Visualizzazione post con etichetta Jacques Brel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jacques Brel. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2020

Jacques Brel: il talento del sognatore - Corrado Antonini



Jacques Brel amava ripetere che l’essere umano necessita di un solo talento: avere dei sogni. Il resto, diceva, non è che sudore e disciplina. Con il candore dei visionari, esortava tutti a “sognare un sogno impossibile”, rêver un impossibile rêve, dando voce e corpo alla dismisura dell’animo umano (succedeva nella commedia musicale L’homme de la Mancha, portata in scena nel 1968, dove Brel interpretava Don Chisciotte). Quanto più impossibile quel sogno, sosteneva, tanto più la nostra vita sarà stata degna d’essere vissuta.

Il destino di Jacques Brel, senza quel suo sogno smisurato (in principio, conquistare Parigi con le sue canzoni; più avanti, dedicarsi al cinema, al teatro, diventare pilota d’aereo, solcare i mari del sud), sarebbe stato con ogni probabilità quello di fare di conto nel cartonificio del padre. La grisaille. La grigia e rispettabile vita del borghese (“Les bourgeois”, non dimentichiamo, “c’est comme les cochons: plus ça devient vieux, plus ça devient bête”; i borghesi sono come i maiali: più invecchiano e più istupidiscono). Proprio come Georges Brassens e Leo Ferré, anche Brel arrivava dalla provincia. Brassens sbarcò a Parigi da Sète, nel sud del paese; Leo Ferré si trasferì nella capitale dal Principato di Monaco; Jacques Brel, cittadino di provincia, era cresciuto a Bruxelles. Per capire quanto il Belgio fosse considerato provincia dai parigini sul piano culturale (e quanto provinciale, di conseguenza, fu inizialmente percepito Brel dai parigini), basterebbe la frase apparsa su France-Soir all’indomani di uno dei suoi primi concerti: “ricordiamo a Brel che esistono degli ottimi treni per Bruxelles”.

Quella che sulle prime parve una tara insormontabile, si trasformò ben presto in un’arma di conquista. Sul palcoscenico Brel dava sì corpo all’impaccio di chi avrebbe voluto essere altrove, mai disinvolto, un’inadeguatezza che lo prendeva alla gola, terrore allo stato puro (prima di ogni spettacolo era solito vomitare dietro le quinte, se teneva tre spettacoli al giorno, vomitava tre volte), ma riusciva poi a compensare quell’handicap con delle performance ad alto contenuto scenografico, estenuanti sul piano fisico ma estremamente coinvolgenti sul piano emotivo. Quello di Brel era un corpo in perenne tensione. Fisso al centro della scena, munito di lunghe braccia e dotato di un’eloquenza che sconfinava spesso nella pantomima, concentratissimo, uno stato di allarme che s’insinuava in ogni strofa, l’abbondante salivazione con relativa irrorazione delle prime file durante il concerto, tutto contribuiva, agli occhi dello spettatore, a trasmettere un senso di autenticità, di groviglio emotivo e di tormento morale che non poteva significare altro che la totale dedizione alla propria arte. In questo seppe far sua la lezione di Yves Montand, per il quale il corpo era tenuto a parlare sul palcoscenico. A Brel fu subito chiaro che darsi senza riserve era l’unico modo di affrontare il pubblico. Bisognava scendere stremati dal palco. Niente bis. Quel che si è dato si è dato. La pozza di sudore sotto il microfono avrebbe certificato non solo lo sforzo, ma l’onestà dell’artista.

Brel si dichiarava spavaldamente germanico e barbaro, e si riferiva alla sua identità in termini di belgitude (a immagine della negritude, come fiera rivendicazione di una cultura altra). Nel 1973, nel corso di un’intervista televisiva, acciambellato sulle dune delle Fiandre, dichiarò: “le peuple d’ici c’est pas très beau, c’est pas très intelligent, c’est pas très cultivé, ça fait partie des caractéristiques des peuples rudes”; “la gente di qui non è particolarmente bella, non è particolarmente intelligente, né troppo acculturata, tutti tratti distintivi dei popoli rozzi”. Visse e cantò questa belgitudine con commozione (Mon père disait; Le plat pays; Marieke; Il neige sur Liège; Mon enfance; Mai ’40: “Quelques Allemands disciplinés / Qui écrasaient ma belgitude”; Dei tedeschi disciplinati, che calpestavano la mia belgitudine), ma anche in tono sarcastico o derisorio (Les flamandes; Les bonbons; Les F.). Considerava il Belgio un luogo dello spirito, artificiale e tutto da inventare. “La grande couleur de ce pays c’est le rouge, parce que il n’y en a pas” disse ancora. “C’est la loi des minorités. C’est un pays sans horizon”; “il grande colore di questo paese è il rosso, perché non ve n’è traccia. È la legge delle minoranze. Questo è un paese che non ha orizzonte”. Il Belgio aveva lasciato in Brel un’impronta indelebile. L’accento di Bruxelles anzitutto, quel francese aspro e già quasi vichingo, ma anche il ricordo dell’odore della zuppa di cavoli nella cucina di mamma Lisette. Il fascino che Brel esercitava sul pubblico fu spesso fatto risalire proprio alle sue origini. Nell’ottobre del ’64, dopo un recital all’Olympia, e quando Brel era già un gigante della canzone francese, la giornalista Claude Sarraute rinnovava lo stereotipo scrivendo su Le Monde: “Jacques Brel s’inchinava, il sudore sulla fronte e sulle labbra, il sorriso stupito e tranquillo del ragazzo del plat pays”. Per i parigini era importante che continuasse a essere soprattutto questo. L’enfant du plat pays. Erano disposti a perdonargli tutto, l’ingenuità, la goffaggine e l’umiliazione (Ne me quitte pas; “un uomo non dovrebbe cantare queste cose”, lo aveva benevolmente redarguito Edith Piaf), quella sua risata da osteria e la mancanza di raffinatezza (in una parola, il provincialismo), purché confermasse, insieme con Ferré e Brassens, la sua duplice identità: origine provinciale ma statuto d’artista che riconosceva implicitamente il primato culturale della capitale (fu Parigi a certificare il suo valore, e a decretare il suo successo).



A Brel in verità tutto questo importava poco. Antinazionalista e pacifista convinto, restò ai margini delle questioni politiche inerenti l’identità francese e francofona, peccato coloniale compreso (fa eccezione la canzone Jaurès, dedicata al politico e fondatore del giornale L’humanité Jean Jaurès, assassinato alla vigilia della Prima Guerra Mondiale). Questo non significa che non si sentisse in debito con la Francia e con la cultura francese, e che ne avesse persino soggezione. Fra gli autori preferiti, ça va sans dire, Antoine de Saint-Exupéry, lo scrittore-aviatore; côté musique, gli amati Debussy e Ravel. A differenza di molti suoi colleghi, Brel si mostrò sempre freddo e scettico nei confronti dei modelli culturali di provenienza anglosassone, perfettamente consapevole dell’omologazione che s’andava prefigurando (a questa omologazione Brel sottraeva il mito del far west; ma più che l’America, lì, contava probabilmente la manutenzione dell’infanzia). Va anche ricordato che Brel, al pari di Brassens e Ferré, non aveva conosciuto l’ubriacatura per il jazz che aveva invece infiammato Boris Vian, Henri Salvador, Charles Aznavour, Sacha Distel o Serge Gainsbourg, ovvero i parigini DOC della chanson. Al jazz Brel preferiva di gran lunga le orchestrazioni di François Rauber, capaci di esaltare il crescendo emotivo di molte sue canzoni (Les prénoms de Paris, Madeleine, La valse à mille temps, Ces gens-là), oppure le ballate in cui lasciava affiorare i ricordi e l’eco della sua belgitude, con tutta la pregnanza e l’esemplarità epica che la ballata sottende. Il jazz, al pari del tango o di altri ritmi esotici, serviva piuttosto a Brel per caratterizzare, spesso in chiave comica o grottesca, alcune delle storie che metteva in musica.

Nell’impermeabilità di Brel al jazz prima, e al rock poi, oltre che nella volontà di muoversi dentro dei modelli se non proprio intrinsecamente francesi, quanto meno modellati su forme riconoscibili e appartenenti alla tradizione europea (la ricorrenza della ballata, ma anche del tempo di valzer, che infondeva un movimento e una cadenza ideali alle sue canzoni), potremmo cogliere uno dei motivi della sua straordinaria popolarità in terra di Francia. Per non dire della fisarmonica, strumento dal polmone possente e dal respiro viscerale, di cui Brel si serviva alla stregua di un ordigno da collocare direttamente nel ventre dell’ascoltatore. Tanto convenzionale era la forma attraverso cui aveva scelto di esprimersi (valeva per lui, ma anche per Ferré e Brassens), quanto eversive erano invece le premesse. Brel, Brassens e Ferré pensavano e praticavano la canzone muovendo da presupposti del tutto diversi rispetto alla tradizione della chanson francese, che aveva contribuito in modo rilevante alla definizione dell’identità nazionale. Senza l’esempio tracciato su questo piano dalla generazione dei Brel, quello cioè di una canzone di spirito anarchico e segnatamente antinazionalista impostasi su scala nazional-popolare, sarebbe impossibile immaginare qualcosa come la versione reggae della Marsigliese che Serge Gainsbourg registrò nel 1979 a Kingston, con dei musicisti giamaicani (Aux armes et cætera). Quella versione della Marsigliese si rivelò una provocazione che andava ben oltre l’impertinenza di farsi uno spinello con l’inno francese. Gainsbourg, con quel canto rivoluzionario messo in levare, poneva di fatto le basi per una revisione del ruolo che la canzone avrebbe dovuto svolgere nella definizione di una nuova identità nazionale.

Di recente Paul McCartney (76 primavere) ha raccontato di aver chiesto a Willie Nelson (85) se avesse mai pensato di ritirarsi. Fulminante la risposta di Nelson: retire from what? – ritirarsi da che? Nel maggio del 1967, quando si esibì nell’ultimo recital, Jacques Brel aveva 38 anni, la metà degli anni di Paul McCartney oggi. La decisione era nell’aria, Brel aveva la sensazione di non aver più nulla da dire ed era sempre assillato dalla domanda che aveva determinato ogni sua scelta: sérait-t-il impossible de vivre debout? (dalla canzone Vivre debout; sarebbe dunque impossibile vivere in posizione eretta?). Tutto avrebbe voluto fuorché finire i suoi i giorni come una vecchia vedette in un night-club di Knokke-Le-Zoute. Fra il giorno del suo ultimo concerto (16 maggio 1967) e la pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1° giugno 1967), passano appena 15 giorni, ma la sensazione è che fra le due date corra uno spartiacque. Brel ebbe la prontezza di voltare pagina prima che fosse la storia ad occuparsi di lui. Dopo di allora s’impegnò con alterne fortune nel cinema (dieci film fra il 1968 e il ’73, due dei quali anche da regista), nel teatro musicale (il Don Chisciotte nel 1968), ma soprattutto partì all’avventura, pilotando il suo aereo e attraversando prima l’Atlantico e poi il Pacifico in barca a vela, fino alla decisione di trasferirsi definitivamente in Polinesia. Nel 1977, già gravemente malato, tornò a Parigi per sottoporsi a cure mediche e per incidere in gran segreto un ultimo disco, Les marquises, concepito sull’isola di Hiva Oa nell’arcipelago delle Marchesi, sua ultima dimora, dove oggi riposa a pochi metri dalla tomba dell’amato Paul Gauguin.

Al Brel interprete, dimissionario della canzone, sopravvisse il personaggio Brel. Fedele al suo credo, decise di non disertare il sognatore, trasformandosi, suo malgrado, in un oracolo in fuga. Brel non era soltanto ammaliante, era contagioso. Lo si amasse o meno, era impossibile che lasciasse indifferenti. Intellettualmente acuto, sopperiva alla mancanza di erudizione con l’agilità del pensiero. E se mai veniva meno l’acutezza, c’era pur sempre quella risata beffarda. La sua debordante vitalità era pari solo all’audacia con cui sfidava le convenzioni (le regole del vivere, i doveri famigliari e matrimoniali, e in genere la condizione di sudditanza dell’individuo). Brel avrebbe saputo dare la sveglia anche al sognatore più recalcitrante (“ma fonction c’est de clarifier les rêves des gens qui n’ont pas le temps de s’occuper de leurs rêves, ou de brouiller la douleur des gens qui ne savent pas très bien à quoi ils ont mal”; “la mia funzione” dichiarò, “è quella di rendere espliciti i sogni a chi non ha il tempo di occuparsene, o di distogliere dal dolore le persone che non conoscono la natura del male che li affligge”). Evocato il sogno, aveva poi l’ardire di spingersi fin sul crinale che separa il desiderio dal suo esaudimento, consapevole che è proprio su quel fronte che gli uomini sovente compiono sé stessi oppure falliscono. Era convinto che la cosa difficile, per un uomo che abita a Vilvoorde e vuole andare a vivere a Hong Kong, non è trasferirsi a Hong Kong ma lasciare Vilvoorde, perché una volta a Hong Kong, diceva, tutto si sistema da sé, posto che si goda di buona salute e che si coltivi una follia. Hong Kong è alla portata di chiunque, ma mollare Vilvoorde… ecco la vera sfida. Sbagliare, per inciso, non conta. La libertà, insisteva Brel, consiste nell’esercitare il diritto all’errore. Il successo non è mai prova di libertà, mentre il fallimento lo è. E gli uomini, concludeva, fanno troppo poco uso della libertà.

Le canzoni di Brel, ogni volta che le si riascolta, procurano lo stesso brivido. Anche quarant’anni dopo la sua morte. È la vertigine dell’abisso, il nostro abisso, sul quale Brel invita a sostare senza timore. L’ammirazione per Brel non discende soltanto dalla sua arte, ma anche dall’emozione che l’interprete Brel suscita in noi. È lui la scintilla. Per riuscite che siano le interpretazioni altrui (si pensi in particolare al Brel di Juliette Gréco, che come Ella Fitzgerald aveva facoltà di interpretare ogni cosa non solo con pertinenza, ma persuadendo l’ascoltatore nel profondo, come se ogni canzone fosse stata scritta appositamente per lei), le canzoni di Brel, senza Brel, appaiono orfane. C’è una ragione precisa perché questo accade, e va ricercata, come sottolinea il suo biografo e amico Olivier Todd, nel fatto che la prosodia di Brel “s’accomplit dans son chant, par sa bouche” – si compie nel suo canto, attraverso la sua bocca. Il ritmo del verso di Brel si rivela nell’interprete Brel, nel modo in cui Brel scandisce e accenta le parole. Per sentire il suo verso e per cogliere il ritmo delle sue frasi, è necessario prestare orecchio al cantante Brel.

Che fare dunque? Beh, anzitutto mostrare cautela nell’interpretare Brel. In secondo luogo consumare i suoi dischi, o procurarsi i DVD che lo colgono in scena, dietro le quinte, oppure ai comandi del suo piccolo aereo, un Beechcraft 50 Twin Bonanza, intento a trasportare una donna incinta, un medico, oppure la posta da un’isola all’altra nell’arcipelago delle Marchesi, infine sgravato dai problemi del mondo. È l’ultimo Brel, quello polinesiano, l’uomo che pare più prossimo al sognatore sfuggito al cartonificio del padre molti anni prima. Fox Oscar Delta Bravo Uniforme, FODBU, è l’ultimo ritornello di cui si ha notizia, quello con cui si faceva riconoscere dalle torri di controllo polinesiane. Con gli amici parla ormai di rotte, degli alisei, di come sia la mancanza di vento a fermare il tempo alle isole Marchesi (“Et par manque de brise le temps s’immobilise / Aux Marquises”, dalla canzone Les marquises), e parla infine della sua malattia. Da quel temerario che è, lo fa con spavalderia, infischiandosene della morte: en tout cas, moi je suis foutu – ad ogni modo, io sono spacciato. A chi prova a distoglierlo dal pensiero, o soltanto a infondergli un filo di speranza, risponde come avrebbe verosimilmente fatto un personaggio delle sue canzoni: mort aux cons! – a morte gli imbecilli! Fedele a sé stesso fino all’ultimo. Molti anni prima, rivolgendosi alla moglie Miche ne La chanson des vieux amants, aveva già mirabilmente riassunto la sua parabola di vita: il nous fallut bien du talent / pour être vieux sans être adultes – ce n’è voluto del talento, per invecchiare senza diventare adulti. Missione compiuta, aviatore Brel.

sabato 21 novembre 2015

Jean Jaurès









Ils étaient usés à quinze ans
Ils finissaient en débutant
Les douze mois s'appelaient décembre 
Quelle vie ont eu nos grand-parents
Entre l'absinthe et les grand-messes
Ils étaient vieux avant que d'être
Quinze heures par jour le corps en laisse
Laissent au visage un teint de cendres
Oui notre Monsieur, oui notre bon Maître

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?

On ne peut pas dire qu'ils furent esclaves
De là à dire qu'ils ont vécu
Lorsque l'on part aussi vaincu
C'est dur de sortir de l'enclave
Et pourtant l'espoir fleurissait
Dans les rêves qui montaient aux cieux
Des quelques ceux qui refusaient
De ramper jusqu'à la vieillesse
Oui notre bon Maître, oui notre Monsieur

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?

Si par malheur ils survivaient
C'était pour partir à la guerre
C'était pour finir à la guerre
Aux ordres de quelque sabreur
Qui exigeait du bout des lèvres
Qu'ils aillent ouvrir au champ d'horreur
Leurs vingt ans qui n'avaient pu naître
Et ils mouraient à pleine peur
Tout miséreux oui notre bon Maître
Couverts de prèles oui notre Monsieur
Demandez-vous belle jeunesse
Le temps de l'ombre d'un souvenir
Le temps de souffle d'un soupir

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?


Erano usati a quindici anni,
Dei debuttanti già finiti,
Per loro un anno era un dicembre.
Che vita han fatto i nostri nonni,
Chiusi fra assenzio e grandi messe,
Dei semprevecchi innanzitempo. 
Quando lavori quindici ore
Hai voglia avere un bel colore.
Sì, buon maestro, sì, buon signore.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

Non sono stati proprio schiavi
Ma da qui a dire che han vissuto,
Quando si parte così vinti...
E' dura uscire dall'imbuto.
Eppure c'era in fondo agli occhi
Un po' di sogno per sperare
Che essere qui non sia soltanto
Una condanna ad invecchiare.
Sì, buon maestro, sì, buon signore.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

Se per disgrazia erano in troppi
Te li mandavano alla guerra,
Così finivano alla guerra,
Ceduti a qualche sacripante
Che puzza la naso concimava
Il proprio campo di caduti,
Coi loro vent'anni abortiti,
E ci morivano atterriti.
Pieni d'orrore, buon maestro
Pieni di preti, buon signore. 

Capisci, bella giovinezza?
Neanche il tempo di un ricordo,
Neanche il tempo di un sospiro.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

da qui


IL SOCIALISMO PACIFISTA DI JEAN JAURÈS

"Signori, c'è solo un modo per abolire la guerra tra i popoli, è quello di abolire la guerra economica, il disordine di questa società; è quello di sostituire la lotta universale per la vita - che conduce alla lotta universale sul campo di battaglia - con un regime di concordia sociale e di unità. Ed ecco perché, se non si guarda alle intenzioni che sono sempre vane, ma all'efficacia dei princìpi e alla realtà delle conseguenze, razionalmente, profondamente, il partito socialista è, nel mondo di oggi, l'unico partito della pace."
(7 marzo 1895, alla Camera dei Comuni)
"Il capitalismo porta la guerra come la nuvola porta la tempesta."
"Il coraggio sta nel cercare la verità e nel dirla; sta nel non subire la legge della menzogna trionfante che scorre, e sta nel non fare l'eco, con la nostra anima, con la nostra bocca e con le nostre mani agli applausi degli imbecilli e ai fischi dei fanatici."
"Quando gli uomini non possono più cambiare le cose allora cambiano i nomi."
"Combattiamo la Chiesa e il cristianesimo perché sono la negazione dei diritti umani e racchiudono in sé il principio dell'asservimento dell'uomo."
"Il comunismo deve essere l'idea guida e visibile di tutto il movimento."
"Un po' di internazionalismo allontana dalla patria, molto internazionalismo vi ci riconduce. Un po' di patriottismo allontana dall'internazionalismo, molto patriottismo vi ci riconduce."
“Le più grandi persone sono quelle che possono dare speranza agli altri.”
“La pena di morte è contraria a ciò che l'umanità da più di duemila anni ha pensato di più alto e sogna di più nobile.”
“Può esserci rivoluzione soltanto là dove c'è coscienza.”
Filosofo, socialista francese esponente della sinistra revisionista; riformista per le concezioni relative al movimento operaio e ai suoi compiti, Jaurès lottò però con impegno per la pace, contro l'oppressione imperialistica e le guerre di conquista. I suoi discorsi eloquenti lo resero una forza importante in politica e un intellettuale campione del socialismo. Nato a Castres il 3 settembre 1859 si laurea all'École normale supérieure in filosofia, risultando il migliore studente nel 1878 e ottiene il titolo di professore “agrégé” nel 1881. Professore associato all'Università di Tolosa, diventa deputato del centro-sinistra del Tarn nel 1885. Sconfitto nel 1889, si dedica al suo dottorato su "Le origini del socialismo tedesco". Nel frattempo, è anche giornalista presso La Dépêche du midi a partire dal 1887, la sua esperienza di consigliere municipale e, successivamente, di assessore all'istruzione pubblica a Tolosa lo orienta verso il socialismo. Eletto, in seguito allo sciopero dei minatori, deputato di Carmaux (1893), aderisce al Partito Operaio Francese. Difensore di Dreyfus nel 1897 (Les Preuves), Jaurès approva l'entrata del socialista Millerrand all'interno del governo Waldeck-Rousseau. Nel 1902, partecipa alla fondazione del Partito Socialista e sostiene il Blocco delle sinistre. In seguito fonda L'Humanité (1904), "quotidiano socialista" che utilizza per accelerare la creazione della Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (SFIO, 1905), condannando allora, in nome dell'unità socialista, ogni sostegno al governo.
Pacifista impegnato, che desiderava prevenire con mezzi diplomatici quella che sarebbe diventata la prima guerra mondiale, Jaurès cercò di creare un movimento pacifista comune tra Francia e Germania, che facesse pressione sui rispettivi governi tramite lo strumento dello sciopero generale. Jean Jaurès fu assassinato in un caffè di Parigi da Raoul Villain (un giovane nazionalista francese che voleva la guerra con la Germania) il 31 luglio 1914, un giorno prima della mobilitazione che diede il via alla guerra. Dieci anni dopo il suo assassinio, i resti di Jean Jaurès furono traslati al Panthéon di Parigi.
Questo il ricordo di Trockij di Jaurès, lasciato scritto in "La mia vita": 
"Politicamente ero assai distante da lui, ma è impossibile non essere attratti dalla sua forte personalità. La mentalità di Jaurés, che era un composito di tradizioni nazionali, principi morali metafisici, amore per gli oppressi ed immaginazione poetica, mostrava il segno dell'aristocrazia tanto chiaramente quanto quella di Bebel rivelava la grande semplicità della plebe. [...] Avevo ascoltato Jaurés in assemblee pubbliche a Parigi, in congressi internazionali e all'interno di comitati, ed in ogni occasione era come se io lo ascoltassi per la prima volta. Non cadeva mai nella routine; fondamentalmente non usava ripetersi, ma trovava sempre parole nuove, mobilitando le latenti risorse del suo spirito. Alla potenza di una cascata, egli sapeva coniugare una grande gentilezza, la quale splendeva sul suo volto come un riflesso della più grande cultura spirituale. Avrebbe fatto crollare massi, avrebbe tuonato e portato terremoti, ma non mancava mai d'ascoltare. Stava sempre in guardia, sempre attento a qualsiasi obiezione, pronto a coglierla e schivarla. A volte spazzava via ogni resistenza innanzi a lui con la stessa spietatezza di un uragano, altre così generosamente e gentilmente come un tutore o un fratello maggiore. Jaurés e Bebel erano ai poli opposti, e ciò nonostante erano le torri gemelle della Seconda Internazionale. Entrambi erano intensamente nazionali, Jaurés con la sua fiera retorica latina, e Bebel col suo tocco di asciuttezza Protestante. Io li amavo entrambi, ma in modo differente. Bebel si è spento fisicamente, mentre Jaurés è stato fuori quand'era all'apice della sua forza. Tutti e due sono morti in tempo. La loro morte ha segnato la linea dove la missione storica progressiva della Seconda Internazionale s'è interrotta".

venerdì 3 aprile 2015

riscoprire Duilio Del Prete

Duilio Del Prete è stato un grande attore, oltre che un grande cantante, e viceversa.
 ecco la scena più famosa e divertente:


Duilio del Prete spiega la speculazione edilizia (Tribuna padronale)
Quando il PCI era il PCI, con un grandissimo Duilio del Prete, istruttivo e imperdibile, vedi qui

Ed è stato un grande cantante, ecco “L’isola”:


e poi leggete qui:
…dice Jacques Brel: «Lo so che in Italia mi amate molto. Ci sono dei bravi artisti da voi che mi hanno interpretato con traduzioni non solo appropriate, ma anche molto belle. Dalla Fondazione che porta il mio nome hanno dato il via libera a quelle di Duilio del Prete. Ci sono versioni che per ragioni diverse erano molto difficili da rendere in un’altra lingua, sia poeticamente sia con lo stesso contenuto. E anche ciò che ai miei tempi fece Herbert Pagani in Italia è passato quasi inosservato: ma ascoltatevi il Testamento all’Italiana che riprende Le Moribond, oppure Le plat pays, che invece di scimmiottare il mio testo che parla delle Fiandre traferisce le sue sensazioni e la sua arte descrivendo una regione d’Italia. Vorrei anche ricordare quel signore un po’ strano che in parte si è ispirato a me, Piero Ciampi. La sua Tu no ricorda tanto Ne me quitte pas, eppure è una canzone che ha una sua dignità. Bravo»…(da qui)
nel 2002 è apparso “Duilio Del Prete canta Brel”
qui Gianni Mura ed Enrico de Angelis scrivono di “Duilio Del Prete canta Brel”
qui e qui due bellissime canzoni del cd doppio
ecco qui l’elenco delle canzoni e i testi.
vogliatevi bene, regalatevi questo disco, vale molto più del prezzo che pagherete.
e buon ascolto!

domenica 18 maggio 2014

Lettera di una sconosciuta – Stefan Zweig

un monologo sotto forma di lettera, l'ultima di una donna all'uomo della sua vita, ma lui lo sa solo adesso.
apparentemente dimessa e sottomessa chi scrive rappresenta un fiume in piena, è amore, devozione, rimpianto, venerazione, accusa, cercalo, non te ne penti.

mi sono ricordato dei versi di Jacques Brel:

"...Laisse-moi devenir
L'ombre de ton ombre
L'ombre de ta main
L'ombre de ton chien..." (da qui)

nel 1948 Max Ophüls ne ha tratto un film grandissimo - franz




…molti critici hanno rilevato l’assurdità dell’ipotesi che il protagonista del libro, nonostante i molteplici contatti con la “sconosciuta” avvenuti nel corso della sua vita, non riesca mai a riconoscerla. Ma io penso che la storia la si deve leggere in chiave metaforica, in quanto, nella vita quotidiana spesso accade che le persone non si rendono conto di chi hanno accanto fin quando un giorno, viceversa, decidono di farlo e si pentono di non averlo capito prima. In questo libro si parla della passione femminile autodistruttiva che occupa gran parte delle tesi di Freud. Questo tipo di amore può rasentare una patologia, in quanto è la rinuncia al riconoscimento dell’altra persona e quindi del proprio essere...

…L’incipit è tra i più disperati: <<A te, che mai mi hai conosciuta>>.
È il racconto di una storia d’amore a senso unico, la dimostrazione che è possibile amare anche chi, per anni, non ci ha mai riconosciuti. Un amore assoluto, esclusivo, per certi versi perfino violento, ma allo stesso tempo delicato e fragile, come solo chi ama può essere…

…La cosa peggiore non è l’odio, ma l’indifferenza. Questa donna tanto innamorata si dispera davanti all’indifferenza di colui che ama. Ogni volta che lo incontra si rende conto di essere ai suoi occhi una perfetta sconosciuta. Agli occhi di lui lei non ha mai una identità, una esistenza concreta. Lui non la “vede”. Lei vorrebbe che lui la riconoscesse e dunque, riconoscendola, le conferisca una identità e una esistenza.
Ma le cose sono davvero così semplici come sembrano? O c’è anche dell’altro?
Perché a me, in tutto questo sembra di cogliere il senso di un gioco perverso.
Perchè se è vero che lo scrittore appare come un uomo piuttosto leggero, nelle sue relazioni amorose, è altrettanto vero che lei non fa nulla di tangibile per entrare in una vera relazione con lui, per confrontarsi, per farsi riconoscere. Anzi. Fa di tutto per nascondersi, per non rivelarsi.
Salvo poi lamentarsi di non essere stata… riconosciuta.
L’arrendevolezza, la remissività, lo stare ai margini di questa donna è solo di superficie. In realtà, è lei che ha sempre condotto il gioco: è stata sempre e solo lei a decidere quando incontrarlo, quanto svelarglisi, quanto rivelarglisi. Anche adesso, alla fine della vita, è lei a decidere tutto.
Non gli ha mai detto nemmeno che da lui ha avuto un figlio, e solo alla morte sua e del bambino lo scrittore lo apprende.
Da questa lettera.
Apparentemente vittima, la donna ha in realtà esercitato nei confronti dell’uomo il grande potere di negargli nei fatti alcuna possibilità di assumere qualsiasi tipo di responsabilità.
Dicendo continuamente “Non chiedo niente” ha in realtà sempre vietato all’uomo la possibilità di dare o negare qualsiasi cosa. Gli ha negato la possibilità di scegliere.
Non c’è del delirio di onnipotenza, in questa Sconosciuta?...

martedì 4 marzo 2014

la politica secondo Jacques Brel e don Milani


- Che cos'è per lei la politica?
- La politica? È amore. È così che possiamo spiegarla: un uomo di sinistra, è un uomo che ha amore per gli altri. Un uomo di destra, è un uomo che ha amore per se stesso. È più o meno così. (Jacques Brel)

“Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. (don Milani)


giovedì 22 agosto 2013

Faubourg – George Simenon

solo a me capita di sentire certe canzoni di Jacques Brel quando leggo certi romanzi di Simenon?
questo è uno di quelli, tutto sembra ben studiato, ma la rovina è lì.
come tutti i libri di Simenon anche questo non fa male, anzi... - franz



Quando scendono dal treno nella stazione di una cittadina di provincia, si conosco­no da un paio di mesi appena. Quel quarantenne un po' sciupato ma ancora di bell'aspetto, e con qualche pretesa di eleganza – un cappello a larghe tese, un bastone da passeggio con l'impugnatura d'oro –, che si fa chiamare De Ritter, Léa lo ha incontrato nella casa chiusa di Clermont-Ferrand dove lavorava; se lo ha seguito è solo perché lui le ha fatto baluginare la possibilità di una combine che frutterà loro parecchio denaro. Da subito, però, Léa sente che c'è qualcosa di poco chiaro, di inquietante perfino, nella scelta del luogo: perché mai De Ritter ha deciso di tornare proprio lì, in quel buco dov'è nato e che ha lasciato a diciott'anni, nella convinzione che avrebbe fatto grandi cose? Per di più, adesso che ci sono, di denaro non se ne vede, e lei riprende a rimorchiare gli uomini nei caffè gli stessi caffè dove lui tiene banco con il racconto delle sue mirabolanti avventure in giro per il mondo. Quello che non dice è che in quei luoghi esotici, Tahiti, Giava, Rio de Janeiro, Bombay, ha vissuto di lavoretti umilianti, di piccole truffe; e che da Panama è stato perfino costretto a fuggire per evitare di farsi un paio d'anni di galera... In questo romanzo attraversato da oscure tensioni Simenon delinea magistralmente una febbrile ricerca del tempo perduto che non può sfociare in altro che nel disgusto di sé e nel delitto.

sabato 27 ottobre 2012

Les bourgeois - Jacques Brel




I BORGHESI (Les bourgeois)
[Jacques Brel]

Il cuore ben al caldo,
gli occhi nella birra
dalla grassa Adrienne de Montalant
con l'amico Jojo
e con l'amico Pierre
andavamo a berci i nostri vent'anni.
Jojo si credeva Voltaire
e Pierre, Casanova
e io, io che ero il più fiero
io, io mi credevo me stesso.
E quando verso mezzanotte passavano i notai
che uscivano dall'Albergo dei Tre Fagiani
gli mostravamo il culo e le buone maniere
cantandogli:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie.
I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano ...[coglioni (ma non viene pronunciato)]

Il cuore ben al caldo,
gli occhi nella birra, 
dalla grassa Adrienne de Montalant
con l'amico Jojo
e con l'amico Pierre
andavamo a bruciarci i nostri vent'anni.
Voltaire danzava come un vicario
e Casanova non osava neanche
e io, io che rimanevo il più fiero
io ero sbronzo quasi quanto me.
E quando verso mezzanotte passavano i notai
che uscivano dall'Albergo dei Tre Fagiani
gli mostravamo il culo e le buone maniere
cantandogli:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie.
I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano ...[coglioni (ma non viene pronunciato)]

Il cuore a riposo, 
gli occhi bene a terra,
al bar dell'Albergo dei Tre Fagiani
con il dottor Jojo
e il dottor Pierre
tra noi notai si passa il tempo
Jojo parla di Voltaire
e Pierre di Casanova
e io, io che sono rimasto il più fiero,
io, io parlo ancora di me
ed è proprio uscendo verso mezzanotte, Signor Commissario,
che, ogni sera, dall'osteria della Montalant
dei rozzi giovinastri ci mostrano il didietro
cantantoci:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie,
- son loro che lo dicono, Signor Commissario -
I borghesi sono come i porci
più diventano vecchi e più .... Bah!

di questa canzone esiste una versione in italiano, cantata da Duilio Del Prete, in un cd doppio, intitolato "Duilio Del Prete canta Brel", per chi non lo conosce è un cd imperdibile - franz