38% delle entrate fiscali totali.

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lunedì 3 agosto 2026

in Cina, intanto



 

"La Cina è il nuovo centro della civiltà”. Dialogo con il sociologo peruviano Julio Roldán

Intervista di Geraldina Colotti

 

Questa intervista amplia le riflessioni avviate insieme al compagno Carlos Aznárez nel nostro programma Abrebrecha Venezuela a proposito del libro di Julio Roldán, Cina. Il nuovo centro della civiltà?. Con l'autore, abbiamo qui ripreso alcuni nodi analizzati nel volume circa lo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese nello scenario multipolare contemporaneo.

Il saggio di Julio Roldán, di taglio storico e materialista, si addentra in uno dei dibattiti più complessi della sinistra rivoluzionaria attuale: la natura della Cina del XXI secolo e il suo ruolo nella riconfigurazione dello scacchiere globale.

Dalla rottura della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung, che distrusse il giogo coloniale e la struttura feudale del "Secolo dell'Umiliazione", fino alla complessa convivenza attuale tra la pianificazione statale e l'estrazione di plusvalore da parte di miliardari iscritti al Partito Comunista stesso, il libro pone una domanda: siamo davanti a una ritirata tattica di lungo respiro o a una normalizzazione della logica del capitale?

Nel contesto dell'aggressione imperialista anglo-statunitense e del servilismo delle élite europee, dice l'autore, comprendere la portata della proposta cinese — con le sue luci, le sue ombre confuciane e i suoi limiti pragmatici — non è un esercizio accademico: è una necessità di classe.

Nel mese di agosto, Julio Roldán, peruviano di nascita ma oggi residente in Germania, sarà in Italia per un giro di presentazioni del suo libro, con tappe già confermate a Roma e Milano.

 

Dottor Roldán, nel suo libro lei sottolinea che il maggior risultato storico della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung è stato la ricostruzione di una sovranità nazionale assoluta, che ha spazzato via il "secolo dell'umiliazione". Da una prospettiva materialista, qual è il confine tra la semplice difesa della sovranità nazionale e una vera lotta anti-imperialista orientata al socialismo?

In primo luogo, bisogna capire che la sovranità nazionale è una bandiera della borghesia nazionalista, così come dei settori fascisti, anch'essi nazionalisti. Il nazionalismo non è anticapitalista; si limita all'opposizione anti-imperialista. Come sappiamo, l'imperialismo è la fase suprema del capitalismo. Un autentico anti-imperialista deve essere indiscutibilmente anticapitalista, nella misura in cui il capitalismo è la base dell'imperialismo.

In secondo luogo, al capitalismo e al suo genitore, l'imperialismo, si deve opporre un nuovo sistema alternativo su tutti i piani e livelli, e questo non è altro che il sistema socialista. Nel caso della Cina, la lotta anti-feudale e anti-imperialista aveva come prospettiva il socialismo. È per questo che, quando il 1° ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, si pone la necessità di avviare ininterrottamente la costruzione del socialismo. Trattandosi di un'attività che abbraccia tutti i livelli della società, si sottolinea che il problema centrale da risolvere è quello ideologico e politico. La politica ha a che fare direttamente con il Potere. I cinesi hanno compreso perfettamente la frase attribuita a Plutarco (46-120), ripetuta da Lenin (1870-1924), che recita: "Salvo il potere, tutto è illusione". Mao Tsetung aggiunse: "Il potere nasce dalla canna del fucile". 

 

Lei affronta in modo onesto l'esistenza di miliardari nella Cina contemporanea e come il tessuto lavorativo sia stato subordinato alle esigenze della competizione internazionale. Come va interpretata questa contraddizione?

Il capitalismo come sistema possiede due stili, due forme per la riproduzione del capitale, il che in altre parole implica l'estrazione di un maggior plusvalore. In determinati momenti, a seconda delle congiunture, ricorre all'accumulazione privata, al libero mercato, al principio coniato dai francesi del laissez faire, laissez passer. In altre circostanze, ricorre al ruolo dello Stato come imprenditore per una nuova accumulazione o riproduzione del capitale. Una di queste forme predomina a seconda delle congiunture: sono i cosiddetti modelli economici. In fondo, queste due forme si combinano con la prevalenza di una di esse; nel sistema capitalista non esiste una forma pura, tutto è mescolanza. In sostanza, si può parlare di un'economia mista.

Questi due modelli principali di accumulazione e riproduzione del capitale hanno la loro espressione a livello politico: alcuni si dicono liberali, altri socialdemocratici e altri ancora liberali di sinistra. I primi vengono tipizzati come di destra conservatrice, i secondi e i terzi come progressisti.

Nella Cina attuale si dà questa combinazione. Sia l'impresa privata che l'impresa statale si intendono e si alimentano a vicenda. La particolarità è che i grandi miliardari esistenti in Cina negli ultimi 30 anni sono militanti del partito, che continua a chiamarsi Comunista. Questa esperienza è normalizzata, legalizzata. Sicuramente gli autentici comunisti cinesi, che ancora non si manifestano ideologicamente e politicamente, dovranno ripetere l'impresa della Lunga Marcia sotto altre condizioni: non più dalla campagna alla città, ma dalla città alla campagna. 

 

Nel dibattito della sinistra occidentale, molti liquidano l'esperienza cinese etichettandola semplicemente come "Capitalismo di Stato. Qual è la differenza, in termini di proprietà e potere politico, tra il controllo statale in Cina e il capitalismo di Stato per come lo si intende in Occidente?

Le differenze sono pochissime. Una di queste sarebbe che i cinesi chiamano il loro partito "Comunista". Ufficialmente affermano di stare costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi. Sostengono di guidarsi, sul piano filosofico, dal pragmatismo di Confucio (551-479 a.C.) e di Mencio (372-289 a.C.). Il partito cinese proviene da una lunga esperienza di lotta storica iniziata quando era Comunista.

Le somiglianze sono più visibili. Il capitalismo ha leggi valide a tutte le latitudini: la produzione di merci, il plusvalore, la riaccumulazione e la riproduzione del capitale, per citare alcuni argomenti. A livello politico-sociale, il modello del "socialismo con caratteristiche cinesi" è nettamente imparentato con l'esperienza prussiana ai tempi di Otto von Bismarck (1815-1898), il cosiddetto "socialismo da caserma". In quel modello, lo Stato aveva un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della vita della società. 

 

Lei analizza il peso della tradizione culturale. Menziona il testo di Liu Shao-chi degli anni '50, in cui si equiparavano Marx e Lenin a Confucio e Mencio, una tendenza che sembra essere ritornata con il pragmatismo di Deng Xiaoping. Come deve intendersi oggi questo "neo-confucianesimo"?

Quelli che menziona sono due fenomeni che si combinano contemporaneamente. Uno permette di mantenere e sviluppare l'orgoglio e il nazionalismo cinese, che in molti casi confina con il fascismo. L'altro è l'ideologia che orienta lo sviluppo del piano della Nuova Via della Seta a medio termine e, a lungo termine, punta a convertire la Cina nel centro della civiltà mondiale. A predominare è la seconda.

Tornare consapevolmente alla tradizione, cioè al neo-confucianesimo, significa tornare alle idee dei tempi dello schiavismo e del feudalesimo. La diffusione delle idee di Confucio nelle scuole, la creazione di istituzioni per diffondere tale ideologia, la fondazione degli Istituti Confucio in tutti i paesi del mondo in cui la Cina ha ambasciate ne sono una dimostrazione. Con questo nuovo rilancio delle idee di Confucio comprendiamo meglio perché la Rivoluzione Culturale (1966-1976) ebbe come bersaglio proprio il confucianesimo. 

 

Lei riscatta la celebre tesi di Mao secondo cui l'imperialismo statunitense è una "tigre di carta" dal punto di vista strategico, ma deve essere preso sul serio dal punto di vista tattico. Di fronte al dispiegamento delle oltre 800 basi militari statunitensi e all'accerchiamento dell'Eurasia, come gioca la Cina con quelli che lei chiama i suoi "3 generali" — il tempo, la storia e la popolazione — per costruire la multipolarità senza cadere in una conflagrazione nucleare?

Quella cinese è una cultura che ha 5.000 anni di esistenza. In Cina la civiltà umana è nata 3.000 anni fa. È il popolo inventore e creatore per eccellenza; possiede la prima popolazione al mondo. È un paese-continente che può vivere 1.000 anni chiuso all'interno dei suoi confini. Queste sono le ragioni che hanno generato quella sicurezza in se stessi: la cosiddetta pazienza orientale. Avanzano senza fretta e senza sosta nel loro progetto della Nuova Via della Seta per diventare il centro della civiltà umana.

La multipolarità, la bipolarità o la guerra nucleare saranno la conseguenza di come evolveranno gli avvenimenti nelle altezze del potere dominante e anche di come i popoli, le classi subalterne e il proletariato si politicizzeranno e si organizzeranno per contrapporre un progetto alternativo ai padroni attuali del mondo.

 

L'Europa, e in particolare la Germania, sembra disposta a compromettere i propri interessi economici con la Cina pur di seguire gli Stati Uniti. Come legge questa scelta della borghesia europea?

L'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano, è stata opera dei popoli germanici. Dal Rinascimento in avanti, con l'eccezione dell'apogeo delle quattro Repubbliche Marinare del Nord Italia (Genova, Milano, Venezia, Firenze), questa tendenza si mantiene fino all'attualità. I tre paesi che orientano la vita economico-politica, sociale e ideologico-culturale sono Inghilterra, Francia e Germania.

L'Europa ha perso la sua egemonia ed è cessata dall'essere il centro della civiltà mondiale tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Come conseguenza di ciò, si è trasformata in una sorta di provincia dell'imperialismo/Impero statunitense. Alle borghesie europee restano quattro alternative per continuare a mantenere una qualche presenza nel concerto economico-politico mondiale:

  1. Continuare a essere i partner minori degli Stati Uniti;
  2. Dare una svolta e legarsi alla vicina Russia;
  3. Rafforzare i legami con la Cina;
  4. Raggiungere una vera unione europea e tentare un confronto da pari a pari con le altre potenze citate. 

 

E come interpreta la politica generale della Repubblica Popolare Cinese verso l'America Latina in questo momento di inasprimento dell'aggressione imperialista Usa in cerca di una nuova Dottrina Monroe? 

La Cina ha un progetto economico a medio termine: la Nuova Via della Seta. In questa direzione, l'America Latina è molto importante per la Cina per via delle materie prime che importa e per il controllo dell'Oceano Pacifico; tutto in funzione del suo progetto strategico che consiste nel diventare il nuovo centro della civiltà mondiale. Non dimentichiamo che il capitalismo non ha amici, ha interessi. Il suo santo è il profitto e la sua parola d'ordine è la sicurezza. Il resto sono canti di sirene. 

 

La Cina è uno dei pilastri fondativi del blocco dei BRICS, una piattaforma che si presenta come l'alternativa finanziaria e politica all'ordine unipolare. Tuttavia, abbiamo visto come al Venezuela sia stato vietato o reso difficile l'ingresso a pieno titolo. Inoltre, dopo il gravissimo attacco dello scorso 3 gennaio, in cui le forze militari degli Stati Uniti hanno sequestrato il Presidente Nicolás Maduro e la primera combatiente e deputata Cilia Flores, la risposta diplomatica globale è stata sommessa. In questo quadro, qual è la sua lettura dei BRICS?

I BRICS sono un progetto a medio termine: non hanno ancora la capacità di intervenire attivamente nella problematica economico-sociale e politico-ideologica mondiale. I cinesi non supportano le lotte dei popoli del mondo nei loro processi di liberazione o rivoluzionari come facevano ai tempi in cui Mao Tsetung era in vita. È per questo che è facile comprendere il loro atteggiamento di fronte agli eventi che lei menziona in Venezuela, per citare un caso.

Coloro che credono che la Cina stia costruendo il socialismo e che, di conseguenza, sosterrà i popoli nella loro lotta contro l'imperialismo, sono avvisati. La pratica è il miglior criterio di verità: osserviamo ciò che fanno con le mani e non solo ciò che dicono con la lingua.

Infine, nonostante questa difficile situazione che stanno attraversando i popoli del mondo, in particolare la classe operaia, bisogna ricordare che il sistema capitalista è un sistema storico. Questo modo di produzione sociale è nato in un momento dato e, per logica deduzione, in un momento dato dovrà morire. Nessun sistema è eterno. Quel che è certo è che non si sfascerà da solo: deve essere abbattuto, storicamente superato. Questa è la sfida dei popoli consapevoli del mondo, e in particolare della classe operaia.

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mercoledì 17 giugno 2026

Invecchiare meglio, non soltanto più a lungo: la risposta cinese alla sfida demografica – Giulio Chinappi

La Cina affronta l’invecchiamento della popolazione come una sfida strategica di sviluppo nazionale, puntando su salute, previdenza, assistenza, inclusione sociale e qualità della vita per garantire agli anziani non solo una vita più lunga, ma più dignitosa e attiva.

Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani. Soluzioni proattive della Repubblica Popolare Cinese ai problemi di invecchiamento della popolazione, di Wang Jianjun, con Gao Chengyun, Li Jing e Yuan Rui, pubblicato per la prima volta in italiano da Anteo Edizioni, è un volume di grande utilità per comprendere come la Cina interpreti una delle principali trasformazioni sociali del XXI secolo: il passaggio da una società giovane, sostenuta per decenni da un’enorme forza lavoro, a una società segnata da una crescita rapida e strutturale della popolazione anziana. Il libro non affronta l’invecchiamento come una questione settoriale, confinata alla sanità o al sistema pensionistico, ma come un problema complessivo di sviluppo nazionale, di governance sociale, di sostenibilità economica e di qualità della civiltà socialista cinese.

La tesi centrale dell’opera è chiara: l’invecchiamento della popolazione non può essere considerato soltanto un peso, né può essere gestito con strumenti emergenziali. Esso rappresenta una trasformazione storica da governare in modo proattivo, integrando l’“invecchiamento salubre e attivo” nell’intero processo di sviluppo economico e sociale. Il libro ricorda che, secondo il settimo censimento nazionale, nel 2020 i cittadini cinesi di età pari o superiore a 60 anni erano 264 milioni, pari al 18,7% della popolazione, mentre quelli di età pari o superiore a 65 anni erano 190 milioni, pari al 13,5%. Si prevede inoltre che la popolazione anziana cinese superi i 400 milioni nel 2033 e tocchi un picco intorno ai 500 milioni verso la metà del secolo. Questi numeri spiegano perché la questione non sia marginale, ma riguardi direttamente la stabilità sociale, la pianificazione economica, la distribuzione delle risorse pubbliche e la capacità dello Stato di garantire benessere a centinaia di milioni di cittadini.

Uno dei principali meriti del libro è quello di mostrare come la Repubblica Popolare Cinese abbia progressivamente trasformato la risposta all’invecchiamento in una strategia nazionale. A partire dal XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la questione degli anziani è stata inserita in una cornice di pianificazione dall’alto: la Quinta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale ha indicato la risposta proattiva all’invecchiamento come strategia nazionale; lo Schema del XIV Piano Quinquennale ha dedicato un intero capitolo a questo tema; il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno pubblicato i “Pareri sul rafforzamento del lavoro a favore degli anziani nella nuova era” e il “Piano a medio e lungo termine per una risposta nazionale proattiva all’invecchiamento della popolazione”. Questa architettura politica permette di comprendere il tratto distintivo dell’approccio cinese: non una somma di misure frammentate, ma un sistema coordinato, nel quale previdenza, sanità, assistenza, urbanistica, tecnologia, cultura e partecipazione sociale vengono pensate come parti di una stessa strategia.

Il volume insiste molto sul passaggio da una logica di semplice protezione passiva degli anziani a una concezione più ampia, fondata sulla vita attiva, sulla prevenzione sanitaria e sulla partecipazione sociale. La vecchiaia non viene rappresentata come una fase di pura dipendenza, ma come una stagione della vita nella quale è ancora possibile apprendere, contribuire, partecipare e realizzarsi. Questa impostazione è particolarmente importante perché rompe con una visione riduttiva dell’anziano come soggetto esclusivamente bisognoso di assistenza. In Cina, la costruzione di una società “amica degli anziani” non significa soltanto aumentare i posti letto nelle strutture assistenziali, ma anche garantire mobilità, accesso ai servizi, inclusione digitale, attività culturali, educazione, sport, turismo, volontariato e riconoscimento sociale.

Sul piano della durata della vita, la politica cinese punta anzitutto sulla prevenzione e sull’integrazione tra sanità pubblica e assistenza agli anziani. Il programma “Cina Sana”, in particolare, assume un ruolo decisivo, in quanto la salute non viene trattata come questione esclusivamente ospedaliera, ma come risultato di un insieme di politiche: divulgazione delle conoscenze sanitarie, prevenzione delle malattie croniche, diagnosi precoce, riabilitazione, assistenza continuativa, promozione di stili di vita sani, attenzione alla salute mentale e valorizzazione della medicina tradizionale cinese accanto alla medicina moderna. Il libro sottolinea che il sistema di supporto sanitario agli anziani deve integrare “prevenzione, trattamento e cura”, superando la separazione tra ospedale, territorio, famiglia e comunità.

Questa impostazione è rilevante perché l’allungamento della vita non coincide automaticamente con un miglioramento del benessere. Una società può vivere più a lungo ma vivere peggio, se non riesce a ridurre disabilità, solitudine, malattie croniche non curate, barriere architettoniche e povertà nella vecchiaia. Il libro mostra che la Cina è consapevole di questo rischio e cerca di spostare il baricentro dalla semplice longevità alla longevità in buona salute. La diffusione delle conoscenze sanitarie, l’assistenza preventiva e il rafforzamento dei servizi pubblici di base sono presentati come strumenti per mantenere gli anziani autonomi il più a lungo possibile. In questa prospettiva, la salute dell’anziano non è solo un problema individuale, ma un indicatore della qualità dello sviluppo nazionale.

Un altro pilastro fondamentale è il rafforzamento della sicurezza sociale. Il volume ricorda che l’assistenza sanitaria di base e l’assicurazione di base per la vecchiaia hanno quasi raggiunto una copertura completa, mentre le prestazioni dell’assicurazione di vecchiaia e le pensioni di base per i residenti urbani e rurali sono state gradualmente migliorate. A ciò si aggiungono assegni di sussistenza, misure di riduzione della povertà, assegni di vecchiaia, sussidi per i servizi agli anziani e sussidi per l’assistenza infermieristica. Qui emerge un elemento politico essenziale: la lotta all’invecchiamento non può prescindere dalla lotta contro la vulnerabilità economica degli anziani. La dignità nella vecchiaia dipende anche dalla certezza di un reddito, dalla possibilità di accedere alle cure e dall’esistenza di strumenti pubblici capaci di proteggere le fasce più fragili.

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata ai servizi domiciliari e comunitari. Il libro chiarisce che la maggior parte degli anziani vive nella propria casa e nella propria comunità, non in strutture residenziali. Per questo motivo, la Cina sta promuovendo un modello integrato “istituzioni di assistenza agli anziani + comunità + famiglie”, nel quale i servizi professionali si estendono verso il territorio e il domicilio. L’obiettivo è fornire assistenza alimentare, assistenza per l’igiene personale, assistenza riabilitativa, assistenza diurna e altri servizi capaci di sostenere concretamente la vita quotidiana degli anziani. Questa scelta appare particolarmente razionale in un Paese dalle dimensioni della Cina, dove una risposta esclusivamente istituzionale sarebbe insufficiente, costosa e socialmente poco aderente alle abitudini familiari e comunitarie.

Il volume non nasconde tuttavia le difficoltà. L’invecchiamento rurale è più rapido e più intenso di quello urbano, anche a causa dell’emigrazione interna dei giovani e delle persone in età lavorativa verso le città. Nel 2020, secondo i dati riportati nel libro, la quota di popolazione anziana nelle aree rurali risultava sensibilmente più alta rispetto a quella urbana. Ciò comporta una domanda crescente di servizi in luoghi dove le infrastrutture sanitarie e assistenziali sono spesso più deboli. La risposta proposta comprende il miglioramento delle istituzioni di assistenza nei comuni, la creazione di centri regionali per anziani, l’uso di case dismesse e risorse territoriali locali, lo sviluppo di case di cura di villaggio, centri diurni e forme di mutuo soccorso rurale.

La recensione del testo non sarebbe completa senza ricordare la dimensione culturale. Il libro insiste sulla pietà filiale, sul rispetto per gli anziani e sulla responsabilità familiare, ma non si limita a riproporre valori tradizionali. Cerca piuttosto di integrarli con politiche pubbliche moderne: volontariato, “banca del tempo”, campagne sociali, riconoscimento di modelli positivi, attività culturali, educazione degli anziani, partecipazione alla governance comunitaria. La campagna del “Mese del Rispetto per gli Anziani” e le iniziative per premiare unità modello nel servizio agli anziani sono esempi di una politica che non punta solo alla prestazione materiale, ma anche alla costruzione di un clima sociale favorevole.

In conclusione, Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani è un testo importante perché documenta il tentativo della Repubblica Popolare Cinese di affrontare una sfida demografica enorme senza rassegnarsi a leggerla come declino. Il cuore della proposta cinese consiste nel trasformare l’invecchiamento in una questione di sviluppo di alta qualità: vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio; rafforzare pensioni e sanità, ma anche autonomia, partecipazione, cultura, comunità e dignità; proteggere gli anziani fragili, ma valorizzare anche gli anziani attivi come risorsa sociale. In questo senso, il libro mostra che la politica cinese sull’invecchiamento non riguarda soltanto gli anziani di oggi, ma l’intero ciclo di vita della popolazione e il modello di società che la Cina intende costruire nei prossimi decenni.

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