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sabato 3 maggio 2025

Il governo francese lancerà un fondo per finanziare la guerra - Luca Pisapia

Sono passati giusto novant’anni dalla “Giornata della fede” fascista. Una pomposa cerimonia in cui era chiesto alla popolazione di donare al regime il proprio oro e altri preziosi per finanziare le assurde disastrose guerre coloniali. Sono passati novant’anni e la storia si ripete. Ancora una volta come tragedia, per la farsa ci sarà tempo. Questa volta non è solo l’Italia, ma l’Europa intera a chiedere ai cittadini di investire i propri risparmi per finanziare altre assurde e disastrose guerre. Da una parte con il ReArm Europe, basato principalmente sul debito o con il dirottamento dei soldi del Recovery Plan dall’istruzione e dalla salute alle armi. Dall’altra con nuovi e meravigliosi prodotti finanziari.

Il fondo lanciato da Bpi France chiede un investimento minimo di 500 euro

Come ha spiegato su queste pagine Alessandro Volpi, già i grandi fondi stanno creando una serie di exchange-traded fund (Etf) con gli indici legati proprio all’industria delle armi. Prodotti finanziari che vanno a prendere il risparmio dei cittadini europei per dirottarlo verso le magnifiche e progressive sorti della guerra. E adesso ci si è messa pure la Francia. Come annunciato nelle scorse settimane dal ministro dell’Economia Éric Lombard, a breve il governo lancerà un prodotto di investimento per i risparmiatori francesi per finanziare la difesa. In altre parole, un fondo per la guerra. Una nuova “Giornata della fede” fascista, ma questa volta in salsa macroniana.

Sarà Bpi France, la banca di investimenti pubblici francese, paragonabile alla nostra Cassa depositi e prestiti, a lanciare il fondo. Si tratta di un prodotto di risparmio con investimento minimo di 500 euro e con un massimale di «qualche migliaio di euro», che andrà a finanziare esclusivamente le aziende del settore della difesa. I dettagli esatti di questo fondo armato sono ancora in fase di discussione. Per adesso si sa quanto si potrà investire ma non quanto renderà e che una volta acquistato il prodotto sarà congelato per almeno cinque anni. Il ministro dell’economia Eric Lombard e il suo omologo alle Forze armate, Sébastien Lecornu, stanno incontrando in questi giorni investitori e aziende per decidere nei particolari le modalità di investimento possibili.

L’idea è raccogliere nel fondo almeno 450 milioni per fare la guerra

L’idea è che questo fondo possa raccogliere 450 milioni di euro. Circa un decimo dei cinque miliardi di euro di cui le aziende della difesa sostengono di avere bisogno per farci andare in guerra. Poi forse ci diranno bene anche dove, e contro chi. «Incoraggio i francesi a investire di più nell’economia a lungo termine, paga meglio dei risparmi», ha affermato il ministro Lombard al canale nazionale TF1. «Altri fondi di investimento e altre banche offriranno poi prodotti aggiuntivi ai loro clienti. Il che costituirà un’ulteriore fonte di denaro privato per finanziare questi cinque miliardi».

Poi il ministro ha spiegato che con l’elezione di Donald Trump e il suo dietrofront sulla questione ucraina «l’ombrello americano è diventato incerto» e si è detto convinto che «l’Unione europea debba diventare adulta in termini di difesa». Novant’anni fa la storia del fascistissimo oro alla patria finì malissimo. Le guerre coloniali del regime furono un disastro. E pochi anni dopo buona parte di quell’oro, che evidentemente da risparmio dei cittadini si era tramutato in risparmio privato della dittatura, fu ritrovato nelle tasche dei fascisti in fuga dal Paese. Ora quello che è cambiato è che si è passati dai preziosi ai prodotti finanziari, ma per il resto tutto sembra ripetersi uguale. Non è detto, infatti, che questa volta ai francesi vada meglio.

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domenica 23 marzo 2025

Riarmo, recessione, debito: la sceneggiata e il gioco al massacro - Fabio Vighi

  

Per comprendere le ragioni della sceneggiata napoletana andata in onda nella sala ovale della Casa Bianca il 28 febbraio scorso, conviene guardare a quanto successo in Germania solo qualche ora più tardi: Friedrich Merz, cancelliere in pectore ed ex dirigente BlackRock, annunciava un pacchetto da 900 miliardi – il doppio del bilancio federale annuale – per difesa e infrastrutture. (In un bollettino del 24 febbraio, la stessa BlackRock prevedeva che il voto tedesco avrebbe consentito un aumento della spesa). Pochi giorni dopo, Merz confermava proposte “radicali” (la più grande revisione di politica monetaria dai tempi della riunificazione del paese, con annessa riforma costituzionale) mirate ad allentare le regole sull’accumulo di debito al fine di consentire una maggiore spesa per la difesa e rilanciare l’economia – in barba al rigore fiscale imposto more teutonico a tutti i paesi della UE negli ultimi 20 anni, con particolare riferimento all’accanimento sadistico sulla Grecia.  

Basta dunque unire i puntini, e prendere sul serio l’assunto per cui tutto ciò che accade oggi, soprattutto ma non solo in materia di geopolitica, dev’essere ricondotto al primum movens del capitalismo contemporaneo: il debito. Zelensky litiga con Trump a favore di telecamera (“questo sarà perfetto per la TV”, si lascia scappare the Donald). Passano poche ore e l’ex cabarettista torna in Europa per buttarsi (sempre a favore di telecamera) tra le braccia della “coalizione dei volenterosi” (sic!): un’ammucchiata di funerei governanti per l’occasione capitanata dal britannico Keir Starmer. Nel frattempo, come un cane di Pavlov, scatta l’indignazione (molto mediatica) dell’Europa progressista contro il tradimento dell’America illiberale, cialtrona, e populista di Trump e Vance. E, approfittando del clamore generale, in Germania si allentano i cordoni fiscali e si oliano le stampanti: più debito für uns und für alle! Come ai tempi del Covid non ci sono alternative, perché il nemico è alle porte.  

Mentre a Berlino si pensa a uno stimolo di quasi un trilione di euro, a Bruxelles Ursula von der Leyen estrae dal cilindro il progetto Re-Arm Europe. In sintonia, dunque, i cinici funzionari del capitalismo di crisi propongono di eliminare le restrizioni alla spesa in deficit se questa spesa viene utilizzata per la difesa. Re-Arm Europe, annuncia von der Leyen, potrebbe mobilitare qualcosa come 840 miliardi di euro per la nostra sicurezza, perché non si può abbandonare l’Ucraina nell’ora più buia (e che importa se la guerra è già persa, con inutile massacro di centinaia di migliaia di ucraini, e accordo tra le parti in dirittura d’arrivo); e non si può aspettare che Putin invada il Portogallo. (Si badi, questa non è ironia: sono, purtroppo, le idiozie con cui ci bombardano da tre anni a questa parte. Al netto dell’affaire Ucraina, su cui è inutile tornare a dilungarsi, basterebbe una domandina semplice semplice: perché mai i russi ambirebbero a invadere l’Europa, se è vero com’è vero che di terra e risorse da amministrare ne hanno già fin troppe?) A questo punto, se proprio vorranno riarmarsi, gli europei dovranno da una parte ridimensionare ulteriormente le spese per il welfare trasformandole in spese per il warfare (come ammonisce persino il Financial Times); e, dall’altra, comprare più armi dagli USA. Ricordiamo, per la cronaca, che già durante l’amministrazione Biden l’importo di armi USA in UE è salito del 35%.  

Si tratta insomma di dare una doppia passata di vernice verde-militare a un’economia europea con l’acqua alla gola, facendo pagare il nobile sacrificio ai soliti poveracci (visto che i soldi del riarmo verranno sottratti allo stato sociale: educazione, infrastrutture, sanità, pensioni, ecc.). Avrete notato la nonchalance con cui si è passati dall’impegno per la sostenibilità ambientale (investimenti ESG) alla retorica guerrafondaia sul potenziamento del complesso militare-industriale. Costruiranno forse armi eco-sostenibili? Evidentemente, green è un significante ambiguo, fluido, perfettamente adattabile alle esigenze di mercato, buono sia per l’ambiente che per i cannoni. Detto diversamente, siamo di fronte a un’altra irresistibile emergenza (la minaccia russa), un alibi il cui scopo improrogabile è far sì che il mercato prezzi un bazooka di debito comune che dia garanzie di rifinanziamento a tutta l’infrastruttura speculativa grondante di criticità. A meno che non vogliamo continuare a farci prendere per i fondelli da Ursula e compagnia cantante. Perché la vera emergenza, puntualmente rimossa, è una sola: il mostro a due teste chiamato stagflazione strutturale. È questo mostro – non il fantasma dei cosacchi a San Pietro – che spinge i maestri pupari a giocare col fuoco per generare, dal nulla economico, montagne di credito da far piovere su un ingranaggio rotto, ma tenuto in vita artificiale dal “polmone finanziario” cui appunto i pupari rispondono. Si grida all’armi, si lanciano anatemi come fossero coriandoli, e lo si fa, sostanzialmente, per creare altro debito quale “sano ricostituente” per Stati membri debilitati, Germania in primis; magari in vista della dissoluzione dell’eurozona.

Poi c’è la Gran Bretagna, che, come di consueto, trama nella penombra. Poiché le finanze britanniche versano in uno stato particolarmente pietoso, anche Londra è alla disperata ricerca non solo di un casus belli per pompare debito nel suo comparto militare-industriale, ma anche di collaterale attraverso cui garantire la credibilità di un nuovo ciclo creditizio. È probabile che, senza le risorse dell’Ucraina – con la quale ha firmato un partenariato di 100 anni il 16 gennaio scorso (quattro giorni prima dell’inaugurazione di Donald Trump), che non è un atto caritatevole ma la continuazione di un investimento economico che avrebbe al suo centro proprio un accordo segreto sulle terre rare – il ricorso alle stampanti rischi di provocare una fiammata inflattiva immediata, potenzialmente letale per la sterlina.

Piuttosto che riflettere sulle ragioni profonde del declino, l’Europa dei tecnocrati gioca dunque la carta delirante della sfida geopolitica collegata alla spesa in deficit. La verità è che l’occidente non ha più “miracoli economici” da spendere. I tassi di crescita sono da tempo stagnanti, il lavoro è precario, il denaro fiat si svaluta, l’indebitamento è strutturale, e le bolle finanziarie che ne derivano si “gestiscono”, appunto, attraverso il surreale ricorso al binomio guerra-debito. Siamo di fronte a dispositivi emergenziali ideati per amministrare dall’alto l’accelerata implosiva. In questo senso, la corsa al riarmo puzza di ultima spiaggia, oltre a confermare il carattere elitario e antidemocratico della leadership europea. Si tratta peraltro di un azzardo che potrebbe innescare, qualora non producesse risultati, un assalto all’euro di dimensioni epocali – eventualità tutt’altro che remota se consideriamo che, da uomo BlackRock, Merz è fedele soprattutto alle lobby del capitale finanziario transnazionale. Se i rendimenti del debito europeo dovessero esplodere – come per i Bund tedeschi nella giornata di mercoledì 5 marzo, ma soprattutto per qualche Stato membro considerato a rischio (tipo l’Italia) – la deriva difficilmente verrebbe arginata. E la mobilitazione bellica non sarebbe più solo un volano propagandistico per prolungare la credito-dipendenza di sistema, ma un vero e proprio gioco al massacro. 

Per il momento, agitare l’ennesimo fantasma geopolitico per proteggere a suon di debito la “vera democrazia” permette al regime cleptocratico-finanziario di rifiatare, anche rispolverando slogan desueti e imbarazzanti sull’unità del mondo dei giusti minacciato da dittatori incarogniti. Inutile aggiungere, hegelianamente, che il male è lo sguardo stesso che vede il male ovunque attorno a sé. È molto probabile che arriveremo alla barbarie senza averci capito nulla: il declino di una civiltà si evince soprattutto dalla sua avversione all’introspezione. L’inadeguatezza dei pupari al potere non è un’eccezione, ma la corretta espressione della fase storica in cui Homo economicus giunge al collasso per overdose di sé stesso. Perché l’implosione delle leggi oggettive di sistema che ci determinano – in primis, la rottura del contratto sociale tra lavoro e capitale su cui si fonda il moderno ordine liberale – non può che generare campioni di cinismo istituzionale. E non c’è nulla di più ideologico che scambiare questo effetto per la causa del nostro male. Se ci limitiamo a inorridire dinanzi a una classe politico-manageriale psicopatica, probabilmente lo facciamo per non raggelare di horror vacui dinanzi al fallimento di un’intera civiltà.  

Per prima cosa, dovremmo aver un minimo di memoria storica. Partire, cioè, dal cambio di paradigma di fine anni ’80 del secolo scorso, quando la globalizzazione decretò la vittoria di un capitalismo fondato sul modello occidentale di economia di mercato ad alta composizione finanziaria. Ci fu detto che stavamo entrando nell’era del dividendo di pace e della prosperità globale, che molti ritennero non dovesse finire mai. Ma quella pallida utopia è durata la miseria di una decina d’anni. A inizio millennio è infatti riemerso, puntuale, tutto il rimosso, ovvero la realtà di un ecosistema socioeconomico cresciuto su una solida base di violenza, saccheggio, e manipolazione. Eppure l’ottimismo ideologico dei sostenitori del “capitalismo per sempre”, sia a destra che a sinistra di sovrastrutture politiche obsolete, preferì ignorare tanto le nuove zone di povertà di massa prodotte dall’impulso alla globalizzazione, quanto le guerre con cui l’occidente telecomandato dagli USA s’insigniva del ruolo di paladino dell’ordine planetario. La fase terminale della civiltà capitalistica è in effetti iniziata con il ritorno in pompa magna del bellicismo occidentale (la “guerra al terrore”), accompagnato da sempre più frequenti convulsioni finanziarie (dot.com nel 2000, subprime nel 2007-08) che ora vengono apertamente manipolate (come ha dimostrato, per chi ha ancora un centesimo di pensiero critico da spendere, il recente colpo di stato finanziario globale passato alla storia come “pandemia”). Il modo di produzione capitalistico si è da tempo palesato per ciò che da sempre è: un modo di distruzione. 

Siamo ora di fronte a una gestione caotica delle fragilità dell’impianto finanziario del capitalismo senile, indebitato fino al collo perché strutturalmente obsoleto, incapace di creare legame sociale attraverso l’estrazione di valore dal lavoro (come scrisse Don DeLillo in Cosmopolis, ‘il denaro ha perso la sua qualità narrativa’). Nel frattempo, il progetto di globalizzazione a guida USA è fallito. Nella competizione interplanetaria, l’occidente perde ormai su tutti i fronti: economico, militare, politico-diplomatico. La stessa politica estera americana, ora basata su una retorica ostile all’universalismo progressista, nasce dalla consapevolezza che gli ormai insostenibili livelli d’indebitamento vanificano qualsiasi pretesa di egemonia globale, che gli ultimi governi USA ancora cercavano stancamente di perseguire. Con l’elezione di Trump (effetto, non causa del cambio di direzione), si è deciso di passare dal presunto monopolio della forza economica e militare, travestita da missione universalista, alla gestione di una crisi debitoria interna potenzialmente devastante. Ciò presuppone abbracciare il principio di realtà: accettare il ridimensionamento USA all’interno di una costellazione multicentrica in cui la caratteristica comune è il declino. 

Negli Stati Uniti, la principale urgenza è ridurre i rendimenti dei Treasury (certificati di debito pubblico) in modo che l’aumento dei loro prezzi li renda nuovamente appetibili. Ricordiamo che entro la fine del 2025 zio Sam dovrà rifinanziare la bellezza di 9.2mila miliardi di debito in scadenza, emesso quando il rendimento del decennale era poco sopra il 2%, circa la metà di quello attuale. Considerando l’onere debitorio complessivo di 36mila miliardi abbondanti, e in continuo aumento, appare del tutto evidente che, oltreoceano, l’unica reale priorità è trovare il modo di abbassare rapidamente i rendimenti così da fornire almeno una parvenza di sostenibilità al debito pubblico. E quale maniera migliore di ottenere tale risultato che forzare la mano della banca centrale (Federal Reserve) alimentando il fantasma di un crash finanziario accompagnato da violenta recessione? Fantasma che, in effetti, già aleggia un po’ ovunque. Una recessione conclamata, e giustificata creativamente, potrebbe rivelarsi il meccanismo di gran lunga più efficace per alleggerire il peso del debito.

L’Europa, nel frattempo, non sembra saper far altro che nascondere la propria debolezza dietro una grottesca e anacronistica corsa alle armi mirata a supportare le bolle di capitale finanziario. Sono questi gli ultimi atti di una lunga stagione di mistificazioni, iniziata con la fuga in avanti della finanziarizzazione neoliberista, che a fine secolo scorso ha sì fornito uno stimolo al potere d’acquisto, soprattutto negli USA e in Europa, ma senza alcun valore reale sottostante. Ora la coperta sempre più corta del capitalismo a trazione finanziario-speculativa ci sta presentando il conto. Gli eventi geo/biopolitici degli ultimi anni non hanno alcun potenziale causativo: sono semplicemente sintomi morbosi di un collasso di civiltà che colpisce per primo l’occidente iper-indebitato e improduttivo.  

Se, in qualunque forma, il risultato delle politiche di gestione della crisi non può che continuare a essere la svalutazione monetaria (inflattiva o deflattiva che sia), forse dovremmo partire proprio dalla sconfitta del feticcio-denaro per provare finalmente a guardare oltre il moderno sistema produttore di merci. Tutte le tradizionali politiche di riforma, inclusi i contorsionismi della sinistra, sono sempre più assurde e socialmente repressive a fronte della tossicodipendenza da debito che disintegra le valute. L’unica speranza sembrerebbe essere la nascita di un movimento di resistenza e transizione, magari fondato sul ripudio della guerra, che sappia sviluppare una nuova consapevolezza delle ingestibili contraddizioni che determinano le condizioni di vita sotto il capitalismo – e che cerchi di superarle.

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sabato 20 novembre 2021

IN CINQUE ANNI, QUATTRO NUOVE FATTORIE DI COLONI HANNO PRESO TERRA PALESTINESE DELLE DIMENSIONI DI UNA GRANDE CITTÀ - Amira Hass

  

Negli ultimi cinque anni, quattro fattorie di coloni in Cisgiordania hanno occupato il territorio palestinese delle dimensioni della città di Holon (circa 19.000 dunam, o 4.700 acri), o delle città di Bnei Brak (7.300 dunam) e Lod (circa 12.000 dunam) combinati. Impiegando sistematica violenza e terrore, i residenti dei quattro avamposti, aiutati dall’esercito, hanno bloccato l’accesso dei palestinesi alla terra per un totale di 20.866 dunam, che i palestinesi avevano usato per coltivare e pascolare il bestiame.

Il record è detenuto da Uri’s Farm nella riserva di Umm Zuqa nella Valle del Giordano settentrionale, che è stata istituita nel 2016 e impedisce alle comunità palestinesi di accedere a oltre 14.000 dunam di terra. Il prossimo è l’avamposto di Zvi Bar Yosef dall’insediamento di Halamish, eretto tre anni fa. Impedisce ai contadini di Jibiya, Kobar e Umm Safa di accedere a 2.500 dunam delle loro terre. Una fattoria di pastori a sud-ovest di Samu, istituita quest’anno, ha finora occupato oltre 1.850 dunam appartenenti al villaggio di Zanuta. Nel 2020, Mann Farm è stata costruita a est della città di Yatta, prendendo oltre 1.537 dunam dai villaggi vicini.

I dati si riferiscono solo a queste quattro singole fattorie su circa 50 avamposti simili creati nell’ultimo decennio e 150 avamposti risalenti agli anni ’90. I residenti di molti di questi avamposti usano la violenza per impadronirsi delle terre palestinesi , il che significa che l’area totale di cui si sono appropriati è molto più grande della cifra sopra.

Come casi di prova per il fenomeno, in crescita solo dagli anni ’90, il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha scelto cinque aree della Cisgiordania in cui operano nove fattorie (comprese le quattro summenzionate): la Valle del Giordano settentrionale a est di Tamun e Tubas , i villaggi a nord-ovest di Ramallah, i villaggi a sud-ovest di Nablus, i villaggi a est di Yatta e i villaggi a sud di Samua.

I suoi ricercatori hanno documentato, calcolato e quantificato l’estensione delle terre stanziate dagli avamposti e da un insediamento, Halamish, in quelle cinque aree: 28.416 dunam, o le dimensioni di Kiryat Bialik, Netivot e Ofakim messe insieme. L’organizzazione Kerem Navot, che indaga sulla politica israeliana di conquista delle terre della Cisgiordania, ha collaborato alla mappatura e al calcolo dei dati nel rapporto finale.- Pubblicità –

Il fatto che questo sia un modello e che le autorità israeliane non pongano fine alla violenza sistematica ha portato B’Tselem alla conclusione che il fenomeno serve gli interessi dello stato .

“Apparentemente queste sono due tracce non collegate”, si legge nel rapporto. “Lo stato prende possesso della terra in modo aperto e ufficiale, santificato da consulenti legali e giudici” – oltre 2 milioni di dunam in Cisgiordania dal 1967 – “mentre i coloni, che allo stesso modo cercano di impadronirsi della terra per promuovere la loro agenda, usano la violenza contro Palestinesi per ragioni proprie e di propria volontà. Ma è la stessa traccia: la violenza dei coloni contro i palestinesi serve allo stato come uno dei principali mezzi non ufficiali per impadronirsi di sempre più terre in Cisgiordania, e quella violenza viene portata avanti con il pieno sostegno dello stato, con l’aiuto e la partecipazione dei suoi rappresentanti”.

 

B’Tselem e Kerem Navot devono ancora calcolare la portata dell’appropriazione violenta da parte dei coloni di tutte le terre palestinesi da parte di singole fattorie e sbocchi dei coloni in Cisgiordania. Ma una stima generale è già stata fatta da Ze’ev Hever, il capo di Amana, che è il fronte operativo e finanziario del movimento religioso e insediativo Gush Emunim e che sta dietro alla costituzione degli avamposti. In una conferenza online tenutasi a febbraio, Hever ha spiegato che le fattorie dei pastori sono uno strumento efficiente per impadronirsi della terra palestinese, più che costruire nuovi insediamenti o quartieri. L’area edificata combinata di tutti gli insediamenti convenzionali è di circa 100 chilometri quadrati, ha detto, mentre le sole fattorie ne hanno conquistate il doppio, quasi 200.000 dunam.

“Coloro che hanno la giusta motivazione per agire e spingono gli altri ad agire possono raggiungere i risultati giusti”, ha detto Hever ai partecipanti online. B’Tselem non sa quanto sia accurata la stima complessiva di Hever, ma solo in altre due aree della Cisgiordania che non sono state incluse nell’attuale rapporto, le violente estensioni degli insediamenti esistenti hanno preso il controllo di almeno 36.500 dunam – 26.500 nell’area degli insediamenti Eli e Shiloh a est di Ramallah e 10.000 nell’area di Tkoa-Nokdim a sud-ovest di Betlemme.

Il rapporto include 20 testimonianze che descrivono i violenti scontri iniziati dai coloni degli avamposti e delle singole fattorie con l’intento di intimidire i palestinesi e impedire loro di lavorare la terra e pascolare il bestiame sul loro territorio, e si basa su dozzine di altre. Molti degli incidenti violenti sono ben documentati. Gli autori del rapporto non hanno avuto il tempo di includere due violenti attacchi avvenuti la scorsa settimana nella frazione di Masafer Yatta: uno l’8 novembre, quando un israeliano di Mann Farm ha colpito un residente del villaggio di Saadat Tha’aleh con una mazza, rompendogli una mano, e l’altra il 10 novembre, quando gli israeliani di un nuovo avamposto che è stato più volte eretto e abbattuto hanno attaccato i residenti di Khalat al-Diba: hanno aggredito un contadino con delle mazze e hanno rotto i finestrini di tre auto ,

Non è solo essere cacciati dalla loro terra. Il rapporto documenta quanti contadini palestinesi e intere comunità si stanno impoverendo. Sotto la pressione della violenza e della paura, i contadini ridimensionano o abbandonano le tradizionali attività economiche che un tempo fornivano loro una vita rispettabile, come l’allevamento di pecore e le colture stagionali. Spendono una fortuna per acquistare mangime e acqua per le loro greggi, tenute nei recinti perché il loro accesso ai pascoli e agli abbeveratoi è stato bloccato.

Haaretz ha chiesto alle forze di difesa israeliane, alla polizia e al coordinatore delle attività governative nei territori una risposta alla conclusione del rapporto che la violenza degli avamposti e delle fattorie isolate serve allo stato. L’ufficio del portavoce dell’IDF ha risposto: “L’IDF investe molti sforzi nei tentativi di sradicare gli incidenti violenti nell’area ed è in contatto diretto con le varie entità civili e di sicurezza in queste aree. L’IDF continuerà ad operare nella regione, al fine di garantire la legge e la sicurezza nell’area”. La polizia e il COGAT hanno rifiutato di commentare.

 

Traduzione a cura della redazione

 

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martedì 29 dicembre 2020

i vaccini m-RNA anti-Covid, ultima frontiera della civiltà occidentale? – bortocal


se qualcuno aveva detto, giustamente in fondo, che il Covid ci stava riportando in un clima di guerra, non aveva forse messo nel conto che la guerra ben presto, anziché contro il virus, sarebbe stata fatta ai dissenzienti e alle menti critiche: ma niente paura, è la cosa che succede normalmente in ogni guerra.

non mi sento comunista da decenni, ma, di fronte a questo clima falso di Union Sacrée, tutta la mia simpatia va ai comunisti di un secolo fa, che rimasero all’opposizione della guerra mondiale, e a papa Benedetto XV, il più odiato in Italia da cent’anni a questa parte, che la definì una inutile strage: era semplice buon senso, rivoluzionario o cattolico che fosse, e sembravano (venivano fatte passare per) provocazioni filo-tedesche.

il virus sta ridisegnando pesantemente gli equilibri mondiali: sì, potremmo dire che l’epidemia sta diventando una guerra mondiale combattuta in altra forma.

ognuno dei grandi blocchi mondiali combatte la sua guerra con una strategia tutta sua, ma poi spesso lo fanno, differenziandosi, anche i singoli paesi nel blocco più frastagliato e inconsistente, quello europeo: il mondo sarà completamente cambiato alla fine di una guerra che si prospetta lunga e non si sa quando finirà, perché non saremo noi uomini a deciderlo; e non sappiamo ancora come cambierà.

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ma questo basta oggi per dichiarare che è un nemico del popolo chi non condivide la strategia del suo blocco; dove i regimi sono intrinsecamente autoritari (che non vuol dire dittatoriali) si procede per le spicce a fare i conti col dissenso (perfino il medico eroe che giusto un anno fa ebbe il dubbio di un’epidemia di polmoniti virali finì sotto processo in Cina); da noi, che siamo tolleranti e democratici, basta la gogna pubblica e l’accusa di essere contro la scienza.

ma veramente, nel modo che ha di affrontare la pandemia, l’Occidente sta giocando il suo futuro – non so perché mi viene in mente quel libro straordinario che è Il deserto dei Tartari di Buzzati – e, a mio parere, sta perdendo la sua egemonia mondiale.

riciclo il passaggio di un mio commento sul post di ieri:

la gestione occidentale di questa pandemia è stata tutta impostata sul mantra di salvare l’economia, cioè il consumismo, cioè la causa ultima di questa forma di pandemie. i vaccini improvvisati sono l’ultima ancora di salvezza di un sistema marcio e intrinsecamente suicida.
si dovevano seguire altre strade che portavano a modelli di vita sociale diversi e meno paranoici nella corsa ai consumi.
si doveva cogliere l’occasione per rivedere a fondo valori e modi di vita.

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un editoriale di Maurizio Molinari evidenzia bene questo clima di appello alle armi, dal quale mi dissocio: rivendico il mio diritto di restare un dissidente ragionante, anche in tempi di pandemia.

scrive Molinari nel titolo: Nel vaccino biotech il riscatto dell’Occidente.

è ovviamente, al momento, una semplice speranza, ma definisce correttamente lo scenario globale: una pandemia planetaria, dove l’Occidente gioca la sua egemonia culturale, scientifica, economica, politica.

Mentre Cina e Russia hanno già annunciato da tempo i loro vaccini, l’attendibilità di questi è nettamente inferiore a quella di Pfizer e Moderna. Una sfida dove le biotecnologie risultano fondamentali – ecco, questo è appunto l’ambito della questione.
I primi vaccini autorizzati dalle autorità competenti negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna e nell’Unione Europea – Pfizer-BioNTech e Moderna – sono stati prodotti in appena dieci mesi, con un risultato senza precedenti nella storia della medicina dovuto ad un’invenzione di biotecnologia, frutto della svolta che avvenne nel 1976 con il debutto di Genentech ed il conseguente boom di nuove modalità terapeutiche, dagli anticorpi monoclonali agli acidi nucleici come il mRNA, e si lascia alle spalle i vaccini del passato – che inoculavano dosi non nocive della malattia, o parti del patogeno che la causa, per generare anticorpi.

A breve l’intera comunità avrà a disposizione due vaccini, entrambi realizzati grazie all’apporto e al sostegno economico dei vari governi – ma sorvoliamo sul fatto che i profitti resteranno comunque rigorosamente privati.

Gli acidi nucleici con DNA e mRNA possono fornire ricette alle nostre cellule per creare le sostanze di cui hanno bisogno. Ecco perché l’esperienza della lotta al Covid 19 cambierà quasi sicuramente il futuro della scienza dei vaccini.

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quel quasi non è proprio incoraggiante, ma Molinari non ha dubbi: concepisce l’emergenza attuale come una sfida, quella del vaccino, contro Cina e Russia: trasporta sul piano conflittuale della lotta per il potere quella che invece dovrebbe essere una collaborazione dell’umanità intera contro un pericolo grave.

ripete poi che l’Occidente sta vincendo grazie alle biotecnologie, che mancano a Russia e Cina.

dubito di questa affermazione, ma non ho elementi per affermare il contrario: qualche commentatore più esperto mi aiuterà certamente.

naturalmente Molinari deve fare i conti – senza però dirlo – col fatto che Russia e Cina hanno comunque prodotto, prima di noi, dei vaccini, ma con metodi tradizionali, e sorvola sul fatto che l’Occidente non ha saputo ottenere questo risultato nello stesso tempo.

però afferma che l’attendibilità di questi ultimi – i vaccini russo e cinese, a cui sta per aggiungersi un vaccino cubano – è nettamente inferiore rispetto a quella degli occidentali: sul valore di questo nettamente lascio giudicare a voi:

Sinipharm, “testato su oltre 31 mila volontari nella fase 3″, possiede “un’efficacia limitata all′86 per cento dei casi rispetto al 95 di Pfizer e Moderna e, inoltre, senza essere accompagnata dalla diffusione dei dati relativi, ad esempio sulle infezioni generate”. Allo stesso modo, lo Sputnik V russo che “non rispetta gli standard euroamericani ed è al momento diffuso soprattutto sul mercato interno”.

non voglio assumere neppure l’apparenza di chi difende vaccini che non conosce: ma una differenza di efficacia dichiarata fra l’86% e il 95% è davvero così importante?

per Molinari non ci sono dubbi: La sfida scientifica di Mosca e Pechino a Usa e Ue per il momento deve cedere il passo ai risultati del biotech; e tutto sulla base di questa differenza così poco significativa sui dati comunicati dalle aziende produttrici – che li hanno anche cambiati in itinere.

forse vinceremo la guerra che abbiamo dichiarato a Cina e Russia anche in campo vaccinale, ma se avessimo scelto l’arma e la strategia sbagliata?

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ma Molinari allarga il discorso, e mi sta bene: Le biotecnologie mancano a Cina e Russia perché si generano da una miriade di società in competizione fra loro ovvero un modello di ricerca che distingue le democrazie avanzate mentre contrasta con l’accentramento della ricerca in grandi conglomerati pubblici.

è una solenne balla, scusate il francesismo: la ricerca viene sviluppata da grandi monopoli farmaceutici, che incamerano anche piccole start-up promettenti; i primi usufruiscono di finanziamenti pubblici, ma perseguono sempre fini di profitto nel mercato.

il famoso modello occidentale è esattamente questo e a me pare che nessuna testa pensante possa sostenere che è superiore al modello di una ricerca integralmente pubblica in campo sanitario, dove la ricerca del profitto non esercita alcun ruolo di distorsione dei risultati.

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continua Molinari: E’ una gara che inizia adesso, destinata ad assumere un valore strategico di lungo termine: ma è una gara perché l’Occidente vuole impostarla in questo modo.

Possono esserci però pochi dubbi sul fatto che l’inizio della stagione del vaccino ha già un vincitore: chi ha creato, studiato, finanziato, approvato e sostenuto lo sviluppo della biotecnologie negli Usa ed in Europa.

i dubbi che circolano negli apparati di comunicazione sono effettivamente pochi, l’intero apparato mediatico squilla le sue fanfare democratiche di guerra per trascinare una popolazione a volte riottosa: in Francia pare che il 60% della popolazione rifiuta questi vaccini; in Italia non si sa davvero, e a breve inizieranno i sondaggi, appena ci saranno dei risultati minimamente divulgabili a favore delle vaccinazioni; al momento verifiche però empiriche fatte da me personalmente o da altri blogger qua e là vedono un diffuso scetticismo.

ma se guerra è, difficile vincerla con un esercito poco motivato.

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veramente la ricetta per gestire lo scetticismo delle truppe esiste già, da un secolo a questa parte: allora erano le fucilazioni per sorteggio, uno ogni dieci; oggi siamo meno cruenti e ci basta la gogna mediatica: il presidente dell’Ordine dei Medici di Roma dichiara pubblicamente che Dire di no al vaccino sperimentale è, purtroppo, un diritto costituzionale, e non verrà sanzionato per questa sua contrapposizione ai valori della Costituzione e ai diritti umani più elementari; anzi si prepara lui a sanzionare medici che hanno espresso opinioni non conformi.

ho conosciuto questo tipo di medici (per fortuna non sono tutti così): sono loro che diffondono ogni giorno la sfiducia nella scienza, perché ne sfigurano il nome.

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ma la guerra a favore o contro il modello di vita occidentale dentro le nostre società è appena cominciata; io sto con la minoranza, molto sparuta al momento, che cerca una via d’uscita alternativa e forme di contrasto all’epidemia che non si concentrino esclusivamente sui vaccini.

da qui