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lunedì 19 dicembre 2022

«Stiamo vincendo» dice Pirro-Pinocchio Zelensky

…e ce lo fanno credere

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Fabrizio Salmoni, Enrico Vigna, Laura Tussi, Ugo Bardi, Giuseppe Masala, Vladimir Volcic, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Alexander Belik, Vladimir Putin, Angela Merkel, Valerio Magrelli, Tonio Dell’Olio, Vittorio Giacopini, Nora McKeon, Luigi Ferrajoli, Laura Pennacchi, Francesco Masala, Domenico Gallo, Serge Halimi, Franco Astengo, Proletari Comunisti, Gregorio Piccin e un appello per una tregua umanitaria

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Siamo disposti a morire per l’Ucraina? – Fabrizio Salmoni

Questa è la domanda che dobbiamo porci di fronte alle pressioni mediatiche della propaganda atlantista.

Abbiamo letto le ennesime dichiarazioni di Zelensky: “Almeno sei regioni sono al freddo e al buio, non abbiamo più generatori (infatti li chiediamo alla Nato), i russi ci stanno distruggendo tutte le infrastrutture e le fonti energetiche, MA STIAMO VINCENDO”. L’evidente contraddizione è un segno paradossale che quell’uomo è malato di fanatismo e prigioniero del suo ruolo di propagandista della causa e del regime ultranazionalista che rappresenta. Forse addirittura comincia a denunciare qualche scompenso mentale.

 

Tutti coloro che seguono la situazione bellica tramite le più svariate fonti indipendenti sanno che i russi stanno lentamente riprendendosi i territori nell’est che avevano perduto con la controffensiva ucraina di settembre-ottobre e che il ripiegamento tattico sulla riva sinistra del Dnieper aveva senso dal punto di vista militare per rafforzare la difesa dei confini dei territori di congiunzione alla Crimea e quindi per avere un fronte solido garantito dalla barriera naturale del fiume e posizioni da cui inchiodare gli ucraini sulle macerie di Kherson.

 

Da pochi giorni sappiamo inoltre che la Nato sta esaurendo le scorte di armi, (potete solo immaginare la quantità di armi inviate in Ucraina fin dal 2014, cioè da ben prima dell’invasione russa?), che gli americani cominciano a innervosirsi per le continue imperiose richieste, e che per bocca della Von der Layen (notizia del 30 novembre) le perdite militari ucraine ammontano a OLTRE 100.000 uomini (svista o autorevole soffiata?) (1). Sappiamo anche che è in corso un’evacuazione da Kherson di quelle poche migliaia di ucraini (10-15.000) che non hanno seguito i 120.000 oltre le linee russe, che il regime sta “incoraggiando” i cittadini a evacuare le zone invivibili (almeno sei regioni e mezza Kiev), esodi che, dicono gli analisti, potrebbero interessare almeno cinque milioni di persone verso un’Europa già sofferente per le sanzioni autoinflitte che non è pronta ad accoglierle; sappiamo che l’Ucraina è un Paese semidistrutto e già fallito finanziariamente come Stato, e avrebbe già perso la guerra a giugno se non fossero arrivate ancora armi dall’Occidente. Be’ se questo è un Paese che sta vincendo lasciamo al senso comune di giudicare.

 

Quella dello “stiamo vincendo” è una litania che i media mainstream ripetono da quando si erano eccitati per la controffensiva nell’est. A sentire loro, gli ucraini non hanno mai smesso di “controffendere”. E’ un discorso amaro quello sui nostri media (talk show compresi) che appaiono completamente asserviti all’ala bellicista della Nato e dedicati alla propaganda di guerra. Lo dimostrano diffondendo solo le veline degli ucraini, richiedendo a ogni interlocutore di premettere sempre che “C’è un Paese invasore e uno aggredito” , un mantra dovuto per avere dignità di parola, e interrompendo a ripetizione le risposte non gradite; naturalmente è vietato contestualizzare con la narrazione dei 14.000 morti nel Donbass dal 2014 provocati dalla soldataglia neonazista o dell’estensione della Nato oltre qualsiasi assicurazione precedente ai confini della Russia. Si parla della propaganda russa contrapponendola alla nostra “libera stampa” ma di fronte alle performance dei vari Mentana, Merlino, ecc. viene spontaneo pensare che la differenza sia minima tra i due sistemi di informazione. Provate voi a dire pubblicamente che forse la Russia non ha tutti i torti. Orsini ne sa qualcosa pur avendo uno status che parzialmente lo protegge. Provate a ricordare pubblicamente che la Nato nel 1999 ha bombardato la Serbia, Paese sovrano, per ben 90 giorni costringendola ad accettare l’indipendenza di una sua provincia secessionista, tanto per dirne una (2).

 

In realtà, ciò che salta agli occhi è che la guerra in Ucraina sancisce la rottura del capitalismo globalizzato e prefigura la creazione di un sistema capitalistico alternativo con l’abbandono del dollaro, la separazione delle risorse energetiche, la differente gestione delle risorse umane (leggasi sfruttamento), con conseguenti ricalibrazioni dei “valori” e perdita di influenza e potere economico dell’Occidente (Usa in testa).

Questo è quanto si vuole impedire cercando la sconfitta della Russia. Questa è la vera posta di un gioco sulla pelle degli ucraini. Un obiettivo difficilmente realizzabile nei confronti di una nazione, la Russia, che ha ampia capacità di aggregare interessi e soprattutto è una potenza nucleare che non accetterebbe una capitolazione senza reagire. Questo lo sanno tutti ma la lobby militarista europea e atlantica sembra ancora decisa a sostenere le farneticazioni di Zelensky e a tentare la carta militare fino in fondo.

E Zelensky fa di tutto per trascinarci alla guerra mondiale con le sue provocazioni (il missile in Polonia, l’interferenza in Bielorussia, i droni esplosivi sulle basi aeree strategiche russe). Fino a quando i suoi militari sono disposti a sostenerlo? Qualcuno ci potrebbe dire se c’è un qualche dissenso nel gruppo dirigente ucraino? Quanto sostegno sociale rimane al regime con un paese distrutto e la gente al freddo e alla fame (trapelano notizie di proteste popolari a Odessa)? Quanto siamo disposti noi a pagare o a morire per quel regime? Sarebbe opportuno costringerlo alla resa prima che ci pensino i suoi con altri mezzi

(1) Affermazione subito cancellata dai file del discorso a seguito di rimproveri ucraini che non hanno mai divulgato le cifre delle perdite ma che si affrettano a correggere in 10.000/13.000 perdite, cifra che nessun analista condivide. Smentendo lo stesso Zelensky che nei giorni della controffensiva aveva accennato a numeri “da 500 a 1000 al giorno”. Facendo la media con i giorni di guerra, la cifra della Von der Leyen si avvicina per difetto alla realtà. Del resto, un riscontro indiretto proviene dall’analisi delle rispettive tattiche delle due parti avversarie: gli ucraini attaccano a folate di mezzi misti pesanti e leggeri insieme alla fanteria (battaglioni tattici) mentre i russi ne fanno strage con l’artiglieria per poi eventualmente contrattaccare quando l’attacco si sfalda o rifluisce. La prossima probabile caduta di Artemiosk (Bakmut) potrebbe essere un colpo fatale per il morale del paese.

(2) A chi è attento non può sfuggire la preoccupante sequenza di manipolazione mediatica che con il governo Draghi e la pandemia ha alzato il livello di manipolazione e controllo massifico sull’opinione pubblica. Nel nostro “libero Paese” chi si sottrae al “pensiero unico”, a torto o a ragione, viene in qualche modo penalizzato o punito.

da qui

 


La superiorità morale dell’Occidente – Francesco Masala

Tutto il mondo che critica l’Occidente ha molto da imparare.

I paesi occidentali sono un esempio per tutti e certe cose che succedono nei paesi sottosviluppati (Trump userebbe un’altra parola) in Occidente non potrebbero mai succedere.

Solo due esempi.

Nei paesi occidentali un presidente non potrebbe mai avere un figlio invischiato in affari poco chiari (Trump userebbe un’altra parola) in paesi specchio della trasparenza e della democrazia. Non potrebbe mai, ma se così fosse si dimetterebbe da qualsiasi carica istituzionale, per vergogna, per onestà, per dare un esempio morale.

Nei paesi occidentali un ex presidente non potrebbe mai raccontare che l’Occidente, la Nato, l’Europa, gli Usa non rispettano gli accordi di pace (di Minsk), di cui erano garanti, ma anzi hanno fatto di tutto per costringere la Russia a fare qualsiasi cosa, magari un’invasione. Non potrebbe mai, ma se presa dalla sindrome di Cossiga, per cui qualche verità esce fuori, per togliersi qualche macigno dalla scarpa, allora, se così fosse, la guerra dell’Occidente contro la Russia terminerebbe domani, per la vergogna, per decenza, perché il mondo morale dell’Occidente è superiore a qualunque altro, addirittura nella galassia.

L’Occidente è il migliore dei mondi.

Finché dura.

 

 

Accordi di Minsk e ruolo della Germania. La risposta di Putin ad Angela Merkel

Il presidente russo Vladimir Putin ha definito “deludenti” le dichiarazioni dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha recentemente affermato che gli accordi di Minsk del 2015 sono stati “un tentativo di dare tempo all’Ucraina”.

“È deludente. Francamente, non mi aspettavo di sentirlo dall’ex cancelliere, perché ho sempre pensato che i leader della Repubblica federale [di Germania] fossero in dialogo sincero con noi. Sì, certo che hanno sostenuto l’Ucraina, ma mi sembrava che i leader [tedeschi] volessero sempre risolvere [il conflitto] sulla base dei principi che avevamo raggiunto, compresi gli accordi di Minsk”, ha sottolineato il leader russo dopo un vertice con i leader dell’Unione economica eurasiatica.

In tal senso, ha ribadito che Mosca “ha fatto tutto bene” in relazione all’avvio dell’operazione militare in Ucraina. Ha anche ricordato che i membri del formato Normandia (Germania, Francia) ” hanno mentito” sulla loro disponibilità a rispettare quanto concordato, mentre l’Ucraina ha ripetutamente rifiutato di attenersi alle disposizioni che cercavano di porre fine al conflitto.

“L’idea era solo quella di riempire l’Ucraina di armi e prepararla per il combattimento. Vediamo, forse ce ne siamo resi conto troppo tardi. Forse dovremmo iniziare tutto questo prima [dell’operazione]. Speravamo solo che avremmo potuto concordare il quadro degli Accordi di Minsk”, ha sottolineato.

In questo contesto, ha sottolineato che si pone la questione della fiducia che attualmente “è quasi a zero”. “Come raggiungere un accordo? Cosa negoziare? È possibile negoziare con qualcuno? E dove sono le garanzie?”, sono le domande che ha posto il capo dello Stato russo. Tuttavia, ha sottolineato che alla fine ” sarà necessario raggiungere accordi” e ha assicurato che Mosca è “aperta” a tali scenari.

Cosa ha detto la Merkel?

In un’intervista pubblicata mercoledì scorso al quotidiano Die Zeit , l’ex capo del governo tedesco ha assicurato che gli accordi in questione non solo hanno dato tempo a Kiev, ma le hanno anche permesso di ” rafforzarsi, come si vede oggi”.

“L’Ucraina del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi. Come si è visto nella battaglia per Debaltsevo [un importante nodo ferroviario nella Repubblica popolare di Donetsk] all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente invadere allora. E dubito fortemente che gli stati della NATO  avrebbero potuto fare tanto quanto stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina”, ha detto.

“Era chiaro a tutti noi” che il conflitto era congelato e la questione rimaneva irrisolta, ha proseguito l’ex presidente, aggiungendo che “è stato proprio questo a dare tempo prezioso all’Ucraina “.

Vale la pena ricordare che non è la prima volta che la Merkel si esprime in questo senso. Alla fine di novembre, ha affermato in un’intervista per la rivista  Der Spiegel  che il congelamento del conflitto raggiunto con gli accordi di Minsk ha permesso all’Ucraina di diventare “più forte e più resiliente “.

  • Angela Merkel era alla guida del governo tedesco nel 2014, quando in Ucraina ebbe luogo un colpo di stato che fece precipitare il Paese in un conflitto interno. Gli accordi di Minsk sono stati firmati nel febbraio 2015 con la sua partecipazione.
  • Il 22 febbraio di quest’anno il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che gli accordi in questione non esistono più, dopo il riconoscimento delle repubbliche del Donbass, che a settembre sono entrate a far parte del Paese eurasiatico. Secondo il presidente, gli Accordi di Minsk “sono stati uccisi” dalle autorità ucraine.

(traduzione AD)

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lunedì 1 marzo 2021

Corridoi militari. Ecco perchè non si ferma il Tav - Fabrizio Salmoni

 

Chissà quante volte ci siamo chiesti cosa ancora occorresse per fermare la Torino-Lione dopo che tutte le fonti indipendenti e le Corti dei Conti francese e europea ne hanno decretato l’insostenibilità economica e ambientale. Dopo la sbrigativa formula decisionale snocciolata a suo tempo da Conte (“Costa più non farla che farla”) che pure si suppone avesse letto la relazione del prof. Ponti e avesse considerato la sproporzione degli impegni economici tra Italia e Francia. A chi non suonò falsa,  imbarazzata e decisamente insufficiente a giustificare la prosecuzione del progetto?

Non potevano essere stati solo i vuoti slogan dei proponenti sui vantaggi ambientali, commerciali, efficientistici,  o le pressioni delle madamine sponsorizzate dall’Unione Industriale torinese e quella pletora di personaggi impresentabili che hanno cavalcato il tema Tav per opportunità personale o politica. E neanche le pressioni degli industriali, e della folta schiera di clientes che ogni partito alimenta a soldoni per consolidare il proprio sistema di potere.

Ora, grazie a Presidio Europa e all’intraprendenza di alcuni attivisti No Tav di Potere al Popolo, forse capiamo di più. Capiamo la caparbietà, l’arroganza, le tante irregolarità, le difficoltà legali-amministrative, superate da Telt sempre con stupefacente facilità, i ricorsi sempre respinti, le sentenze sempre favorevoli, le delibere dei Comuni sempre ignorate, le richieste di riesame dei dati forniti dai tecnici della Comunità Montana mai considerate o sbrigativamente licenziate, le falsità dei media, la durezza della presenza poliziesca. Capiamo perchè sono cosi sicuri che quella “promessa” di soccorso economico europeo lievitato al 55% dei costi si concretizzerà, e perchè, malgrado i ritardi certificati che avrebbero dovuto sottrarre contributi europei, non ci sia mai stata una seria conseguenza.

La verità dirimente sta nei documenti e nei verbali dell’Unione Europea che presentano una visione chiara di come i famigerati corridoi TEN-T rappresentino un elemento fondamentale per i passaggi necessari verso la costruzione di una Difesa europea comune, autonoma dalla stessa Nato.

Nel 2016 la Ue si rende promotrice di un’iniziativa senza precedenti: l’istituzione di un fondo europeo per la Difesa (European Defence Fund) con il discorso annuale del Presidente Junker che invita a “riflettere sulla necessità di assumersi le responsabilità di proteggere gli interessi e il modo di vivere dei cittadini europei, nel loro territorio e all’estero, senza delegare la loro tutela alle potenze militari altrui”. L’Edf , destinato a sostenere progetti industriali militari, avvia la cooperazione permanente tra eserciti europei per una serie di passaggi sulla mobilità militare e diventa realtà il 7 giugno 2017.

Segue a ruota Violeta Bulc, Commissario per i Trasporti e appassionata sentinella europea della lobby del Tav, che spiega cosi il progetto: “Il nostro obiettivo consiste nell’impiegare al meglio la nostra rete di trasporti, per garantire che si tenga conto delle esigenze militari in sede di pianificazione dei progetti infrastrutturali. Ne derivano un uso più efficace del denaro pubblico e una rete di trasporto meglio equipaggiata, in grado di garantire una mobilità rapida e senza ostacoli in tutto il continente. È una questione di sicurezza collettiva”. (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_18_2521).

In un’audizione alla Camera nel 2019, il Gen. Claudio Graziano, presidente del Comitato Militare dell’Ue, riferisce“La Commissione e l’Alta rappresentante hanno presentato il 10 novembre 2017 una comunicazione congiunta sul miglioramento della mobilità militare e il 28 marzo 2018 un piano d’azione per la mobilità militare all’interno e all’esterno dell’Unione europea. Il piano d’azione è volto in particolare ad individuare i requisiti militari, gli eventuali potenziamenti delle infrastrutture di trasporto e le opzioni… di allineamento della normativa sul trasporto di merci pericolose atti a garantire la mobilità militare. Il 3 giugno 2019 la Commissione europea e l’Alta Rappresentante hanno presentato una relazione sull’attuazione del piano d’azione sulla mobilità militare (JOIN(2019)11).   Si ricorda che nell’ambito della proposta di regolamento relativo al meccanismo per collegare l’Europa (COM(2018) 438), alle reti di trasporto, energia e infrastrutture digitali, è previsto uno stanziamento di 6,5 miliardi di euro per il finanziamento di infrastrutture di trasporto a duplice uso civile e militare nell’ambito del quadro finanziario 2021- 2027, che tenendo conto del tasso di cofinanziamento del 50%, potrebbe mobilitare uno stanziamento complessivo di almeno 13 miliardi di euro per tali progetti.” (http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/AU019.pdf?_1580894703083).

In altra audizione alla camera,  il raggio degli obiettivi si amplia ai programmi spaziali, si danno istruzioni perentorie e si fissano delle scadenze: “…Entro il 2019 la Commissione individuerà le porzioni della rete transeuropea dei trasporti utilizzabili per il trasporto militare. Sarà stilato un elenco di progetti prioritari, con una stima del volume totale degli investimenti necessari per esigenze militari sulla rete transeuropea dei trasporti; entro il 2020 la Commissione valuterà la necessità di adeguare il regolamento relativo alla rete transeuropea dei trasporti al fine di un aggiornamento dei requisiti tecnici per i requisiti militari; entro la fine del 2019 la Commissione determinerà la possibilità di interconnettere le banche dati militari e civili (TENtec); la Commissione continuerà a rafforzare sinergie tra la rete transeuropea dei trasporti e i 3 pertinenti programmi spaziali (per es. EGNOS/Galileo). Gli Stati membri dell’UE sono invitati a: stabilire al più presto un unico punto di contatto per informazioni sull’accesso alle infrastrutture di trasporto per scopi militari; tenere sistematicamente conto delle esigenze militari nella costruzione di infrastrutture di trasporto“.  Abbiamo quindi delle date che richiederebbero conferme ufficiali e un interessante collegamento da chiarire con i progetti spaziali.

Nella stessa occasione, si fa riferimento all’esperimento realizzato nei paesi del corridoio Mare del Nord-Mar Baltico nel 2017 per  testare la capacità delle reti specificando che “L’operazione pilota ha anche individuato importanti opportunità per un duplice uso civile-militare delle infrastrutture, tra queste l’uso delle piattaforme multimodali che consentono di trasferire rapidamente risorse da porti e aeroporti a ferrovie e strade, il miglioramento della capacità dei terminal terrestri e sagome limite adeguate nelle linee ferroviarie merci. La rete transeuropea dei trasporti (TEN-T) consiste in una rete globale che garantisce l’accessibilità a tutte le regioni dell’UE, da ultimarsi nel 2050, e in una rete centrale, – ritroviamo date familiari – le cui parti strategicamente più importanti devono essere completate nel 2030. La rete TEN-T comprende porti, aeroporti, ferrovie, strade e vie navigabili interne. Per facilitare il completamento delle parti principali della rete centrale sono stati stabiliti nove corridoi multimodali principali. Tale sistema si è già dimostrato molto utile ai fini della mobilità militare in quanto ha permesso di convertire i dati geografici identificati nei requisiti militari in un formato visivo e di creare un visualizzatore interattivo di mappe della mobilità militare TENtec”. (http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/ES008.pdf).

E si arriva cosi al 10 dicembre 2020 quando è portata all’attenzione del parlamento europeo la relazione della Commissione trasporti e turismo che conferma definitivamente: “La politica in materia di infrastrutture di trasporto offre una chiara opportunità per potenziare le sinergie tra le esigenze di difesa e la rete TEN-T, con l’obiettivo generale di migliorare la mobilità militare in tutta l’Unione, affinché le infrastrutture di trasporto nell’ambito delle tratte transeuropee della rete giudicate idonee siano adattate rigorosamente in linea con il principio del “duplice uso”, onde soddisfare le esigenze civili e di difesa. Il Parlamento europeo invita la Commissione a mantenere la sua proposta originaria per il finanziamento della mobilità militare nel quadro del QFP 2021-2027.” (http://www.presidioeuropa.net/blog/wp-content/uploads/2021/01/Revisione-degli-orientamenti-relativi-alla-rete-transeuropea-di-trasporto-20201210-A-9-2020-0251_IT-con-NOTE1.pdf)

Bene, ora sappiamo di più, e forse non ancora tutto, ma già abbastanza per aggiungere alle criticità economiche e ambientali da sempre denunciate il tema dell’antimilitarismo al contrasto della Grande Opera. Sarà sufficiente per scuotere anche quelle anime belle che espongono alla finestra  la bandiera della Pace come massimo impegno? La resistenza ventennale della Val Susa assume oggi ancora più valore, dopo aver messo in luce l’intreccio perverso di interessi che stanno dietro al progettone. Quali forze si faranno avanti per la nuova sfida? (F.S. 25.2.2021)

da qui

domenica 4 dicembre 2016

Standing Rock, arrivano i rinforzi - Fabrizio Salmoni


I Diné Warriors (Dinè è il tradizionale appellativo dei Navajo), veterani di guerra Navajo, sono partiti questa mattina (sabato) in numerosi bus da quattro punti in New Mexico, dopo una seduta di preghiere propiziatorie: Window Rock, la capitale della Nazione Navajo, Albuquerque, Gallup e Chinle. Dopo una sosta al sacro Shiprock ripartiranno per Denver e da lì proseguiranno per il Nord Dakota recuperando lungo la strada altri solidali formando così un vero e proprio convoglio. L’arrivo è previsto a Cannonball, presso la Riserva Sioux per domenica mattina, in concomitanza con i restanti circa 2000 veterani attesi.
Non è stato facile organizzare il viaggio specie dopo che la compagnia aerea di charter con cui si era concordato un preventivo di 50.000 $ ha cambiato la richiesta triplicandola a 160.000 $, una cifra senza ragione per cui si suppone che ci siano stati interventi e pressioni da parte di “forze oscure”. La cifra iniziale, già molto alta, era stata resa disponibile dalla National Nurses United, l’Associazione Nazionale degli Infermieri. Una straordinaria dimostrazione di solidarietà.
Gli organizzatori locali Navajo tutto sommato hanno accettato di buon grado l’alternativa anche perché il viaggio per strada è più diretto e permetterà di raccogliere altra gente, fare numero e attirare maggiormente l’attenzione delle comunità locali e dei media. (3.12.2016)
(*) ho preso testo e foto da  https://mavericknews.wordpress.com/. 
Se avete perso le puntate precedenti di questa vicenda… andate in “cerca” e lì digitate «Standing Rock»: avrete i link ai post apparsi in “bottega”. (db)
da qui