Visualizzazione post con etichetta Kohei Saito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kohei Saito. Mostra tutti i post

sabato 13 gennaio 2024

Kohei Saito, il filosofo che ha ribaltato l’interpretazione della dottrina di Karl Marx

(intervista di Marianna Usuelli)

Marx è sempre stato considerato lontano dall’ecologia. A torto. Lo dimostra il lavoro di ricerca del filosofo giapponese che ha riesumato gli inediti “Quaderni di scienze naturali” che custodiscono la versione più matura e recente del pensiero dell’economista di Treviri. La sostenibilità è al centro della sua critica al capitalismo

Con centinaia di migliaia di copie vendute in tutto il mondo in numerose lingue, Kohei Saito è il filosofo giapponese che sta ribaltando l’interpretazione convenzionale della dottrina di Karl Marx. Da sempre concepito come pensatore produttivista, utopista tecnologico con un’inflessibile fiducia nel progresso, che promuove il dominio dell’umanità sulla natura, Marx è sempre stato considerato lontano dall’ecologia. Saito, uno dei maggiori conoscitori a livello globale del padre del comunismo, ha riesumato dei manoscritti che Marx non riuscì a riordinare prima di morire. I “Quaderni di scienze naturali” nascondono per Saito la versione più matura e recente del pensiero di Marx e permettono di ricostruire tutta un’altra filosofia, che addirittura pone la sostenibilità al centro della sua critica al capitalismo.

L’ecosocialismo di Karl Marx (Castelvecchi Editore, 2023) è il libro partorito dall’analisi di questi scritti inediti, che affrontando le prospettive dell’agricoltura, della botanica, della chimica e della geologia, contengono fondamentali riflessioni sulla crisi ecologica causata dalle attività umane. Apparso per la prima volta nel 2017, “L’ecosocialismo di Karl Marx” ha reso Saito il più giovane vincitore del Deutscher Memorial Prize, ma è stato pubblicato in italiano solo alla fine del 2023. 

Professor Saito, rovesciando l’interpretazione canonica del “marxismo prometeico”, lei giunge a sostenere che “non è possibile comprendere tutta la portata della critica dell’economia politica di Marx se si ignora la sua dimensione ecologica”. Ci spiega meglio?
KS
 Penso che oggi sia difficile negare che il capitalismo sta creando l’attuale crisi ecologica globale. Il problema è che non ci sono molte teorie per criticare sistematicamente l’economia di mercato. La principale è ovviamente quella legata al pensiero di Karl Marx che però è sempre stato accusato di essere anti-ecologico, paladino della modernizzazione e dell’industrializzazione. Dai “Quaderni di scienze naturali” emerge tuttavia la sua profonda attenzione verso fenomeni quali la deforestazione, la desertificazione, l’esaurimento del suolo e addirittura l’estinzione delle specie, che prima d’ora si ignorava completamente. Marx era giunto alla conclusione che il capitalismo non comporta solo lo sfruttamento degli umani ma anche della natura e che sta distorcendo la nostra interazione metabolica con essa. Verso la fine della sua vita Marx rivendicò quindi una società postcapitalistica sostenibile, quello che io chiamo “eco-socialismo”. 

Secondo lei perché Marx è stato frainteso fino a oggi e non siamo stati in grado di cogliere il suo pensiero ecologico?
KS 
Pubblicati solo nel 2020 (Saito è uno degli editori, ndr), i Quaderni di scienze naturali sono stati ignorati per ben 150 anni dalla pubblicazione del primo volume de “Il Capitale”. Una delle ragioni è che nel corso del Novecento i movimenti sociali si sono dedicati prevalentemente alle condizioni di vita dei lavoratori e alla lotta alla povertà, trascurando l’ecologia. Abbiamo creduto che con la tecnologia e lo sviluppo potessimo risolvere il problema della fame. La questione ecologica è stata marginalizzata e lo è tuttora, anche da parte dei movimenti operai. Io penso invece che oggi verdi e rossi dovrebbero imparare gli uni dagli altri e che l’ecosocialismo sia uno dei modi grazie a cui possiamo lottare meglio per ottenere una società più giusta e sostenibile. 

Spesso si dice che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Come mai la nostra società è giunta all’incapacità di immaginarsi diversamente?
KS 
Dopo il collasso dell’Unione sovietica molti hanno pensato che il marxismo avesse fallito e non ci fosse alcuna alternativa al sistema capitalistico. A quel punto si è pensato che tutti i problemi -la sostenibilità, l’uguaglianza, la parità di genere- avrebbero dovuto essere risolti all’interno dell’economia di mercato. La nostra immaginazione si è costretta sempre più negli esistenti sistemi economici, istituzioni politiche e norme culturali. Quando ero uno studente sono stato molto ispirato dal filosofo Antonio Negri, scomparso di recente. Lui è stato uno dei pochi a rivendicare apertamente la necessità di immaginare una società oltre il capitalismo, alternativa che chiamava “comunismo”. Molti oggi pensano che il comunismo sia un’utopia, ma è altrettanto utopico pensare che il capitalismo possa risolvere la crisi climatica e portare benessere a tutti. Quindi io credo che abbiamo bisogno di più coraggio e immaginazione per proiettarci oltre il capitalismo ponendo al centro la questione ecologica, e penso che il marxismo ci dia tanti spunti creativi per questo lavoro. 

“Dopo il collasso dell’Unione Sovietica molti hanno pensato che il marxismo avesse fallito e non ci fosse alcuna alternativa al sistema capitalistico. A quel punto si è pensato che tutti i problemi avrebbero dovuto essere risolti all’interno dell’economia di mercato” – Kohei Saito

Alla luce delle sue riflessioni, si potrebbe considerare Marx un autore in linea con il pensiero della decrescita?
KS 
Molti ritengono che il superamento del capitalismo implicherebbe un uso della tecnologia più giusto e una crescita economica più sostenuta e a beneficio di tutti. Ma questa idea non è in linea con il pensiero che Marx ha sviluppato alla fine della sua vita. Infatti era giunto a riconoscere che lo sviluppo della tecnologia nel capitalismo si è verificato a spese di un sempre maggiore sfruttamento degli umani e della natura. Una tecnologia che nasce dallo sfruttamento non è adatta a una società post-capitalistica che aspira all’uguaglianza. Abbiamo bisogno di un diverso tipo di tecnologia e di relazione con la natura. Negli anni Marx è diventato sempre più critico nei confronti del produttivismo e ha sviluppato un’idea di abbondanza slegata dal consumismo e più sostenibile. Penso quindi che dovremmo specificare il concetto di ecosocialismo come “decrescita ecosocialista” o “comunista”, in cui tutti condividiamo la ricchezza di questo Pianeta in un modo uguale e giusto. 

Si è conclusa da poche settimane la ventottesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop28). Come giudica gli esiti? 
KS Se si rimane nella cornice esistente delle attuali istituzioni politiche, la Cop28 è da leggere come un successo, è andata meglio delle precedenti e ha portato a un risultato storico, così come quando è stato raggiunto l’Accordo di Parigi nel 2015. Se si esce dalla cornice capitalistica, l’intero sistema delle Cop appare come un fallimento: non sta portando la necessaria trasformazione che serve per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C e non sta dando voce alle persone povere e marginalizzate. Da questa prospettiva con la Cop28 abbiamo assistito alla ripetizione delle solite dinamiche politiche e questa è una delle ragioni per cui le persone dovrebbero radicalizzarsi e avremmo bisogno di sperimentare un diverso tipo di movimento sociale e politico.

da qui

domenica 16 luglio 2023

Marx e la decrescita

 

Il comunismo della decrescita: l'ultima svolta di Marx - Il comunismo della decrescita: l'ultima svolta di Marx - Peter Boyle

Anche se il marxista giapponese Kohei Saito non avesse scritto Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, la sinistra oggi dovrebbe ancora prendere sul serio l'idea della decrescita.

Questo perché, spiega l'economista e antropologo Jason Hickel in Less is More, «Sebbene sia possibile passare al 100% di energia rinnovabile, non possiamo farlo abbastanza velocemente da rimanere sotto gli 1,5°C o i 2°C, se continuiamo a far crescere l'economia globale ai ritmi attuali».

Non è solo la dipendenza dai combustibili fossili a mettere in pericolo il pianeta, ma la ricerca cronica della crescita economica da parte del capitalismo. Crescita illimitata significa maggiore domanda di energia. E una maggiore domanda di energia rende più difficile sviluppare una capacità sufficiente per generare energia rinnovabile nel breve tempo rimasto per evitare un riscaldamento catastrofico.

Questo è il motivo per cui la rilettura di Saito dell'opera di una vita di Karl Marx è cruciale per i socialisti di oggi. Come egli sostiene, l'ecologia non era una considerazione secondaria per Marx, ma al centro della sua analisi del capitalismo. E mentre si avvicinava alla fine della sua vita, Marx si rivolse sempre più alle scienze naturali e si convinse profondamente che una crescita illimitata nel capitalismo non poteva essere sfruttata per scopi umani o ambientali. Piuttosto, come spiega Saito, Marx capì che il comunismo avrebbe portato sia abbondanza che decrescita.

 

Altro che riscaldamento globale

Oggi, gli attivisti ambientali in genere si concentrano sul riscaldamento globale.

Ma il problema è più profondo di questo. Scienziati come James Hansen e Paul Crutzen hanno identificato una serie di «confini planetari» oltre i quali il disastro è quasi certo. Il cambiamento climatico è uno di questi. Tuttavia, esistono anche punti di svolta anche per quanto riguarda la perdita di biodiversità o di terreni boschivi, l’acidificazione degli oceani, l’inquinamento chimico, l’assottigliamento dello strato di ozono, il carico di azoto e fosforo nelle acque e l’esaurimento dell'acqua dolce.

Ad esempio, la concentrazione atmosferica di carbonio non dovrebbe superare le 350 parti per milione (ppm) se il clima deve rimanere stabile, e abbiamo già superato quel limite nel 1990. Ora è di 420 ppm. Allo stesso modo, si minaccia un disastro se la proporzione della superficie terrestre coperta da foreste scende al di sotto del 25 % o se il tasso di estinzione supera le dieci specie per milione all'anno.

Dalla deforestazione dell'Amazzonia alle estinzioni causate dagli incendi boschivi determinati dai cambiamenti climatici in Australia, la causa principale rimane la stessa: un'espansione economica incontrollata.

Per quanto l'evidenza richieda la decrescita, la proposta solleva nondimeno difficili questioni politiche. Ad esempio, i socialisti nei paesi sviluppati e in via di sviluppo sono uniti nel chiedere migliori standard di vita. Ed è difficile immaginare che un movimento di massa contro il capitalismo prenda piede a meno che non possa offrire una vita migliore.

Questi, tuttavia, non sono problemi insormontabili. Come sostengono sia Saito che Hickel, a causa del ruolo dell'imperialismo nel trasferire sistematicamente i costi ecologici al Sud del mondo, la crescita economica deve diminuire drasticamente nei paesi più ricchi, mentre continua a crescere nel Sud del mondo.

Ma questo non significa che la gente comune nei paesi ricchi debba subire un brusco calo della qualità della vita. Ristrutturando radicalmente l'economia per dare priorità ai bisogni sociali e alla sostenibilità ecologica, è possibile migliorare la vita della maggioranza anche riducendo la produzione.

Come sostiene Saito in Marx in the Anthropocene, in seguito, man mano che Marx approfondiva le sue ricerche nell'economia politica e nelle scienze naturali, questa idea divenne più cruciale per la sua visione di una società post-capitalista. Tuttavia, si tratta di una prospettiva che è andata in parte perduta, dato che Marx non è vissuto abbastanza a lungo per incorporare l'analisi nei volumi successivi del Capitale, previsti ma non completati. E non si tratta solo di congetture. Saito costruisce la sua argomentazione sulla base della sua profonda conoscenza di quaderni e scritti inediti che ora sono stati pubblicati come parte delle nuove opere complete di Marx e Friedrich Engels, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA).

Marx, scrive Saito, si rese conto che «lo sviluppo capitalistico delle tecnologie non preparasse necessariamente una base materiale per il post-capitalismo». Ciò significava, come continua, che:

«Marx non solo considerava le “fratture metaboliche” nel capitalismo come l'inevitabile conseguenza della fatale distorsione nel rapporto tra uomo e natura, ma sottolineava anche la necessità di una trasformazione qualitativa nella produzione sociale per riparare il profondo abisso nel metabolismo universale della natura».

 

Le forze produttive del capitalismo

Saito identifica nell'opera di Marx quattro ragioni per cui le forze produttive sviluppate dal capitalismo non possono essere adottate in una società ecosocialista post-capitalistica.

In primo luogo, poiché gran parte della tecnologia è progettata in parte per soggiogare e controllare i lavoratori, gran parte di essa è inadatta a una società non sfruttatrice.

In secondo luogo, come spiega Saito, «le tecnologie capitalistiche non sono adatte all'esigenza socialista di riunificare “concezione” ed “esecuzione nel processo lavorativo». Vale a dire, una società socialista deve garantire che l'utilizzo della tecnologia sia conforme allo scopo per il quale è stata progettata, e che questi funzionino insieme per fini umani ed ecologici.

In terzo luogo, secondo Saito, Marx osservava che «lo sviluppo capitalistico delle forze produttive mina e distrugge persino il metabolismo universale della natura». Vale a dire, interrompendo e distruggendo interi ecosistemi, lo sviluppo capitalista inibisce la capacità della natura di rinnovarsi.

In quarto luogo, Saito sostiene che Marx aveva previsto che lo sviluppo della tecnologia che separa mezzi e fini, come descritto sopra, avrebbe reso necessaria l'ascesa di una «classe burocratica». Questa nuova classe «avrebbe governato la produzione sociale generale al posto della classe capitalista» e «la condizione di alienazione della classe operaia sarebbe rimasta sostanzialmente la stessa».

Per queste ragioni, sostiene Saito, Marx iniziò a mettere in discussione la sua precedente visione secondo cui il capitalismo svolgeva un ruolo progressivo aumentando le forze produttive della società. Di conseguenza, conclude Saito, Marx fu «inevitabilmente costretto a mettere in discussione la sua precedente visione progressista della storia».

Questo cambiamento di prospettiva guidò il lavoro di Marx nei volumi successivi del Capitale, progettati ma rimasti incompiuti, per i quali intensificò lo studio sia delle scienze naturali sia delle società precapitalistiche. E dopo il 1868, questo portò Marx a un altro cambiamento di paradigma, abbracciando quello che Saito e altri chiamano oggi comunismo della decrescita.

Secondo questa nuova prospettiva, Marx abbandonò l'idea che una società comunista si sarebbe semplicemente appropriata dell'abbondanza ecologicamente non sostenibile che il capitalismo offre oggi a una piccola minoranza. Al contrario, avrebbe offerto una «radicale abbondanza di “ricchezza comune/comunitaria”». Secondo Saito, Marx chiarisce questo concetto nella Critica al Programma di Gotha, definendolo come «uno stile di vita non consumistico in un'economia post-scarsità che realizza una società sicura e giusta di fronte alla crisi ecologica globale dell'Antropocene».

In effetti, se leggiamo l'ultima opera di Marx sotto questa luce, nel comprenderla ci viene in soccorso la sua famosa lettera del 1881 a Vera Zasulich, una rivoluzionaria russa. In essa, Marx suggerisce che i modelli di proprietà terriera comunitaria pre-moderni presenti nei villaggi dell'impero russo potrebbero essere trasformati in modelli di proprietà collettiva e socialista. Secondo Saito, questa lettera dovrebbe essere «reinterpretata come la cristallizzazione della sua visione non produttivista e non eurocentrica della società futura» e «dovrebbe essere caratterizzata come comunismo della decrescita».

 

Il lavoro essenziale ha un'impronta ecologica inferiore

Saito sostiene che una società socialista si sposterebbe verso lavori essenziali che producono valori d'uso di base e, di conseguenza, la crescita economica rallenterebbe. Un'economia rimodellata per servire i bisogni sociali avrebbe un'impronta ecologica drasticamente inferiore, aggiunge, e la scarsità artificiale che il capitalismo ha prodotto da quando ha distrutto i vecchi beni comuni potrebbe essere superata.

Ma è vero? Alcune ricerche suggeriscono di sì. Lo studio di Hickel sui dati delle Nazioni Unite – citato in Less Is More – ha rilevato che

«La relazione tra PIL e benessere umano si svolge su una curva di saturazione, con rendimenti nettamente decrescenti: dopo un certo punto, che le nazioni ad alto reddito hanno superato da tempo, un PIL maggiore non migliora i risultati sociali fondamentali».

Per esempio, la Spagna spende solo 2.300 dollari a persona per fornire a tutti un'assistenza sanitaria di alta qualità come diritto fondamentale e vanta anche un'aspettativa di vita di 83,5 anni, una delle più alte al mondo. In effetti, l'aspettativa di vita della Spagna è di ben cinque anni superiore a quella degli Stati Uniti, dove il sistema privato a scopo di lucro «succhia una cifra esorbitante di 9.500 dollari a persona, mentre offre un'aspettativa di vita più bassa e risultati sanitari peggiori». La ben più povera Cuba ha goduto a lungo di un'aspettativa di vita superiore a quella degli Stati Uniti grazie alla sua assistenza sanitaria gratuita e universale. Durante la pandemia di COVID-19 questo divario è cresciuto fino a tre anni.

Oltre a questo, Saito sostiene che ci sono altre buone ragioni per cui una società post-capitalistica ha bisogno di rimodellare radicalmente l'economia. Ad esempio, con il capitalismo, un numero sempre maggiore di persone è costretto a svolgere «lavori di merda» precari, un termine che Saito ha preso a prestito dal defunto antropologo e attivista anarchico David Graeber. Ne sono un esempio gli addetti al telemarketing, i controllori dei parcheggi e dei trasporti pubblici e la maggior parte dei quadri intermedi. Oltre a essere privi di significato, perché fonte di sprechi, questi lavori contribuiscono alla distruzione dell'ambiente, approfondiscono le disuguaglianze e peggiorano la nostra salute mentale e la qualità della vita.

Su un piano più ampio, il comunismo della decrescita accorcerebbe radicalmente la settimana lavorativa, liberando la creatività umana, la socialità e la solidarietà sociale. Per spiegarlo, Saito osserva che nel corso del XX e del XXI secolo il rapido cambiamento tecnologico ha portato a un aumento della produttività. Eppure, le ore di lavoro non sono diminuite, sempre perché il capitalismo richiede una crescita costante.

In definitiva, però, Saito sostiene che solo liberando la maggioranza dal «dispotismo del capitale» otterremo la libertà di scegliere cosa produrre collettivamente e come farlo.

 

Contro il marxismo deterministico

Questi argomenti significano che Saito fa causa comune con una lunga serie di marxisti – tra cui Rosa Luxemburg, Lev Trockij, György Lukács, Antonio Gramsci e altri – che si sono opposti alle versioni deterministiche del marxismo. Sebbene tali teorie della storia siano contrarie a gran parte dell’opera di Marx, sia iniziale che tardiva, ci sono senza dubbio passaggi che danno sostegno al determinismo storico affermando che il capitalismo inevitabilmente si autodistruggerà.

Ad esempio, come scrisse notoriamente Marx nel 1859 [1] in Per la critica dell’economia politica,

«A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti... Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura».

Come sostiene Saito, è sbagliato leggere questo come una previsione restrittiva che la crescita economica si fermerà, provocando una grande crisi e la necessaria fine del capitalismo. Al contrario, «semplicemente non c'è alcuna prova empirica che la pressione sul saggio del profitto dovuta ai crescenti costi del capitale circolante provocherà presto una “crisi epocale”».

Anzi, il capitalismo potrebbe dimostrarsi capace di resistere alla catastrofe ecologica. Come spiega Saito,

«è necessario realizzare emissioni nette di carbonio pari a zero entro il 2050 per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C entro il 2100. Quando questa linea viene oltrepassata, vari effetti potrebbero combinarsi, rafforzando così il loro impatto distruttivo su scala globale, specialmente su coloro che vivono nel Sud del mondo. Tuttavia, le società capitalistiche nel Nord del mondo non crolleranno necessariamente».

Rispetto alle letture più ottimistiche di Marx, quella di Saito è sobria. Probabilmente, tuttavia, l'effettivo corso della storia dai tempi di Marx – che include crescenti fratture metaboliche – supporta la sua visione. Ed è per questo che la visione tardiva di Marx del comunismo della decrescita può essere una fonte di speranza per la nostra epoca di crisi multiple, accelerate e sovrapposte.


Note

[1] L’autore dell’articolo indica il 1869, quando Per la critica dell’economia politica, dalla cui prefazione è tratta la citazione, fu pubblicato nel 1859.


Traduzione di Alessandro Cocuzza - Redazione di Antropocene.org


Fonte: Climate&Capitalism 23.06.2023

 

da qui

 

 

Osservazioni critiche alla concezione del “comunismo della decrescita” di Kohei Saito - David Schwartzman 

 

 

 

La recensione di Peter Boyle del libro di Kohei Saito Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism (Climate & Capitalism, 23 giugno 2023) fornisce un eccellente resoconto dei suoi punti principali.

 

La mia critica può essere riassunta nel seguente modo: “Sì al comunismo della decrescita”, ma anche “Sì all'ecosocialismo della buona crescita” purché ci si arrivi.

Nella transizione ecosocialista al comunismo della decrescita che Boyle indica, inizierebbe il processo di accorciamento radicale della settimana lavorativa e di liberazione della creatività umana, della socialità e della solidarietà sociale.

Boyle cita Hickel: «Sebbene sia possibile passare al 100% di energia rinnovabile, non possiamo farlo abbastanza velocemente da rimanere sotto gli 1,5°C o i 2°C, se continuiamo a far crescere l'economia globale ai ritmi attuali».

Una transizione di questo tipo significa che i combustibili fossili dovrebbero essere eliminati più velocemente di quanto le energie rinnovabili possano essere create per sostituirli. Ma Hickel non dice cosa deve crescere – oltre alle forniture di energia rinnovabile – e cosa deve decrescere, in questa transizione. Per rispondere a questa domanda è essenziale decostruire la crescita economica nelle sue componenti.

Il marchio della decrescita è stato messo in discussione da Josef Baum un decennio fa:

«Walter Hollitscher, un filosofo materialista austriaco, in un dibattito svoltosi alla fine degli anni '70, sosteneva che l'unica cosa che deve assolutamente crescere è la soddisfazione dei bisogni. In sostanza, da un punto di vista socio-ecologico la questione della crescita o della decrescita è semplice: non ci può essere una risposta affermativa o negativa. Alcuni flussi, stock e attività dovrebbero crescere; altri non dovrebbero crescere ma diminuire, come ad esempio la produzione di armi. Non sembra utile usare il termine “decrescita” senza indicare cosa dovrebbe diminuire, perché l'uso generale della nozione di “decrescita” può essere facilmente inteso come un attacco indifferenziato al tenore di vita e ai mezzi di sostentamento di molti gruppi di persone, soprattutto di ampi settori della società a basso reddito».[1]

Critico la decrescita da una posizione simile.[2] Ma Saito si oppone a qualsiasi forma di crescita economica, anche in un regime ecosocialista e postcapitalista: «L'ecosocialismo non esclude la possibilità di perseguire un'ulteriore crescita economica sostenibile una volta superata la produzione capitalistica, ma il comunismo della decrescita sostiene che la crescita non è sostenibile né desiderabile nemmeno nel socialismo». (p. 209)

È quindi deludente, dal momento che siamo ancora immersi nel capitalismo fossile, che Saito non decostruisca sistematicamente il discorso della decrescita tenendo conto di queste distinzioni, crescita buona contro crescita cattiva, nel contesto di una strategia per raggiungere l'obiettivo del comunismo della decrescita.

Poiché il motore è la lotta di classe a più dimensioni, sempre più ispirata a un'agenda ecosocialista sotto il capitalismo, gli ecosocialisti sostengono comunemente una vigorosa decrescita dei consumi di lusso, in particolare quelli dell'1% della popolazione, e di quelli legato alla dipendenza dalle automobili (anche elettriche), ai consumi delle mega-ville e soprattutto del complesso militare-industriale dei combustibili fossili, unita alla crescita delle forniture di energia rinnovabile, dei trasporti pubblici elettrificati gratuiti, delle abitazioni verdi a prezzi accessibili, delle agro-ecologie che forniscono cibo biologico, dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione di prim'ordine per tutti, del governo sociale dell'economia. In altre parole, il perseguimento di un orizzonte ecosocialista, che conduca a un mondo postcapitalista smilitarizzato e in pace.

Saito ci offre una penetrante esegesi degli scritti di Marx, soprattutto del tardo Marx, fornendo profonde intuizioni, rafforzando la critica di Malm all'ibridismo, con una preziosa critica agli “accelerazionisti” di sinistra che si aspettano che la tecnologia porti da sola il comunismo nel mondo. Ma Saito trascura di analizzare la letteratura sulla decrescita e la sua critica da sinistra.

Ad esempio, mi cita: «Molti credono ancora che il marxismo e la decrescita siano incompatibili» (Schwartzman 1996, pp. 209-210), ma io non menziono nemmeno la decrescita, né la sua incompatibilità con il marxismo nel mio articolo del 1996,[3] e purtroppo Saito tralascia qualsiasi discussione sulla termodinamica di Georgescu-Roegen, che è fondamentale per il discorso sulla decrescita.

Presumo che Saito si riferisca ai miei articoli e libri più recenti – ad esempio, la nostra critica a Kallis (2017).[4] Egli cita Hickel e Kallis,[5] ma non la nostra critica.[6]

Al contrario, Saito afferma che: «Il progresso tecnologico può far retrocedere i limiti in una certa misura, ma l'entropia aumenta, l'energia disponibile diminuisce e le risorse naturali si esauriscono. Questi sono fatti oggettivi, indipendenti dalle relazioni sociali e dalla volontà umana». (p. 113)

Ma, in un mondo in cui ci sia il 100% di energia rinnovabile globale, questo debito di entropia viene pagato allo spazio come calore di scarto, senza contribuire al riscaldamento globale come avviene oggi con l'80% dell'energia derivata dal consumo di combustibili fossili. Inoltre, questa fornitura di energia rinnovabile, superiore all'attuale consumo di energia primaria, può alimentare un'economia circolare globale necessaria per il comunismo della decrescita, ma questa infrastruttura energetica deve essere creata con una crescita reale di questo settore dell'economia fisica.

In questa transizione, a partire dal capitalismo, la capacità di mitigazione e adattamento al clima e l'eliminazione della povertà energetica che affligge il Sud globale devono essere create sotto forma di forniture di energia principalmente eolica e solare.[7] Saito non affronta questa sfida.

Cita John Bellamy Foster:

«La società, in particolare nei paesi ricchi, deve muoversi verso un'economia di stato stazionario, il che richiede il passaggio a un'economia senza formazione netta di capitale, che rimanga all'interno del bilancio solare». Lo sviluppo, in particolare nelle economie ricche, deve assumere una nuova forma: qualitativa, collettiva e culturale – enfatizzando lo sviluppo umano sostenibile in armonia con la visione originale del socialismo di Marx» (p. 210).[8]

Ma i paesi ricchi, che hanno la responsabilità storica di aver generato pericolosi cambiamenti climatici a causa del loro consumo di combustibili fossili con i maggiori impatti sul Sud del mondo, devono ora essere ritenuti responsabili di finanziare e aiutare a implementare le necessarie infrastrutture per l'energia eolica/solare, soprattutto nel Sud del mondo, oltre a convertire le proprie economie fisiche in città verdi, trasporti pubblici elettrificati, agroecologie ecc., smantellando il complesso industriale militare dei combustibili fossili.

In effetti, Saito riconosce l'importanza del ruolo delle energie rinnovabili: «Come soluzione alla crisi climatica, i pannelli solari e i veicoli elettrici sono essenziali, ma la tecnologia delle batterie ad essi associata è ad alta intensità di risorse, soprattutto per quanto riguarda i metalli rari». (p. 41)

Ma non riconosce che esistano soluzioni per affrontare la grave sfida dell'estrattivismo in una robusta transizione verso l’energia eolica/solare, vale a dire l'utilizzo di questa fornitura di energia per riciclare i metalli, comprese le enormi scorte ora incorporate nei combustibili fossili e nelle infrastrutture militari in un'economia fisica circolare, nonché la sostituzione di elementi comuni al posto di altri più rari (ad esempio, il sodio al posto del litio nelle batterie) nelle tecnologie rinnovabili e nello stoccaggio dell'energia.[9]

Il comunismo della decrescita è vicino nel concetto al Comunismo Solare, entrambi con un'economia fisica a stato stazionario e aggiornando al XXI secolo la frase di Marx, «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!»*, in riferimento tanto agli esseri umani che alla natura. Ciò corrisponde a quella che ho recentemente definito l'epoca futura del Solarcommunicene.[10] Ci si augura che il libro di Saito contribuisca a promuovere questo futuro.


Note


[1] Josef Baum, In Search for a (New) Compass – How to Measure Social Progress, Wealth and Sustainability?, «Transform! European journal for alternative thinking and political dialogue», 2011.

[2] David Schwartzman, A Critique of Degrowth and Its Politics, «Capitalism Nature Socialism», 2012.

[3] David Schwartzman, Solar Communism, «Science & Society», Vol. 60, No. 3, Fall 1996, pp. 307-331.

[4] G. Kallis, Socialism Without Growth, «Capitalism Nature Socialism» (2017); D. Schwartzman e S. Engel Di Mauro, A Response to Giorgios Kallis’ Notions of Socialism and Growth, «Capitalism Nature Socialism», 2019.

[5] J. Hickel, Degrowth: A Theory of Radical Abundance, «Real-World Economic Review», 2019; G. Kallis, Socialism Without Growth, op. cit.

[6] David Schwartzman, Solar Communism, op. cit.; D. Schwartzman, A Critique of Degrowth and Its Politics, op. cit.; D. Schwartzman, Degrowth in a renewable energy transition?, pdf, University of Exeter Seminar, 4 Aprile, 2022.

[7] https://climateandcapitalism.com/2022/01/05/a-critique-of-degrowth/; http://theearthisnotforsale.org/dschwartzman_exeter42022.pdf

[8] J.B. Foster, Marxism and Ecology: Common Fonts of a Great Transformation, «Monthly Review», 2015.

[9] https://climateandcapitalism.com/2022/01/05/a-critique-of-degrowth/

[10] David Schwartzman, An Ecosocialist Perspective on Gaia 2.0, «Capitalism Nature Socialism», 2020.

* La citazione è da Karl Marx, Critica al Programma di Gotha (Massari, Bolsena, 2008, p. 53), che a sua volta parafrasa gli Atti degli Apostoli (At 4, 35)


David Schwartzman

Traduzione 
di Alessandro Cocuzza - Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 25.06.2023

da qui


domenica 16 aprile 2023

Degrowth communism - Paolo Cacciari

 


La ripresa di interesse al pensiero ecomarxista – penso ad autori come John Bellamy Foster, Ian Angus, Paul Burket, Michael Löwy, Jason W. Moore, Andreas Malmo – con al vertice il caso dello straordinario successo dei libri di Kohei Saito, il giovane studioso giapponese che ha portato in luce una vena protoecologista del pensiero marxiano (Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, di Kohei Saito, Università di Tokyo), ci riporta alla vexata questio che ha tormentato le avanguardie politiche rosso-verdi fin dagli anni Settanta del Novecento: come riuscire a connettere i diversi aspetti della critica al capitalismo? Come fare in modo che il “rosso” e il “verde”, ma anche il “rosa” del femminismo, il “bianco” del pacifismo antimilitarista, antinucleare e nonviolento, il “nero” dell’antiautoritarismo libertario, la “linea del colore” contro cui si scontano le lotte di liberazione postcoloniali, l’“arcobaleno” delle lotte per i diritti civili e le libertà individuali… insomma, l’intero spettro delle resistenze alle pluriverse contraddizioni scatenate dal sistema capitalista possa connettersi e convergere in un movimento d’opinione, culturale e politico capace di impensierire il comune nemico?

Ognuno capisce da sé che le dolorose crisi finanziarie, economiche, sociali, demografiche, alimentari, migratorie, ambientali… sono concatenate e hanno un’origine comune. C’è una fonte avvelenata che origina ogni male; ci sono un insieme di relazioni (non solo produttive), c’è un ordine sociale (non solo economico) e un potere simbolico che sfibrano i tessuti della solidarietà sociale e minano la convivenza civile, che generano insopportabili discriminazioni e ingiustizie, che mettono a repentaglio le stesse basi biologiche della vita, che mortificano gli individui fino a metterne in discussioni l’esistenza, la “nuda vita”. La guerra è forse l’esito finale, l’apoteosi di una logica di violenza ubiquitaria e strutturale.

Non è questa la sede per dimostrare questa realtà. Ci basti qui ricordare la fallacia della teoria di base del liberalismo secondo la quale il commercio globale e il desiderio di benessere materiale dei popoli avrebbero pacificato i rapporti tra gli stati moderni. Non serve qui elencare le molte evidenze fattuali per dimostrare che vale esattamente il contrario. È proprio la competizione economica tra le imprese di capitale finalizzata alla massimizzazione dei profitti, all’accumulazione “primitiva” permanente, all’aumento della produttività e alla crescita a tassi compositi del valore delle merci sui mercati a creare uno stato permanete di prevaricazione, sfruttamento dei “fattori” di produzione, espropriazione, estrazione e dissipazione dei beni comuni naturali. Un sistema che cannibalizza – per dirla con Nancy Fraser (Il capitale cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, 2023) – i supporti stessi del suo funzionamento.

Come fermare la bestia biblica, il mostro leviatano?

Nel corso della storia a ogni fase di espansione della marcia trionfale del capitalismo (del processo di occidentalizzazione del pianeta) si sono affacciate varie forze di opposizione e resistenza. Innanzitutto le comunità autoctone, indigene e contadine che, difendendo il loro territorio, hanno tentato di impedire la predazione coloniale dei mezzi naturali di sussistenza. Poi le masse proletarie inurbate attraverso le varie formazioni del movimento operaio hanno tentato di contrastare l’estrazione diretta di plusvalore. Le donne, per parte loro, hanno da sempre denunciato il disconoscimento del “lavoro riproduttivo” e di cura, la divisione sessista dei ruoli sociali, il patriarcato come forma primaria di dominio. Inoltre, con l’evidenziazione della “frattura metabolica” (per usare il linguaggio marxiano) provocata dall’industrializzazione gli abitanti dei territori in tutti i luoghi del pianeta hanno manifestato la loro contrarietà alla deturpazione e alla mercificazione della natura. Aggiungiamoci i gruppi di pressione e i movimenti che sono mossi direttamente da motivazioni etiche, come gli animalisti antispecisti, i pacifisti nonviolenti, la cittadinanza attiva impegnata nel far valere i diritti civili individuali… e raggiungeremo a contare quel 99% della popolazione della Terra che viene costantemente depredato dal’1% dei super-ricchi.

Come è possibile che si verifichi una tale schiavitù di massa (più o meno) volontaria?

Sono due le principali abilità con cui il capitalismo supera le sue criticità: da una parte la capacità plastica di assorbire e trasformare le disfunzioni che genera in stimoli di cambiamento (innovazioni organizzative e tecnologiche) spostando sempre in avanti la frontiera delle condizioni di riproducibilità del sistema; dall’altra la capacità di rovesciare e distribuire i costi delle crisi sui diversi costrutti sociali (classi, nazioni, etnie, generazioni, generi…) in modo da mettere in contrasto gli uni agli altri. Non serve ricordare casi già noti come il ricatto costante esercitato dal sistema imprenditoriale sulle forze del lavoro poste di fronte all’alternativa tra accettare condizioni di lavoro insalubri e la perdita del reddito. “Lavoro contro salute è una partita impossibile da giocare, perché i giocatori appartengono a entrambe le squadre – Ha scritto Stefania Barca (Ecologia operaia, in Trame, Tamu, nov. 2021, p.78) – L’unico modo di vincere è non giocare”. Scrivevano, tanti anni fa, i pionieri dell’ecologismo operaio del collettivo di medicina democratica di Castellanza: “La minaccia del posto di lavoro spinge gli operai a una oggettiva alleanza con il padrone. […] L’operaio come figura sociale entra in conflitto con sé stesso: la sua lotta contro l’inquinamento prodotto dalle aziende entra in contraddizione con le sue possibilità di occupazione” (Edoardo Bai, Una nuova ecologia, Cooperativa Smemoranda, Milano, 1983).

Analoghe situazioni conflittuali si trovano abitualmente nelle comunità urbane schiacciate tra una condizione abitativa che obbliga gli abitanti a consumi energetici assurdi (mobilità privata, raffrescamento, servizi tecnologici sempre più raffinati) e l’avvelenamento dell’aria, la scarsità idrica, la perdita degli spazi comuni e della biodiversità.

La progressiva dipendenza delle singole vite umane dalla disponibilità economica individuale porta le persone a introiettare fino ad accettare condizioni e stili di vita autodistruttivi oltre che alienanti. L’ordine economico capitalista non ha solo diviso le popolazioni a seconda delle funzioni loro assegnate nella catena di produzione del valore economico, ma è penetrato fin dentro i singoli individui riuscendo a suddividere il loro quadrante biologico in comparti separati: lavoro, consumo, spostamenti, cura, svago. A ogni dimensione del vivere vengono assegnati tempi, dosi di risorse psicofisiche da impegnare, modelli comportamentali, rituali. Il tutto mediato indissolubilmente dal denaro a disposizione, o meglio, dall’accesso al credito, dai limiti di solvibilità del ricorso al debito. Ordini sociali e sistemi di vita non capitalisti non sono tollerati, ovvero, costituiscono il campo su cui le imprese – come tanks in battaglia – penetrano, distruggono, conquistano, investono, colonizzano; in competizione tra loro. L’economia di mercato mutua i propri modelli di azioni da quelli della guerra. “La competizione – ha affermato qualche tempo fa una commissaria europea per la ricerca, Máire Geoghegan-Quinn (citata da Alice Benessa e Silvio Funtowics in L’innovazione tra utopia e storia, Codice edizioni, 2013) – è la nuova legge di gravità dell’economia, che nessuno può sfidare”.

Per coloro che desiderano tentare una fuoriuscita politica dal presente ordine sociale si pone quindi la necessità di ricondurre a unità le identità sociali frammentate, di superare le separazioni, di unificare le opposizioni, le lotte, le proposte alternative. Per riuscirci servono una teoria critica generale capace di cogliere la centralità del sistema che domina le relazioni sociali esistenti e un progetto di emancipazione che vada bene per tutte le popolazioni variamente soggiogate dal sistema; una visione e un progetto di società alternativa, plausibile, desiderabile oltre che necessaria, capace di mobilitare i soggetti della trasformazione.

Come noto, i molti tentativi fin qui prodotti non hanno dato buon esito. Perché? Quali sono stati i loro limiti? Ogni movimento antagonista ha creduto di aver trovato il bandolo giusto della matassa. Cosicché ognuno ha tirato il suo rendendo la matassa ancora più intricata. Le organizzazioni politiche del movimento operaio hanno pensato che il motore del processo di trasformazione fosse il proletariato industriale, liberato il quale tutti ne avrebbe tratto beneficio. Scrisse Giuseppe Prestipino a proposito delle pretese universalistiche della teoria marxista ortodossa: “I vecchi marxisti ripetevano che la classe operaia, in quanto ‘classe generale’, avrebbe avuto il compito di abolire tutte le classi e che, liberando se stessa, avrebbe liberato tutta l’umanità da ogni forma di servaggio” (in Accadde domani, Centro per la filosofia italiana, Aracne 2005).

I partiti verdi, dal canto loro, hanno ritenuto che la preservazione dell’ambiente naturale avrebbe dovuto interessare e mobilitare l’intera umanità. I movimenti femministi, come quelli anticoloniali e antirazzisti, hanno creduto che senza l’abbattimento delle discriminazioni di genere, razza, religione nessuna persona si sarebbe mai potuta sentire davvero libera.

Soffermiamoci sulle ragioni dei “rossi” e dei “verdi”.

C’è uno scritto illuminante di Alex Langer del 1985 (Il verde non passa per la cruna dell’ago rosso, pubblicato su “il manifesto” del 26/01/85) che spiega molto chiaramente la situazione. Come noto, Langer rifiutava di schiacciare il neopartito verde sul lato della sinistra parlamentare, non solo o tanto per ragioni tattiche di opportunità elettorale e nemmeno per la differenza di contenuti, alle volte davvero grande (pensiamo al nucleare), ma su questioni più di fondo. Scrive il fondatore dei Verdi italiani: “Bisognerà interrogarsi anche sull’utilità pratica di certe classificazioni, e trarne le conseguenze. […] Ci sono oggi più cose tra cielo e terra di quante non se ne riescono ad afferrare con categorie politiche che già in passato faticavano a rendere l’idea e oggi sono manifestazioni in crisi”. Langer rinfaccia alle sinistre di aver perduto una dimensione utopica ed etica e di occuparsi solo di “giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale” rinunciando alla “critica di fondo alla civiltà dominante”. Per contro Langer paragonava la battaglia dei verdi per la “sopravvivenza della specie” a quella dei cristiani delle origini che scelsero il Nuovo Testamento e rifiutano i profeti e le leggi di Israele. I verdi quindi non si consideravano una “terza posizione” tra le destre e le sinistre, ma una cosa altra, un’altra categoria politica alla ricerca di un “proprio progetto complessivo” che Langer delinea attorno ad alcune missioni di base: dare risposte a “una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell’iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell’’ente pubblico’; una ricerca di comunità non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra…”. Da qui l’inevitabile profetico pessimismo: “A ben guardare e per tutto un periodo non breve l’approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai più marcate tra ‘verde’ e ‘rosso’ di quanto oggi non si pensi, e i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla ‘fuoriuscita dall’industrialismo’, sul sindacato e più in generale sulla concezione del ‘progresso’ che si preannunciano saranno assai dolorosi”.

A Langer, quindi, (ma anche a Ernesto Balducci e alla corrente cattolica che militava nel Pci, Franco Rodano, Claudio Napoleoni, Raniero La Valle) non bastavano né le risposte apparentemente inoppugnabili, neutrali che venivano dall’“ambientalismo scientifico”, né quelle dell’ecomarxismo di James O’Connor (teorico della “seconda contraddizione” tra capitale e natura)e dell’”ecologismo sociale” di Barry Commoner, Richard Levins e altri. Le prime finivano nell’affidare le sorti del pianeta alla tecnoscienza, le seconde all’automatico rovesciamento dei rapporti di potere tra le classi sociali.

Era quindi chiaro fin dall’inizio della storia del pensiero politico ecologista che la convergenza tra verdi e rossi, tra l’ecologia pura (conservazionista, profonda) e l’ecologia sociale (operaia), non si sarebbe potuta realizzare per giustapposizione aritmetica, ma attraverso un processo alchemico, fusionale che avrebbe dovuto modificare la natura stessa delle parti coinvolte e dei loro punti di vista.

Il pensiero ecologico stesso (sistemico, complesso, relazionale) è un modo di pensare il mondo e di pensare sé stessi in rapporto a ogni altro ente. È una “scienza sovversiva”, diceva Giorgio Nebbia, poiché riunisce le conoscenze fisiche, geologiche, biologiche, climatiche… e le pone in relazione con le scienze che studiano i comportamenti umani. L’ecologia non è una branca della biologia è piuttosto una “superscienza”, una “filosofia globale”, poiché “nella grande concatenazione di causa ed effetto nessuna materia, nessuna attività può essere considerata isolatamente” (Ludwig Trepl, in Profeti verdi, a cura di Gianfranco Bettin, 2022). Se presa sul serio, l’ecologia rimette in discussione alla base i miti fondativi della civiltà occidentale, la separazione tra essere umano e natura, la cosificazione della natura e così via. “In questo universo tutto ha a che fare con tutto, formando una incommensurabile rete di relazioni” (Leonardo Boff, La terra è nelle nostre mani, edizioni Terra Santa, 2017).

L’ecologismo, quindi non è solo anticapitalista, anche se per andare oltre dovrà necessariamente abbatterlo.

Un primo tentativo di connessione tra le istanze ecologiste e sociali venne dalla proposta ecosocialista (vedi, di Antunes, Jaquin, Kemp, Krieger, Stengers, Telkamper, Wolf, Ecosocilaismo, Per un’alternativa verde in Europa, pubblicato in Metafora verde, n.1 1990) che si ispirava alle posizioni di Barry Commoner, Gorz e che in Italia prese la via dei Verdi Arcobaleno, dove confluivano spezzoni della “nuova sinistra”.

L’ecosocialismo, il bio-umanesimo, il “comunismo di base” di Luis Munford (Tercnica e potere), il “comunismo dei beni fondamentali” di Giorgio Nebbia, l’“ecologia rivoluzionaria” e ora il “comunismo decrescente” di Saito indicano sentieri di riconciliazione della società umana con la natura che implicano una rivoluzione antropologica. Una rivoluzione del sentire comune, nel senso di coscienza di specie che si recepisce come parte integrante della rete della vita, non soggetti esterni superiori. E ciò può avvenire solo riscoprendo un rapporto empatico, emozionante (non solo razionale e utilitaristico) con la natura, a partire dal proprio corpo. Nulla di new age. Nessuna fuga nell’intimismo individuale o nel metafisico. Al contrario, un processo di liberazione – non solo dell’immaginario – dalle costrizioni materiali che compromettono le possibilità di una vita piena e sana, ricca e soddisfacente. Timothée Parrique, commentando i lavori di Saito ha confermato che non potrà esserci mai un ridimensionamento pianificato democraticamente delle produzioni e dei consumi (al fine di alleggerire le pressioni ambientali) senza fare uno “sforzo di condivisione delle ricchezze e del benessere”. Il “regno della libertà” auspicato dal comunismo è quindi un mondo liberato dall’ossessione della crescita, della produttività, del denaro. Un “socialismo senza crescita”, un “comunismo decrescente”.


Testo, rivisto dall’autore, dell’intervento al seminario Decrescita: una via ecosociale al cambiamento, promosso a Brescia dalla Fondazione Micheletti il 31 marzo 2023.

da qui

martedì 13 dicembre 2022

Lo sviluppo sostenibile è il nuovo oppio delle masse - Justin McCurry

 

Il libro di Kohei Saito Capital in the Anthropocene - ispirato agli scritti di Karl Marx sull'ambiente - è diventato un improbabile successo in Giappone che sta spingendo una nuova generazione di lettori a considerare le idee del filosofo tedesco.


"Un nuovo stile di vita": il manifesto marxista, post-capitalista e verde che affascina il Giappone


Il libro di Kohei Saito Capital in the Anthropocene è diventato un successo insolito tra i giovani e sta per essere tradotto in inglese. La crisi climatica andrà fuori controllo a meno che il mondo non applichi "freni d'emergenza" al capitalismo ed elabori un "nuovo modo di vivere", secondo l’opinione di un accademico giapponese il cui libro sul marxismo e l'ambiente è diventato a sorpresa un bestseller.

Il messaggio di Kohei Saito, professore associato all'Università di Tokyo, è semplice: la richiesta di profitti illimitati da parte del capitalismo sta distruggendo il pianeta e solo la "decrescita" può riparare il danno rallentando la produzione sociale e condividendo la ricchezza.
In termini pratici, ciò significa porre fine alla produzione di massa e al consumo di massa di beni che comportano sprechi, come la fast fashion. In Capital in the Anthropocene, Saito sostiene anche la decarbonizzazione attraverso la riduzione degli orari di lavoro e la priorità ai lavori essenziali "ad alta intensità", come il caregiving.


Sono rimasto sorpreso come tutti gli altri

Pochi si sarebbero aspettati che la soluzione in lingua giapponese di Saito alla crisi climatica avesse molto appeal al di fuori del mondo accademico e politico di sinistra. Invece, il libro - ispirato agli scritti di Karl Marx sull'ambiente - è diventato un improbabile successo, vendendo più di mezzo milione di copie dalla sua pubblicazione nel settembre 2020.

Mentre il mondo si confronta con una serie di prove degli effetti del cambiamento climatico - dalle inondazioni in Pakistan alle ondate di calore in Gran Bretagna - dell'inflazione dilagante e della crisi energetica, la visione di Saito di un mondo più sostenibile e post-capitalista apparirà in un testo accademico che sarà pubblicato l'anno prossimo dalla Cambridge University Press, cui seguirà una traduzione in inglese del suo bestseller.

"Si tratta di un'ampia riflessione su ciò che sta accadendo nel mondo... sulla crisi climatica e su ciò che dovremmo fare al riguardo", ha dichiarato Saito in un'intervista al Guardian. "Io sostengo la decrescita e il superamento del capitalismo".

La sola menzione del mondo della decrescita evoca immagini negative di società ricche sprofondate in un'epoca buia di economie in contrazione e standard di vita in declino. Saito ammette di aver pensato che un libro che si rifà a filoni del marxismo come soluzione ai mali dei nostri giorni sarebbe stato difficile da vendere in Giappone, dove lo stesso partito conservatore ha dominato la politica per buona parte degli ultimi 70 anni.

"La gente mi accusa di voler tornare al periodo (feudale) Edo (1603-1868)... e penso che lo stesso tipo di immagine persista nel Regno Unito e negli Stati Uniti", ha detto. "In questo contesto, il fatto che il libro abbia venduto oltre 500.000 copie è sorprendente. Sono rimasto sorpreso come tutti gli altri".

Il trentacinquenne non si sarebbe dovuto preoccupare dell’utilizzo di un linguaggio del cambiamento radicale; il mondo che esce dalla pandemia e affronta la minaccia esistenziale posta dal riscaldamento globale e la disillusione nei confronti dello status quo economico gli hanno infatti procurato un pubblico ricettivo.
La pandemia ha accentuato le disuguaglianze nelle economie avanzate e quelle tra il nord e il sud del mondo e il libro ha colpito i giapponesi più giovani.

“Saito racconta una storia facile da capire", afferma Jun Shiota, un ricercatore di trentuno anni che ha acquistato Capital in the Anthropocene subito dopo la sua pubblicazione. "Non dice che ci sono cose buone e cattive nel capitalismo, o che è possibile riformarlo... dice solo che dobbiamo sbarazzarci dell'intero sistema".

"I giovani sono stati duramente colpiti dalla pandemia e devono affrontare altri grandi problemi come la distruzione dell'ambiente e la crisi del costo della vita, quindi questo semplice messaggio risuona con loro".

Saito concorda sul fatto che la crescente disuguaglianza ha dato alla sua scrittura una maggiore immediatezza. "Molte persone hanno perso il lavoro e la casa e si affidano a banche alimentari, anche in Giappone. Lo trovo scioccante. E ci sono lavoratori essenziali che sono costretti a fare lunghe ore di lavoro in impieghi poco retribuiti. L'emarginazione dei lavoratori essenziali sta diventando un problema serio".

La risposta al Covid-19 ha dimostrato che un cambiamento rapido non è solo auspicabile, ma anche possibile.

"Una cosa che abbiamo imparato durante la pandemia è che possiamo cambiare radicalmente il nostro stile di vita da un giorno all'altro: basti pensare al modo in cui abbiamo iniziato a lavorare da casa, a comprare meno cose, a volare e a mangiare meno fuori. Abbiamo dimostrato che lavorare meno è più rispettoso dell'ambiente e offre alle persone una vita migliore. Ma ora il capitalismo sta cercando di riportarci a uno stile di vita 'normale'".


Marx era interessato alla sostenibilità

Saito è profondamente scettico nei confronti di alcune strategie ampiamente accettate per affrontare l'emergenza climatica. "Nel mio libro, inizio una frase descrivendo gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) definendoli come il nuovo oppio delle masse", ha detto in riferimento alla visione di Marx sulla religione.

"Comprare borse e bottiglie ecologiche senza cambiare nulla del sistema economico... Gli SDG mascherano il problema sistemico e riducono tutto alla responsabilità del singolo, oscurando al contempo la responsabilità delle aziende e dei politici".

"Ho scoperto come Marx fosse interessato alla sostenibilità e come le società non capitaliste e precapitaliste siano sostenibili, perché realizzano l'economia stazionaria e non sono guidate dalla crescita", ha detto Saito.

Dopo l'uscita del libro, Saito ha reso il Giappone sensibilmente meno schizzinoso nei confronti delle idee del filosofo tedesco.

L'emittente pubblica conservatrice NHK gli ha dedicato quattro segmenti di 25 minuti per spiegare le sue idee nella serie Masterpiece in 100 Minutes, mentre le catene di librerie hanno fatto spazio a esposizioni speciali di letteratura marxista revivalista.

Ora spera che il suo messaggio possa interessare un pubblico di lettori in lingua inglese.

Ci troviamo di fronte a una situazione molto difficile: la pandemia, la povertà, il cambiamento climatico, la guerra in Ucraina, l'inflazione... è impossibile immaginare un futuro in cui possiamo far crescere l'economia e allo stesso tempo vivere in modo sostenibile senza cambiare radicalmente nulla del nostro stile di vita".

"Se le politiche economiche hanno fallito per 30 anni, perché non inventare un nuovo stile di vita? Il desiderio di farlo è improvvisamente qui".


Justin McCurry

Traduzione di Alessandro Perduca - Redazione di Antropocene.org

Fonte: 
The Guardian 09.09.2022

da qui