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giovedì 6 gennaio 2022

La storia esemplare di Zingara e di Alessandro - Pierluigi Sullo

 

Vorrei raccontare la storia di Zingara. Lei si chiama proprio così: non è uno pseudonimo “etnico” né un nome di fantasia, come dicono i giornali quando parlano di una vicenda personale controversa (mi viene in mente che quando raccontai, anni fa, in un libro, del ragazzo marocchino arrestato e ammanettato ai Murazzi di Torino e che poi finì nel Po e naturalmente annegò, i giornali scrissero che si chiamava “Al Arabi”, cioè l’Arabo, anche se il suo nome era Khalid).

Zingara è una giovane donna Rom, una famiglia della ex Jugoslavia rifugiata in Italia dai tempi della guerra in Bosnia. Una delle tante. Senonché il padre finì in carcere e la madre, che aveva altri otto figli, non sapendo come sopravvivere, affidò la bambina a una casa-famiglia, dove lei crebbe abbastanza bene. Finché il padre uscì di galera e la rivolle indietro. In un campo, nella roulotte. Dove qualche fratello o amico suo la usò come parafulmine per i loro furti sistematici di motorini: Zingara era minorenne, perciò non finiva in carcere, e la sua fedina penale si arricchì.

Ma la ragazza e poi donna non stava bene, nella roulotte, a prescindere dai motorini, era abituata a stare in una casa, cercava una vita migliore. Infine si innamorò, ricambiata, di un non Rom, un romano, che di mestiere faceva la guardia giurata, aveva una casa di sua proprietà e insomma era, ed è, quel che si dice una persona normale. Finalmente una donna Rom occupa nella società una casella che non allarma nessuno.

Senonché l’amore ha le sue conseguenze, Zingara resta incinta, e qui cominciano, o ricominciano, i guai.

Sarà per il nome che sfacciatamente porta, sarà per la fedina penale, o la casa famiglia e poi la roulotte, ma la donna è sotto il microscopio dei servizi sociali del Comune di Roma. O forse si tratta, più o meno consciamente, dell’ostilità verso un bambino un po’ Rom e un po’ no. E insomma una assistente sociale segnala all’ospedale dove Zingara va a partorire che non si deve assolutamente permettere che la donna, e il suo compagno, che nel frattempo ha riconosciuto il figlio, porti via con sé il bambino. Il motivo è che lei, Zingara, è border line e “pericolosa per sé e gli altri”.

Così, la donna e il padre del bambino, nel frattempo chiamato Alessandro, per due mesi vanno, ogni giorno, all’ospedale, dove lei allatta e tutti e due si prendono cura del figlio, lo cambiano, gli fanno il bagnetto eccetera. E si comportano, secondo l’ospedale, in modo amorevole e sollecito. Al termine dei due mesi, Alessandro viene “dato in pre-adozione”, cioè rubato ai suoi genitori, e affidato a una coppia regolarmente italiana che, guarda caso, era pronta ad accoglierlo. Segue indagine di polizia che, perquisita la casa dei due genitori naturali e trovata la pistola da guardia giurata, del tutto regolare, sequestra l’arma, dato che Zingara è “pericolosa”, e quindi lui perde il lavoro. Seguono due tappe giudiziarie, dove l’assistente sociale spiega che Zingara l’ha minacciata. E come? chiede il giudice. Mi ha detto che mi fa una fattura e dopo tre giorni muoio. Il perito, una donna, del tribunale certifica invece la sanità mentale di Zingara, il fatto che non è affatto pericolosa ed è ansiosa di fare la madre. Ma i giudici, niente. In base alla legge italiana, che stabilisce come in questi casi prevalga il “benessere” dei bambini, confermano, sia in primo e che nel secondo grado, che Alessandro è adottabile, cioè non deve stare con una madre zingara e con una coppia non tanto regolare.

Si dirà che è una storia piccola, individuale, può capitare. Ma non è così. Qualche anno fa, l’associazione 21 luglio, che si occupa di Rom, presentò una ricerca intitolata “mia madre era Rom”, da cui si ricavava che nel Lazio un minore Rom ha 60 probabilità in più di essere segnalato come “adottabile” rispetto a un suo coetaneo non Rom, ciò che si traduce in un 40 per cento di probabilità in più di essere dichiarato adottabile. In definitiva, per un minore Rom su 33 (il 3,1 per cento della popolazione minorenne Rom nel Lazio) è stata emessa una sentenza in via definitiva che ha dichiarato il bambino adottabile. Di contro, i minori non rom dichiarati adottabili nello stesso arco di tempo nel Lazio sono stati lo 0,08 per cento della popolazione minorenne non rom, ovvero uno su 1250. E poi dice che sono gli zingari a rubare i bambini.

È talmente sistematica, questa pratica, da far pensare a quel che facevano gli australiani con i figli degli aborigeni o i canadesi con i figli dei nativi americani o “prime nazioni”, cioè il tentativo di cancellare, assorbire, le culture non europee e non cristiane con l’assimilazione forzata delle nuove generazioni. Pratiche tanto diffuse e feroci da spingere i governi australiano e canadese a chiedere scusa, mentre si scavano, in Canada, le fosse comuni dove, ai margini delle scuole (molto spesso cristiane), finivano i bambini più riottosi.

Un paragone esagerato? Forse. In fondo in Italia non esiste alcuna norma o legge che consenta di rapire i bambini, come non esiste alcun regime codificato di apartheid nei confronti, in generale, di Rom e Sinti. Ma il fatto che nulla sia scolpito in leggi, non impedisce che la discriminazione sia sistematica, come nel caso di quel padre di famiglia che, buttato fuori dalla baracca perché l’allora sindaca di Roma Raggi, alla ricerca spasmodica di voti, aveva fatto sgombrare il campo senza di fatto offrire alcuna alternativa, viveva in macchina con tutta la famiglia, finché i vigili urbani gli contestarono che l’assicurazione era scaduta e minacciarono di sequestrare l’auto, e volonterosi dovettero fare una colletta per pagare l’assicurazione.

Altro caso isolato? Ma la sindaca Raggi ha sgomberato in questo modo cinico molti campi rom, compresi quelli regolari, e centinaia di famiglie sono andate a vivere sotto i ponti, ai margini del Tevere, in una piccola stazione ferroviaria dove almeno c’erano dei rubinetti per lavarsi, eccetera. Per non parlare della sordità o ostilità dell’“ufficio rom” quando si trattava di dare alle famiglie Rom gli aiuti d’emergenza per la pandemia o il reddito di cittadinanza. O dei pregiudizi dei servizi sociali, appunto.

Se Avvenire, quotidiano cattolico, pubblica un appello che denuncia un reale “apartheid” contro Rom e Sinti, appello firmato da personalità di molte provenienze, cattolici ed ebrei, intellettuali e docenti, e gente di sinistra (https://volerelaluna.it/territori/2021/12/13/liberiamo-roma-dallapartheid/), è perché il fenomeno, accuratamente tenuto invisibile ai nostri occhi dai media, c’è ed è grave. Infatti Zingara e gli avvocati che la aiutano a recuperare il suo bambino meditano ora di rivolgersi alla Corte di giustizia europea. Forse lì il pregiudizio è meno ferreo, chissà.

da qui

giovedì 7 maggio 2020

L’acqua minerale, l’ambiente, la CGIL - Pierluigi Sullo




Gabriele Polo è un mio vecchio compagno del manifesto, lo stimo molto e in una parola lo considero un amico. Così che quando mi disse, tempo fa, che era stato incaricato di riorganizzare la comunicazione della Cgil, mi sono congratulato: il sindacato ha bisogno di parlare di più e meglio a tutti quanti, secondo me. E il Primo Maggio sono andato a vedere il nuovo sito internet approntato appunto da Gabriele e che andava on line quel giorno. Vario, vivace e interessante, si chiama collettiva.it e, nel presentarlo, Gabriele scrive che lo scopo è «curare il lavoro per curare il nostro territorio».
Siccome sono curioso ho fatto un largo giro nel sito, ho visto la sezione “ambiente” (https://www.collettiva.it/copertine/ambiente/) e sono corso a vedere. C’era un unico articolo, quel giorno, anzi un comunicato. I sindacati degli alimentaristi della Basilicata, tutti e tre, protestano contro una nuova norma regionale che, raddoppiando le royalties regionali, «rischia di mettere in ginocchio il settore delle acque minerali». Questa norma regionale, si spiega, «interviene sul prezzo del canone delle concessioni, incrementando le royalties». I tre sindacati aggiungono che «mentre il Governo nazionale decide di rimandare una tassa sbagliata come la plastic tax […] la Regione Basilicata decide di approvare nella distrazione generale una norma poco ponderata e non suffragata da un’analisi comparata della profittabilità del settore, che rischia di determinare ricadute negative anche sui posti di lavoro». L’occupazione prodotta dalle acque minerali è, dicono i sindacati lucani, di 400 posti circa. La conclusione è: «Non è corretto applicare alle acque minerali la stessa logica utilizzata per l’estrazione degli idrocarburi».
Leggendo, mi venivano in mente una sacco di obiezioni, e di dubbi. Per esempio: di quale cifra stiamo parlando, tanto gravosa da mettere in difficoltà la «profittabilità del settore»? E la tassa sulla plastica perché è «sbagliata»? E la causa di quella «distrazione generale» sarebbe la pandemia, presumo, che la Regione Basilicata usa come schermo per una operazione come questa, alla maniera dei decreti balneari dei tempi della Democrazia cristiana. Si allude infine alle royalties del petrolio, troppo basse per i danni ambientali che i pozzi hanno prodotto sull’ambiente, con imbrogli colossali da parte delle compagnie petrolifere (e poi, comunque, in generale mettere a paragone petrolio e acqua è tutt’altro che dissennato, date le analisi globali sul fatto che l’acqua potabile, grazie alla siccità e agli sprechi, è sempre più rara e preziosa, mentre il prezzo del petrolio precipita).
In ogni modo mi metto a trafficare su internet, in base a un vecchio ricordo di circa 15 anni fa, quando l’acquisizione delle fonti del Vulture, a Rionero, da parte di Coca Cola, provocò proteste a causa del prezzo bassissimo che la multinazionale avrebbe pagato in base alla normativa sui diritti minerari. Ma anche la privatizzazione suscitò critiche: infatti un referendum sull’acqua pubblica lo abbiamo perfino vinto, qualche anno dopo.
Cercando, trovo la presentazione di un progetto di legge, alla Regione Basilicata, da parte di alcuni consiglieri delle varie sinistre, incluso il Pd. Era il 2011, e in base ai dati di otto anni prima, le aziende del settore avevano messo in vendita un miliardo di litri per un incasso di 283 milioni. Le concessioni sono costate per anni poco più di 300 mila euro, mentre alla Regione toccavano analisi e adempimenti e controlli vari, sulle fonti, per cui si spendevano più di 300 mila euro. Sono canoni antichi, si dirà, e infatti le ultime proposte regionali parlano di 1,5 euro ogni 1000 litri nella plastica, e 1 euro per l’acqua in vetro. Nel dicembre del 2019 il Sole 24 ore intitolava sul “record”: oltre un miliardo di litri imbottigliati nel bacino lucano, che rappresenta più del 30 per cento delle riserve di acqua potabile del paese. Le imprese quindi pagherebbero un milione e mezzo, di meno se in vetro. Fate il confronto con il fatturato.
A fine 2019 gli industriali erano per altro in guerra contro la cosiddetta «plastic tax», quella «sbagliata» per i sindacati, che avrebbe penalizzato il settore, con ricadute sull’occupazione ecc. E infatti il Governo (uno a caso) ha in pratica congelato quella misura, che sarebbe servita, nelle intenzioni, ad abbassare la quantità di plastica in giro ovunque, compreso il mare, lo stomaco dei pesci e di conseguenza il nostro organismo, come ormai tutti sanno. Ma no  ‒ dicono gli industriali ‒ le nostre bottiglie di plastica (un cui esercito bene allineato opportunamente illustra, sul sito della Cgil, il comunicato dei sindacati lucani) sono «riciclabili al 100 per cento», e hanno una percentuale di materiale effettivamente biodegradabile. E certo, per riciclarle basta raccoglierle una a una, le bottiglie di plastica, e mandarle negli appositi impianti di riciclaggio, solo che la prima cosa non si fa che in minima parte e i secondi quasi non esistono.
Per non farla lunga: che senso che la Cgil si faccia portavoce, anzi parte attiva in una protesta che definirei reazionaria? L’aggettivo non è scelto a caso. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, in epoca di “spillover” dei virus, che invadere, spremere, anzi “emungere” tutto il possibile dalla natura, in questo caso l’acqua, e invadere l’ambiente con la plastica, e deprimere gli acquedotti pubblici (l’Italia detiene il record mondiale di consumo di acqua minerale e si sta avviando al record di perdite dagli acquedotti, privatizzati e con scarsa manutenzione) non è il modo migliore di dare il via a un cambiamento. La “normalità” cui non vogliamo tornare è questa. E sarebbe utile che Maurizio Landini, il quale in tv parla a favore di «un nuovo modello di sviluppo», chiarisse nei dettagli di che parla, e se la «sicurezza» che giustamente pretende per i lavoratori riguardi anche l’aria che respirano, quel che mangiano e così via.
Ho trovato, nel sito della “vecchia” Rassegna sindacale, sempre della Cgil, non solo una vibrante protesta contro Coca Cola e il suo atteggiamento nei confronti dei lavoratori durante la pandemia (forse non erano i lavoratori lucani), un bell’articolo di due membri del Dipartimento ambiente e lavoro della Flai Cgil nazionale (lo stesso sindacato che in Basilicata protesta), Tina Balì e Andrea Coinu, i quali, in occasione della giornata mondiale per la Terra, scrivono della «differenza tra un passato fallimentare che mitizza il profitto e un’ipotesi di benessere diffuso, dove sia favorita la nascita di nuova occupazione nella cura dei prodotti, del territorio, delle persone e del rispetto». E la segretaria della Fiom, Francesca Re David, intervistata da un altro vecchio compagno del manifesto e mio amico intimo, Loris Campetti, dice: «Abbiamo maltrattato la Terra, ferito gravemente l’ambiente. Non serve uno scienziato per capire che questo virus, la sua velocità e la sua pervasività hanno molto a che fare con le ferite inferte all’ambiente: il massimo dei danni il Covid-19 l’ha provocato dove sono maggiori produzione e consumi, in Italia come ovunque».
Non è che i sindacalisti siano ciechi e sordi, il messaggio del virus, nonché della crisi climatica, dei danni dello smog ecc., è chiarissimo. Il problema è come far cambiare rotta al Titanic. Ma, se prendiamo il caso della Basilicata come un paradigma, diciamo così, forse qualche risposta si trova. Ossia, capisco che cambiare radicalmente la situazione di Taranto, 10 mila operai, sia assai complicato, anche se io sto dalla parte dei polmoni dei cittadini di Taranto (e ovviamente anche di quelli degli operai), ma in questo caso parliamo di 400 posti di lavoro.
Bene, e se si cambiasse la normativa sui diritti minerari, roba che risale a un secolo fa o più? E se si nazionalizzassero, o regionalizzassero (non so se è possibile), tutte le fonti di acqua potabile? Se invece di bottiglie di plastica (non si riesce nemmeno a immaginare, una montagna di un miliardo di quelle bottiglie), sostituendole con bottiglie di vetro che a restituirle, come facevo io da bambino quando la mamma mi mandava a ridare indietro le bottiglie del latte vuote, si ha un piccolo premio? E se i profitti di aziende rese pubbliche cadessero a, poniamo, 200 milioni? Non sarebbero a quel punto disponibili, quei soldi, per rimettere a posto colline e boschi della Basilicata e aggiustare gli acquedotti, far sì che l’agricoltura locale non sprechi troppa acqua e promuovendo quindi la piccola agricoltura individuale e cooperativa ecc., avendo mantenuto intatta l’occupazione e anzi assumendo persone per il rimboschimento, il cablaggio dei piccoli paesi, l’edilizia del restauro…? E non si potrebbe realizzare, anno dopo anno, quel che a Matera, molto amata come capitale europea della cultura, manca da sempre, ossia una ferrovia (che potrebbe essere elettrica, non inquinante), per fare un solo esempio?
Se la Cgil facesse uno sforzo di immaginazione, si troverebbe accanto migliaia di associazioni di ogni tipo e di amministrazioni locali e costringerebbe la politica, di sicuro in Basilicata, a fare la cosa giusta. Forse, per farlo, occorrerebbe una nuova contabilità: il “lordo” di un salario o stipendio non è solo quel che si versa in tasse e contributi, ma anche i danni ai diritti ambientali e sociali della collettività che la produzione causa, cioè quel che nel calcolo capitalista sono le “esternalità negative”, che non vengono nemmeno conteggiate.


mercoledì 22 aprile 2020

Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema - Ángel Luis Lara



NOTA DEL TRADUTTORE

Quello che segue è l’articolo più intelligente, o uno dei migliori, che abbia letto sul Covid-19. Perciò ho fatto la fatica di tradurlo dallo spagnolo.
L’autore è Ángel Luis Lara, sceneggiatore e studioso di cinema il quale, evidentemente forzato a casa, si è messo a studiare la situazione. Ho conosciuto Ángel nel 2009 a San Cristóbal, in Chiapas, a un incontro promosso dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) e chiamato “La digna rabia”, a cui lui, io e molti altri intellettuali e militanti erano stati invitati dagli zapatisti e dove ciascuno ha tenuto una sua “ponencia”, intervento, di fronte a migliaio di indigeni, messicani e gente venuta da ovunque e sedendo a fianco dei comandanti dell’Ezln e al subcomandante Marcos (oggi Galeano).
Per Ángel fu facile, parlare in spagnolo, lui è di Madrid, per me fu piuttosto terrorizzante. E comunque Ángel mi colpì per la sua intelligenza, arguzia, agilità nel saltare da una corrente culturale a un’altra: ero piuttosto invidioso.
Ora ho trovato questo articolo nello spazio che El Diario, quotidiano on line indipendente in Spagna, offre a Amador Fernandez-Savater, altro piuttosto giovane osservatore della società ai tempi del neoliberismo decadente, per lo meno dai tempi degli Indignados, e che cerco sempre di leggere per non sentirmi troppo stupido o tradizionalista.
L’articolo di Ángel Luis Lara è molto lungo, cioè inadatto a Facebook, dove hanno molto più successo invettive, epigrammi, slogan e foto di famiglia. Ma siccome da ragazzo leggevo molto Gramsci, mi è rimasta la convinzione che, come diceva all’ingrosso lui, lo studio è una faticosa assuefazione. Tanto più se si tratta di un fenomeno come la fine del mondo, o giù di lì, causata da un virus sconosciuto (uno dei tanti, in verità, solo che questo è peggiore). Perciò a volerci capire qualcosa e a immaginare cosa fare per venirne fuori, oltre a prendersela con i governanti per le loro stupidaggini o crimini, bisogna approfondire.
Traducendolo ho capito molte più cose, e questo è già un bel guadagno. Ecco l’articolo.
Pierluigi Sullo


Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema
1.
Nell’ottobre del 2016 i suini neonati degli allevamenti della provincia di Guangdong, nel sud della China, cominciarono ad ammalarsi per il virus della diarrea epidemica suina (PEDV), un coronavirus che colpisce le cellule che ricoprono l’intestino tenue dei maiali. Quattro mesi dopo, tuttavia, i piccoli suini smisero di risultare positivi al PEDV, anche se continuavano ad ammalarsi e a morire.
Come confermarono gli esami, si trattava di un tipo di malattia mai visto prima e che fu battezzata come Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), provocata da un nuovo coronavirus che uccise 24 mila suini neonati fino al maggio del 2017, precisamente nella stessa regione in cui tredici anni prima si era scatenata l’epidemia di polmonite atipica conosciuta come SARS.
Nel gennaio del 2017, nel pieno dello sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione di Guangdong, vari ricercatori in virologia degli Stati uniti pubblicarono uno studio sulla rivista scientifica “Virus Evolution” in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Le conclusioni della ricerca sviluppata in Cina furono coincidenti con lo studio nordamericano: l’origine del contagio fu localizzata, con precisione, nella popolazione di pipistrelli della regione.
Ma come fu possibile che una epidemia tra i maiali fosse scatenata dai pipistrelli? Cos’hanno a che fare i maiali con questi piccoli animali con le ali?
La risposta arrivò un anno dopo, quando un gruppo di ricercatori cinesi pubblicò un rapporto sulla rivista “Nature” in cui, oltre a segnalare al loro paese il focolaio rilevante di apparizione di nuovi virus ed enfatizzare l’alta possibilità di una loro trasmissione agli esseri umani, facevano notare come la crescita dei macro-allevamenti di bestiame avesse alterato le nicchie vitali dei pipistrelli.
Inoltre, lo studio rese chiaro che l’allevamento industriale ha incrementato le possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di trasmissione di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono drammaticamente aggrediti dalla deforestazione.
Tra gli autori di questo studio compare Zhengli Shi, ricercatrice principale dell’Istituto di virologia di Wuhan, la città da cui proviene l’attuale Covid-19, il cui ceppo è identico per il 96 per cento al tipo di coronavirus trovato nei pipistrelli per mezzo dell’analisi genetica.
2.
Nel 2004, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) e l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), segnalarono l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani.
Due anni prima, l’organizzazione per il benessere degli animali Compassion in World Farming aveva pubblicato sull’argomento un interessante rapporto. Per redigerlo, l’associazione britannica aveva utilizzato dati della Banca mondiale e dell’Onu sull’industria dell’allevamento che erano stati incrociati con rapporti sulle malattie trasmesse attraverso il ciclo mondiale della produzione alimentare.
Lo studio concluse che la cosiddetta “rivoluzione dell’allevamento”, ossia l’imposizione del modello industriale dell’allevamento intensivo legato ai macro-allevamenti, stava provocando un incremento globale di infezioni resistenti agli antibiotici, rovinando i piccoli allevatori locali e promuovendo la crescita delle malattie trasmesse attraverso alimenti di origine animale.
Nel 2005, esperti della Oms, della Oie e del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati uniti e il Consiglio nazionale del maiale di questo paese elaborarono uno studio nel quale si tracciava la storia della produzione negli allevamenti dal tradizionale modello delle piccole fattorie familiari fino all’imposizione delle macro-fattorie industriali.
Tra le sue conclusioni, il rapporto segnalava, come uno dei maggiori impatti del nuovo modello di produzione agricola, la sua incidenza nell’amplificazione e mutazione di patogeni, così come il rischio crescente di disseminazione di malattie.
Inoltre, lo studio notava come la sparizione dei modi tradizionali di allevamento a favore dei sistemi intensivi si stava producendo nella percentuale del 4 per cento l’anno, soprattutto in Asia, Africa e Sudamerica.
Nonostante i dati e gli allarmi, non si è fatto nulla per frenare la crescita dell’allevamento industriale intensivo.
Oggi, Cina e Australia concentrano il maggior numero di macro-fattorie del mondo. Nel gigante asiatico la popolazione degli animali allevati si è praticamente triplicata tra il 1980 e il 2010.
La Cina è il produttore di animali allevati più importante del mondo, e concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), macro sfruttamento di allevamenti in cui si affollano migliaia di animali in spazi chiusi.
Nel 1980 solo il 2,5 per cento degli allevamenti cinesi era costituito da questo tipo di fattoria, nel 2010 raggiungeva il 56 per cento.
Come ci ricorda Silvia Ribeiro, ricercatrice del Gruppo di azione su erosione, tecnologia e concentrazione (ETC), una organizzazione internazionale che si concentra nella difesa della diversità culturale e ecologica e dei diritti umani, la Cina è la fabbrica del mondo.
La crisi scatenata dall’attuale pandemia provocata dal Covid-19 rivela il suo ruolo nell’economia globale, particolarmente nella produzione industriale di alimenti e nello sviluppo dell’allevamento intensivo.
Solo la Mudanjiang Ciy Mega Farm, una fattoria gigante situata nel nord-est della Cina, che contiene centomila vacche la cui carne e il cui latte sono destinati al mercato russo, è cinquanta volte più grande della più grande fattoria bovina dell’Unione europea.
3.
Le epidemie sono un prodotto dell’urbanizzazione. Quando circa cinquemila anni fa gli esseri umani cominciarono a raggrupparsi in città con una certa densità di popolazione, le infezioni poterono colpire simultaneamente grandi quantità di persone e i loro effetti mortali si moltiplicarono.
Il pericolo di pandemie come quella attuale si generalizzò quando il processo di urbanizzazione è diventato globale.
Se applichiamo questo ragionamento all’evoluzione della produzione di carne le conclusioni sono realmente inquietanti. In un periodo di cinquanta anni l’allevamento industriale ha “urbanizzato” una popolazione animale che prima si distribuiva in piccole e medie fattorie familiari. Le condizioni di affollamento di questa popolazione in macro-fattorie convertono ciascun animale in una sorta di potenziale laboratorio di mutazioni virali suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie.
Questa situazione è tuttavia più inquietante se consideriamo che la popolazione globale di animali allevati è quasi tre volte maggiore di quella di esseri umani.
Negli ultimi decenni, alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando la barriera delle specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento.
Michael Greger, ricercatore statunitense sulla salute pubblica e autore del libro “Flu: A virus of our own hatching” (influenza aviaria: un virus che abbiamo incubato noi stessi), spiega che prima della domesticazione degli uccelli, circa 2500 anni fa, l’influenza umana di certo non esisteva.
Allo stesso modo, prima della domesticazione degli animali da allevamento non si hanno tracce dell’esistenza del morbillo, del vaiolo e di altri morbi che hanno colpito l’umanità da quando sono apparsi in fattorie e stalle intorno all’anno ottomila prima della nostra era.
Una volta che i morbi saltano la barriera tra specie possono diffondersi nella specie umana provocando conseguenze tragiche, come la pandemia scatenata da un virus dell’influenza aviaria nel 1918 e che in un solo anno uccise tra 20 e 40 milioni di persone.
Come spiega il dottor Greger, le condizioni di insalubrità nelle trincee della prima guerra mondiale sono solo una delle variabili che causarono una rapida propagazione del contagio del 1918, e sono a loro volta replicate oggi in molti dei mega-allevamenti che si sono moltiplicati negli ultimi venti anni con lo sviluppo dell’allevamento industriale intensivo.
Miliardi di polli, per esempio, sono allevati in questa macro-imprese che funzionano come spazio di contenimento suscettibile di generare una tempesta perfetta di carattere virale.
Da quando l’allevamento industriale si è imposto nel mondo, la medicina sta rilevando morbi sconosciuti e un ritmo insolito: negli ultimi trent’anni si sono identificati più di trenta patogeni umani, la maggior parte dei quasi virus zoonotici come l’attuale Covid-19…