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domenica 14 luglio 2024

Un’altra economia - Caterina Orsenigo

 

La scorsa primavera è uscita una serie televisiva di Scott Z. Burns intitolata Extrapolations. Il titolo rimanda al fatto che in ogni puntata si estrapolavano gli effetti del riscaldamento globale nel prossimo futuro: la prima puntata era ambientata nel 2037, la seconda nel 2046, e così via fino all’ultima, l’ottava, nel 2070. Extrapolations racconta vite, vittime e protagonisti dell’inasprirsi della crisi climatica. Tutto quello che si perde, i sempre meno che si salvano, e che si salvano sempre peggio. Ciò che non cambia mai, nemmeno di fronte ai disastri più disarmanti, è l’approccio ottuso dei gruppi dominanti: accumulo, guadagno e sviluppo perdono senso in maniera via via più plateale, eppure sembra che le loro menti non riescano a uscire da questa prigione ideologica, anche quando è quella stessa mentalità a spingere loro stessi e il mondo intero verso l’autodistruzione.

Del resto proprio l’economia è fra le poche scienze sociali (forse l’unica?) che non sembra più di tanto mettere in discussione i propri assunti. Lo diceva bene Mark Fisher: la necessità dello sviluppo viene percepita come postulato fondamentale e autoevidente, il sistema capitalistico come insostituibile. Ma ora che la fine del (nostro) mondo sembra un’ipotesi meno strampalata rispetto a qualche anno fa, da più parti comincia ad affiorare la necessità di immaginare la fine di questo apparentemente insostituibile capitalismo.

Cominciamo ricordandoci che il capitalismo non è sempre esistito: ancora oggi permangono anfratti del mondo che la sua luce abbagliante non arriva a illuminare. E ci sono idee, o almeno germi di idee, che ogni giorno cercano di farsi strada tra le sue maglie. Sapere che delle alternative ci sono, che nella lunga storia prima del capitalismo sono state la norma, che resistono pur su minuscola scala, che prendono forma nella testa di filosofi ed economisti – sapere tutto questo è importantissimo. Se non è sempre stato così, allora magari non sarà così per sempre.

L’economia è forse l’unica tra le scienze sociali che non sembra mettere in discussione i propri assunti.

Certo trovare modelli economici alternativi in grado di funzionare su larga scala, in un mondo abitato da otto miliardi di persone, è difficilissimo. Sappiamo però che è questo sistema economico ad aver causato il disastro climatico in cui viviamo. Il capitalismo è fatto di accumulo di risorse, di sovrapproduzione, di rifiuti, di colonialismo, di territori, di specie ed esseri umani trattabili come scarti: insomma, in qualche modo, il capitalismo è la crisi climatica. Non per niente il termine “Capitalocene”, nell’accezione conferita da Jason W. Moore, definisce la nostra epoca riferendosi al “deterioramento della natura come espressione specifica dell’organizzazione capitalistica del lavoro”.

In Extrapolations si ha la percezione di una mentalità, di un modo di ragionare, inscritto in questo sistema, nel quale siamo imprigionati e, anzi, nel quale è imprigionato proprio chi avrebbe il potere di cambiare la situazione. Sembra che soltanto chi il potere politico o economico di cambiare le cose non ce l’ha, ossia i movimenti giovanili e le classi più vulnerabili, riesca a vedere il disastro per quello che è, e ad avere una scala di priorità congrua alla dimensione del riscaldamento globale. Il personaggio di Don’t look up (2021) che vuole trarre profitto dalla distruzione dell’asteroide è l’archetipo perfetto di quella mentalità imprigionante, ma l’idea stessa di green economy ha a che fare con l’incapacità di tirare la testa fuori dalla sabbia. Come ha scritto Jaume Franquesa, docente di antropologia economica negli Stati Uniti:

l’idea che la crescita sia positiva, che sia un fine in sé, è ancora molto presente. E per sostenerla ci inventiamo fallacie come la crescita green. L’idea di crescita green si basa sull’ipotesi che si possa scindere la crescita economica dalla pressione sulle risorse ambientali. Ad oggi, questa teoria non è supportata da alcuna letteratura. Al massimo possono esserci momenti di separazione relativa, in cui la crescita diventa meno intensiva. […] Ma una separazione assoluta in cui la crescita economica prende una direzione, e la pressione sulle risorse un’altra, non è documentabile, non è reale.

Il primo rapporto sui limiti dello sviluppo uscì già nel lontano 1972 per conto del Club di Roma e individuava nella crescita economica la principale causa di deperimento degli ecosistemi, inquinamento e scarsità di materie prime. A stilarlo fu, fra gli altri, Nicholas Georgescu Roegen, economista e matematico che concentrò buona parte dei suoi studi sul legame fra attività economica e consumo di risorse naturali. Roegen ragionava perlopiù in termini generazionali, ritenendo lo sfruttamento incontrollato di risorse “una dittatura del presente sul futuro” per l’impossibilità di distribuire equamente le risorse esauribili fra generazioni presenti e generazioni future.

Se non è sempre stato così, allora magari non sarà così per sempre.

Fu un allievo di Georgescu-Roegen, l’accademico e analista del dipartimento Ambiente della Banca Mondiale Herman E. Daly a proporre un modello concreto di economia alternativa che potesse provare a risolvere (anche) il problema dell’allocazione intergenerazionale delle risorse. Per essere stato tra i fondatori dell’economia “ecologica”, Daly venne definito “il più importante economista di cui probabilmente non avete mai sentito parlare”, e non a torto. La raccolta di articoli Verso un’altra economia. Scritti per un futuro sostenibile (Carocci, 2023) mostra chiaramente come per Daly non solo la crescita infinita in un mondo finito sia impossibile, ma anche che la crescita smette di essere desiderabile ben prima di avvicinarsi a un pericoloso esaurimento delle risorse.

Con l’aumentare della produzione e del consumo l’utilità marginale dei beni prodotti e consumati diminuisce, e si ottiene al contrario una “disutilità marginale”. Superata una certa soglia, insomma, la crescita diventerebbe addirittura “anti-economica”: per Daly il concetto di “sviluppo sostenibile” è perciò un ossimoro in termini e la fiducia cieca nel mito della tecnologia come panacea a tutti i mali, capace di eliminare alla radice qualsiasi forma di scarsità materiale, non è altro che un’illusione. Ciò che proponeva Daly era l’approdo a una steady state economy, ossia un’economia di stato stazionario in cui la produzione di beni, i consumi, la popolazione e il tasso di occupazione restino costanti nel tempo. Si tratterebbe di trovare un giusto equilibrio fra questi fattori, con un margine più ampio di assestamento per i paesi più poveri e una stabilizzazione fra l’input di risorse naturali prelevate dall’ambiente e l’output di scarti che eviti perdita di biodiversità e inquinamento, e dia il tempo agli ecosistemi di rinnovarsi: l’opposto dell’approccio estrattivista che di norma guida le scelte di governi e grandi aziende.

In questa prospettiva stazionaria di non-crescita, l’economia potrebbe allora occuparsi di obiettivi più virtuosi, sani e concreti, come un’equa redistribuzione e la fruizione di beni immateriali. Questo stato stazionario si raggiungerebbe in seguito a un periodo di ridimensionamento dell’economia e ha a che fare solamente con gli aspetti materiali: la conoscenza, la ricerca, le arti possono continuare a crescere senza limiti. I critici alle tesi di Daly si sono soffermati sul rendimento decrescente delle risorse minerarie, il quale porrebbe un problema di giustizia intergenerazionale tanto in un’economia in crescita quanto in una stazionaria, così come sulle preoccupazioni di stampo neomalthusiano per la sovrappopolazione che sembravano caratterizzare il pensiero suo e di Georgescu-Roegen.

Per Daly la crescita smette di essere desiderabile ben prima di avvicinarsi a un pericoloso esaurimento delle risorse.

Pochi anni prima che i due economisti formulassero le loro teorie per un’economia alternativa, fu pubblicato The population bomb (1968) di Paul e Anne Ehrlich e in alcuni Paesi cominciavano i tempi delle politiche di contenimento della popolazione, con malcelate derive neocoloniali e classiste. In realtà l’impatto ambientale è in larga parte indipendente dalla dimensione della popolazione umana: il World Inequality report uscito nel dicembre 2022 indica come il 10% più ricco della popolazione mondiale emetta da solo il 50% della CO2 totale. La vera questione, insomma, è lo stile di vita della società di consumi in un’economia di tipo capitalistico. Questo non vuol dire che la popolazione debba crescere all’infinito, anzi: a livello mondiale sta già rallentando e presto raggiungerà il suo picco, per poi diminuire. Ma per ripensare l’economia e raggiungere uno steady state si dovrebbe partire innanzitutto da una drastica riduzione dei consumi più inquinanti e dunque della CO2 emessa da quel 10% di classe agiata.

Il concetto di “decrescita” proposto da Serge Latouche e anticipato dallo stesso Georgescu-Roegen ha forse il suo peccato originale nel nome scelto e nel non essersi saputo raccontare. Un peccato che negli ultimi trent’anni ha avuto due principali effetti: il primo è stato quello di dare all’ecologismo un’aura di mesta sobrietà, un volto grigio e austero, ben poco invitante. Il secondo effetto è stato quello di aver creato una diffidenza di classe verso l’ecologia in chi a mala pena stava arrivando ad avere il giusto e già aveva l’impressione di dovervi rinunciare, perché proprio sulla rinuncia sembrava essere posto l’accento. E mentre gli studi degli economisti decrescisti enfatizzano al contrario la necessità di un ripensamento globale delle attività economiche, la narrazione che voleva ridicolizzare la decrescita si è sempre concentrata sugli aspetti individuali.

Al di là del nome sfortunato e della narrazione derisoria che spesso se ne è fatta, quello di decrescita è un concetto denso, che propone un’inversione rispetto al modello economico capitalista. Se Keynes, fra le espressioni più “gentili” del capitalismo, riteneva che solo allargando sempre più la torta si sarebbe potuto dare da mangiare a tutti, Latouche sostiene invece la necessità di ripensare prima di tutto la dieta delle nostre società. Perché la torta non si può allargare all’infinito e, anche se si potesse, le disuguaglianze economiche e materiali resterebbero inalterate. È a partire da una civiltà fondata sulla giustizia sociale e su un rapporto armonico con la natura, o meglio dentro la natura, che si può raggiungere una maggiore equità sociale. Il benessere non dipende esclusivamente dalla crescita materiale, quanto invece da cooperazione, cura e anche autonomia nella gestione di molti aspetti della vita di ciascuno. In una società di questo tipo si porrebbero tetti condivisi nell’utilizzo delle risorse, diminuendo ogni anno le emissioni globali di gas serra o l’uso di energia non rinnovabile e assicurando a tutti un accesso equo alle risorse necessarie per condurre una vita soddisfacente.

Mentre gli economisti decrescisti promuovono un ripensamento globale delle attività economiche, la narrazione che voleva ridicolizzare la decrescita si è sempre concentrata sugli aspetti individuali.

Il reddito di base dovrebbe garantire un livello di vita dignitoso insieme all’accesso all’assistenza sanitaria, al cibo e all’alloggio, e potrebbe essere finanziato da schemi di “reddito climatico” che tassano le emissioni di carbonio e redistribuiscono le entrate lì dove possono produrre maggiore utilità sociale. Di proposte che vanno in questa direzione ce ne sono diverse: la campagna Tax the rich di Oxfam mostra che tassando i redditi multimiliardari si potrebbero ottenere dai 13 ai 15,7 miliardi di euro all’anno. Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia, parla invece di un basic income digitale, ossia una tassazione delle piattaforme online per “ripagare” il lavoro inconsapevole degli utenti che forniscono, al momento gratuitamente, i dati di cui le piattaforme stesse si nutrono. Non si tratta di misure che ribalterebbero il sistema economico vigente, ma magari potrebbero lanciare dei ponti verso prospettive più solide di post-crescita in cui ripensare alla base il rapporto con la natura.

Il concetto sudamericano di buen vivir compie un movimento ancora più radicale: propone una concezione del tutto diversa del rapporto tra esseri umani e ambiente e da lì approda a una diversa economia. Qui non si parla più di risorse a disposizione dei bisogni umani, ma piuttosto di scambi fra specie ed elementi naturali. E tutti, elementi naturali compresi, godono degli stessi diritti. Nel 2008 in Ecuador alcuni principi del buen vivir, che ha le sue radici nelle culture indigene, sono entrati nella costituzione, portandosi dietro una prospettiva comunitaria e pluralista, un forte coinvolgimento dei cittadini nelle scelte economiche e il riconoscimento di valori diversi rispetto a quelli prevalenti nelle economie liberali.

Non per niente proprio in Ecuador, nell’agosto 2023, è stato vinto un importantissimo referendum in cui si chiedeva alla popolazione se preferisse estrarre petrolio dal Parco nazionale Yasunì o invece lasciarlo sotto terra. E la maggioranza ha votato per non servirsi di quella risorsa: il guadagno economico che avrebbe tratto il Paese da quel petrolio passava in secondo piano rispetto all’importanza di lasciarlo al suo posto. Il fatto che il governo non stia rispettando il volere popolare è quasi secondario: non in termini climatici, ovviamente, ma in termini culturali. Il punto, lì, sta nella rivoluzione di pensiero insita in questa scelta. Testimonia la forza di comunità che vivono con regole e priorità lontanissime dall’estrattivismo e dall’imperativo della crescita.

La cultura può essere un regolatore potente degli eccessi dell’economia.

La cultura può essere un regolatore potente degli eccessi dell’economia. In Uganda, ad esempio, vivono alcune comunità di pescatori secondo la cui cosmologia qualsiasi tipo di accumulazione è da ritenersi addirittura deprecabile: l’eccesso è visto come qualcosa di sinistro, e ciò che avanza (in termini di ricchezze o di denaro) viene ridistribuito all’interno della comunità. Non importa come: si può condividere un raccolto, offrire da bere a tutti o regalare soldi a degli estranei, pur di non avere più del necessario. Il mondo, se lo rileggiamo attraverso questo codice interpretativo, ci appare allora ben più abbondante di come ci sembrava: è l’eccesso di desiderio a rendere “scarsa” la natura. Se ciò che ci preoccupa, parlando di decrescita, è che dovremo avere “meno”, l’unica risposta possibile è cambiare punto di vista e accorgerci che abbiamo già più di quel che ci serve.

Basta uscire dalla logica capitalistica del desiderio infinito e della fretta di sfruttare tutto ciò che è disponibile, perché il mondo appaia ricchissimo. All’economia della scarsità a cui siamo abituati, che porta ad accumulare proprio perché le risorse appaiono insufficienti, si contrappone un’economia dell’abbondanza, secondo cui c’è tutto quello che ci serve ed è inutile o anche dannoso tenere per sé qualunque eccedenza. Il fatto che nel tempo presente esistano concezioni dell’economia così opposte a quella occidentale, mostra come sia possibile pensare e pensarsi al di fuori del capitalismo. È sufficiente cambiare gli indicatori per rovesciare, o almeno rimescolare, le stime di benessere tra i Paesi del mondo.

Il caso più famoso è quello del Buthan: un Paese che è riuscito a guidare la modernizzazione mantenendola sotto controllo, con piani urbanistici severissimi che impediscono scempi ambientali ed estetici, e un’opposizione consapevole al primato del prodotto interno lordo come indicatore del grado di benessere di ogni nazione. Fin dagli anni Settanta, com’è noto, il Buthan ha adottato al posto (o al fianco) del PIL l’indicatore di “felicità interna lorda”, FIL o GNH (Gross National Happiness). È una differenza profonda, di visione del mondo e priorità: la felicità interna del paese conta più della crescita economica. La FIL si misura secondo quattro linee principali: uno sviluppo socio-economico equo e sostenibile, buona amministrazione, tutela dell’ambiente, promozione e difesa della cultura. Fra le variabili del benessere del Paese troviamo allora il grado di istruzione o la percentuale di territorio coperto di foreste (per legge, in Buthan, deve essere almeno il 60% e oggi raggiunge il 70%), la qualità dell’aria, la tutela dell’ecosistema, il grado di salute dei cittadini e di biodiversità dell’ambiente, l’uguaglianza, la libertà di pensiero, la vitalità della comunità, le relazioni sociali, il benessere psicologico, la cultura.

È sufficiente cambiare gli indicatori per rovesciare, o almeno rimescolare, le stime di benessere tra i Paesi del mondo.

In molti ritengono la felicità interna lorda uno specchietto per le allodole per migliorare l’immagine del Paese all’estero (per quanto il turismo sembri scoraggiato da tasse di soggiorno altissime) e reputano il governo del Paese più vicino a un regime che a una democrazia. Eppure, uscendo da quella gabbia mentale di cui parlavamo all’inizio, la FIL è chiaramente un indicatore più realistico dello stato di salute di una nazione. E non deve essere certo facile ragionare per livello di felicità in un mondo in cui tutti intorno ragionano per livello di produzione.

Il buen vivir è un insieme di pratiche e una visione del mondo profondamente situata. Non è sempre replicabile altrove, si fonda su una spiritualità con una storia e un’appartenenza ben precise. Lo stesso vale per il caso ugandese, ma raccontarlo altrove è importante. Le storie si raccontano per questo: non necessariamente per imitarle, o per appropriarci di una visione del mondo che non ci appartiene. Le storie si raccontano per scoprire che anche la nostra, di visione del mondo, è solo una fra le tante possibili. E se ascoltando altre storie ci rendiamo conto che la nostra è sporca, rotta, ferita, allora le storie altrui possono aiutarci a vedere il mondo con altri occhi.

da qui

sabato 17 settembre 2022

I limiti dello sviluppo sono sempre più evidenti

 

20 anni di decrescita. Serge Latouche

 

Vent’anni fa intorno al concetto/slogan decrescita cominciavano a nascere iniziative, movimenti, ricerche. Quel concetto/slogan ha motivato coloro che si interessavano ai temi della critica allo sviluppo e tante e tanti ecologisti, ma ha poco a poco interessato, in diversi angoli del mondo, anche la politica istituzionale, quasi sempre per rigettarlo e renderlo ridicolo. Di certo coloro che sono in alto non vogliono cambiare la logica produttivistica, non vogliono smettere di creare il capitalismo, e fanno di tutto per opporsi (a cominciare dallo svuotare di senso espressioni come “transizione ecologica”, “resilienza”, “economia circolare”…). Oggi quale scenario hanno di fronte i diversi movimenti della decrescita? Come possono difendersi dalle aggressioni del greenwashing o dell’ecofascismo? A questi temi è dedicato l’intervento di Serge Latuche (raccolto da Mauro Bonaiuti dell’Ass. per la decrescita) con cui è stata aperta a Venezia la Conferenza internazionale della decrescita.

https://comune-info.net/ventanni-di-decrescita/


 

 

 

La crescita si fermerà, per un motivo o per l'altro

 

Cinquant'anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un'intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.


Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell'edizione italiana) N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.

Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d'arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni ... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?

In realtà lo ha.



Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?


Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile "prevedere" con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore; quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri. Uno di questi, lo "standard", come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.

Questo assomiglia a ciò che stiamo vivendo? Direi di sì. Il mondo sta mostrando sempre di più le conseguenze di uno schianto contro i limiti.

Ciò che avevamo fatto con molta attenzione, già nel 1972, è stato chiarire che dopo il picco di qualsiasi variabile, tutto diventa ancora più imprevedibile, poiché entrano in gioco fattori che non potevano essere rappresentati nel nostro modello. A questo punto è ovvio che saremo guidati più da fattori psicologici, sociali e politici, che da vincoli fisici.

JB: L'ho sentita definire il cambiamento climatico come "un sintomo"; di cosa sarebbe esattamente un sintomo?

DM: È essenziale riconoscere che il cambiamento climatico, l'inflazione e la carenza di cibo a volte sono visti come problemi, ma in realtà sono sintomi di un problema più grande.

Proprio come un mal di testa persistente può talvolta essere sintomo di un cancro, molte difficoltà attuali sono sintomi di livelli di consumo materiale cresciuti oltre i limiti del pianeta. Naturalmente i sintomi sono importanti. Un mal di testa merita una risposta. Tuttavia, un'aspirina può far sentire temporaneamente meglio il paziente, ma non risolve il problema di fondo. La crescita incontrollata delle cellule cancerose nel corpo deve essere trattata.

Non si può sostenere la crescita affrontando i problemi uno per uno. Anche se riuscissimo a risolvere il cambiamento climatico, continuando a crescere andremmo incontro al problema successivo, che sia una carenza di acqua, di cibo o di altre risorse cruciali. La crescita si fermerà, per un motivo o per l'altro.

JB: Il mito del progresso, secondo cui la tecnologia verrà sempre in soccorso [idrogeno, cattura e stoccaggio del carbonio ...], è una delle idee più paralizzanti per affrontare il vero problema: la decrescita è inevitabile, poiché non si tratta di un problema tecnico. Forse ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale, morale ed etico?

DM: Sì, sono d'accordo, quello era uno dei punti cruciali del nostro lavoro già 50 anni fa. In condizioni ideali la tecnologia può darti più tempo, però non risolve il problema. Può darti l'opportunità di apportare i cambiamenti politici e sociali necessari. Ma finché si avrà un sistema che si basa sulla crescita per risolvere ogni problema, la tecnologia non potrà evitare che si superino molti limiti cruciali, come stiamo già vedendo.

JB: Nonostante l'importanza e l'enorme utilità del vostro lavoro, lei e i suoi colleghi siete stati molto criticati. Questo continua ad accadere a chiunque esca dal discorso dominante dell’Happycrazia. C'è un'impossibilità sociale a parlare di certi temi perché la trasformano in un catastrofista, in un amaro pessimista?

DM: Ero molto ingenuo negli anni '70, quando abbiamo pubblicato il libro. Ero stato formato come scienziato e avevo l'impressione che, utilizzando il metodo scientifico, avremmo prodotto dati indiscutibili e che, se li avessimo mostrati alla gente, questo sarebbe stato sufficente per portare un cambiamento nella visione e nelle azioni delle persone. Questo è a dir poco ingenuo.

Ci sono due modi di affrontare queste situazioni: in uno raccogli i dati e poi decidi quali conclusioni sono coerenti con i dati: il modo scientifico. Nell'altro, molto comune, si decide quali conclusioni sono importanti e cerchi dati che si adattino e supportino le tue "conclusioni". Questo è ciò che accade, ad esempio, con i negazionisti del clima.

Non ho cercato di vincere quei dibattiti [tra pessimisti e ottimisti] con questo tipo di persone. Quando qualcuno viene da me con rabbia e mi accusa di quasiasi cosa, mi limito a dirgli: “Spero che tu abbia ragione”. E vado avanti.

JB: Esiste una tendenza nei sistemi, nelle aziende, nelle persone, a combattere per la propria autoconservazione, spesso sulla base di visioni a breve termine, che non consentono di andare avanti a lungo. Come combattere queste inerzie e abitudini?

DM: L'unico modo per gestire la situazione è ampliare l'orizzonte temporale e spaziale. E quindi vedere i potenziali costi e benefici in prospettiva. Un esempio: la pandemia e la sua gestione nel mio Paese [gli Stati Uniti] sono state dolorose, molto miopi. Se non si estendono i vaccini a tutto il mondo, non sono così utili.

Come prolungare quel lasso di tempo? Con le future generazioni. La maggior parte delle persone ha preoccupazioni legittime e genuine per il futuro dei propri figli, nipoti e pronipoti.

JB: In Spagna, ultimamente, ci sono buone notizie per quanto riguarda la decrescita: la prima assemblea dei cittadini per il clima ha scelto tra le sue 172 misure, la necessità di educare alla decrescita, diversi partiti politici - tra cui il ministro della Sanità, del Consumo e del Benessere Sociale – hanno fatto dichiarazioni a favore dell'apertura di questo inevitabile dibattito e l'IPCC sta inserendo sempre più spesso questa parola nei suoi rapporti..
Siamo più vicini a un Tipping Point [punto di svolta] sociale - come dice Timothy Lenton - o dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire?

DM: La risposta a entrambe le domande è: sì. Siamo più vicini a un punto di svolta sociale positivo, ma d'altra parte temo che dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire. Ed è ancora peggio: se la nostra situazione attuale ci fosse stata descritta, diciamo, nel 2000, avremmo pensato che questa fosse già una crisi catastrofica. Siamo la rana, cucinata a fuoco lento, che non salta fuori dalla pentola. Purtroppo credo che questa sia la nostra situazione.

JB: Secondo il modello HANDY, un parametro fondamentale per causare i collassi è la disuguaglianza, che aumenta parallelamente alla mancanza di fiducia tra simili, altro motivo di collasso. La struttura del nostro sistema economico fa sì che entrambi aumentino ogni anno. E rende impossibile adattarsi ai limiti, perché l'élite - che di solito è distaccata dalla realtà e quindi non rileva gli allarmi - è quella che funge da modello. Come districarsi in questo pasticcio?

DM: La verità non si trova in poche equazioni, ovviamente. Si trova nella storia. E la nostra storia millenaria dimostra che i potenti cercano più potere e lo trovano più facilmente grazie alla loro situazione: è un ciclo di feedback positivo. Nella dinamica dei sistemi questo fenomeno si chiama "successo per chi ha già successo". Raramente ci discostiamo da questo fenomeno.

Nessuno può districare questo groviglio. Non credo che esista un'azione o una legge in grado di farlo. In alcune culture, tuttavia, si sono visti meccanismi di ridistribuzione evoluti. Nel nord-ovest degli Stati Uniti ci sono alcune tribù che hanno un'usanza chiamata "Potlatch", una cerimonia in cui i capi della tribù, i più ricchi, regalano parte dei loro beni - sto semplificando, certo. Anche nel buddismo esiste una tradizione di distacco materiale in molti dei suoi praticanti. Ma si tratta di rare eccezioni. Nel nostro mondo la tendenza è quella di accumulare potere e, come lei dice, questo aiuta a distaccarsi dalla realtà. Poi si può finire con un collasso, anche del proprio potere, e tutto ricomincia da capo. È un processo che avviene in risposta ai limiti. E la disuguaglianza sta crescendo in tutti i Paesi.

JB: In che misura le élite stanno anticipando la necessità matematica di ridurre la disuguaglianza? Oppure stanno solo preoccupandosi per la propria sopravvivenza?

DM: Beh, non si può parlare propriamente di "élite". Alcune élite sono preoccupate e stanno facendo tutto il possibile per ridurre la disuguaglianza, altre non ci pensano nemmeno - probabilmente la maggioranza - e altre ancora lavorano per renderla sempre più grande. Di certo non c'è alcuna tendenza a ridurre la disuguaglianza. E a volte si dice che la crescita fa sì che la ricchezza raggiunga tutti; il che, visto che i tassi di crescita e di disuguaglianza sono aumentati contemporaneamente, è chiaramente e palesemente falso.

JB: Vede oggi una maggiore preoccupazione per il collasso della civiltà nei circoli del potere, economico e politico? O continuano a fare business as usual come al solito?

DM: Non sono nei circoli del potere, quindi non posso rispondere. Sono un insegnante di 80 anni in pensione. È il 50° anniversario di I limiti dello sviluppo e, a parte le interviste che vengono fatte su un libro che suscita ancora interesse, non c'è così tanta attenzione come potrebbe sembrare.

JB: Tenendo conto dell’attuale miopia spaziale e temporale rispetto ai limiti, non pensa che la visione moderna del mondo sia obsoleta? Potrebbe suggerire alcuni spunti filosofici per passare a una nuova cosmologia?

DM: Grazie per aver immaginato che io possa avere la capacità di fare queste cose. Che l'attuale visione del mondo sia obsoleta è evidente anche solo guardando le notizie. Quasi nessuno può essere contento dello stato del mondo.

Su una nuova cosmologia: esiste un'enorme varietà di filosofie e pratiche spirituali, molte delle quali sono coerenti con il funzionamento del mondo. Quelle che funzionano devono riconoscere l'interazione e la dipendenza che abbiamo con il mondo naturale. Abbiamo già discusso del mito diffuso secondo cui la tecnologia ci porterà a superare qualsiasi ostacolo. Lo vediamo con la sfida del clima: c'è questa cosa chiamata cattura e sequestro del carbonio (CCS). Nonostante il fatto inconfutabile che sia più economico, rapido e semplice ridurre il consumo di energia, si tende a cercare la soluzione tecnologica che ci permetta di fare ciò che non possiamo più fare senza causare gravi danni. È una fantasia totale. Il meglio che possiamo dire della CCS è che è un'idea che farà guadagnare un mucchio di soldi a poche persone.

Siamo come su un tapis roulant che sta accelerando rapidamente. Sa, quei tapis roulant su cui corri ma non vai da nessuna parte. È quello che stiamo facendo. Quando prendiamo decisioni sbagliate, questo ci porta a crisi che, per forza di cose, accorciano la nostra prospettiva temporale, tutto diventa reattivo mentre acceleriamo. Questo a sua volta ci aiuta a prendere altre decisioni sbagliate, perché restringiamo sempre di più il nostro orizzonte temporale. È un circolo vizioso.

Penso che nei prossimi 20 anni assisteremo a più cambiamenti di quanti ne abbiamo visti negli ultimi 100. Non voglio che accada quello che sto per dirle, ma credo che sia molto probabile: ci saranno disastri significativi dovuti al caos climatico e all'esaurimento dei combustibili fossili, che riporteranno l'umanità a stati più decentralizzati e disconnessi. Lentamente, si evolveranno culture più preparate alla situazione. Solo allora, credo, potrà emergere una "nuova cosmologia" appropriata.

JB: Crede che una coalizione di élite dotate potrebbe cambiare il corso degli eventi?

DM: Élite dotate? Mi sembra un ossimoro.



Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review 10.08.2022

da qui

mercoledì 24 novembre 2021

Totem e tabù

Sottotitolo: Decrescìta o barbarie

 

Crescita

Dice Antoine Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Tutti sono d’accordo, a parte i pazzi, che il petrolio, il ferro o il carbone non si creano (se non in milioni di anni), e che il loro consumo si trasforma in inquinamento (con conseguenze sul clima, ci dicono gli scienziati).

 

E tutti possono capire quest’altro concetto, in parole semplici: “La terra è un sistema chiuso, le risorse sono limitate, gli attuali ritmi di sviluppo dell'umanità stanno rapidamente distruggendo il capitale naturale e, se non verrà invertita la rotta, l'esito inevitabile sarà il collasso”. (da qui)

 

Proprio quando all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso l’Earth Overshoot Day (QUI, in italiano Giorno del Superamento Terrestre, del sovrasfruttamento della Terra o dello sforamento) ha iniziato ad avere valori preoccupanti, sempre più preoccupanti, tanto che ormai si arriva ormai a consumare ogni quasi due volte le risorse disponibili sul pianeta, nel 1972 anche il Club di Roma (qui i dubbi sulle motivazioni dei loro lavori) scriveva “I limiti alla crescita” (in italiano, chissà perché, la parola crescita è stata sostituita con sviluppo).

 

Se spiegassi a uno che non capisce d’economia la crescita direi che è come un palloncino o un pallone che se viene gonfiato troppo scoppia, esattamente quello che sta succedendo al pianeta pallone Terra.

 

La crescita, oltre certi limiti, è una malattia, si pensi alla crescita di peso di chi mangia troppo (stile McDonald, grassi, grassi e grassi) o alla crescita delle cellule tumorali, per fare un paio d’esempi.

 

Se oggi volessimo trovare un’immagine che possa sintetizzare come siamo messi con l’Earth Overshoot Day in tempi di capitalismo - che se non è il pensiero unico, è comunque il sistema economico unico - sarebbe quella qui sotto.

 


 

Fino a che l’Earth Overshoot Day restava su valori “sostenibili” nessuno (o quasi) criticava la crescita, la crescita era (ed è ancora) il Totem dell’umanità, oggetto del desiderio di governi, imprese, sindacati, lavoratori, il numeretto che misura la crescita si chiama PIL.

Negli ultimi 50 anni tanti hanno criticato il Pil e la crescita che misura, proponendo altri indici per misurare il benessere delle persone e del pianeta, la felicità, la sostenibilità dell’economia (per esempio qui se ne trovano alcuni).

 

Ricordo il motto dei Giochi Olimpici, dal 1924, Citius altius fortius (è un'espressione latina che significa "più veloce, più alto e più forte"), elogio delle “magnifiche sorti e progressive”, di cui Leopardi già diffidava nel 1836.

 

Gli antichi Greci avevano una parola, hỳbris, che è la “personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente” (qui)

 

Non c’è una parola più chiara per descrivere il comportamento economico dell’umanità da quando il capitalismo è la religione più diffusa urbi et orbi (leggi qui)

 

Se oggi volessimo trovare un’immagine simbolo della crescita, un totem a cui inchinarsi, oggetto del desiderio, potrebbe essere questa:

 


nave da crociera, a Venezia, un’imbarcazione citius altius fortius.

 

Se volessimo misurare il settore delle crociere non solo dai profitti di quelle imprese (cioè il mondo del PIL) sarebbe importante tenere in conto un dato come questo:

“…la flotta di 47 navi della Carnival Corporation,(prima compagnia di navi da crociera al mondo, che include tra le altre anche Costa Crociere) emette ogni anno una quantità di ossidi di zolfo (SOx) 10 volte superiore all'intero parco auto circolante in Europa (oltre 260 milioni di veicoli)...” (da qui)

 

Sarà chiaro che siamo messi male, o meglio, il pianeta per come lo abbiamo conosciuto, anzi, le popolazioni a rischio, soprattutto i poveri, sono e saranno messi male, NON siamo tutti sulla stessa barca, alcuni stanno sulla nave da crociera, molti su una barchetta in balia delle onde (leggine qui)

 

Lo capiscono anche i bambini, se si gonfia troppo un pallone alla fine scoppia, e il pallone Terra sta scoppiando.

Stiamo usando quasi due pianeti all’anno, da molti, troppi anni, vuol dire consumare le risorse naturali, che da beni comuni da rispettare e proteggere, da usare in modo sostenibile, sono diventate sempre più risorse economiche privatizzate, da usare in modo insostenibile (nel senso di consumo e distruzione irreversibile).

 

Decrescita

Esiste un’alternativa al motto olimpico, che Alex Langer (qui) ha pronunciato: lentius, profundius, suavius ovvero più lento, più profondo, più dolce, che dal punto di vista economico non è altro che la decrescita.

Per chi negli ultimo 50 anni era distratto rimando alla pagina di wikipedia, su cosa è la decrescita.

Chi l’ha messa al centro del dibattito economico, ignorato dal mainstream neoliberale, sostenitore a oltranza della crescita, è Serge Latouche, economista eretico, meriterebbe il premio Nobel per l’Economia, qui una scheda su di lui.

 

Come avete capito il tabù è la decrescita (qui ne parla Lorenzo Guadagnucci).

 

La differenza rispetto agli scorsi decenni (nei quali la decrescita veniva considerata un capriccio dei radical-chic europei) è che sempre più la decrescita viene vista come unica via d’uscita (cito cinque articoli che solo negli ultimi giorni sono stati pubblicati, a sostegno della decrescita)

https://jacobinitalia.it/ecosocialismo-e-decrescita-parliamone/,

https://comune-info.net/la-decrescita-necessaria-2/,

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/15/la-decrescita-e-possibile-e-necessaria/,

https://comune-info.net/chi-ha-paura-della-decrescita/

https://comune-info.net/leconomia-e-lultimo-giro-di-giostra/

 

Così come il rimedio all’essere grassi è dimagrire, il rimedio alla pazza crescita è la decrescita, ormai anche i giovani lo capiscono (o forse solo loro?)

 

 

Lo stato delle cose

Con Thatcher e Reagan, ma definitivamente dopo il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento dell’Unione Sovietica il neoliberalismo la fa da padrone. In quasi tutte le università in quasi tutto il mondo da 30 anni si formano ormai solo economisti che si muovono all’interno del pensiero unico neoliberale, meno pubblico e più privato, privatizzazioni prima di tutto.

 

Contemporaneamente dal punto di vista politico i poteri degli stati, in Europa di sicuro, sono stati ridotti e svuotati, con una serie di trattati severissimi e spesso irreversibili, svilendo il valore delle Costituzioni, in Italia di sicuro, a pezzi di carta sempre più vuoti, e anzi cambiandone i contenuti (si veda l’introduzione del pareggio di bilancio).

 

Segnalo che nel 2004 fu pubblicato “Confessioni di un sicario dell’economia”, di John Perkins, libro nel quale l’autore spiega in dettaglio, in prima persona, come costringere gli stati a vendersi e svendersi (qui un documentario tratto dal libro di Perkins).

 

Dal punto di vista fiscale i poteri degli stati sono stati svuotati, con la possibilità di pagare le imposte (che per gli stati sono le risorse per finanziare la spesa pubblica) dove si vuole, naturalmente per (grandi) imprese e persone fisiche ricche. Quella che viene definita come una rivoluzione straordinaria, il fatto di pagare imposte al 15% per le multinazionali, in Europa è una misura regressiva, dal punto fiscale, visto che l’aliquota minima Irpef per i lavoratori italiani è il 23%, cioè i lavoratori più poveri sono gravati da un’aliquota molto superiore a quella che si applicherà alle multinazionali. (ricordo che l’art.53 della Costituzione italiana impone imposte progressive, articolo da cancellare a breve, troppo comunista, peccato d’invidia dei poveri contro i ricchi, si cancellerà anche questo, tanto si applica poco o niente, si legga qualcosa qui).

 

 

Che fare???

 

Come passare alla decrescita, senza perdere tempo (sapendo che questo passaggio non sarà un pranzo di gala)?

 

Non avverrà per un regalo di quei ricchi che stanno distruggendo il pianeta (qui), di quei ricchi che non pagano le tasse, sfruttano i lavoratori e nel tempo libero fanno viaggi nello spazio (misteri del plusvalore).

 

È necessaria una lotta fortissima.

Esistono tante lotte, in tutto il mondo, importanti, necessarie, eroiche, ammirevoli, da sostenere (faccio solo pochi esempi: Extinction Rebellion, NoTav, contro le basi militari, ci vorrebbe una lista lunghissima).

 

Ecco il modello di sviluppo perseguito dal sistema economico che si chiama capitalismo, un tempo i confini, adesso i muri:

 

 

Ormai i padroni del mondo hanno svuotato i poteri dei Parlamento sequestrando le vite degli esseri umani. È necessario far nascere strutture, partiti, movimenti, che siano universali, non solo per un unico obiettivo, con programmi davvero alternativi, che riescano ad entrare nelle stanze dei bottoni, con idee davvero forti, senza farsi comprare, come è successo troppo spesso, troppi nascono incendiari e muoiono pompieri.

Quello che sta succedendo è che le questioni ambientali e l’ambiente vengono gestiti da chi l’ha distrutto, che la decrescita verrà gestita dai sostenitori della crescita, senza regole è meglio.

 

Sarà necessario fare la conta di chi vuol cambiare lo stato di cose presente, il capitalismo, e poi iniziare il cambiamento, studiare strategie e tattiche per conquistarlo, non l’ennesimo PNRR concesso, con cavallo di Troia incorporato.

 

Serve gente molto antipatica, a loro, uno come Varouakis è il primo che mi viene in mente, ma ce ne saranno migliaia, milioni, ma occorre unirsi, è un’impresa da far tremare i polsi, ma non c’è altra scelta.

 

Qualche idea?

 

 

giovedì 8 luglio 2021

La fine del sogno occidentale – Serge Latouche

(recensione di Francesco Masala)


Eleuthera (ri)pubblica (2021, euro 17) dopo vent’anni un libro importante di Serge Latouche.

Se uno non sapesse che il libro è stato scritto alla fine del secolo scorso non troverebbe una riga che non sia di attualità, purtroppo. Il mondo non cambia, e se (non) cambia peggiora.

Il libro è organizzato in cinque capitoli, nei quali si analizza lo stato del mondo, 20 anni fa.

Tra i tanti temi toccati, alcuni colpiscono con evidenza, per esempio il passaggio dal colonialismo al neocolonialismo è stato un cambiamento di forma, in molti casi, ma i rapporti economici fra stati ex-coloniali e stati ex-colonizzati non sono cambiati troppo.

A pag.23 si parla della mercificazione totale del mondo, tutto si compra e si vende, e “i prodotti culturali vengono trattati come merci uguali alle altre e le riserve culturali come un banale e nocivo protezionismo”.

 

A proposito dell’Africa Latouche scrive che “il gruppo invaso non può più cogliere se stesso se non attraverso le categorie dell’altro, cioè quelle degli europei.” (p.35). e subito dopo si introduce un elemento chiave: ”Nei rapporti con le società del Sud è più grazie al dono, e non alla spoliazione, che il centro si trova investito di uno straordinario potere.”

A pag.46-47 si legge che “il sistema tecnoeconomico mondializzato è responsabile della scomparsa di migliaia di culture” e “In Occidente l’economia non solo non è complementare alla cultura ma tende a rimpiazzarla assorbendo in sé tutte le dimensioni culturali…La diversità che resiste, o che si ricicla, rimane sempre in una situazione fragile e provvisoria di fronte al rullo compressore dell’uniformazione”.

“Questo effetto dell’occidentalizzazione non è il risultato di un meccanismo economico in quanto tale, ma di un processo più complesso di distruzione culturale chiamato deculturazione. Questa deculturazione si riproduce a sua volta e si aggrava con la terapia messa in opera per porvi rimedio: la politica di sviluppo e la modernizzazione”.

“Gli ultimi superstiti delle culture non occidentali testimoniano una grande indifferenza per molte nostre merci, e soprattutto un’allergia ancora maggiore verso la logica della loro produzione”.

Se venti anni fa Latouche li vedeva con chiarezza adesso questi fatti sono sempre più evidenti e chiari, niente è stato fatto, in realtà, per cambiare qualcosa.

 

A proposito del dono, prestiti agli stati di enti sovranazionali (FMI e Banca Mondiale, per esempio), cavallo di Troia per rinnovate e più profonde dipendenze, segnalo che nel 2004 fu pubblicato “Confessioni di un sicario dell'economia”, di John Perkins, libro nel quale l’autore spiega in dettaglio, in prima persona, le cose che racconta(va) Latouche (qui un documentario tratto dal libro di Perkins).

Mi è capitato da pochissimo di leggere sul n.1414 di Internazionale un articolo di un giornalista tedesco, Bernd Dörries, sul Somaliland, uno stato africano dichiaratosi indipendente dal 1991, riconosciuto quasi da nessuno, e per questo, per fortuna, non ha debiti (per ora) perché nessuno gli ha fatto prestiti/dono/capestro, caso più unico che raro.

Dice Karl Marx che “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.

 

Serge Latouche dice tutto, è il filosofo perfetto, fa la parte necessaria, per Marx, purtroppo cambiare il mondo sembra impossibile.

In quarta pagina c’è una frase che dice, con amarezza, moltissimo: “Abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.

mercoledì 9 dicembre 2020

Libri contagiosi - Giovanna Lo Presti


I libri che val la pena di leggere hanno la caratteristica di essere dotati di un forte potere di suggestione – e intendiamo “suggestione” nei due sensi correnti e cioè come capacità di influenzare emozionando e come potenzialità di suggerire itinerari da percorrere, vie di pensiero da praticare. Nella confusione, nella babele di pensieri monchi e di parole imprecise (prime tra tutte quelle della cosiddetta “comunità scientifica”) generate dalla crisi pandemica il bisogno di ragionamenti essenziali e nitidi si è fatto sentire fortissimo.

Il primo libro, famosissimo, che mi è venuto in mente (naturalmente la scelta è mia, personale ma non immotivata) è stato scritto nel 1974 da Detienne e Vernante e si intitola Le astuzie della ragione nell’antica Grecia. Al centro del libro è il concetto di mètis, dell’astuzia intelligente, che consente di avvicinarsi al reale con strumenti diversi da quelli astratti del lògos. La mètis comporta flessibilità, soluzioni folgoranti, adattabilità al continuo mutare del reale; ma implica anche esperienza e progettualità, per cui l’agire guidati dalla mètis non è un agire impulsivo e privo di riflessione. Tutt’altro; in qualche modo lo si potrebbe accostare alla guicciardiniana “discrezione”, che presume la capacità di cogliere in ciò che avviene sia la somiglianza con eventi passati sia la specificità del nuovo. La mètis, per altri versi, va accostata alla ragionevolezza, un concetto che, sulla scia dei suoi maestri, Serge Latouche (secondo libro) contrappone all’idea di “ragione”. La mètis permea di sé la ragionevolezza, la quale, a sua volta, viene superata e spesso messa definitivamente da parte dalla razionalità, dal lògos; negli ultimi secoli la razionalità si è manifestata spesso nella forma della ragione economica, che ha saputo sviluppare effetti portentosi e, allo stesso tempo, si è allontanata sempre più dalla ragionevolezza, generando quella «megamacchina tecno-economica» che «rischia di fracassarsi contro il muro della dismisura (la hybris greca)» (S. Latouche, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo, 2009, p. 82).

I segnali che il selvaggio sfruttamento della Natura stia minacciando in modo serio il vivente sono evidenti per chiunque li voglia vedere; per non percepirli bisogna essere abbagliati dal luccichio da Paese dei Balocchi che promana dal caotico insieme di merci in cui siamo immersi, atte a far dimenticare a che prezzo ne possiamo godere. E bisogna anche limitarsi a guardare ciò che avviene nella fase fatiscente del capitalismo occidentale, distogliendo lo sguardo dai miliardi di esseri umani che rischiano ancora ai giorni nostri di morire di fame. La ragionevolezza, la phrónesis, la prudenza, che, per Aristotele, è la caratteristica di chi è in grado di deliberare correttamente ciò che è buono e vantaggioso per lui, ha celebrato il suo divorzio dal discorso pubblico, troppo spesso pronunciato all’insegna della chiamata emotiva, in spregio, appunto, di ogni ragionevolezza. L’abbiamo appena verificato: la pandemia, che sembrava aver creato una frattura planetaria, è già stata metabolizzata e ridotta a evento gestibile, per un verso, con la razionalità tecnocratica di misure preventive, di cure efficaci, del vaccino. Per altro verso i negazionisti di ogni colore dimenticano anch’essi la ragionevolezza per dar voce a una emotività irriflessa.

«Andrà tutto bene» e «Niente sarà più come prima» sono stati i due slogan che ci hanno accompagnato nella primavera scorsa, mentre il contagio mieteva vittime e assistevamo, sgomenti, al tracollo del nostro sistema sanitario. È bastata l’estate, un’estate in cui la crisi economica ha sostituito nel discorso pubblico la crisi pandemica, per cancellarli.

L’«andrà tutto bene» ha ceduto il posto all’esortazione speranzosa a «convivere con il virus». Ma a quali condizioni tutto dovrebbe andare bene non è mai stato chiarito. Andrà tutto bene se ritorneremo a febbraio 2020, quando il “caso Codogno” non era ancora scoppiato? Andrà tutto bene se il virus si stancherà di propagarsi? Basteranno queste due condizioni perché tutto vada bene? La ragionevolezza ci porta a dire che, se non si affronteranno tutti i problemi che la crisi sanitaria ha portato a galla, prima tra tutte l’inaccettabile sfruttamento delle risorse naturali, non andrà affatto bene. Quanto al «Niente sarà più come prima», refrain che più dell’altro esprime la consapevolezza della gravità del momento, è affermazione che ci fa pensare che tutto potrebbe essere peggio. In questi mesi i segnali negativi sono stati numerosi: a parte la decisione della Commissione europea di sospendere (non annullare, sospendere) l’artificioso “patto di stabilità”, quel vincolo che impone di ridurre il deficit strutturale nei Paesi dell’Unione e che ha come obiettivo di medio termine quell’altro mito incarnato del “pareggio di bilancio”, tutto è stato come sempre. I fondi disponibili non sembrano, almeno per ora, essere stati impiegati con una logica di equità – anzi, molti provvedimenti hanno contribuito a far affluire risorse economiche nelle tasche di cittadini che non avevano alcun bisogno di incrementare il proprio reddito. La vita quotidiana intanto ci mette di fronte a un sostanziale peggioramento della situazione: le nostre città, che hanno goduto di un’aria meno tossica nei due mesi di “confinamento” sono inquinate come prima e attraversate – in nome della “mobilità sostenibile” – da orde di ragazzotti su monopattini che sfrecciano quasi sempre a velocità non regolamentare e rendono impossibile camminare sicuri sui marciapiedi; le grandi catene della distribuzione alimentare, che senz’altro non hanno visto decrescere il fatturato nei mesi scorsi, hanno ritoccato verso l’alto (e non di poco) i prezzi, e la stessa cosa hanno fatto immediatamente quasi tutti i professionisti e lavoratori autonomi, aumentando mediamente le loro tariffe tra il 10 e 20 per cento. In compenso, lo Stato continua a non onorare i propri debiti: non si sente parlare di rinnovo di contratti scaduti da tempo, né di perequazione degli assegni pensionistici. E noi cittadini ci aspettiamo di dover ripagare, con gli interessi, quei rivoli di denaro che stanno disordinatamente scorrendo nel nostro Paese.

L’Italia è un paese povero. Se vogliamo rendercene conto usando strumenti ufficiali, basta consultare il sito ISTAT, alla pagina in cui viene presentato un calcolatore (https://www.istat.it/it/dati-analisi-e-prodotti/contenuti-interattivi/soglia-di-poverta), preceduto da questa precisazione: «La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario». Ora, data una famiglia di tre persone (due genitori e un figlio tra i 4 e i 10 anni), risulta che essa sia assolutamente povera nel momento in cui spende una cifra pari o inferiore a 1.862,832 euro. Visto che lo stipendio medio di un impiegato è valutato in 1.681 euro e quello di un operaio in 1.469 e che la più che decennale crisi economica ha reso rari i lavori stabili e ha inciso sull’occupazione in modo assai negativo, facendo crescere il numero delle famiglie monoreddito, non serve un economista per trarre le conclusioni. I dati reddituali che abbiamo riportato sono dati medi. Facciamo un esempio preciso: un insegnante di scuola superiore, sino a 14 anni di anzianità, guadagna poco più di 1.550 euro netti al mese. Se ha un figlio e il coniuge non lavora, si trova di 300 euro sotto la soglia minima calcolata per stabilire lo stato di povertà assoluta. L’aveva capito persino il “ministro della malavita”, Giovanni Giolitti: un paese di poveri è un paese povero. E se alla miseria materiale aggiungiamo la preoccupante “miseria di posizione” quella che Pierre Bourdieu ha indagato nel corposo studio La miseria del mondo (terzo libro) dovremmo davvero preoccuparci: la miseria è ben peggio della povertà. È qualcosa che ha a che fare con una carenza complessiva che tocca tutti i piani dell’esistenza, che rende difficili e conflittuali le relazioni sociali, che non riesce a individuare gli obiettivi per cui battersi, che fa sì che non si riesca ad immaginare un futuro migliore del meschino presente in cui si naviga, eterodiretti e consapevoli, in parte, soltanto del proprio disagio. Questo è oggi, troppo spesso, lo stato dei ceti popolari, che divengono gli interlocutori privilegiati, in mancanza di altri messaggi comprensibili e rispondenti ai loro bisogni, della peggiore demagogia e di discorsi politici in cui livore, qualunquismo, menzogna strumentale vengono astutamente mescolati da leader senza scrupoli e senza morale, nonostante esibiscano rosari e simboli religiosi, emuli di quei mafiosi che, sul loro comodino, tengono una vecchia Bibbia, ampiamente sottolineata.

Affinché nulla sia più come prima, affinché le cose migliorino le vie da intraprendere sono chiare: innanzitutto si deve operare affinché ci sia maggiore giustizia sociale. Il primo passo ha a che fare con una redistribuzione della ricchezza sociale, congiunta a un modello economico meno rapace e aggressivo nei confronti dell’ambiente. Non sono scelte semplici e immediate, ma la direzione da imboccare è quella. Perciò ci ha molto allarmato la ricomparsa di un fantasma sinistro, quello del Ponte sullo Stretto: siamo dunque fermi alle “grandi opere” come unica via d’uscite dal difficile momento economico? Ancora una volta si vogliono mettere da parte quegli interventi ad “alta intensità di lavoro” (quarto e quinto libro: Il lavoro non è una merce e Finanzcapitalismo) di cui parlava con intelligenza il sociologo Luciano Gallino, auspicando «una grande politica di transizione ordinata da un settore industriale energivoro e basato su produzioni tutto sommato tradizionali (dalle auto agli stessi computer, che sono ormai dei piccoli elettrodomestici prodotti a milioni e con grande automazione) verso settori produttivi ad alta intensità di lavoro. I settori di riferimento sono moltissimi: i beni culturali, l’incremento dell’efficienza energetica e nell’utilizzo di materia, la ristrutturazione degli edifici (si pensi che metà delle scuole non è ancora a norma dal punto di vista della sicurezza) o il dissesto idrogeologico, che costa all’Italia circa 12-15 miliardi di euro l’anno: una somma che potrebbe essere investita per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro su un’ampia fascia di competenze professionale, che vanno dal badilante al geometra e all’architetto. Si tratta di un processo di transizione che richiederebbe però una robusta politica industriale da parte del Governo, invece questi blaterano di crescita e spesso non sanno nemmeno bene di cosa stiano parlando».

Seguendo queste indicazioni, niente sarà più come prima e, in tempi brevi, tutti staremo meglio, perché la costruzione di una società in cui tutti abbiano una parte e in cui non esistano più le “vite da scarto” non può che aumentare il benessere complessivo. Altrimenti, procedendo inerzialmente, guidati dai miti del PIL, dello “sviluppo”, della tecnologia ci ritroveremo presto in una situazione in cui, per dirla con Walter Benjamin, «neppure i morti saranno al sicuro».

da qui