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venerdì 25 settembre 2020

leggendo Angelo Maria Ripellino

 “VI ASPETTO, LETTORI, CON UNA TORCIA ACCESA ALLE PORTE DEL LUKOMÒRIE, REMOTO PAESE RAVVOLTO IN BAMBAGIA DI NEBBIA…”. I LIBRI MERAVIGLIOSI (E INTROVABILI) DI ANGELO MARIA RIPELLINO

 

Alto, bello, baffuto, magro, elegante, pronto all’arabesco retorico e all’altolà del verbo, Angelo Maria Ripellino è riassunto, per lo più, in un libro, Praga magica, ipnotico, per altro, ma parziale. Ripellino – inutile ricamo – è nato il giorno in cui muore mio padre nell’anno in cui nasce il padre di mio padre, nel paese natale della mamma di mio padre. Palermo, 4 dicembre 1923. L’incrocio delle casualità dovrebbe dare abito a un destino. Io continuo a credere che un palermitano nell’allora Cecoslovacchia è lì a fomentare rivoluzioni o per celebrare la propria marcia nel sogno. Ripellino pensava al fulgore della poesia, i sovietici irruppero con le armate, “Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un bàratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò”. Ripellino non tornò più a Praga, la poesia prosegue, tra sbadigli, a essere perseguita e perseguitata.

*

Ribadisco ciò che si sa. Angelo Maria Ripellino è un genio. Allievo di Ettore Lo Gatto, ha tradotto Andrej Belyj (Pietroburgo, romanzo che Vladimir Nabokov mette, nel mazzo dei prediletti, tra Ulisse, ‘Recherche’ e TuttoKafka) e Aleksandr Blok, Vladimír Holan e Velimir Chlebnikov. Gli piacevano i poeti che forgiano neologismi, che scartavetrano la grammatica, che fanno del vocabolario una giungla – che cercano la tigre, ecco. La sua sintonia con Majakovskij fu pressoché totale – eppure Einaudi gioca a ripubblicare e a dimenticare quello studio necessario, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia –; ha tradotto con maestria Boris Pasternak, di cui adorava l’indole selvatica più che la rassegnazione al romanzo. Incontrò il poeta nel 1957, dandone nota in un articolo eccellente, riprodotto ora in Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), edito da Aragno, a cura di Umberto Brunetti e Antonio Pane.

“Le parole di Pasternàk avevano una gravità battesimale. Mi suona ancora negli orecchi la sua cantilena discontinua, arrochita… Ci invitò a pranzo. A capotavola, come un nero idolo, troneggiava la moglie. Un lunghissimo pranzo all’antica: galline, funghi e verdura della sua villa. E cognac e brindisi. Intanto Borís Leonidovič parlava della gioia che si prova nell’ospitare gli amici venuti da terre lontane. Paragonò la figura del poeta ad un albero che stormisca nel vento. Esortò Evtušenko a non stemperare il suo ingegno negli intrugli dei versi servili. Ci narrò di Marina Cvetàeva; tracciò un parallelo fra Bunin e Čechov, dando la palma a quest’ultimo. Mi sorprese il suo amore per le ariette banali di Severjànin, che era stato per me sino allora il campione d’un bolso decadentismo… Quando prendemmo congedo, mi regalò due quaderni con liriche allora inedite; verdi quaderni, su cui rameggiava la sua scrittura antiquata, tutta svolazzi ed occhielli. Benché a poche verste da Mosca, Peredélkino era in realtà più remota di un villaggio in Siberia. In quella dacia Pasternak coltivava, come una fragile pianta, la sua solitudine, contrapponendo all’effimero brulichío degli «slogans» la ferma meditazione dei problemi eterni. Eppure questa solitudine era fertile, esemplare, ed agiva sui giovani stanchi delle false fanfare”.

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Morto nel 1978, nonostante gli sforzi di amici e studiosi – nel 2007, ormai un secolo fa, Einaudi ha riprodotto le sue poesie – mi pare che Ripellino sia inacidito nell’oblio. Forse Ripellino è come una formula magica, che rimbalza a contrario, eco incongrua, contro le pareti di una stanza vuota, con vigna di lampadari. Ad esempio, l’antologia sulla Poesia russa del 900, dedicata da Ripellino “a mio padre”, chiusa con quelle parole d’emblema (“Questi lirici ci offrono la testimonianza d’una poesia non rinchiusa fra schemi dottrinari, non impacciata da intenti di propaganda, non ingolfata in cadenze di superficiale esaltazione, una poesia nitida, luminosa, piena di ottimismo e di aperta fiducia nella vita e nei destini del mondo”), va ristampata immediatamente, la apri e ti salva il giorno, inchiodato ai versi di Anna Achmatova, di Osip Mandel’stam, di Marina Cvetaeva… Come una P sul torsolo della soglia di casa, al raduno degli irredenti.

“Non ho ancora trovato il tema di questo racconto. Eppure non posso non scrivere. Scrivere, prendere appunti è un’ossessione che ti corrode la vita. Me ne sto qui sull’erba bruciata di Forte Antenne, a schizzare pigri disegni. Estrella mi guarda ridendo. Riempirò molti fogli di graffiti e di sgorbi e di ghirigori. E alla fine in un lampo mi si chiarirà l’argomento”. Così attacca Storie del bosco boemo, al crocevia di un’ossessione, l’ultimo dei “Quattro capricci” del libro omonimo, stampato con sfarzo da Einaudi nel 1975 (“Numeri baracconeschi, riquadri sghimbesci da stampe folcloriche, tavolozze sgargianti da Ballets Russes, sfondi da libri infantili illustrati a frastagli che si alzano aprendoli, una certa bamboleria surrealistica, buffonaggini da vecchia novella italiana… tutto questo confluisce in un ardente giuoco verbale, che tuttavia non si esercita a vuoto, ma è sempre sotteso di tenerezza e rimpianti e calore umano”). Il libro mi è stato inviato – insperabilmente – dalla Sicilia; in copertina una illustrazione di František Tichý (1896-1961), artista di Praga, Il ventriloquo, forse indica il perimetro di una poetica. Ci si adatta alla voce dando voce – chi dice è sempre l’altro. Ma che libro bellissimo, innaturale, fresco perché anomalo, questo, di chi crede, ancora, che il vocabolario non sia un giogo ma un gioco, una mappa stellare, il primo passo di un viaggio nell’ignoto e nell’incongruo.

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Il libro, Storie del bosco boemo, non si trova più nell’edizione Einaudi, è stato ripreso nel 2005 da Mesogea. Nel mondo isterico, dal linguaggio sterilizzato, chi può amare l’istrione, chi ha voglia di giocare il verbo, di pitturarsi la faccia di bianco? “Non c’è verso di farsi capire”, dice a un certo punto il regista di un baraccone, la scena si chiama Parapiglia, lui s’avventa nel “Museo dei Prodigi”, sterza dal “rancore di fiabe assopite” e “sebbene maldestro come un Wunderrabbi chassidico, un giorno tenterò di costruirvi un teatrino di burattini”. Forse c’è l’estro dei pupi, l’audacia del No nipponico, l’estensione del futurismo russo (la meccanica di Ripellino è riassunta in “Manichini a Pietroburgo”, capitolo miliare del suo Majakovskij, chevvelodicoafare: “il tessuto verbale è con rattrappito da continue contrazioni, si raggrinza, si gonfia, si deforma con ritmo spasmodico”) nel gergo di Ripellino. Un giorno mi dico, con brillio, Ripellino va letto ascoltando Paolo Conte – in assenza di un Esenin nell’armadio.

*

Ci sono sonnambuli e teatranti, clown ignari di esserlo e angeli di Klee, l’idea che il tempo sia una sciocchezza e che si possa vivere nel sottoscala del secolo defunto, che i morti non muoiono mai, che la lingua è acqua e tutti andiamo a Manichinia. “Vi aspetto, lettori, con una torcia accesa alle porte del Lukomòrie, remoto paese ravvolto in bambagia di nebbia, invetriato nel velo verde bottiglia di una fittissima nebbia che mai si dirada”, attacca Ripellino, gran maggiordomo della letteratura, aeropagita del parlar materno, in Il gallo d’oro. “Se non vi conducessi per mano, potreste perdervi in questo paese grande dieci giornate, in questo intrico di madidi muri illusori…”. Che desiderio di perdersi, appunto, tra nebbie e illegali illusioni; abbiamo prediletto le virtù dell’ordine, l’ordinario, la comprensione. Bye, bye. (d.b.)

http://www.pangea.news/ripellino-libro-ritratto/

venerdì 1 aprile 2016

Genitori e figli - Emil Hakl

il babbo di Jan lavora dove c'era Gaston (qui), i due non si vedono spesso, in questo libro parlano, fra passeggiate e birre, nella magica Praga (come la racconta da dio Angelo Maria Ripellino).
il padre e Jan non hanno mai parlato molto, ma se leggi capisci che si vogliono bene davvero, nei modi ruvidi virili.
e siamo fortunati che si fanno ascoltare da noi.
a me è piaciuto molto - franz





Praga è una poesia. Camminando per le strade della città un padre e un figlio rivelano fatti struggenti sconosciuti l'uno all'altro in un fitto e vivace dialogo.
Il padre è un settantenne, ex scienziato-biologo, un intellettuale classico nel senso migliore del termine. Il figlio è un quarantenne. vive con Marta. Completati i suoi studi di linguistica e filosofia, è a casa in cassa integrazione. Il padre è cresciuto durante la seconda guerra mondiale in Croazia, dove i nazisti lo avevano quasi ucciso; il figlio aveva dieci anni quando i carri armati sovietici schiacciarono la Primavera di Praga del 1968: hanno entrambi vissuto qualcosa di simile all’inferno.
Una volta al mese si incontrano per passeggiare e parlare. Il romanzo racconta una di queste passeggiate quando le loro chiacchierate diventano lo spunto per ricordare il passato, per riflettere sullo Stato e il destino del mondo, e per commentare storie di strada.
Un susseguirsi di storie a volte divertenti, a volte intime e profonde.
Il tutto passeggiando tra i parchi o stando seduti in un pub davanti a un boccale di birra, raccontando barzellette e aneddoti.
Capricciosamente spensierato, terribilmente divertente, questo romanzo è una piccola gemma più o meno come Aspettando Godot. Emil Hakl, invece di descrivere i personaggi convenzionalmente, lo fa attraverso il dialogo, e si arriva a conoscerli dalle cose che dicono e che fanno, piuttosto che dagli occhi soggettivi del narratore.

…L'autore non descrive i personaggi, essi sembrano presentarsi da sé grazie allo scambio di battute che spiccano in un genuino discorso diretto; il lettore carpisce sentimenti, comprende caratteri e intuisce pensieri attraverso l'immediatezza delle parole pronunciate dai protagonisti. 
I dialoghi sono al limite tra conflitto e unione di un padre e di un figlio che, forse, assaporano la passeggiata come un banale rapporto familiare ma, con la consapevolezza, che potrebbe essere l'ultima occasione per viverlo…

…Narrato in prima persona dal punto di vista di Jan, Genitori e figli è costruito come un patchwork in cui aneddoti, storielle, ricordi e idee si annodano e si intrecciano in un dialogo quasi ininterrotto che mescola gli argomenti più futili con le più delicate questioni dell’esistenza. Questa costruzione narrativa (insieme alle battute che ricalcano in maniera mimetica il parlato reale), richiama altre passeggiate letterarie ceche e inevitabilmente lo stile di Bohumil Hrabal, maestro dell’arte dell’affabulazione e dei dialoghi fluviali in cui il racconto vero e proprio si mescola a dettagli, deviazioni, divagazioni che, seppur non necessarie allo svolgimento del racconto, lo arricchiscono, lo completano, gli conferiscono una luce di verosimiglianza e al tempo stesso un leggero sostrato di surrealtà.
Pur non raggiungendo le vette poetiche e stilistiche di Hrabal, Genitori e figli è un libro delicato, che mescola equamente poesia e prosaicità, malinconia e ironia, tratteggiando con tenerezza il delicato rapporto che unisce un padre e un figlio, tanto diversi per scelte di vita e opinioni quanto legati e accomunati da un solido affetto e da quella complicità maschile un po’ goliardica che forse alcuni lettori riconosceranno come propria.

…La distanza tra i due è segnata da un infantile ma fatale malinteso: quando una mattina al bambino di cinque anni avevano chiesto con chi avrebbe desiderato vivere, decisiva si era rivelata la sculacciata paterna del giorno prima – è allora che il loro legame tra padre e figlio si era spezzato definitivamente. Ed è solo attraverso la parola, la rielaborazione delle rispettive vicende esistenziali e il dialogo ossessivo che questi due outsider praghesi provano a riavvicinare le proprie vite, o meglio a far combaciare almeno per un istante i lembi di due esistenze così diverse e distanti. 
Quello creato da Hakl è una sorta di dialogo assoluto tra i due protagonisti, spesso interrotto e riannodato, che è in grado di fagocitare qualsiasi argomento: gli animali scomparsi dallo zoo, le rispettive donne, l’infanzia del padre, gli aerei da combattimento, la qualità della birra, i cocktail più improbabili, i lassativi, la ricetta migliore per le polpette, il bambino avuto molti anni prima dal figlio a sua insaputa. Ogni scambio di battute mescola sacro e profano, alto e basso, in un dialogo che si nutre del piacere stesso della parola, unica forza capace di sbrogliare «l’incomprensibile caos dei rapporti»…

…Il fascino di Genitori e figli  è proprio questo girovagare fisico e dialettico. “Il dialogo è solo un’illusione. Non c’è persona al mondo che non ambisca a parlare sempre e solo di sé, finché è possibile” sostiene il signor Benes  sottintendendo il dovere all’ascolto di un padre verso il proprio figlio (e viceversa). Padre e figlio pranzano e poi entrano in vari bar continuando a bere e a discorrere e presto anche noi siamo coinvolti nei loro ricordi, sembra quasi di smettere di leggere e di ascoltare solo i loro racconti ravvivati dalle birre praghesi e avvolti da altri liquori boemi. Alla fine ciò che rimane è la stessa pervasiva sensazione dei due personaggi: una voglia di vedersi e di passare del tempo che sia riposante e piacevole, proprio come leggere un libro o ascoltare una persona cara.




mercoledì 13 giugno 2012

Guai a chi si costruisce il mondo da solo - Angelo Maria Ripellino


Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.


sabato 24 marzo 2012

Vivere è stare svegli - Angelo Maria Ripellino

Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sè sempre il meglio 
e non essere scaltri.


Vivere è amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.


Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta
schivare le gonfie parole
vestire con frange di festa.


Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l'autunno
e non stancarsi di amare.